Fëdor Dostoevskij

Simone Consorti, “Otello, ti presento Ofelia”

Simone Consorti, Otello ti presento Ofelia, L’Erudita 2018

Il mondo che si manifesta nelle dieci ‘epifanie’ di Otello ti presento Ofelia e altre storie di disamore è un mondo nel quale gli “umiliati e offesi” hanno gli occhi grandi – verdi nocciola neri o cerulei, più raramente «un po’ falsi, come cieli di lapislazzuli» e non riescono a sottrarsi, neppure nel momento della più avvilente sconfitta, della più scottante esclusione, all’insopprimibile tendenza a cogliere il dettaglio straniante e rivelatore, «lucido e delirante» nell’universo della distorsione, della dismissione, del «disamore», del «disincanto» (nel sottotitolo leggiamo infatti: Confessioni di disamore tra crudeltà e disincanto). È, questa tendenza, indice di una non comune facoltà di percepire, nel distacco e nella distanza, una prospettiva diversa e divergente, sicuramente improntata all’ironia del capovolgimento. Senza ombra di dubbio – e questa mia affermazione intende additare a chi legge un filo rosso a partire dal quale scoprire e ri-scoprire tutta la scrittura, anche quella poetica, di Simone Consorti – ci troviamo dinanzi al tratto fondamentale dello stile, e dunque dello sguardo, dell’autore.
Il titolo del volume, Otello ti presento Ofelia,  è lo stesso del primo dei dieci racconti che lo compongono e ne scopre un’ulteriore caratteristica, vale a dire il gioco con pedine di svariata provenienza: oltre a quella delle esistenze dis-ancorate, quella dei personaggi letterari che, al contrario, sono ben ancorati nella coscienza sia di chi scrive, sia di chi legge, così come quella dell’immaginario e delle immagini-opere d’arte figurativa che scaturiscono da testi noti, per non parlare delle vere e proprie citazioni e del loro abile rimescolamento.
E qui si avvicendano e intrecciano le mani in una fortemente arguta e lievemente malinconica ronde William Shakespeare e John Everett Millais (l’autore pre-raffaelita del dipinto Ophelia), Fëdor Dostoevskij e Cesare Pavese, Giovanni Pascoli del X agosto e la sapida sintesi postbellica su reduci e nuove precarie esistenze dei Racconti umoristici e satirici di Heinrich Böll, i Racconti neri di Maupassant e le Novelle (ma anche i Quaderni di Serafino Gubbio operatore) di Pirandello, i modi di dire e i calembourMamma non mamma – con i drammi cocenti e attualissimi degli “orfani bianchi” (e dei bambini che da quella condizione vogliono fuggire). (altro…)

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo

 

Mauro Ceccaranelli, Il mondo tutto tondo. Edizioni La Gru 2018

Opera tutt’altro che ingenua e impacciata, Il mondo tutto tondo di Mauro Ceccaranelli trasmette a chi legge l’impressione – confortata da riletture e ritorni su singoli passaggi – di una prosa ricca, che corre consapevolmente il rischio del sovrabbondare.
A leggere bene, in una prospettiva che è quella che non mi stanco mai di caldeggiare, vale a dire la prospettiva di una lettura trasversale a generi, stili e culture, pur nella consapevolezza dei caratteri peculiari di ogni singolo fattore in gioco, in tale prospettiva a ‘cavalcioni dei confini’, occorrerebbe ricorrere al verbo “travalicare” piuttosto che al verbo “sovrabbondare”.
Trovo fecondo e confortante constatare che, in un panorama generale di gridolini di approvazione lanciati all’indirizzo di un minimalismo non di rado sciatto, Mauro Ceccaranelli, esordiente ma non ignaro di impalcature e ibridazioni, scelga un percorso che lo avvicina ai grandi, più noti e meno noti, del massimalismo italiano: e dunque farò i nomi, seguendo l’esempio di Sonia Caporossi nei suoi saggi di critica letteraria pubblicati nel volume Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, menzionando le “quattro emanazioni” del massimalismo italiano: Carlo Emilio Gadda, peraltro esplicitamente menzionato da Mauro Ceccaranelli nella prefazione al romanzo, Guido Morselli, Giorgio Manganelli e Paolo Volponi.
La prosa che contraddistingue Il mondo tutto tondo attraversa stili e generi, non teme di mostrarsi carica di immagini, perfino sotto il pungolo di una espressività visionaria. Per quanto riguarda il romanesco, esso appare con un preciso timbro letterario: più che spronato da intenti mimetici o realistici, il romanesco che fin dal Prologo o del delitto,  fa la sua apparizione in inserti da “discorso vissuto”, è un romanesco che si distingue per gli espliciti richiami – chiariti anch’essi, preventivamente, nella prefazione – a Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Pasolini di Racconti romani, e dunque a un romanesco adottato per fini narrativi da due scrittori provenienti dall’Italia settentrionale. Dei due autori menzionati nella prefazione, sembra tuttavia che altre caratteristiche abbiano esercitato influssi significativi: del lombardo, il plurilinguismo creativo, tra neobarocco ed espressionista, che trionfa, ad esempio nell’opera La cognizione del dolore, del friulano la lucida desolazione del regista di Mamma Roma. (altro…)

