feltrinelli

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

L’America di Baudrillard: l’utopia degli esiliati

Baudrillard from The Telegraph – Getty Images

Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun’altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinei gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: quindi sottolinea la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mai sazia, questo rileva lo studioso.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda ancora il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea Baudrillard, ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice Baudrillard, il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

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prosabato: Elena Gianini Belotti, da ‘Indipendenza e creatività’

prosabato: Elena Gianini Belotti, da Indipendenza e creatività

La creatività della maggior parte delle bambine, a sei anni, all’ingresso nella scuola elementare, è definitivamente spenta. Solo poche ne conservano qualche traccia, ma anche quelle dovranno superare lo scoglio della pubertà e l’incontro affettivo con l’altro sesso con il conseguente dilemma tra la realizzazione di sé come individuo e il piegarsi alle esplicite richieste di “femminilità” da parte maschile che le costringeranno a comprimere ulteriormente la loro personalità creativa. Le molteplici ragioni dell’assenza di creatività nelle bambine si possono riassumere in una sola: la dipendenza, cui le bambine sono costrette molto più dei maschi, dal tipo di educazione che subiscono e che è incompatibile con la creatività, che presume, invece, per conservarsi e per produrre, un’ampia dose di libertà.

La creatività – scrive Torrance – nella sua vera natura, è caratterizzata sia da una eccezionale sensibilità che dall’indipendenza?
Ora, nella cultura americana, ma anche nella nostra, la sensibilità è una qualità squisitamente “femminile” e l’indipendenza, al contrario, è considerata un tratto “maschile”; questa tipizzazione crea uno dei “blocchi” sociali più forti per lo sviluppo della creatività. Infatti, il ragazzo creativo appare troppo “sensibile” rispetto ai suoi compagni (e quindi effeminato) mentre le ragazze hanno interessi considerati tradizionalmente “maschili” (la scienza, la politica, ecc.) per cui spesso i soggetti inibiscono i loro processi “creativi” per salvaguardare la loro “mascolinità” o “femminilità.” Questo spiega anche in parte perché le donne sembrano essere meno creative dei ragazzi: più pesante è su di loro la pressione dei pregiudizi sociali. Ad esempio, una ragazza che si interessa di argomenti “scientifici” o di problemi politici, perde spesso parte della sua attrattiva nei confronti dei compagni e viene considerata “strana” dalle compagne. D’altronde tale interazione di accentuata sensibilità e di indipendenza (che arriva talvolta alla ribellione) è una costante di questi individui non solo a livello pre-adolescente e adolescente, ma anche adulto.

Se sensibilità e indipendenza, come sostiene Torrance, sono indispensabili al manifestarsi e al realizzarsi della creatività, per la maggior parte delle bambine diventa impossibile conservarla proprio perché il loro spontaneo slancio verso l’indipendenza, pari a quello dei maschi, viene stroncato sul nascere da un tipo di educazione, che ha come obiettivo principale proprio la dipendenza. Si aggiunga la spinta continua a stornare la propria attenzione dai problemi politici, intellettuali, sociali, artistici, ecc. per occuparsi di piccoli, insignificanti problemi contingenti, operazione che restringe automaticamente l’orizzonte culturale delle bambine. Per dar libero corso alla creatività è necessario poter accedere in maniera sufficientemente ampia al patrimonio della nostra cultura, occorre possedere l’indipendenza intellettuale, la libertà rispetto ai valori dati che permetta di criticarli, rifiutarli e di staccarsene per considerarne di nuovi: occorre essere forti.

I soggetti creativi presentano una spiccata autonomia di giudizio, una tendenza all’anticonformismo, un accentuato senso dell’umorismo, una grande varietà di interessi in campo artistico e scientifico, mentre sono privi di motivazioni “standard” verso il successo scolastico e professionale che è appunto ciò che gli altri si aspettano da loro.”

