feltrinelli

proSabato: Roberto Saviano, La lezione

 

Questo libro lo dedico a tutti i carabinieri
della mia scorta.
Alle 38.000 ore trascorse insieme.
E a quelle ancora da trascorrere.
Ovunque.

La lezione

“Erano tutti intorno a un tavolo, proprio a New York, non lontano da qui.”
“Dove?” chiesi d’istinto.
Mi guardò come a dire che non credeva fossi tanto idiota da fare simili domande. Le parole che stavo per sentire erano uno scambio di favori. La polizia, qualche anno prima, aveva arrestato un ragazzo in Europa. Un messicano con passaporto statunitense. Spedito a New York, l’avevano lasciato a bagnomaria, immerso nelle acque dei traffici della città evitandogli la galera. Ogni tanto spifferava qualcosa, in cambio non lo arrestavano. Non proprio un confidente, piuttosto qualcosa di molto vicino che non lo facesse sentire un infame ma nemmeno un silenzioso e omertoso affiliato di granito. I poliziotti gli chiedevano cose generiche, non circostanziate al punto da poterlo esporre con il suo gruppo. Serviva che riportasse un vento, un umore, voci di riunioni o di guerre. Non prove, non indizi: voci. Gli indizi sarebbero andati a cercarseli in un secondo momento. Ma ora questo non bastava più, il ragazzo aveva registrato sul suo iPhone un discorso durante una riunione a cui aveva partecipato. E i poliziotti erano inquieti. Alcuni di loro, con cui avevo un rapporto da anni, volevano che ne scrivessi. Che ne scrivessi da qualche parte, facendo rumore, per testare le reazioni, per capire se la storia che stavo per ascoltare fosse davvero andata come diceva il ragazzo o non fosse invece una messa in scena, un teatrino costruito da qualcuno per adescare chicani e italiani. Dovevo scriverne per creare movimento negli ambienti dove quelle parole erano state dette, dove erano state ascoltate.
Il poliziotto mi aspettò a Battery Park su un piccolo molo, senza cappellini impermeabili o occhiali da sole. Nessun ridicolo camuffamento: arrivò vestito con una T-shirt coloratissima, ciabatte e il sorriso di chi non vede l’ora di raccontare un segreto. Parlava un italiano pieno di inflessioni dialettali, ma comprensibile. Non cercò nessuna forma di complicità, aveva ricevuto ordini di raccontarmi quel fatto e lo fece senza troppe mediazioni. Me lo ricordo perfettamente. Quel racconto m’è rimasto dentro. Col tempo mi sono convinto che le cose che ricordiamo non le conserviamo solo in testa, non stanno tutte nella stessa zona del cervello: mi sono convinto che anche altri organi hanno una memoria. Il fegato, i testicoli, le unghie, il costato. Quando ascolti parole finali, rimangono impigliate lì. E quando queste parti ricordano, spediscono quello che hanno registrato al cervello. Più spesso mi accorgo di ricordare con lo stomaco, che immagazzina il bello e l’orrendo. Lo so che sono lì, certi ricordi, lo so perché lo stomaco si muove. E a volte a muoversi è anche la pancia. È il diaframma che crea onde: una lamina sottile, una membrana piantata lì, con le radici al centro del nostro corpo. È da lì che parte tutto. Il diaframma fa ansimare, rabbrividire, ma anche pisciare, defecare, vomitare. È da lì che parte la spinta durante il parto. E sono anche certo che ci sono posti che raccolgono il peggio: conservano lo scarto. Io quel posto lì dentro di me non so dove sia, ma è pieno. E ora è saturo, talmente colmo che non ci sta più niente. Il mio luogo dei ricordi, o meglio degli scarti, è satollo. Sembrerebbe una buona notizia: non c’è più spazio per il dolore. Ma non lo è. Se gli scarti non hanno più un posto dove andare, iniziano a infilarsi anche dove non devono. Si ficcano nei posti che raccolgono memorie diverse. Il racconto di quel poliziotto ha colmato definitivamente la parte di me che