Anatomia dei Kleinkief: un’intervista a Thomas Zane

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Forse certe cose belle si comprendono con l’età e con un certo tipo di allenamento che chiamerei ‘training di consapevolezza’; ognuno compie il proprio, e il mio è contrassegnato dal ‘reverse’, che è anche la funzione di un pedale delay molto usato (ad esempio dai chitarristi) per ‘capovolgere’ il senso di ciò che si è suonato. Questa mia non è una captatio benevolentiae ma vuole essere una sincera dichiarazione di ‘ritardo’ (mi auguro proficua per voi lettori) che, da un lato giustifica il motivo di ciò che andiamo a leggere e dall’altro traccia delle linee guida. Oggi infatti ospitiamo su Poetarum un’intervista a Thomas Zane, voce, chitarra e autore dei KLEINKIEF, band che ha fatto la storia della musica underground in Veneto e non solo negli ultimi vent’anni e che ha pubblicato il quarto disco, gli infranti, a giugno 2013 per l’etichetta trevigiana Fosbury Records dopo undici anni da D’amortelocanto (2002). Otto tracce per un disco pop ben costruito sin dall’artwork di Matteo Scorsini che, con il suo ‘neoumanesimo’, ha dato un’impronta delicata ma pregnante alla copertina [la vedete qui sotto, n.d.r.]; la forma si annuncia sostanza, ed è proprio il caso di affermare che il gioco di immagini con cui il disco si mostra ha risvegliato, in me, rimandi e stratificazioni di senso molteplici, curiosità, che mi hanno portano a voler entrare (bussando!) nel laboratorio della band, utilizzando un mio personale taglio di lettura del loro lavoro maggiormente basato sulla scrittura. Il pop dei KLEINKIEF è un pop ‘colto’, di oggi: mi sento di dirlo senza che questa possa sembrare una rigida etichetta e mi auguro che questo aggettivo non appesantisca né snaturi l’anima della loro musica, prima fortemente noise nei primi lavori autoprodotti, Il sesso degli angeli del 1997, e Colori Dolciumi Fotocopie del 1999, poi diventata altro ossia quella che ascoltiamo oggi e che a me ha ricordato (vagamente) certo decadentismo baustelliano delle origini, forse più per i testi che per la musica in sé (ad esempio con qualche riferimento a La moda del lento, album dei Baustelle del 2003). Allora, spinta da una vorace curiosità ringrazio Thomas per la generosa partecipazione e anche Marco Annicchiarico di Poetarum per lo scambio di idee che mi ha condotta a questa intervista.

© Alessandra Trevisan

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1. Ciao Thomas e benvenuto, benvenuti! Parliamo un po’ di ‘letterarietà’ e scrittura se ti va. Il vostro lavoro è sempre stato costellato di personaggi letterari, sin dal vostro nome, che è l’unione di ‘Klein’ (dal romanzo Klein e Wagner di Herman Hesse) e di ‘Kief’ (che vuol dire pace dei sensi ed è tratto da dal racconto Il poema dell’hashish di Baudelaire), poi nei titoli di alcune delle vostre canzoni: Dostoevskij, doriansong, Margherita e il maestro; anche la poesia diventa canzone, e mi viene in mente Marghera Strasse di Ferruccio Brugnaro, nel secondo disco, anche titolo di uno spettacolo teatrale per il quale avete costruito le musiche dieci anni fa e più. Ci spieghi come la letteratura entra nelle vostre canzoni, quali sono le fonti maggiori d’ispirazione da quel magma?