La dipendenza, al contrario, stabilisce legami molto forti con i valori culturali dell’ambiente sociale in cui si vive, l’accettazione incondizionata e acritica di questi, il desiderio di possedere al massimo grado le caratteristiche approvate dall’ambiente, di uniformarsi alle richieste altrui. Se l’attitudine alle scienze esatte è caratteristica, come rileva la Fattori, dell’intelligenza “maschile” e viene considerata indesiderabile nelle femmine, queste si vieteranno simili interessi per uniformarsi alle qualità accettate delle
coetanee più “femminili,” per non sentirsi escluse e rifiutate dal loro gruppo. Adler dice: “C’è un pregiudizio molto forte contro le bambine. Ad esse viene detto spesso che il sesso femminile non e dotato per la matematica.” Se proprio la sua passione per le scienze esatte non è divorante, la bambina non solo non tenterà di uguagliare i maschi, ma si allineerà docilmente al livello di incapacità delle sue coetanee. Soltanto poche, trascinate quasi loro malgrado dalla forza della loro intelligenza e passione, persevereranno nei loro interessi di “tipo maschile,” ma verranno sempre guardate con diffidenza e sospetto e invece di accettarle per il valore che hanno ci sarà sempre qualcuno pronto a metterle in ridicolo nel caso non abbiano conservato in tutto e per tutto la loro “femminilità.” Non verrà tributato loro il rispetto che si ha per gli individui geniali, saranno considerate anomale, donne che “hanno il cervello di un uomo” oppure “hanno i testicoli,” e si dirà che intelligenza e desiderio di autoaffermazione sono espressione della loro competitività nei confronti del maschio, e se non saranno belle si dirà anche che hanno potenziato la loro intelligenza per compensare la difficoltà di mietere successi con gli uomini.
Saranno le “invidiose del pene,” le “castratrici,” colpevoli dell’anomalia di essere più intelligenti di molti uomini che le detesteranno e le eviteranno in quanto colpevoli di non essere “oggetti.” Per una donna, e ancora di più per una bambina o per una adolescente, è molto facile essere messa in crisi dalle stolide critiche altrui, perché, come osserva Simone de Beauvoir:

per la giovanetta esiste un conflitto tra la sua condizione propriamente umana e la sua vocazione di donna [e, al contrario], al giovane è relativamente facile avviarsi nella vita perché in lui la vocazione di essere umano e il sesso cui appartiene non sono in conflitto, già l’infanzia prefigurava questo destino fortunato … A partire dalla pubertà la fanciulla perde terreno nei campo intellettuale e artistico … L’adolescente non trova intorno a sé gli incoraggiamenti che vanno ai suoi fratelli; al contrario si vuole che lei sia anche una donna ed è quindi costretta a unire il peso del lavoro professionale a quello che implica la sua femminilità … Ogni autoaffermazione diminuisce la femminilità e la possibilità di seduzione … La donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano, ma modellandosi secondo i loro sogni … Essere femminili significa mostrarsi impotenti, frivole, passive, docili?

Le citazioni sono tratte da E. Torrance, Guiding creative talent (Creatività e educazione, trad. it. di Marta Fattori, Bari, Laterza, 1968); Marta Fattori op. cit.; M. Adler, Il bambino difficile (Firenze, Casini, 1968); S. De Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il Saggiatore, 1961.

© da Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1973.

Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

*

Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

(altro…)