ricorda le cose peggiori. Quelle cose che riaffiorano quando pensi che tutto sta andando meglio, quando ti si apre una mattina luminosa, quando torni a casa, quando pensi che in fondo ne valeva la pena. In questi momenti, come un rigurgito, come un’esalazione, da qualche parte risalgono ricordi scuri, come i rifiuti in una discarica, sepolti da terra, coperti di plastica, trovano comunque la loro strada per venire a galla e avvelenare tutto. Ecco, proprio in questa zona del corpo conservo la memoria di quelle parole. Ed è inutile cercarne la latitudine esatta, perché se anche trovassi quel posto, non servirebbe a nulla prenderlo a pugni, accoltellarlo, strizzarlo per farne uscire parole come pus da una vescica. È tutto lì. Tutto deve restare lì. Punto e basta.
Il poliziotto mi raccontava che il ragazzo, il suo informatore, aveva ascoltato l’unica lezione che vale la pena di ascoltare e l’aveva registrata di nascosto. Non per tradire, ma per riascoltarsela lui. Una lezione su come si sta al mondo. E gliel’aveva fatta sentire tutta: una cuffia nel suo orecchio, l’altra in quella del ragazzo, che con il cuore a mille aveva fatto partire l’audio del discorso.
“Ora tu ne scrivi, vediamo se qualcuno si incazza… Così significa che questa storia è vera e abbiamo conferma. Se ne scrivi e nessuno fa niente, allora o è una gran balla di qualche attore di serie B e il nostro chicano ci ha presi in giro oppure… nessuno crede alle cazzate che scrivi e in quel caso ci hanno fregato.”
E iniziò a ridere. Io annuivo. Non promettevo, cercavo di capire. A farla, quella presunta lezione, sarebbe stato un vecchio boss italiano, davanti a un consesso di chicani, italiani, italoamericani, albanesi ed ex combattenti dei Kaibiles, i legionari guatemaltechi. Almeno questo diceva il ragazzo. Non informazioni, cifre e dettagli. Non qualcosa da imparare controvoglia. Entri in una stanza in un modo e ne esci in un altro. Hai gli stessi vestiti, hai lo stesso taglio di capelli, hai i peli della barba della stessa lunghezza. Non hai segni d’addestramento, tagli sulle arcate sopracciliari o naso rotto, non hai la testa lavata da sermoni. Entri, ed esci a prima vista uguale a come sei stato spinto dentro. Ma uguale solo fuori. Dentro è tutto diverso. Non ti hanno svelato la verità ultima, ma semplicemente messo al posto giusto un po’ di cose. Cose che prima di quel momento non avevi capito come utilizzare, che non avevi avuto il coraggio di aprire, sistemare, osservare.
Il poliziotto mi leggeva da un’agenda la trascrizione che si era fatto del discorso. Si erano riuniti in una stanza, non troppo lontano da dove siamo ora. Seduti a caso, senza nessun ordine, non a ferro di cavallo come nelle funzioni rituali di affiliazione. Seduti come si sta seduti nei circoli ricreativi dei paesi di provincia del Sud Italia o nei ristoranti di Arthur Avenue, a vedere una partita di calcio in tv. Ma in quella stanza non c’era nessuna partita di calcio e nessuna riunione tra amici, era tutta gente affiliata con gradi diversi alle organizzazioni criminali. Ad alzarsi fu il vecchio italiano. Sapevano che era uomo d’onore e che era venuto negli Stati Uniti dopo aver vissuto molto tempo in Canada. Iniziò a parlare senza presentarsi, non c’era motivo. Parlava una lingua spuria, italiano misto a inglese e spagnolo, a volte usava il dialetto. Avrei voluto sapere il suo nome e così provavo a chiederlo al poliziotto fingendo una curiosità momentanea e casuale. Il poliziotto non provava nemmeno a rispondermi. C’erano solo le parole del boss.
