Federica Merati

Traducendo Baudelaire #5

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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Sur Le Tasse en prison d’Eugène Delacroix

Le poète au cachot, débraillé, maladif,
Roulant un manuscrit sous son pied convulsif,
Mesure d’un regard que la terreur enflamme
L’escalier de vertige où s’abîme son âme.

Les rires enivrants dont s’emplit la prison
Vers l’étrange et l’absurde invitent sa raison ;
Le Doute l’environne, et la Peur ridicule,
Hideuse et multiforme, autour de lui circule.

Ce génie enfermé dans un taudis malsain,
Ces grimaces, ces cris, ces spectres dont l’essaim
Tourbillonne, ameuté derrière son oreille,

Ce rêveur que l’horreur de son logis réveille,
Voilà bien ton emblème, Ame aux songes obscurs,
Que le Réel étouffe entre ses quatre murs !

.

Sul Tasso in prigione di Eugène Delacroix (trad. di Federica Merati)

Il poeta in cella, trasandato, malato,
sgualcendo un manoscritto con il piede agitato,
osserva con lo sguardo infiammato dal terrore,
l’abisso di vertigine dove sprofonda il suo cuore.

Le risa inebrianti di cui risuona la prigione
allo strano e all’assurdo portan la sua ragione ;
il Dubbio lo assedia, e la Paura orrenda,
multiforme e ridicola, lo circonda.

Questo genio rinchiuso in un tugurio infame,
queste smorfie, queste grida, queste ombre il cui sciame
turbina dietro il suo orecchio, tumultuoso,

questo sognatore risvegliato dal suo alloggio spaventoso,
ecco il tuo emblema, Anima dai sogni oscuri,
che il Reale soffoca tra i suoi quattro muri !

 

Questo componimento è liberamente ispirato al quadro di Delacroix, ed è quindi un’ekphrasis infedele: Tasso nel quadro non ha uno sguardo “infiammato dal terrore”, ma piuttosto assonnato e fuori del mondo. Alla dimensione del sogno Baudelaire ne sovrappone un’altra, altrettanto romantica, quella dell’artista ribelle e perseguitato, che in questa nostra rubrica già fu albatro, già fu Gesù. Il tema della follia contrapposta alla sedicente normalità trova dunque in Tasso, rinchiuso nell’Ospedale Sant’Anna per volontà della famiglia d’Este, l’emblema perfetto. Esiste però un’affinità più profonda tra l’autore della Gerusalemme liberata e la grande letteratura ottocentesca, ed è il fascino del male. Nel poema cristiano viene suggerita per la prima volta una possibile complicità con l’Altro, con l’Infedele, con Satana schierato dalla parte dei pagani, ma è ancora una solidarietà inconscia, che riflette il clima spirituale frantumato della Controriforma. In Baudelaire questa complicità viene invece sbandierata apertamente e provocatoriamente, contro quella classe borghese che si crede pura e invece è marchiata dal peccato. Federica Merati è brava a mantenere il sistema di rime del sonetto, e anche a concedersi qualche piccola deviazione. Nell’originale la vertigine è una “scala” che si può ancora misurare, qui diventa un “abisso” che si osserva e basta, accentuando il terrore e la perdita di controllo. Il tugurio non è più soltanto “malsano”, ma addirittura “infame”, segnato dall’errore, dalla vergogna e dall’ingiustizia. La realtà oggettiva del mondo è ormai irrimediabilmente confusa con la vita morale del soggetto, con lo “sciame” delle sue ombre. Come Dio e Satana sono sempre meno ontologicamente dati, sempre più psicologicamente dirompenti. (A.A.)

Traducendo Baudelaire #4

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

baudelaire

Au lecteur

La sottise, l’erreur, le péché, la lésine,
Occupent nos esprits et travaillent nos corps,
Et nous alimentons nos aimables remords,
Comme les mendiants nourrissent leur vermine.

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

Sur l’oreiller du mal c’est Satan Trismégiste
Qui berce longuement notre esprit enchanté,
Et le riche métal de notre volonté
Est tout vaporisé par ce savant chimiste.

C’est le Diable qui tient les fils qui nous remuent!
Aux objets répugnants nous trouvons des appas;
Chaque jour vers l’Enfer nous descendons d’un pas,
Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Ainsi qu’un débauché pauvre qui baise et mange
Le sein martyrisé d’une antique catin,
Nous volons au passage un plaisir clandestin
Que nous pressons bien fort comme une vieille orange.