ProSabato: Voltaire, Piccola digressione

PICCOLA DIGRESSIONE

voltaire-pot-pourriAgli inizi della fondazione dei “Quinze-Vingts”, si sa che erano tutti uguali, e che i loro affari si decidevano a maggioranza di voti. Distinguevano perfettamente al tatto la moneta di rame da quella d’argento; nessuno di loro scambiò mai del vino di Brie per del vino di Borgogna. Il loro odorato era più fine di quello dei loro vicini che avevano due occhi. Ragionarono perfettamente sui quattro sensi, cioè ne seppero tutto quanto ne è permesso saperne; e vissero tranquilli e fortunati quanto possono esserlo dei “Quinze-Vingts”. Disgraziatamente un loro professore pretese di avere nozioni chiare sul senso della vista; si fece ascoltare, intrigò, formò degli entusiasti; infine fu riconosciuto capo della comunità. Si mise a giudicare sovranamente dei colori e tutto fu perduto.
Questo primo dittatore dei “Quinze-Vingts” si creò dapprima un piccolo consiglio, con il quale si rese padrone di tutte le elemosine. In tal modo nessuno osò opporgli resistenza. Decise che tutti gli abiti dei “Quinze-Vingts” erano bianchi: i ciechi lo credettero; non parlavano che dei loro begli abiti bianchi, per quanto non ve ne fosse uno di quel colore. Tutti li presero in giro, essi andarono a lamentarsi dal dittatore, che li ricevette malissimo; li trattò da novatori, da spiriti forti, da ribelli, che si lasciavano sedurre dalle opinioni erronee di coloro che avevano occhi, e che osavano dubitare dell’infallibilità del loro signore. Questa lite formò due partiti.
Il dittatore per placarli emise un decreto per cui tutti i loro abiti erano rossi. Non vi era un solo abito rosso ai “Quinze-Vingts”. Li si prese in giro più che mai. Nuove lamentele da parte della comunità. Il dittatore andò su tutte le furie, gli altri ciechi anche: si combatté a lungo e la concordia venne ristabilita solo quando fu permesso a tutti i “Quinze-Vingts” di sospendere il giudizio sul colore dei loro abiti.
Un sordo, nel leggere questa storiella, riconobbe che i ciechi avevano avuto torto a giudicare i colori; ma rimase fermo nell’opinione che spettava solo ai sordi giudicare la musica.

Voltaire 1766

Nota:
L’ospizio parigino per ciechi di “Quinze-Vingts” (“Quindici-Venti”), collocato verso l’estremità del Louvre, era così chiamato perché poteva ospitare trecento persone

In: Voltaire, Pot-pourri. Traduzione e cura di Lorenzo Bianchi, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 87-88

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera

mi_sa_che_fuori_e_primavera_incontro_con_concita_de_gregorio

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera, Feltrinelli, 2015, € 13,00, ebook € 9,99

*

di Irene Fontolan

*

Cosa sei venuta a dirmi, Irina? Perché hai bussato qui? “Vorrei che mi aiutassi, se puoi, a prendere le parole metterle in fila ricomporre tutti i pezzi che sento frantumati e disperdersi in ogni angolo del corpo. Vorrei ricostruire i frammenti come si ripara un oggetto rotto, prendendolo in mano e portarlo fuori da me. Per tenerlo accanto, portarlo in tasca, metterlo in borsa ma intero, tutto intero. Pensi si possa farlo, scrivendo? (…) Sento che sarà facile, se riesco a raccontare ogni cosa.”

Le parole sono tante, diverse, da mettere a sedere o da far alzare in piedi quando il loro contenuto impone una riflessione. Sono parole, pensieri che intessono un racconto di fatti realmente accaduti nel quale una madre ha perso due figlie: Alessia e Livia, gemelle di sei anni, fatte sparire dal padre suicida. «Alessia e Livia non hanno sofferto, ma non le rivedrai mai più.», così Mathias aveva messo un punto perforante alla vita di quella che era la sua famiglia.

Irina non si arrende alla sorte impostale da quel marito psico-rigido che la faceva vivere secondo le “istruzioni per l’uso”. Irina torna indietro, si volta per conoscere il passato della sua famiglia. Un destino che sembra ripetersi senza perché. Lei che non sa come definirsi alla gente, lei che non sa rispondere quando le viene chiesto se ha figli.