“U munnu de chiri ca cridanu de putì campà cu ra giustizia, con le leggi uguali pe tutti, cu na bona fatiga, la dignità, le strade pulite, le fimmine uguali agli uomini, è solo un mondo di finocchi che credono di poter prendere in giro se stessi. E anche chi gli gira attorno. Le cazzate sul mondo migliore lasciamole agli idioti. Gli idioti ricchi che si comprano questo lusso. Il lusso di credere al mondo felice, al mondo giusto. Ricchi col senso di colpa o con qualcosa da nascondere. Who rules just does it, and that’s it. Chi comanda lo fa e basta. Oppure può dire che invece comanda per il bene, per la giustizia, per la libertà. Ma queste sono cose da fimmine, lasciamole ai ricchi, agli idioti. Chi comanda, comanda. Punto e basta.”
Cercavo di chiedere com’era vestito, quanti anni avesse. Domande da sbirro, da cronista, da curioso, da ossessivo, che con quei dettagli crede di poter risalire alla tipologia di capo che pronuncia quel genere di discorsi. Il mio interlocutore mi ignorava e continuava. Io lo ascoltavo e setacciavo le parole come fossero sabbia per trovare la pepita, il nome. Ascoltavo quelle parole, ma cercando altro. Cercando indizi.
“Voleva spiegargli le regole, capisci?” mi disse il poliziotto. “Voleva che gli entrassero proprio dentro. Io sono sicuro che questo non ha mentito. Garantisco io che non è un cazzaro, il messicano. Giuro sull’anima mia per la sua, anche se nessuno mi crede.”
Ricacciò lo sguardo nell’agenda e continuò a leggere.
“Le regole dell’organizzazione sono le regole della vita. Le leggi dello Stato sono le regole di una parte che vuole fottere l’altra. E nui nun cci facimu futte e nessunu. Ci sta chi fa soldi senza rischi, e questi signori avranno sempre paura di chi invece i soldi li fa rischiando tutto. If you risk all, you have all, capito? Se pensi invece che ti devi salvare o che puoi farcela senza carcere, senza scappare, senza nasconderti, allora è meglio chiarire subito: non sei un uomo. E se non siete uomini, uscite subito da questa stanza e non ci sperate nemmeno, ca cchiu diventati uamini, mai e poi mai sarete uomini d’onore.”
Il poliziotto mi guardava. I suoi occhi erano due fessure, strizzati come per mettere a fuoco quello che ricordava benissimo. Aveva letto e ascoltato quella testimonianza decine di volte.
“Crees en el amor? El amor se acaba. Crees en tu corazón? El corazón se detiene. No? No amor y no corazón? Entonces crees en el coño? Ma pure la fica dopo un po’ si secca. Credi in tua moglie? Appena finisci i soldi ti dirà che la trascuri. Credi nei figli? Appena non gli dai danaro diranno che non li ami. Credi in tua madre? Se non le fai da balia dirà che sei un figlio ingrato. Escucha lo que digo: tienes que vivir. Si deve vivere per se stessi. È per se stessi che bisogna saper essere rispettati e poi rispettare. La famiglia. Rispettare chi vi serve e disprezzare chi non serve. Il rispetto lo conquista chi può darvi qualcosa, lo perde chi è inutile. Non siete rispettati forse da chi vuole qualcosa da voi? Da chi ha paura di voi? E quando non potete dare niente? Quando non avete più niente? Quando non servite più? Siete considerati como basura. Quando non potete dare nulla, non siete nulla.”
“Io,” mi diceva il poliziotto, “lì ho capito che il boss, l’italiano, era uno che contava, uno che conosceva la vita. Che la conosceva veramente. Quel discorso il messicano non può averlo registrato da solo. Il chicano è andato a scuola fino a sedici anni e a Barcellona l’hanno pescato in una bisca. E il calabrese di questo tizio come faceva a inventarselo un attore o un millantatore? Che se non era per la nonna di mia moglie non avrei capito nemmeno io queste parole.”
Discorsi di filosofia morale mafiosa ne avevo sentiti a decine nelle dichiarazioni dei pentiti, nelle intercettazioni. Ma questo aveva una caratteristica insolita, si presentava come un addestramento dell’anima. Era una critica della ragion pratica mafiosa. (altro…)

