Federico De Roberto

proSabato: Federico De Roberto, Un incontro

 

Federico De Roberto, Un incontro

… Nella mattinata d’un giorno nuvoloso, al largo delle Baleari, con un mare infuriato sotto la sferza del maestrale, un avvenimento imprevisto scosse la monotona calma della crociera. Alla prima livida alba il tenente di vascello Ettore Fulgenzi dava il cambio sulla plancia al compagno Alessandro Moschetti, quando la voce della vedetta sulla coffa gridò:
«Scoglio di prora!».
I due ufficiali si guardarono, poi guardarono nella direzione indicata, poi tornarono a guardarsi con un sorriso. Quel marinaio doveva avere le traveggole: non si scorgeva nulla, nulla poteva scorgersi in quei paraggi, in quelle acque libere e senza fondo, lontane da ogni riva.
Comunque, per dovere di precauzione, Fulgenzi telegrafò in macchina “A mezza forza” e spedì un graduato sull’albero, a verificare. Giunto sul posto d’osservazione, il sotto-capo gridò a sua volta:
«Non è uno scoglio, è uno scafo».
L’allarme si era diffuso col rallentarsi delle pulsazioni della macchina, con l’attenuarsi del rombo. Da tutte le parti gli sguardi frugarono nella direzione indicata, tra le pieghe delle ondate spumose, e ognuno disse la sua:
«È una barca capovolta… È una zattera… È una botte.. È una torpedine… È un pescecane!…».
Quest’ultima supposizione diede la stura ad altre più allegre:
«È una foca!… È il serpente di mare!… È una balena!… È un pallone sgonfiato».
Le facezie, non tutte castigate, cominciarono ad incrociarsi, il buonumore si diffuse tra quei grandi fanciulli attratti ed interessati dalla novità; mentre il comandante Ardani, salito sulla plancia al primo annunzio, ordinava che la corsa fosse senz’altro arrestata ed esaminata col cannocchiale l’apparizione sospetta.
«È una boa.»
Quand’egli ebbe definito la natura dell’oggetto, tutti lo riconobbero. Era una boa, una di quelle grosse boe a forma di trottola, che sorreggono una campana od un fanale: accertarne la precisa destinazione non si poteva, perché il colpo di mare che l’aveva strappata dalla sua catena e sbalestrata chi sa da quale porto o spiaggia fino a quelle acque, l’aveva anche capovolta. E poiché, pingue e ferrea com’era, poteva riuscire pericolosa, il comandante disse:
«Conviene affondarla».
A un tratto l’avvenimento si complicò. Distolta da ogni altro segno, l’attenzione di tutti si era fermata sull’oggetto fino a quel momento misterioso, e nessuno ancora si accorgeva che uno scafo, un vero e proprio scafo, questa volta, era rapidamente emerso dalla linea increspata dell’orizzonte: nessuno, tranne il comandante, a cui l’annunzio, finalmente gridato dalla vedetta, nulla apprese di nuovo.
«Nave da diporto», spiegò anzi ai suoi ufficiali, additando la forma che il suo vigile sguardo aveva già scoperta.
«Bella goletta!», commentò Fulgenzi, ammirando a sua volta lo sveltissimo taglio dello yacht, dipinto dal candore delle spume, e con esse e con l’albore del cielo fino a poco innanzi confuso.
Quale ne era la nazione? E di dove veniva? E dove era diretto?… In navigazione, ammainate tutte le bandiere, ogni legno chiude in sé il mistero del suo nome e del suo destino, si distingue bensì, dal taglio, il guerresco dal mercantile e dal signorile, ma come, scorgendo per una via deserta avvicinarsi una figura umana, appena se ne può comprendere la condizione dalla foggia e dalla qualità dell’abito, restandone ignoto l’intimo essere, così le navi che s’incontrano nell’ampia solitudine dei mari presentano una fronte chiusa e impenetrabile. Un moto di curiosità istintiva fa che gli sguardi si volgano e si fermino dall’uno all’altro di quei piccoli mondi sospinti dall’ignoto verso l’ignoto, animati non si sa da quali interessi, carichi non si sa di quali derrate né di quali passioni.
Tutti gli ufficiali, sulla plancia e sul ponte del Tritone, spianati i cannocchiali o aguzzati gli sguardi, fissavano ora lo yacht filante a tutto vapore, ed aspettavano che secondo le buone norme invergasse la propria bandiera per salutare la nave da guerra, quando il comandante osservò:
«Ma che fanno? Non hanno avvistato il pericolo?».
La rotta della goletta, infatti, tagliando ad angolo retto quella del Tritone, era tale da sospingerla diritto contro la boa. (altro…)