Ci sono migliaia di persone ogni giorno che perdono un figlio. Incidenti malattie droghe guerre violenze follie. Ogni minuto. E allora mi domando, perché le nostre lingue hanno abolito la parola per dirlo? Sei vedova, se hai perso il marito. Sei orfana, se hai perso un genitore o entrambi. Ma io, noi cosa siamo? Dirai: che t’importa avere una parola. Importa. Perché avere un nome è avere un posto, una casa fatta di pensieri già pensati. Un luogo tiepido che porta traccia di migliaia, milioni di persone passate da lì prima di te. Ti fa sentire, nell’errore al tuo posto. Un posto doloroso e illuminante, un posto difficile ma previsto nella storia del mondo.

Irina cerca di colorare i ricordi pensando ai dettagli, alle sensazioni, alle consistenze delle sue figlie. Vorrebbe riuscire a dire a voce alta e senza lacrime cose che non tutti sono in grado di tenere in mano, perché bruciano.

Ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera perché cammini sui miei sogni.
(William B. Yeats)

Irina fonda Missing Children Switzerland cercando di arrivare laddove la giustizia svizzera non è riuscita con lei, cercando di non far spegnere i riflettori su tutti quei casi analoghi al suo ritenuti non più interessanti dopo del tempo trascorso e perso.

Da quel 30 gennaio 2011 non ha più saputo nulla di Alessia e Livia. Ma la sua vita deve andare avanti nonostante tutte le mancate risposte alle sue domande, nonostante la presenza dell’assenza delle sue figlie.

*

Concita e Irina sarebbero felici se questo libro riuscisse a sostenere e a far camminare a lungo il lavoro prezioso di Missing Children Switzerland. www.missingchildren.ch

*

© Irene Fontolan

 

Riletti per voi #13: Amos Oz, Tra amici

oz

 

Riletti per voi #13

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli, (2014 e precedenti edizioni), € 8,00, ebook € 5,99, trad. di Elena Loewenthal

*

di Francesca Piovesan

*

Mosche Yashar sognava di tanto in tanto il sorriso timido della sua compagna Carmela e le sue mani che suonavano al flauto canzoni tristi e strappacuore, ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi a lei, nemmeno con le parole e neanche quasi con lo sguardo. Lei sedeva due banchi davanti a lui, così lui poteva vedere di lontano il suo collo sottile quando si chinava sui quaderni e la morbida peluria sulla nuca. Una volta che Carmela stava fra la lampada e il muro e parlava con delle compagne, lui passando le aveva accarezzato l’ombra. Dopo questo fatto era rimasto sveglio per metà notte, senza riuscire a prendere sonno.

Tra amici, di Amos Oz. La vita in un kibbutz. Le regole da rispettare, il desiderio di alcuni di trasgredirle. La vita in comunità, il modello socialista da perseguire, il bene della collettività al di sopra del bene individuale.
Oz è una penna talmente delicata e raffinata che, in poche parole ben accostate fra loro, riesce a dare una panoramica generale della vita di una comunità israeliana in un kibbutz degli anni ’60. Otto racconti che raccontano la vita di un gruppo di persone. Le loro abitudini, sofferenze, i loro desideri taciuti o portati alle labbra di tutti.
Un giardiniere avvezzo alle brutte notizie, che si è disabituato al contatto umano. Due donne che riescono a trovare una complicità basata sul rispetto reciproco. Un padre che vede sfumare la giovinezza spensierata di una figlia. Un bambino sbeffeggiato dal gruppo, alla ricerca di un porto sicuro. L’amore di una vita che si arrende di fronte ad una notte di pioggia. Il mito del ricercare la fortuna altrove. Un padre lontano dagli occhi, ma mai dimenticato. Il progetto universale, qualcosa che unisca tutto il mondo. (altro…)

proSabato: Camilla Cederna, Ovviamente fetido

cederna poetarum

Ovviamente fetido

Tre sono gli avverbi che da qualche anno ricorrono con incredibile frequenza nelle conversazioni usuali, e l’adoperano indistintamente insegnanti, fotografi, commercialisti e madri di famiglia. Non avete notato come rimbalzano il “francamente”, spesso usato a sproposito, e l’altrettanto mal situato “ovviamente”? La terza locuzione avverbiale strausata è “in effetti”, al posto di infatti, effettivamente, in pratica. (altro…)

