Federico Federici

Federico Federici, Parabellum

Federico Federici, Parabellum, Nervi edizioni, 2017; € 22,00

 

Gli ho detto: «è dura
lotta, lascia pure
la speranza, entra tu
nel vivo della guerra
e al segnale spara.

Infittire i colpi conta,
non mirare, non importa
a chi far fuoco, ma sparare
e così togliersi di dosso
la paura di morire.»

Archivnummer: i.a, Vorwort

 

*
Finiva all’improvviso la città
in una riga nera ad est dei suoi
confini illuminati a fuoco dai
mortai. I grilli nell’oscurità

di dieci casolari neri
frinivano tra quegli schianti,
le bocche nere dei soldati
si richiamavano agli spari.

I vivi, a furia di sparare
colpi in aria, avevano
afferrato i morti.

I colpi, a furia di scavare
buche in terra, avevano
sepolto i vivi.

Archivnummer: ii.a

 

*
Un soldato dà il segnale d’alt,
spara una volta sola a salve.
Le finestre sbattono di colpo.
Una mitragliata squarcia l’aria.
Altre, brevi e secche,
sbriciolano il muro. La carcassa
della casa sputa stracci crivellati.
L’allegria d’assalto mette smania
di conquista: si vendemmia
sangue, si dà fuoco in corsa
alle baracche, si calpesta ferro,
sasso, corpo, si fa scempio
d’ogni viso livido insepolto.
Gli occhi duri sulla morte
altrui, infuocati, nella propria
sono fiori chini, chiodi
conficcati.

Archivnummer: iv.b

 

*
Quanti se ne sono andati
dove mi dirigo anch’io,
tanti che non si direbbe dove
li han portati, a passi lunghi
dentro fumi e campi,
non lasciando a caso niente,
neanche il sangue sulle pietre,
né le tracce calpestate
dalle impronte dei soldati,
non un’ombra sui lenzuoli,
solo sporco di trincea,
polvere degli scomparsi.

Archivnummer: vi.b

 

© Federico Federici

Un estratto da “L’abitante” – di Domenico Lombardini

di Domenico Lombardini

lombardini jpeg

Paolo Traverso, sezione_1, L’impostore

Qualcosa come abitare sarebbe essere


per questo non si è, se non intermittenti
epifanie di coscienza costeggiando
quel nulla da cui siamo avvinti e repulsi;

per questo non si è, se non esseri desideranti
e disperanti lungo rive di abisso,
disperando e sospirando di piombarvi;

per questo non si è, se non abitanti
graditi e bistrattati
di una casa familiare e straniera.

 

Allora è come se io stessi non dico dinanzi alla mia casa,
ma dinanzi a me stesso mentre dormo,
è come se avessi la fortuna di poter dormire
profondamente e al tempo stesso
osservarmi scrupolosamente.

 

Nevrosi della casa


tutto è stato fatto
per entrare in una casa. per poi
allontanarsi dopo, rinfacciandole
dolori e sconfitte.
fossili dovremmo essere, sentirsi
giusti tra quattro mura per apparire
confortevolmente qualcuno.
di questo si è abitati, dall’idea
di un individuo,
dal fascino di un’individualità giusta,
ancorata a una realtà, a una promessa.

Femminilità


avere un’anima e non saperlo,
e desiderare un corpo senza.
e quel corpo si vuole curare,
confrontando il tuo e quello
con una mano sul ventre di lui
e saggiando delle fibre
resistenza e arrendevolezza.
accorgersi dell’incommensurabilità
tra il suo e il tuo amore,
di quella separatezza.
e un dolore ti sorprende
e il piacere fa lo stesso:
mentre lui non c’è,
tu ci sei, e l’osservi
sbigottita amare un corpo.

*


il pulviscolo allineato sulla riga di luce
filtrata dalla finestra socchiusa.
minutissime le particelle,
la stessa sostanza dell’aria
che la gloria del sole mostra, come un’epifania.
è un continuo albeggiare,
essere una di quelle particelle
il cui piccolo contributo di luce
rende conto del riverbero di tutte:
una luce dentro la Luce.
è come stare fuori e dentro,
essere particella ed energia:
riempirsi, sgravarsi,
annichilirsi, sovrabbondare di vita…
è un movimento in cui tutto si perde
e tutto rimane salvo e intatto
nella mano che si colma
vuotandosi. coincidenza amorosa degli opposti:
l’unicità signoreggia
e, sovrana e imperiale, il tempo trascende.