Cara Alessandra, caro Marco, vi ringrazio dell’invito rivoltoci e delle belle parole usate per introdurci. In effetti la letteratura è passata e passa spesso nei nostri testi, ma ci tengo a dire che io che sono l’autore principale, non sono colto, non ho studi classici alle spalle e i libri sono entrati nella mia vita piuttosto tardi. Diciamo che poi ho recuperato e ne sono stato inesorabilmente travolto. Per un decennio ho letto praticamente per tutto il tempo, al lavoro, a pranzo, in bagno, mentre camminavo, durante la notte. Naturalmente ciò ha plasmato la mia realtà, che probabilmente, all’epoca, era poca cosa, o perlomeno inconsapevolmente mediocre. Passavo attraverso mille cose, i russi, i beat, Miller, Asimov, Huxley, Sartre, senza un minimo di prospettiva, senza difese, pugni in faccia, un ignorante incline al vaneggio con in mano cose più grandi di lui.

2. Ascoltandovi spesso mi son sentita oscillare tra due poli, la realtà e il sogno; molte delle vostre canzoni contengono una pregnanza di immagini oniriche, quasi come fossero trascrizioni di sogni, forse perché le metafore sono tante. È probabilmente una mia interpretazione ma ci vuoi dire come nascono i brani? Inoltre, tu ti firmi autore nell’ultimo disco e allora vorrei capire chi sono ‘l’io’ e ‘il tu’ a cui pensi quando scrivi e se questi io-tu son mutati nel corso degli anni, dunque com’è cambiata la vostra idea di autorialità.

Non sono un autore molto prolifico scrivo poche canzoni e di quelle poche solitamente mi innamoro, ci lavoro costantemente per trovargli l’abito adatto. La cosa migliore che mi possa capitare è che la canzone nasca da sé, mentre suonicchio con la testa tra le nuvole, o nel fango, purtroppo succede di rado, ma ho imparato ad accontentarmi e quando accade, la lascio così come è venuta senza cambiar nulla, costi quel che costi, adoro sentirne la genuinità, anche quando mi mette troppo a nudo. Ma nella maggior parte dei casi le mie canzoni sono un gioco, sono la mia fuga dalla realtà, dove posso dire tutto, immaginarmi qualsiasi cosa. Con il tempo mi sono costruito il mio dogma, imposto dei limiti, nei dischi passati ho spesso usato immagini e parole con troppa irruenza e scarsa umiltà. Per l’ultimo, “gli infranti” come stimolo, ho provato il gioco opposto, cercando ovviamente di stare lontano dal banale, ed è stato molto più complicato di quanto pensassi.

3. Il titolo dell’ultimo album richiama, a mio avviso, due immagini: la prima è quella delle onde del mare, la seconda è uditiva; questo è, come dire, il piano di lettura ‘sensibile’ del titolo. Pensandoci bene però, mi è venuto in mente che ogni generazione ha avuto i suoi protagonisti -anti o -enti: per Moravia erano Gli indifferenti nel 1929, per Francesco Maselli Gli Sbandati nel ’55, per Michele Serra sono Gli sdraiati nel 2013. Dove ci trascina e cosa rappresenta gli infranti e chi sono?

La domanda è molto affascinante ma francamente fatico a vedere specchiato ne “gli infranti” il protagonista della mia generazione, forse forse il non-protagonista. Più semplicemente “Gli infranti” è una dedica ai vecchi elementi della band. Infranti erano un gruppo padovano attivo nei primi ’90 di cui eravamo devoti ammiratori e si chiamava gli infranti l’ultima canzone che facemmo insieme prima di mollare tutto ormai 15 anni fa. Ahimè è tutto qui

4. Il secondo album è fortemente legato al territorio in cui è nato (oltre al brano Marghera Strasse, mi ricordo Indastria); i successivi invece forse prendono le distanze, aprendo a una prospettiva più globale. Una cosa che mi piace chiedere sempre a chi incontro è: cosa significa ‘fare musica’ in provincia e come vedi la scena musicale veneta odierna, tu che ci sei cresciuto dentro?