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno

il danno

 

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno, Feltrinelli, 2008 (edizione più recente), trad. it. di Vincenzo Mantovani; € 7,00

 

*

[…] è in questo sostanziale malinteso che inciampano molte esistenze. Nell’idea completamente sbagliata che tutto sia sotto controllo. Che si possa scegliere di andare o stare, senza soffrire. Dopo tutto, avevo solo perso la mia anima privatamente, a un party, dove gli altri non potevano vedere.

Il danno di Josephine Hart è la storia di una passione, e come tutte le passioni conserva in sé il germe della tragedia. Un politico inglese, Stephen Irving, ben inserito nella società con una famiglia “comune” alle spalle, incontra la donna che sconvolgerà la sua intera esistenza, Anna.
Anna è la donna che ama anche suo figlio Martyn, la donna che Martyn è deciso a sposare, lasciandole i suoi spazi, dove poter vivere il mistero e la sofferenza. La relazione che nascerà fra Stephen ed Anna sarà immediata. Non ci saranno spiegazioni, prime emozioni, solo un riconoscersi a vicenda, un bisogno estremo dell’uno verso l’altra, una sorta di dominio controllato e letale. Anna è una donna dal passato oscuro, sconvolto dall’essere sopravvissuta ad una ferita che ha squarciato l’intera famiglia.

Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti prego di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere.

Con questo poche parole Anna avverte Stephen del suo essere pericolosa, di come possa andare in direzione opposta al destino, di come possa uscirne integra, senza alcuna ferita visibile. I personaggi del romanzo sono delineati in maniera precisa. Oltre ai due protagonisti principali incontriamo Ingrid, la moglie di Stephen, un esempio di perfezione e bellezza, che non ha mai ascoltato i suoi istinti più profondi; Martyn, l’innamorato disposto a tutto pur di tenere un’ombra al suo fianco; Sally, una giovane figlia in carriera, che sembra temere di scoprire i lati più oscuri della sua famiglia; la variegata componente famigliare di Anna, custodi e carcerieri di molti incubi. Anna sembra essere un “veicolo del dolore”, messa sulla strada di persone più o meno innocenti, per mostrare a loro come a volte la vita possa essere ingiusta, inaspettata. Come ogni programma stilato già da decenni possa saltare in aria per dei capelli troppo scuri, o un vestito troppo chiaro.

Bevvi il mio whisky, e vidi come lo champagne raddoppiava l’allegria mentre la festa proseguiva. Il whisky è una bevanda che dà forza. Nessuno ha mai bevuto champagne dopo una sconfitta.

Il danno è quello che Anna sente di avere dentro di sé, quello che sa di poter causare agli altri. Stephen ne rimarrà cieco, fino all’irreparabile, ed anche oltre, sentendosi sopraffatto solo nel finale, quando tutto gli sembrerà definitivamente perduto ed aspetterà solo la vera sconfitta definitiva.

Mentre muoio, forse anni prima che l’idiota meccanismo del mio corpo finalmente si arrenda, mormoro a me stesso e a quelle facce mute in corridoio: “Almeno adesso sono certo della verità”.
Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore, è finita.
Altri saranno più fortunati.
Auguro loro ogni bene.