Ermanno Olmi – torneranno i prati (di Nicolò Barison)

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Ermanno Olmi – torneranno i prati (di Nicolò Barison)

Se sei nei guai, è inutile invocare il Padreterno. Non ha ascoltato suo Figlio in croce, vuoi che ascolti noi, pộri cani?

In concomitanza con le celebrazioni per il centenario della I Guerra Mondiale, il Maestro bergamasco Ermanno Olmi, alla veneranda età di 83 anni, torna dietro la macchina da presa dopo qualche anno (il suo ultimo lavoro era Il villaggio di cartone, datato 2011) con un film ambientato nelle gelide trincee innevate sull’Altopiano di Asiago durante il primo conflitto mondiale.

Liberamente ispirato al racconto La paura (1921) di Federico De Roberto, il film si svolge nel tempo di una sola notte, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 nelle trincee degli Altipiani. La vita dei soldati è fatta di lunghe ed interminabili attese, che accentuano la paura e lo smarrimento, alternate ad improvvisi ed imprevedibili bombardamenti e spari nella notte. La quiete sacrale della montagna diventa  luogo nefasto, uno scenario arcano dove i soldati sono mandati a morire. La vita quotidiana nella trincea è durissima, la neve porta malanni e avversità. Il tempo, in una guerra di posizione, non passa mai. Si attende l’assalto del nemico, annunciato dal rumore sordo dei colpi di mortaio. Si attende con ansia l’ora del rancio e del sonno e, in particolar modo, la distribuzione della posta. Una lettera ricevuta fa sentire più vicini i propri cari rimasti a casa, le mogli, i genitori, i figli lontani. Appiccicate sopra le brande ci sono le fotografie della donna amata, che si guardano con nostalgia e speranza prima di andare a dormire. A qualcuno nessuno scrive mai. chi non non ha foto appese da guardare fissa sperduto i mattoni del soffitto. Non è facile resistere alla lontananza e all’angoscia di quella attesa senza senso, di quella vita-non vita.

Olmi sceglie, come suo solito, un registro dimesso, per regalarci un film che è una rigorosa denuncia contro la guerra, perché in guerra si perde sempre. La fotografia di Fabio Olmi, figlio del regista, è impeccabile, nel buio della trincea sembra quasi divenire un bianco e nero con sprazzi di giallo e verde, poi arrivano i colori accesi delle improvvise fiammate delle esplosioni. Il montaggio, volutamente lento, comunica l’angoscia dell’attesa. Molte persone sono crepate inutilmente, poi la neve in primavera si scioglierà e torneranno a verdeggiare i prati, cancellando le tracce di questi accadimenti. torneranno i prati (la “t” minuscola è una scelta voluta del regista) è un film minimalista, con dialoghi ridotti all’osso ma efficacissimi, che si avvale dell’interpretazione di attori bravi e misurati (su tutti quella del Maggiore, interpretato dall’ottimo Claudio Santamaria).

Ermanno Olmi è un nonno paziente che ci racconta la Grande Guerra; vuole che lo ascoltiamo, che comprendiamo il non-senso e le atrocità che essa comporta. torneranno i prati è un film che arriva dritto al cuore, che ribadisce con veemenza la caducità dell’esistenza umana, è un omaggio alla intere generazioni spazzate via dalla guerra.

© Nicolò Barison