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

proSabato: Marguerite Duras, ‘Tra tutte le città’

proSabato: Marguerite Duras, Tra tutte le città

Tra tutte le città amo proprio quelle, quelle che assomigliano a Sarzana, a Marina di Carrara, a Aden e a certe città della Corsica, Bonifacio, Pontevecchio, Tolone anche, città senza alberi (anche Firenze, la cosa più sorprendente è che a Firenze non c’è un albero), città dalle piazze assolate, e che, da mezzogiorno alle tre, si svuotano, chiudono tutto, sono completamente morte. In genere queste città sono sporche, puzzano di cipolla, di sterco di cavallo, e dato che sono sul mare, di pesce. Le case sono vecchie, mal costruite, povere, piene di gente, negli ingressi e nei corridoi c’è odor di muffa, non ci sono giardini, sulla piazza c’è una fontana dalla quale esce un esile filo d’acqua. Rare le vetrine, che s’incastrano tra le finestre, e mettono in mostra pantofole, caramelle, cartoline, camici da lavoro. Tutto crolla in queste città, il fondo stradale è dissestato, lo spazzino dorme da l’una alle tre, e ce n’è uno solo perché il comune è povero, e nei canaletti di scolo galleggiano i rifiuti. Queste città sono spazzate dal vento di mare che si alza intorno alle tre di pomeriggio e allora sulle piazze deserte si levano nuvole di polvere, e la polvere di queste città è fine, salata, sa di urina, c n’è dappertutto, le siepi di bosso del giardino del parroco (le uniche piante della città) ne sono coperte, e i bambini ne hanno i piedi incipriati.
…..Quando a fine agosto piove, queste città profumano come nessun’altra, la polvere di cinque mesi d’estate, di marciumi di ogni sorta, si gonfia e emana i suoi sentori di carni bagnate. Non sono fatte per piacere, queste città, sono mercati dove vengono ad approvvigionarsi le campagne circostanti. Nei loro dintorni gironzolano venditori ambulanti, cinema itineranti. Queste città sono per me le più erotiche del mondo. Città d’ombra, di sole. Contrasto d’ombra. L’ombra è erotica.

.

© Marguerite Duras, in Quaderni di guerra e altri testi, trad. it. di Laura Frausin Guarino, Milano, Feltrinelli, 2008 [Cahiers de la guerre et autres textes, P.O.L. éditeur/Imec éditeur, 2006]

Il testo proposto viene dalla sezione Ricordi d’Italia del Quaderno beige. Tutti i quaderni del volume sono stati redatti dal 1943 al 1949.

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

L’America di Baudrillard: l’utopia degli esiliati

Baudrillard from The Telegraph – Getty Images

Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun’altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinei gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: quindi sottolinea la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mai sazia, questo rileva lo studioso.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda ancora il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea Baudrillard, ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice Baudrillard, il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

(altro…)

prosabato: Elena Gianini Belotti, da ‘Indipendenza e creatività’

prosabato: Elena Gianini Belotti, da Indipendenza e creatività

La creatività della maggior parte delle bambine, a sei anni, all’ingresso nella scuola elementare, è definitivamente spenta. Solo poche ne conservano qualche traccia, ma anche quelle dovranno superare lo scoglio della pubertà e l’incontro affettivo con l’altro sesso con il conseguente dilemma tra la realizzazione di sé come individuo e il piegarsi alle esplicite richieste di “femminilità” da parte maschile che le costringeranno a comprimere ulteriormente la loro personalità creativa. Le molteplici ragioni dell’assenza di creatività nelle bambine si possono riassumere in una sola: la dipendenza, cui le bambine sono costrette molto più dei maschi, dal tipo di educazione che subiscono e che è incompatibile con la creatività, che presume, invece, per conservarsi e per produrre, un’ampia dose di libertà.