*

© Francesca Piovesan

proSabato: Sibilla Aleramo, Donne di ieri e donne di oggi

diario aleramo poetarum

Donne di ieri e donne di oggi

Giovani amiche, intellettuali, oppur casalinghe, o anche operaie (e perfino contadine come la brava emiliana N.N. che si fermò mesi fa a Roma per conoscermi di persona, qualche ora, reduce da Napoli con una medaglia vinta ad un concorso ove aveva recitato una mia poesia) molte giovani amiche, dicevo, mi chiedono spesso: «Tu, che ci hai tanto preceduto, tu che nel tuo romanzo Una donna, son cinquant’anni, vero? Hai alzato il primo grido per la nostra indipendenza e per la nostra dignità, in pagine che ci sembrano scritte oggi, tu, che ne pensi di noi? E io… nessun compenso nella mia lunga vita m’è giunto mai più alto e commovente. Donne di oggi. Diverse da quelle della mia giovinezza? Certo sì, dalle intellettuali e dalle borghesi d’allora, italiane che mi furono in gran parte ostili o finsero d’ignorarmi e n’ebbi profonda malinconia. Le altre, le massaie, le operaie, le agricole non immaginavano neppure di poter organizzarsi, di poter difendersi. Esisteva qualche grande semplare maggiore a me anche d’età, che mi sostenne e che non ho mai dimenticato, Alessandrina Ravizza sopra ogni altra che fu la fondatrice dell’Università Popolare amata come una mamma, e il suo ritratto è qua sul mio tavolo; Anna Kuliscioff, Linga Malnasi, fra le artiste la D. e, la Serao, la Deledda. Ma ecco, la differenza d’oggi è soprattutto questa, che le donne che lavorano non si sentono più sole, sanno di esser tante e d’essere una forza. E non soltanto le cosiddette lavoratrici del braccio, ma anche quelle del mondo culturale, anche se non tutte lo dichiarano. Deputate, giornaliste, medichesse, avvocatesse, pittrici, maestre elementari, libere docenti di tendenze sociali diverse, persone fra loro avversarie, eppure, eppure hanno quasi tutte, ben nitido o nel subcosciente, il senso di appartenere ad una esercito nuovissimo, insignite di una nobiltà che le antenate mai supposero.

Una nobiltà collettiva, ecco, e che nello stesso tempo distingue quell’esercito da quello maschile, inconfondibilmente. Queste donne manifestano il loro valore, la loro spiritualità in quanto donne, in modo che non era mai stato possibile sinché la specie femminea veniva considerata solo per i suoi attributi − e i suoi meriti − di moglie di madre, in nulla partecipe, in nulla responsabile, di quel che il mondo virile creava. Le donne, oggi concorrono nella creazione del mondo nuovo, della nuova società: e vi concorrono con le loro qualità intrinseche, mai manifestate se non nel leggendario matriarcato, chi sa?

Quando io, alcuni anni dopo la pubblicazione di Una donna, scrissi e pubblicai in un giornale letterario alcune pagine intitolate Apologia dello spirito femminile (poi raccolte nel volume Andando e stando e più di recente in Gioie d’occasione) pochi in Italia le rilevarono: vi fu solo un critico americano, a me ignoto, ad affermarne l’originalità e l’importanza. In verità − e le mie giovani amiche d’oggi sono certa non mi accuseranno di vanità per questo richiamo − originali e importanti erano, quelle paginette, e il critico d’oltre Oceano diceva nientemeno che le sorelle di tutto il mondo dovevano essermene grate. Perché io affermavo nientemeno che la donna non s’era ancor mai rivelata nella sua vera intima essenza, diversa fondamentalmente da quella maschile (parlavo delle scrittrici ma il discorso poteva avere una estensione più vasta).
Ebbene, la sorte m’ha dato di vivere tanto da vedere profilarsi l’avvento di quella mia remota trepida intuizione.

Due tremende guerre si sono succedute da allora. Una nuova formidabile forma di vita sociale s’è instaurata nella metà quasi del nostro globo, ed anche dove ancora non s’è attuata i sistemi d’esistenza stanno ovunque mutando, e ovunque, ovunque, la donna più ancor dell’uomo sta modificandosi nella sua più profonda essenza, non è forse vero, giovani amiche mie, giovani compagne?