Serré, fourmillant, comme un million d’helminthes,
Dans nos cerveaux ribote un peuple de Démons,
Et, quand nous respirons, la Mort dans nos poumons
Descend, fleuve invisible, avec de sourdes plaintes.

Si le viol, le poison, le poignard, l’incendie,
N’ont pas encor brodé de leurs plaisants dessins
Le canevas banal de nos piteux destins,
C’est que notre âme, hélas! n’est pas assez hardie.

Mais parmi les chacals, les panthères, les lices,
Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,
Les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,
Dans la ménagerie infâme de nos vices,

Il en est un plus laid, plus méchant, plus immonde!
Quoiqu’il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,
Il ferait volontiers de la terre un débris
Et dans un bâillement avalerait le monde;

C’est l’Ennui! L’oeil chargé d’un pleur involontaire,
Il rêve d’échafauds en fumant son houka.
Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
– Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère!

.

Al lettore (trad. di Violetta Galgani e Federica Merati)

La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia,
Ci attanagliano l’anima e sfibrano i nostri corpi,
E alimentiamo i nostri amabili rimorsi,
Come i mendicanti nutrono i loro vermi.

Testardi sono i nostri peccati, fragili i pentimenti;
Alto è il prezzo delle nostre confessioni,
Allegramente imbocchiamo ancora il fangoso sentiero,
Credendo con vili pianti di lavar via ogni colpa.

Sul guanciale del male sta Satana Trismegisto
Che a lungo culla la nostra mente ammaliata,
E il prezioso metallo della nostra volontà
Vaporizza al tocco dell’esperto alchimista.

È il Diavolo a tirare i fili che ci muovono!
Siamo affascinati da ciò che ci ripugna;
Ogni giorno all’ Inferno scendiamo d’un passo,
Attraversando senza orrore fetide tenebre.

Simili a un povero debosciato che assapora e bacia
Il seno martirizzato d’ un’ antica puttana,
Rubiamo al passaggio un piacere clandestino
Che spremiamo fino all’ultimo come vecchie arance.

Serrato, brulicante, come milioni d’elminti,
Nel nostro cervello un popolo di Demoni festeggia,
E, quando respiriamo, la Morte nei nostri polmoni
Discende, fiume invisibile, con sordi lamenti.

Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio,
Non hanno ancora ornato con gradevoli ricami,
Il canovaccio banale dei nostri dolorosi destini,
È solo perché, ahimé!, il cuore è poco ardito.

Ma tra sciacalli, pantere, cagne,
Scimmie, scorpioni, avvoltoi, serpenti,
Mostri uggiolanti, urlanti, mugolanti, striscianti,
Nell’infame serraglio dei nostri vizi,

Ve n’è uno più brutto, più cattivo, più immondo!
Benché non si scomponga in grandi gesti e grida,
La terra volentieri ridurrebbe in macerie
e sbadigliando inghiottirebbe il mondo;

È la Noia! L’occhio greve d’involontario pianto,
Sogna patiboli fumando la pipa.
Tu lo conosci, lettore, quel delicato mostro,
Ipocrita lettore, mio simile, fratello!

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Questa è la celebre dedica al lettore, che apre Les Fleurs du Mal e costringe chi legge a schierarsi in anticipo con tutto quello che seguirà. Il ritratto impietoso degli uomini, la loro complicità con il Male che Satana riassume, i vizi raffigurati secondo allegorie animali, tutto conduce al finale lungo un climax solo in apparenza discendente. L’Ennui annuncia già la serie degli Spleen, la perdita di ogni riferimento emotivo e morale, il supremo disgusto della vita e del mondo. Per la prima volta proponiamo una traduzione a quattro mani. Violetta Galgani e Federica Merati restano fedeli all’originale, distaccandosene per alcune sottigliezze. Un rincaro doloroso di colpa alla prima strofa (“occupent” diventa “attanagliano”, “travaillent” si fa “sfibrano”), la riattivazione implicita di una formula lessicalizzata (“il tocco del diavolo”) alla fine della terza. Nel finale, la famosa definizione di “monstre délicat” viene invertita in “delicato mostro”, indulgendo a un certo poetichese, ma creando anche una simmetria perfetta con il titolo, l’ossimoro che attraversa l’intera opera. Il Male ha anche i suoi fiori, le sue delicatezze, la sua parte di Bene e di felicità. (A. A.)