La creatività – scrive Torrance – nella sua vera natura, è caratterizzata sia da una eccezionale sensibilità che dall’indipendenza?
Ora, nella cultura americana, ma anche nella nostra, la sensibilità è una qualità squisitamente “femminile” e l’indipendenza, al contrario, è considerata un tratto “maschile”; questa tipizzazione crea uno dei “blocchi” sociali più forti per lo sviluppo della creatività. Infatti, il ragazzo creativo appare troppo “sensibile” rispetto ai suoi compagni (e quindi effeminato) mentre le ragazze hanno interessi considerati tradizionalmente “maschili” (la scienza, la politica, ecc.) per cui spesso i soggetti inibiscono i loro processi “creativi” per salvaguardare la loro “mascolinità” o “femminilità.” Questo spiega anche in parte perché le donne sembrano essere meno creative dei ragazzi: più pesante è su di loro la pressione dei pregiudizi sociali. Ad esempio, una ragazza che si interessa di argomenti “scientifici” o di problemi politici, perde spesso parte della sua attrattiva nei confronti dei compagni e viene considerata “strana” dalle compagne. D’altronde tale interazione di accentuata sensibilità e di indipendenza (che arriva talvolta alla ribellione) è una costante di questi individui non solo a livello pre-adolescente e adolescente, ma anche adulto.

Se sensibilità e indipendenza, come sostiene Torrance, sono indispensabili al manifestarsi e al realizzarsi della creatività, per la maggior parte delle bambine diventa impossibile conservarla proprio perché il loro spontaneo slancio verso l’indipendenza, pari a quello dei maschi, viene stroncato sul nascere da un tipo di educazione, che ha come obiettivo principale proprio la dipendenza. Si aggiunga la spinta continua a stornare la propria attenzione dai problemi politici, intellettuali, sociali, artistici, ecc. per occuparsi di piccoli, insignificanti problemi contingenti, operazione che restringe automaticamente l’orizzonte culturale delle bambine. Per dar libero corso alla creatività è necessario poter accedere in maniera sufficientemente ampia al patrimonio della nostra cultura, occorre possedere l’indipendenza intellettuale, la libertà rispetto ai valori dati che permetta di criticarli, rifiutarli e di staccarsene per considerarne di nuovi: occorre essere forti.

I soggetti creativi presentano una spiccata autonomia di giudizio, una tendenza all’anticonformismo, un accentuato senso dell’umorismo, una grande varietà di interessi in campo artistico e scientifico, mentre sono privi di motivazioni “standard” verso il successo scolastico e professionale che è appunto ciò che gli altri si aspettano da loro.”

La dipendenza, al contrario, stabilisce legami molto forti con i valori culturali dell’ambiente sociale in cui si vive, l’accettazione incondizionata e acritica di questi, il desiderio di possedere al massimo grado le caratteristiche approvate dall’ambiente, di uniformarsi alle richieste altrui. Se l’attitudine alle scienze esatte è caratteristica, come rileva la Fattori, dell’intelligenza “maschile” e viene considerata indesiderabile nelle femmine, queste si vieteranno simili interessi per uniformarsi alle qualità accettate delle
coetanee più “femminili,” per non sentirsi escluse e rifiutate dal loro gruppo. Adler dice: “C’è un pregiudizio molto forte contro le bambine. Ad esse viene detto spesso che il sesso femminile non e dotato per la matematica.” Se proprio la sua passione per le scienze esatte non è divorante, la bambina non solo non tenterà di uguagliare i maschi, ma si allineerà docilmente al livello di incapacità delle sue coetanee. Soltanto poche, trascinate quasi loro malgrado dalla forza della loro intelligenza e passione, persevereranno nei loro interessi di “tipo maschile,” ma verranno sempre guardate con diffidenza e sospetto e invece di accettarle per il valore che hanno ci sarà sempre qualcuno pronto a metterle in ridicolo nel caso non abbiano conservato in tutto e per tutto la loro “femminilità.” Non verrà tributato loro il rispetto che si ha per gli individui geniali, saranno considerate anomale, donne che “hanno il cervello di un uomo” oppure “hanno i testicoli,” e si dirà che intelligenza e desiderio di autoaffermazione sono espressione della loro competitività nei confronti del maschio, e se non saranno belle si dirà anche che hanno potenziato la loro intelligenza per compensare la difficoltà di mietere successi con gli uomini.
Saranno le “invidiose del pene,” le “castratrici,” colpevoli dell’anomalia di essere più intelligenti di molti uomini che le detesteranno e le eviteranno in quanto colpevoli di non essere “oggetti.” Per una donna, e ancora di più per una bambina o per una adolescente, è molto facile essere messa in crisi dalle stolide critiche altrui, perché, come osserva Simone de Beauvoir:

per la giovanetta esiste un conflitto tra la sua condizione propriamente umana e la sua vocazione di donna [e, al contrario], al giovane è relativamente facile avviarsi nella vita perché in lui la vocazione di essere umano e il sesso cui appartiene non sono in conflitto, già l’infanzia prefigurava questo destino fortunato … A partire dalla pubertà la fanciulla perde terreno nei campo intellettuale e artistico … L’adolescente non trova intorno a sé gli incoraggiamenti che vanno ai suoi fratelli; al contrario si vuole che lei sia anche una donna ed è quindi costretta a unire il peso del lavoro professionale a quello che implica la sua femminilità … Ogni autoaffermazione diminuisce la femminilità e la possibilità di seduzione … La donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano, ma modellandosi secondo i loro sogni … Essere femminili significa mostrarsi impotenti, frivole, passive, docili?

Le citazioni sono tratte da E. Torrance, Guiding creative talent (Creatività e educazione, trad. it. di Marta Fattori, Bari, Laterza, 1968); Marta Fattori op. cit.; M. Adler, Il bambino difficile (Firenze, Casini, 1968); S. De Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il Saggiatore, 1961.

© da Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1973.

Pietro Grossi, Il Passaggio

Pietro Grossi, Il Passaggio, Feltrinelli, 2016, € 15,00, ebook € 3,99

di Martino Baldi

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Carlo vive a Londra, lavora in uno studio di architettura e ha una vita regolare e soddisfacente con la moglie Francesca e due figli gemelli. Da tredici anni ormai si tiene a distanza di sicurezza dal padre, figura strabordante e dominante con cui gli scontri erano arrivati a un livello impossibile da sopportare, e da sette anni ha abbandonato la sua passione per le barche, che lo aveva portato a vagabondare nei mari di mezzo mondo. Sembra ci sia un muro invalicabile tra il suo passato e il suo presente. Un giorno giunge però una telefonata inattesa: suo padre lo chiama per chiedere il suo aiuto in una missione che più avventurosa e rischiosa non si può: tornare a navigare con lui per aiutarlo a portare una barca che gli è stata affidata dalla Groenlandia al Canada, lungo la rotta del celebre Passaggio a Nord Ovest. Due sfide in una e chissà quante altre dentro le due principali: ritrovare il padre e ritrovare il mare.

Il passaggio è una storia marina e famigliare; un racconto pieno di acqua, di luce e di vento, di rabbia e di amore; una saggio di arte e avventura marinaresche; un romanzo di formazione a scoppio ritardato, come si addice forse perfettamente alla generazione dei quarantenni. Ed è soprattutto il libro che ci restituisce uno scrittore che dopo un libro ammiratissimo come Pugni, si era un po’ smarrito nei meandri di meccanismi narrativi meno convincenti (o, forse, vorrei tornarci prima o poi, autosabotanti) e che torna adesso con un romanzo semplice ma profondo, in equilibrio tra il realismo delle piccole sfumature, l’afflato dell’epopea e il vento di una grande visione etica della vita e delle relazioni di cui è intessuta.

E col vento in poppa sembra procedere anche la narrazione, una “narrazione a vela” si potrebbe dire, per la naturalezza con cui procede, senza farci sentire mai il rumore del motore, e anzi resa ariosa dalla pulizia stessa della pagina, con la rinuncia alle interpunzioni del discorso diretto, per esempio. Nessuna virgoletta, nessun trattino, nessun disse o rispose o esclamò. Tutto sembra accadere dentro il silenzio del vento e del mare, punteggiato casomai da un interessante fittissimo uso del lessico nautico che fa l’effetto dei rumori della barca, proprio quelli e non altri, nel piano del materiale sonoro che intesse l’intero racconto.