Più che della scena veneta ti posso dire la mia su quanto vedo qui, qui vicino, ahimè negli ultimi anni non ho potuto toccare con mano con sufficiente attenzione quanto accadeva, la mia famiglia è cresciuta e il tempo a disposizione è quello che è. Ad ogni modo posso dirti che qui intorno le cose sono piuttosto frizzanti, ci sono gruppi coraggiosi, progetti particolari e piccole etichette piuttosto laboriose, credo si resista bene all’inquietante caduta verso il basso che anche la musica “non-mainstream” sta subendo! Ci sono pochi gruppi e personalità forti, ma ci sono e spero riescano a continuare ad evolversi, che non vuol necessariamente dire incidere per una major, o suonare prima dei Pink Floyd, vuol dire far qualcosa di particolare, di autentico, di sentito! Io ormai compro solo questi dischi, le cose grandi, vaffanculo, le scarico se proprio le voglio ascoltare!

5. E quindi, come mi ricorda Marco Annicchiarico, la Fosbury è un’etichetta che negli anni zero è stata capace di rilanciare un gruppo della scena rock del Nordest come i Cod di Emanuele Lapiana (ora N.A.N.O.). La vostra prima comparsa con questa label è avvenuta con L’anarcosentimentale per la compilation #Fosbury10 nel 2012, con la quale hanno festeggiato i loro 10 anni di attività. Vi conoscevate già? Com’è nato l’incontro?

Con i ragazzi di Fosbury ci conoscevamo, quando hanno saputo che avevamo ricominciato a suonare ci han chiesto se volevamo partecipare alla loro compilation, e poi, visto che stavamo per entrare in studio, se ci andava di uscire per loro. È stato piacevolissimo lavorar con loro, con la grande tranquillità necessaria ai Kleinkief, con la passione da sempre marchio di fabbrica dell’etichetta trevigiana. Purtroppo come probabilmente avrai saputo la Fosbury chiude i battenti, per fortuna senza patemi, anzi, con la consapevolezza di aver svolto in piu’ di dieci anni di attività un lavoro importante a supporto della musica “piccola”! [questa notizia mi è stata data dagli stessi Kleinkief di persona, la scorsa settimana, n.d.r.]

6. La formazione attuale vi vede in sei sul palco. Avete mantenuto le due chitarre delle origini e una la suoni tu, però oltre al basso e alla batteria c’è il rhodes di Claudio Favretto. Cosa comporta arrangiare per sei e quale direzione sta prendendo il vostro suono?

Suonare con la attuale formazione per me è talmente entusiasmante che ancor oggi, dopo migliaia di prove, non vedo l’ora di andare in sala prove e vedere cosa succede. Ma non è solo il fatto di essere in tanti, è soprattutto l’alchimia che si è formata, ancor più ultimamente, dopo l’arrivo di Erik [Erik Ursich, anche bassista della band Grimoon, n.d.r.], ad essere stuzzicante, è un po’ come se avessimo trovato una specie di parola magica che ci permette, quando prendiamo in mano gli strumenti, di partire all’impazzata, di vaneggiare senza remore, di ritornare bambini, di farci schizzare le orbite, per poi tornare, senza difficoltà a rimetterci in macchina e tornare a casa. È per me un periodo felicissimo, la band è affiatata e suoniamo con una naturalezza che non avevamo da tempo! Essere in 6 è elettrizzante, è stimolante, può succedere di tutto, anche perché più della metà di noi 6 è pazza, non solo musicalmente parlando…

7. Vuoi parlarci dei vostri progetti per il futuro e dei prossimi live?

Dal vivo, dopo la data di venerdì scorso a Venezia con voi UnkNwn [la giovane band in cui suono ha avuto il piacere di condividere il palco con i Kleinkief due volte già, n.d.r.] e quella di venerdì prossimo all’Altroquando [che dal 1991 porta in Veneto tutto il rock indipendente italiano, e lo fa in una piccola osteria di provincia, a Zero Branco (TV)] con i Verbal, non abbiamo altre date fissate; so che il 30 Maggio si saluta la Fosbury a Galliera Veneta e magari sarem lì. Ad ogni modo l’epopea kleinkieffiana continua, non vedo l’ora sia il 25 per suonar dal vivo, ma non vedo anche l’ora sia mercoledì, un qualsiasi mercoledì, per provare in saletta, con i miei compagni! Questo per me è la miglior prerogativa per un futuro roseo e gratificante, ricco e bizzarro, con Samu, Nico, Claudio, Fabio ed Erik mi sento come fossi nella band più fica che c’è e penso che prima o poi faremo scoppiare un botto che si sentirà fino ad Alfacentauri!!!!! Yo!