*


tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

dalla Prefazione di Federico Federici

“Non si può dunque scindere l’abitante dal luogo dell’abitare, anzi l’essere abitati «[…] dall’idea/ di un individuo» diviene al contempo un essere tout court («Maestro, dove abiti?», Giovanni 1, 38-39). Questo luogo, che all’inizio appare solo spazio conquistato e rifinito a piacimento accumulando oggetti, è via via manipolato, interiorizzato, sino a diventare molto più di un’espressione di se stessi, ma quasi un’identificazione, la sola esperienza “vera” che si fa di sé.
La dialettica dentro-fuori presuppone una demarcazione, una parete, una pelle, una superficie sensoriale crivellata di canali, cunicoli, fessure, finestre, attraverso cui transitano luce e materia che informano le parti, ben sapendo che «[…] si cerca dove non/ c’è, nella certezza di non/ trovare […]». L’ulteriore denotazione di un dentro/qui allontana il fuori/là, accentuando un senso di solitudine nell’identità, nell’io quale punto indivisibile.”

Domenico Lombardini, L’abitante, in uscita per Italic PeQuod

Mariangela Guàtteri “Stati di Assedio” – Vincitore della XXV edizione del Premio Lorenzo Montano

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Mariangela Guàtteri  Stati di Assedio

Vincitore della XXV edizione del Premio Lorenzo Montano

Sezione “Raccolta inedita”

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CODE-VERSE

di Federico Federici

 

Tre Neurosi, tre ferite inferte alla materia viva del testo, fitte di dolorose suture, punti intrecciati in una grande allegoria di linguaggi. La scrittura è soffusa di codici, segni diversi combinati a ricostruirsi un senso nell’ambiguità. Così è per il latino mescolato al rigore di una cartella clinica, per i riferimenti diagnostici accostati al backup di una macchina sull’orlo del reset, per la solitudine colma di autorità nel cybersex masochistico che rielabora alcuni tòpoi della sottomissione religiosa e del delirio mistico.

L’automa compenetra il corpo dell’Uomo, l’oggetto animato diviene pròtesi di quello inanimato, in un continuo morphing creatura-cosa-creatura. Il principio darwiniano è sostituito da quelli casuali di una logica impazzita, quasi un codice genetico modificato, che regola il calcolo proposizionale/evolutivo secondo un’approssimativa tavola di verità. Questa idea riflette la conditio humana contemporanea, in cui l’identità è distribuita, frammentata in istanze di cloud computing prima di ricomporsi in ego e l’imprevisto è un dato incalcolabile per Natura, un margine di incertezza tra le pieghe di un modello statistico, probabilmente fuzzy. Tutto ciò che non può essere trascritto in un linguaggio vibra nella dislocazione non deterministica delle sue parti, una maceria, un dolore che vale per sé come malessere del corpo e non su scala elementare.

L’impasto dei codici forgia una matrice linguistica pregnante, che riproduce nel testo la figura e le dinamiche di una complessa rete neurale, le cui terminazioni hanno carattere periferico e informano il corpo e il mondo l’uno dell’altro. Alcuni termini agiscono da tag, attrattori, cortocircuiti dall’esito imprevisto: salvare, stato corrotto, accesso, memoria, conflitto ecc.

La dialettica tra programmazione, scrittura di ricerca e poesia è risolta in favore di quest’ultima, adottando un’impalcatura formale entro la quale condurre però il fiato della parola ispirata, accettando la sfida di installare la poesia nel cuore della macchina, negli interstizi del suo linguaggio, tra i segnacoli di una metrica diversa.

È come se un task manager fosse improvvisamente attivato dalla parola, indicando processi virali, thread latenti all’interpretazione, altre istanze il cui arresto porterebbe a un crash di sistema o a permanente instabilità. Per questo i sottintesi del testo rimandano a link ipertestuali, a file nascosti con astuti meccanismi di rimozione/rinominazione. La varietà dei segni indica, oltre la sintassi dell’algoritmo, il continuo processo di rottura/adattamento dello schema logico-formale di fronte a quello irrazionale-informale dell’istinto poetico. L’uso di parentesi è sistematico: le quadre racchiudono commenti, frammenti di codice saltato; le tonde risultati temporanei o istruzioni di controllo; le graffe sequenze di comandi (il modo usato è sempre imperativo); le acute richiamano altre parti, nominano un altrove.