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ProSabato: Voltaire, Piccola digressione

PICCOLA DIGRESSIONE

voltaire-pot-pourriAgli inizi della fondazione dei “Quinze-Vingts”, si sa che erano tutti uguali, e che i loro affari si decidevano a maggioranza di voti. Distinguevano perfettamente al tatto la moneta di rame da quella d’argento; nessuno di loro scambiò mai del vino di Brie per del vino di Borgogna. Il loro odorato era più fine di quello dei loro vicini che avevano due occhi. Ragionarono perfettamente sui quattro sensi, cioè ne seppero tutto quanto ne è permesso saperne; e vissero tranquilli e fortunati quanto possono esserlo dei “Quinze-Vingts”. Disgraziatamente un loro professore pretese di avere nozioni chiare sul senso della vista; si fece ascoltare, intrigò, formò degli entusiasti; infine fu riconosciuto capo della comunità. Si mise a giudicare sovranamente dei colori e tutto fu perduto.
Questo primo dittatore dei “Quinze-Vingts” si creò dapprima un piccolo consiglio, con il quale si rese padrone di tutte le elemosine. In tal modo nessuno osò opporgli resistenza. Decise che tutti gli abiti dei “Quinze-Vingts” erano bianchi: i ciechi lo credettero; non parlavano che dei loro begli abiti bianchi, per quanto non ve ne fosse uno di quel colore. Tutti li presero in giro, essi andarono a lamentarsi dal dittatore, che li ricevette malissimo; li trattò da novatori, da spiriti forti, da ribelli, che si lasciavano sedurre dalle opinioni erronee di coloro che avevano occhi, e che osavano dubitare dell’infallibilità del loro signore. Questa lite formò due partiti.
Il dittatore per placarli emise un decreto per cui tutti i loro abiti erano rossi. Non vi era un solo abito rosso ai “Quinze-Vingts”. Li si prese in giro più che mai. Nuove lamentele da parte della comunità. Il dittatore andò su tutte le furie, gli altri ciechi anche: si combatté a lungo e la concordia venne ristabilita solo quando fu permesso a tutti i “Quinze-Vingts” di sospendere il giudizio sul colore dei loro abiti.
Un sordo, nel leggere questa storiella, riconobbe che i ciechi avevano avuto torto a giudicare i colori; ma rimase fermo nell’opinione che spettava solo ai sordi giudicare la musica.

Voltaire 1766

Nota:
L’ospizio parigino per ciechi di “Quinze-Vingts” (“Quindici-Venti”), collocato verso l’estremità del Louvre, era così chiamato perché poteva ospitare trecento persone

In: Voltaire, Pot-pourri. Traduzione e cura di Lorenzo Bianchi, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 87-88

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera

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Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera, Feltrinelli, 2015, € 13,00, ebook € 9,99

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di Irene Fontolan

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Cosa sei venuta a dirmi, Irina? Perché hai bussato qui? “Vorrei che mi aiutassi, se puoi, a prendere le parole metterle in fila ricomporre tutti i pezzi che sento frantumati e disperdersi in ogni angolo del corpo. Vorrei ricostruire i frammenti come si ripara un oggetto rotto, prendendolo in mano e portarlo fuori da me. Per tenerlo accanto, portarlo in tasca, metterlo in borsa ma intero, tutto intero. Pensi si possa farlo, scrivendo? (…) Sento che sarà facile, se riesco a raccontare ogni cosa.”

Le parole sono tante, diverse, da mettere a sedere o da far alzare in piedi quando il loro contenuto impone una riflessione. Sono parole, pensieri che intessono un racconto di fatti realmente accaduti nel quale una madre ha perso due figlie: Alessia e Livia, gemelle di sei anni, fatte sparire dal padre suicida. «Alessia e Livia non hanno sofferto, ma non le rivedrai mai più.», così Mathias aveva messo un punto perforante alla vita di quella che era la sua famiglia.

Irina non si arrende alla sorte impostale da quel marito psico-rigido che la faceva vivere secondo le “istruzioni per l’uso”. Irina torna indietro, si volta per conoscere il passato della sua famiglia. Un destino che sembra ripetersi senza perché. Lei che non sa come definirsi alla gente, lei che non sa rispondere quando le viene chiesto se ha figli.