[Youtube http://www.youtube.com/watch?v=HVTmNpJbtz8%5D

I Kleinkief sono nati nel 1995; nel ’96 registrano il loro primo brano S’klero per la compilation Stop stereotipi, mentre ne ’97 vincono il concorso Q13 a Mestre e iniziano a registrare il loro primo disco, Il sesso degli angeli, autoprodotto e distribuito da Srazz Record. Nel ’98 partecipano a No playback a L’Aquila vincendo il premio come ‘miglior autore’, e a Ritmi Globali classificandosi primi; nello stesso periodo scrivono le musiche per lo spettacolo teatrale Marghera Strasse per la regia di Ulderico Manani. Il secondo disco, registrato in una casera delle Dolomiti bellunesi in mezzo al nulla, esce nel ’99 e si intitola Colori Dolciumi Fotocopie (Dischi Woland); qui la band cerca e trova un suono viscerale e isterico, e il video di Woland di Massimiliano Corò – pezzo tratto dall’album –, si aggiudica il premio miglior regia al MEI di Faenza. Quindi, dopo un lungo tour e allargamento della formazione [ricordiamo che inizialmente nel gruppo ci sono anche Elena Vianello (in foto qui sotto), e Gianluca Casabianca, n.d.r.] cominciano a pensare ad un suono nuovo, fatto da vecchi synth e dall’eliminazione delle distorsioni: si tratta di un esperimento che li porta a incontrare godevoli stimoli e a spostarsi da quel rock tipicamente noise esplorato in precedenza. Nel 2002 esce D’amortelocanto, il terzo album per Srazz Records, che esprime una visione personale del pop: si tratta di un disco surreale e onirico, iperprodotto e deviato, con orchestrazioni impossibili, movimenti senza apparente filo conduttore e voci che incontrollabili vagano qua e là, che ottiene un’ottima risposta dalla critica ma la band, da lì a poco, si smembra. Dopo una decina d’anni di silenzio e in tempi recenti, i Kleinkief sono ritornati sul palco con organico, canzoni e suono rinnovati; il gruppo è formato infatti da Samuele Giuponi, batteria, Thomas Zane, chitarra e voce, Nicolò De Giosa, chitarra, Claudio Favretto, rodhes, e Fabio Barlese, chitarra, Erik Ursich, basso. Nel 2012 hanno partecipato con il pezzo L’anarcosentimentale alla compilation che festeggia il decennale della Fosbury Record e, proprio per l’etichetta trevigiana, è uscito a giugno 2013 il loro quarto lavoro Gli infranti, ancora un disco bizzarro che è stato definito in questi termini: “il sound appare abbondantemente riveduto e corretto, con un parziale ritorno alle origini ma con un’inedita freschezza pop mai banale – accantonati estremismi noise, deliri no wave e divagazioni onirico-surreali – e una inalterata attitudine alla sperimentazione di nuove e insolite soluzioni sonoro-melodiche e come sempre al di fuori di mode e tendenze, dentro un percorso di ricerca del tutto personale.” (Marco Salanitri, Outsidermusic).

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***Le immagini utilizzate, in ordine, sono di proprietà di Francesco Burlando (prima e terza, fatte l’11 aprile @ Laboratorio Morion a Venezia) e Matteo Scorsini (la copertina di gli infranti). Li ringraziamo.***

Progetto Dostoevskij

Illustrazione di Riccardo Amabili

Illustrazione di Riccardo Amabili

Il Progetto Dostoevskij nasce nel 2008, sul lago di Garda. «Prendo una vecchia copia dei Racconti di Dostoevskij che un amico regalò a mio nonno», ricorda Enoch Marrella, ideatore del progetto. «Due racconti, in particolare, mi colpiscono: sono due racconti completamente diversi, eppure mi accorgo che, in qualche modo, si guardano». Uno è Le notti bianche, il più celebre racconto dell’autore russo, breve opera sul sogno e sull’amore, sull’incontro di un’anima con un’altra che la accende, la spalanca e la abbandona. L’altro è Cuore debole, un racconto cosiddetto “minore”, apparentemente la storia à la Kafka (e ben prima di Kafka) del crollo psichico di un impiegato attanagliato dal bisogno di dimostrarsi all’altezza di una situazione che nessuno, se non lui stesso, gli impone, nel momento in cui un inaspettato regalo di felicità – l’amore – arriva a visitarlo.