Le Neurosi sono allora tre segmenti di un unico programma articolato in routine, veri e propri code-verse annidati nel corpo del testo. Una formula rituale d’apertura le segnala, un header standard di inizializzazione. La routine di output è ovunque denominata <assedio> e numerata con indice crescente. La gerarchia prevede che i primi due segmenti lavorino in parallelo, restituendo l’output al terzo (I→III: tempo→dolore; II→III: tempo→coazione) che lo eredita ed elabora in un loop privo di break o return, aprendo il tempo di calcolo al mistero dell’eternità, non producendo altro risultato che un’ossessiva attesa (III→∞: tempo→ossessione). Così è l’Universo, un gigantesco loop interminabile che modifica i suoi microstati, una catena di input-output annidati senza sbocco, come un codice che scriva dentro sé altri frammenti, senza un terminale esterno che li sveli – a cosa poi? A chi? È la chiusura più perfetta di un alfabeto nella propria algebra di cui ad oggi si ha notizia. EOF.

***

Testi

 

1 

<Il potere>

potere                                 [la detenzione di esistenza]

una forma di potere      [il maneggio di un processo volontario

di una alterazione]

è un potere                       [lo stato percettivo che organizza

i dati]

a scopo di visioni           [disegni sonori

corpo di odori

ultravioletti emergenti

forme in calore]

come un sognare

polvere in rivolta

che mostra i lati:

X sulle cose (irradiazioni)

.

e allora solo ossa

[uno stato pulito]

un accesso immediato

si trasmette l’esistente

.

[si comunica]

si salva

.

2

 <Il piacere>

piacere                                [l’abbandono di uno stato di esistenza]

una forma di piacere     [il maneggio di un piano di confine di

un’autopunizione]

è un piacere                      [lo stato percettivo in acuto su

un senso]

a scopo di visioni            [disegni sonori

corpo di odori

ultravioletti emergenti

forme in calore]

come un venire

in amplesso totale

col mondo al confine:

XXX sulle cose (divaricazioni)

.

e allora solo carne

[uno stato corrotto]

un accesso violento

si penetra e si stringe

.

[si desidera]

si vive

.

3

<Il dolore>

dolore                                  [una linea di confine d’esistenza]

una forma di dolore       [lo stato di un’ansia collettiva

che diserta la memoria]

è un dolore                        [lo stato percettivo che si ingoia]

a scopo di visioni           [disegni sonori

corpo di odori

ultravioletti emergenti

forme in calore]

come un’urgenza

un conflitto dei nervi

che sfocia in paura:

X sulle cose (sparizioni)

.

e allora solo ombre

[uno stato nascosto]

un accesso impedito

si propaga l’infezione

.

[si muore]

si dichiara

 

Federico Federici- Le serpent tout entier

J. Kubicki

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Riferimento:

Federico Federici (Savona, 1974), laureato in Fisica.
Dal 2000 al 2004 svolge attività di ricerca presso la sezione INFM del Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova, nell’ambito della Fisica dei biosistemi, occupandosi principalmente di microscopia confocale e microscopia con eccitazione a due fotoni.
Ha pubblicato (a proprio nome, o a nome Antonio Diavoli) raccolte di poesia, prosa e traduzioni, articoli di critica e traduzioni su rivista («Atelier», «Cantarena», «Conversation poetry», «Private», «Kritya», «Maintenant, journal of contemporary dada writing and art», «Lo Specchio» de La Stampa, «Ulisse», «Il Foglio Clandestino» et al.), pubblicazioni di carattere scientifico.
Ha tradotto dal russo Elena Fanajlova e Nika Turbina, dal tedesco Paul Celan, Hans Arp, Katarina Frostenson, Merja Virolainen, Daiva Čepauskaitė, dall’italiano in inglese Cesare Pavese, Giampiero Neri, Gian Paolo Guerini, Paolo Fichera, dall’inglese Sophie Hannah, Alice Oswald, Renáta Vargová, Rati Saxena.
Ha preso parte a incontri e letture in Italia, India, Germania e Polonia, a mostre di pittura in Italia e Germania, a manifestazioni legate alla videopoesia e al cortometraggio in Italia, Germania e Venezuela.
Nel 2009 vince il “Premio Lorenzo Montano” nella sezione “Opera inedita” con la prima raccolta di versi a proprio nome, L’opera racchiusa (Lampi di stampa, 2009).

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