Ci sono migliaia di persone ogni giorno che perdono un figlio. Incidenti malattie droghe guerre violenze follie. Ogni minuto. E allora mi domando, perché le nostre lingue hanno abolito la parola per dirlo? Sei vedova, se hai perso il marito. Sei orfana, se hai perso un genitore o entrambi. Ma io, noi cosa siamo? Dirai: che t’importa avere una parola. Importa. Perché avere un nome è avere un posto, una casa fatta di pensieri già pensati. Un luogo tiepido che porta traccia di migliaia, milioni di persone passate da lì prima di te. Ti fa sentire, nell’errore al tuo posto. Un posto doloroso e illuminante, un posto difficile ma previsto nella storia del mondo.

Irina cerca di colorare i ricordi pensando ai dettagli, alle sensazioni, alle consistenze delle sue figlie. Vorrebbe riuscire a dire a voce alta e senza lacrime cose che non tutti sono in grado di tenere in mano, perché bruciano.

Ho steso i miei sogni sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera perché cammini sui miei sogni.
(William B. Yeats)

Irina fonda Missing Children Switzerland cercando di arrivare laddove la giustizia svizzera non è riuscita con lei, cercando di non far spegnere i riflettori su tutti quei casi analoghi al suo ritenuti non più interessanti dopo del tempo trascorso e perso.

Da quel 30 gennaio 2011 non ha più saputo nulla di Alessia e Livia. Ma la sua vita deve andare avanti nonostante tutte le mancate risposte alle sue domande, nonostante la presenza dell’assenza delle sue figlie.

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Concita e Irina sarebbero felici se questo libro riuscisse a sostenere e a far camminare a lungo il lavoro prezioso di Missing Children Switzerland. www.missingchildren.ch

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© Irene Fontolan

 

Riletti per voi #13: Amos Oz, Tra amici

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Riletti per voi #13

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli, (2014 e precedenti edizioni), € 8,00, ebook € 5,99, trad. di Elena Loewenthal

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di Francesca Piovesan

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Mosche Yashar sognava di tanto in tanto il sorriso timido della sua compagna Carmela e le sue mani che suonavano al flauto canzoni tristi e strappacuore, ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi a lei, nemmeno con le parole e neanche quasi con lo sguardo. Lei sedeva due banchi davanti a lui, così lui poteva vedere di lontano il suo collo sottile quando si chinava sui quaderni e la morbida peluria sulla nuca. Una volta che Carmela stava fra la lampada e il muro e parlava con delle compagne, lui passando le aveva accarezzato l’ombra. Dopo questo fatto era rimasto sveglio per metà notte, senza riuscire a prendere sonno.

Tra amici, di Amos Oz. La vita in un kibbutz. Le regole da rispettare, il desiderio di alcuni di trasgredirle. La vita in comunità, il modello socialista da perseguire, il bene della collettività al di sopra del bene individuale.
Oz è una penna talmente delicata e raffinata che, in poche parole ben accostate fra loro, riesce a dare una panoramica generale della vita di una comunità israeliana in un kibbutz degli anni ’60. Otto racconti che raccontano la vita di un gruppo di persone. Le loro abitudini, sofferenze, i loro desideri taciuti o portati alle labbra di tutti.
Un giardiniere avvezzo alle brutte notizie, che si è disabituato al contatto umano. Due donne che riescono a trovare una complicità basata sul rispetto reciproco. Un padre che vede sfumare la giovinezza spensierata di una figlia. Un bambino sbeffeggiato dal gruppo, alla ricerca di un porto sicuro. L’amore di una vita che si arrende di fronte ad una notte di pioggia. Il mito del ricercare la fortuna altrove. Un padre lontano dagli occhi, ma mai dimenticato. Il progetto universale, qualcosa che unisca tutto il mondo. (altro…)

proSabato: Camilla Cederna, Ovviamente fetido

cederna poetarum

Ovviamente fetido

Tre sono gli avverbi che da qualche anno ricorrono con incredibile frequenza nelle conversazioni usuali, e l’adoperano indistintamente insegnanti, fotografi, commercialisti e madri di famiglia. Non avete notato come rimbalzano il “francamente”, spesso usato a sproposito, e l’altrettanto mal situato “ovviamente”? La terza locuzione avverbiale strausata è “in effetti”, al posto di infatti, effettivamente, in pratica. (altro…)