Da questa doppia lettura nascerà un progetto teso a creare nuovi linguaggi e nuove mappature con cui esplorare l’opera di Dostoevskij, con la collaborazione di attori, musicisti, illustratori e la consulenza del professor Stefano Aloe, docente di slavistica presso l’università di Verona.

Sofia Pulvirenti e Enoch Marrella in Nottibianche

Sofia Pulvirenti e Enoch Marrella in Nottibianche; fotografia di Anna Faragona

Se qualsiasi parola riguardo Le notti bianche è di troppo, è il caso forse di rinfrescare qui la trama del meno conosciuto Cuore debole. È la storia di due amici, colleghi e coinquilini – Vassija e Arkadi – che, pur legatissimi, non potrebbero essere più diversi per temperamento: “cuore debole” il primo, imprigionato in un complesso di inferiorità che sfocia nel terrore di deludere chi gli concede la minima fiducia, “cuore solido”, semplice, il secondo, spirito pratico e affezionato che assiste al progressivo collasso dell’amico con una vicinanza che diventa spesso ricatto morale. E l’evento traumatico che farà esplodere gli equilibri non sarà luttuoso, ma sarà proprio quella prospettiva di felicità (un amore realizzabile, una sicurezza economica) che Vassija non riesce a concepire di meritare.

A ben guardare, quindi, il tema che abbraccia le due opere è unico: la gioia che illumina d’improvviso un’esistenza e al tempo stesso la folgora, fino a rivelarsi insopportabile a chi, per indole e sensibilità, si lascia divorare dalla sua potenza. La marchiatura a fuoco che la vita imprime sui due personaggi – il Sognatore delle Notti bianche, Vassija di Cuore debole – porterà l’uno a vivere per sempre del riverbero di un solo istante, l’altro alla follia; ma la matrice del marchio è la stessa: l’ipotesi, intravista e insopportabile, di una vita da spendere con completezza, al pieno della propria umanità.

Il Progetto rintraccia questo tema e lo sviluppa, con un ragionamento sui testi di traduzione intersemiotica in più direzioni. Una formazione più tarda di questa raggiera, ma preziosissima per lasciarsi accompagnare dal testo alla messa in scena, è il fumetto di Cuoredebole a opera di Riccardo Amabili, dove spazi, scena, posture dei disegni sono in continuo dialogo con il lavoro degli attori, arrivando spesso a suggerire e precisare loro un legame sempre più intenso con il testo di partenza.

Per quanto riguarda la “traduzione drammaturgica”, è stato necessario, ovviamente, abbattere il più possibile la narrazione, inserirla (soprattutto nel caso di Nottibianche) in monologhi, scandire le tappe delle vicende in momenti riconducibili a diverse scene: più semplice con Le notti bianche, per la sua scansione originaria e per la grande tradizione con cui confrontarsi; del tutto libero e nuovo, al contrario, il lavoro svolto su Cuore debole. A partire dal tono, dal registro: la traduzione di Giovanni Faccioli (Rizzoli 1957), privilegiata nella fase di adattamento alle scene, ha suggerito una nuova sfumatura del testo, un andamento più dinamico che è stato amplificato dal lavoro degli attori: i due personaggi ruzzolano, si cercano fisicamente con un’intimità assieme fraterna e matrimoniale, mentre la tenerezza stride con il senso di oppressione dovuto al cortocircuito tra le loro mentalità.

Enoch Marrella e Edoardo Ripani in Cuoredebole

Enoch Marrella e Edoardo Ripani in Cuoredebole; fotografia di Giovanni Antelmo

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Vasilij V. Kandinskij, Several Circles, 1926

Così i due lavori, racchiusi sotto un’unica ala tematica, si traducono in due esperienze completamente differenti: costumi classici, ambientazioni sfumate, atmosfere alla Chagall e geometrie mutuate da Kandiskij, musiche per pianoforte e quintetto d’archi per Notti bianche; mentre per Cuore debole lo studio è stato condotto su Malevič: i quadrati che imprigionano i personaggi si richiamano e si moltiplicano, una scala sembra essere l’unica via di fuga da un perimetro sempre più popolato di ossessioni, e i momenti sono scanditi dalle più disparate musiche – da Beethoven a Szymanowski a Simon&Garfunkel – rielaborate in chiave sintetica.