Nella sua più profonda, più segreta essenza la donna va rivelandosi a se stessa, ora che il campo della sua attività ogni dì meravigliosamente s’estende. Quanto più ella si sente partecipe e necessaria nel grande lavoro di costruzione della nuova umanità, tanto più il suo spirito coglie le differenze con lo spirito maschile, le avverte d’uguale valore, ma direbbe, più fresche, più pure, sì, e ne prova un tacito stupore, che da al suo sorriso una grazia quasi infantile.
Un sorriso che credo sia avvertito dagli uomini e li sproni ad essere degni per la maggior gloria del tempo che sopraggiunge.

© Sibilla Aleramo, Donne di ieri e donne di oggi, in Diario di una donna. Inediti 1945-1970, Milano, Feltrinelli, 1978 (già in «l’Unità», 29 luglio 1959).

Armando Tagliavento poeta (di Pierluigi Boccanfuso)

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Nel 1973 la Feltrinelli pubblicò, nella collana «Franchi narratori» e con prefazione di Goffredo Fofi, un breve romanzo, Tra fascisti e germanesi, vero e proprio caso letterario, nonché lo zenit toccato (e mai più superato) nella produzione del suo autore: Armando Tagliavento (1930-2012). Il campo editoriale si sa è un campo minato, una vera e propria jungla da competizione, estremo sport di sopravvivenza e Tagliavento, non venendo più i suoi scritti presi in considerazione, è stato tristemente divorato dal buco nero del dimenticatoio letterario. E assolutamente non a buon diritto, verrebbe da aggiungere. Se non altro per i meriti riconosciutigli (nettamente in ritardo) per la sua scrittura in versi che, dopo il suo ‘disconoscimento’, Tagliavento ha continuato a rilegare e a diffondere in proprio, vendendo le umili rilegature, ad amici e conoscenti.
Scrittore autodidatta, appassionato e onnivoro lettore, per tutta la vita ha scritto con una infaticabile Olivetti, come se questa fedeltà alla macchina fosse una prerogativa dell’uomo ad essere fedele anche nella sua esperienza di scrittore, rimasto coerente al “suo” linguaggio, al “suo” stile, non credendo al confronto, rimanendo distaccato dal coro dei ‘subalterni’.
Un linguaggio poetico che, tra l’altro, è collocabile in un clima culturale storicamente abbastanza preciso, dove ritroviamo scrittori più coltivati (Bianciardi, Ottieri) e ricerche tra il sociologico e il letterario, come quelle condotte sull’immigrazione italiana dal Fofi de L’immigrazione meridionale a Torino o da Montaldi e Alasia in Milano, Corea (spinto anche dalla sua condizione di immigrato), ha succhiato cultura dove poteva e l’ha rielaborata in quello che lui stesso ha definito un pot-pourri (postmoderno).
Si muovono forti passioni che come onde agitano il testo poetico in senso basso-espressionistico insieme ad una foga barocca, persino kitsch, toni visionari, populistici e melodrammatici, quasi ottocenteschi quando tratta il mondo dei miserabili. Oppure cenni a una religiosità elementare, masochista, che mescola irriverentemente e surrealisticamente figure sacre e profane. A questo si aggiunga un continuo rimando alla morte e il suo giocare molto con l’alternarsi del dì e della notte, quasi a voler mettere ancora più in risalto la mise-ria umana nella sua fugacità terrena, finanche in Riflessione:

Mentre bevo una tazza di birra vedo,
oltre la tendina di un bagno,
una coppia che s’ama nuda e laboriosa;
si avvertono nette quelle membra sudate.
Mentre, dentro un’auto urtata,
un’altra coppia giace a brandelli,
insanguinata.

l’antitesi immediata, senza stacchi tra lo sguardo goloso e rapace dell’affamato d’amore, dell’escluso e lo spleen dell’individuo isolato, alle prese con l’ostilità e l’indifferenza della realtà metropolitana, da lui vissuta sensitivamente; si aggiunga un forte tratto distintivo di misoginia di cui Teorema si fa portavoce par excellence:

Ho visto un cane nero
cogli occhi belli come una donna:
lui mi ha dato un bacio,
lei il veleno.

e ne è la composizione più esasperata. I toni vanno via via sempre più affievolendosi, la misoginia viene attenuata, la figura femminile trattata più con distacco e rassegnazione.
(altro…)

Il “movimento ciclonico” di Caterina Saviane (di Pierluigi Boccanfuso)

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«Un movimento ciclonico, incontenibile.» Basterebbe tale definizione di Andrea Zanzotto per porre la sentenza miliare sulla complessa figura di Caterina Saviane, della quale il genio veneto fu un lettore d’eccezione. Quattro parole che sono la sintesi perfetta di una vita bruciata, l’ennesima maledetta votata al culto dissacrale dell’eroina, devastata da quella coalizione di forze antitetiche che, tutte insieme, si frappongono quasi come un premio di un’esistenza folgorata dalla sua stessa mitizzazione (inconsapevole?) ed enorme talento, che la morte non ci ha dato modo di dire se si sarebbe tramutato in genio assoluto.
Forse, dopo anni di ingrati silenzi, la sua figura sta tornando a spiccare il volo verso il firmamento che le compete di diritto: quello poetico. Due le opere che la consegnano a una doverosa memoria letteraria che, beninteso, niente ha a che fare con il suo cognome (Sergio Saviane, giornalista storico dell’Espresso): Ore perse, diario ironico e dolente dei suoi sedici anni, edito nel ’78 da Feltrinelli, vendutissimo e tradotto all’estero, oggi introvabile. Così, a soli diciotto anni, e in una dimensione extra-nazionale, se ne decreta fatalmente l’immagine di enfant prodige:

È inutile vincere il referendum sul divorzio quando poi si perde nella vita, è inutile essere favorevoli all’aborto, se in casa non si lavano i piatti. Svegliatevi ingordi pupazzi, invece di vivere sul letame di migliaia di anni di storia… Lavate i piatti coglioni di rivoluzionari. Frilovatevi le palle col frilav…

e appénna ammattìta, di cui già il titolo è un delicato, sintattico gioco di parole: a penna o a matita? O appena impazzita?
L’opera della maturità, mi prendo l’ardire di definirla tale, ha in sé una forza non soltanto poetica ma proprio di matematica visione; sprigiona l’interezza del suo essere travolgente, magmatica (aggettivo luziano non casuale), con divertimenti continui di trasformazione grafico-acrobatici, fino a farsi laboratorio di pensiero e soprattutto di linguaggio:

Mi fido di questa faccia
ché come dice il nome FACCIA
di testa propria e vada – lunghi sentieri
ripida della vita – un bacio
contasse pure tre minuti in meno
più di una sigaretta fumata col polmone pieno.

C’è una disperazione controllata, analiticamente quasi ai confini della ratio, nei suoi versi e anche quando il dolore si disegna forte sulla pagina, lei non rinuncia al gioco. Spiccano alcune grandi caratteristiche della poesia contemporanea: logica e consequenzialità che convivono entro un forte senso della musicalità e del ritmo; le parole sono scavate, frammentate, si spezzano continuamente in sillabe e si ricompongono:

Oh, kamikaze Farfalle
scappavate fatali
: contro ceco clan clan
clan clan
clan destine

Il risultato dell’equazione “savianese” è una poesia antilirica, razionale, concitata rincorsa a significati ulteriori fino all’impossibile. Un universo totalizzante nel suo appagarci, che tocca con dita di cristallo e allo stesso tempo, in modalità ossimorica, con ferocia, crudità, passione, tutti i temi della vita umana e in ultimo, quasi profeticamente, quello della morte con la dolcezza, marchio dei poeti, senza speranza. Morì nel 1991 a trentuno anni.

© Pierluigi Boccanfuso