Cuoredebole è spettacolo finalista nella rassegna Salviamo i Talenti – Premio Attilio Corsini al Teatro Vittoria e  vincitore del “1° Concorso Teatro Made in Marche – Tommaso Paolucci”.

Per chi volesse assistere ai due spettacoli, Cuoredebole e Nottibianche saranno uniti in un’unica rappresentazione che andrà in scena dal 18 al 23 Marzo 2014 al Teatro Dei Conciatori di Roma.

© Giovanna Amato

Enoch Marrella in Cuoredebole

Enoch Marrella in Cuoredebole

Crediti

Nottibianche – di E. Marrella, da F. Dostoevskij – Con Enoch Marrella e Ludovica Apollonj Ghetti – Regia e drammaturgia di Enoch Marrella – Scena di Selena Garau – Musica di Maurizio Blanco eseguita da Archimisti – Sound design di Angela Bruni – Disegno luci di Astrid Jatosti –  Costumi di Stefania Ponselè – Illustrazioni di Matteo Perazzoli.

Cuoredebole – di E. Marrella, da F. Dostoevskij – Con Enoch Marrella e Edoardo Ripani – Regia e drammaturgia di Enoch Marrella – Scena di Selena Garau – Musica di Angela Bruni – Disegno luci di Astrid Jatosti – Costumi di Stefania Ponselè – Illustrazioni di Riccardo Amabili.

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Edward Hopper, Nighthawks (1942)

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Caro Rhédi,

se c’è una cosa che ho imparato durante i miei innumerevoli viaggi, è che gli studenti di filosofia si combattono lasciandoli parlare. Quello che ho incontrato stavolta sul treno mi raccontava di uno strano concetto che da qualche anno sembra andare molto di moda in Occidente: il “non luogo”. Cos’è un non luogo? Se ho capito bene, potrebbe essere ad esempio quello in cui mi trovo adesso, un anonimo bar notturno davanti al porto di Livorno, dove aspetto la mia nave che partirà all’alba.

Il non luogo è un posto che trovi ovunque e che rimane sostanzialmente uguale in ogni sua occorrenza, è uno spazio da cui si passa senza fermarsi, in cui sai già cosa aspettarti, e non chiedi nulla di più. Il mio studente si domandava se questo dovesse rassicurarci o angosciarci, ma in realtà si lasciava sfuggire una conseguenza logica ancora più vertiginosa, e cioè questa: ogni gesto che si compie in un non luogo, dal più grave al più insignificante, è in realtà una non azione, qualcosa che avviene senza però avvenire, un atto mancato pur essendo accaduto. Ecco la terribile giurisdizione del non luogo, una non legge che governa in un non spazio.

Sono le quattro di notte, nel bar siamo soltanto io e l’anziano barista. Potrei aspettare che mi dia le spalle, e andare da lui con i passi felpati di una tigre ircana, stringendo tra le mani un laccio teso. Servirebbe un primo gesto deciso per cingergli il collo, poi durante una breve lotta ascolterei i suoi versi strozzati, immaginerei senza vederli gli occhi esorbitanti, guarderei cambiare in porpora il colore delle orecchie, infine sentirei una specie di “crack” sommerso e il tonfo del corpo sul pavimento. Così me ne andrei e niente sarebbe stato, riassorbito nel non rumore di questo non luogo.

Ecco, il momento sembra propizio. Il vecchio è girato da qualche secondo, armeggia convulsamente davanti all’apparecchio del caffè. Mi alzo senza sbattere la sedia, respiro con lentezza, allontano i pensieri, gli sono vicino, ancora pochi passi e… fuori! Adesso ho di nuovo davanti a me il mare e la notte, e il vento sulla faccia. Capito, Rhédi? Sono uscito senza pagare la mia consumazione, un succo di frutta, e un pessimo caffè italiano. Tutto è come se non fosse mai stato in quel non luogo dove nulla avviene. Una notte sono scappato senza pagare da un bar uguale a mille altri, e lo sapremo soltanto io, tu, e un vecchio barista vivo per miracolo.

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@Andrea Accardi