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Cinque poesie di Bertolt Brecht tradotte da Federica Giordano

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foto da standupandspit.wordpress.com

Le poesie qui selezionate delineano un arco temporale che va dal 1933 al 1947. “Tempi duri per la lirica”, scrive Brecht. In questi versi, si materializzano immagini minime eppure di grande potenza, animate dall’amore del vero. Il messaggio che viene fuori con perentoria irruenza, nonostante esso venga custodito e protetto da un’armatura di delicatezza, è che l’autore ha un legame così profondamente intimo con la parola e con la storia, da fare della sua poesia uno strumento di lotta politica. Più precisamente, emerge quanto l’attenzione agli uomini e alle loro cose non possa che sfociare, nella sua più alta declinazione, in una sfera di politicità.

 

Tempi duri per la lirica  (1939)

Lo so bene. Solo chi è felice
è amato. Volentieri
si ascolta la sua voce. Il suo viso è bello.

L’albero contorto nel cortile
indica un terreno marcio, ma
i passanti lo insultano”storpio”
e hanno ragione.

I battelli verdi e le vele serene del Sund
non le vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete strappata dei pescatori.
Perché parlo solo
della bracciante di quarant’anni che cammina tutta curva?

I seni delle ragazze
sono caldi come un tempo.

Nel mio canto una rima
mi suonerebbe insolente.

In me si scontrano
l’entusiasmo per il melo che fiorisce
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.

Solo il secondo però
mi spinge di forza alla scrivania.

 

Schlechte Zeit für Lyrik (1939)

Ich weiß doch: nur der Glückliche
Ist beliebt. Seine Stimme
Hört man gern. Sein Gesicht ist schön.

Der verkrüppelte Baum im Hof
Zeigt auf den schlechten Boden, aber
Die Vorübergehenden schimpfen ihn einen Krüppel
Doch mit Recht.

Die grünen Boote und die lustigen Segel des Sundes
Sehe ich nicht. Von allem

Sehe ich nur der Fischer rissiges Garnnetz.
Warum rede ich nur davon
Daß die vierzigjährige Häuslerin gekrümmt geht?
Die Brüste der Mädchen
Sind warm wie ehedem.

In meinem Lied ein Reim
Käme mir fast vor wie Übermut.

In mir streiten sich
Die Begeisterung über den blühenden Apfelbaum
Und das Entsetzen über die Reden des Anstreichers.
Aber nur das zweite
Drängt mich zum Schreibtisch. (altro…)

Federica Giordano – Inediti

 

Nel punto in cui hai versato tutta la tua luce,
proprio lì dove tu hai nutrito la tua pianta.
Da quel foro della terra, tutti gli alberi del resto del mondo
Lanciano la loro voce.
Ma tu innaffi la tua pianta.
Anche il tuo regno i corrode.
Il bosco scuro ha abitanti maligni che vincono sempre”.
Ho sentito la loro voce
solo sui cadaveri.

 

*
Un’abbondanza in me continua a morire.

Lei mi guarda da lontano, come un’ostrica
che dagli abissi non sospetta il mondo.
Cresce nel segreto.

Da dove io sono, riuscire a guardarla è un dolore.
In un pascolo una pecora ingoia un filo d’erba
e una fonte si prosciuga.

 

*
Al supermercato
La merce e gli scaffali erano un’enorme
struttura mostruosamente posata.
Il latte indispensabile.
Incontrai gli occhi neri del passante che non mi disse mai,
di come una volta ingoiò un pugno di biada
rubata al suo cavallo.

 

*
A Rebecca

I tuoi occhi puliti.
Il tuo è lo sguardo del cavallo.
Non sospetta dei morbi che attanagliano me e il mondo.

Il tuo sguardo è la mia voragine.
È come sentire un urlo senza provenienza
in mezzo alla foresta.

Il viso che sorride si deforma ogni volta,
mostruosamente.
Lei non vede. Non lo sente,
protetta dalla sua violentissima innocenza.

 

Notizia biografica
Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui «Nuovi Argomenti» e «Poesia» di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta Porcellana. Poema sulla distruzione della mia città di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista «Poesia». Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico Ifigenia siamo noi, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett, Cycling the frame e The invisible frame presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe-Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista «Poesia», numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica Utopia Fuggiasca con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.

Federica Giordano – Inediti

Gli uomini straordinari

 

Hanno petto mancino
e per casa il mondo.
Sanno riconoscersi e si nascondono
nel pelo della terra,
dove minuscoli coltivano
enormi cose.
Credono nel suono e nel ventre.
Attorno a loro c’è profumo
e si crede alla magia dell’occhio.
Sono di oggi e di ieri.
Il passato gli è presente.
Rinascono con altri nomi

 *

Se si sta in silenzio
si può sentire il suono perenne
della carne degli uomini,
come una sirena nascosta nel contesto,
flusso continuo perché per uno che muore
un altro nasce e nulla cambia.
Lui ha sorgente che non ci guarda
e resta identico come un muto nelle orecchie.
Forse solo questo conosceremo dopo la morte:
quell’unico indecente suono.

 

 *

Il corpo squassato per farti nascere
mi ha reso ancor più mortale.
La paura ha esteso il suo dominio:
è il bosco di Friburgo, la sua cinta buia.
Oppure la montagna dove mio padre ha liberato
dall’urna le ceneri calde di suo padre.
Sono più mortale mentre ho il seno gonfio,
ma temo la grinza che non c’era e che già mi allontana da te.

 

 

 *

La parola perfetta è
il canto del gallo
a dire che il giorno
è il torso della mela che non mangiammo.
La voce lancinante che proviene dagli ovili
solo i morti la intendono.

 

 

Notizia biografica

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.

Utopia fuggiasca, Federica Giordano (di Enzo Rega)

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Iniziando a parlare del libro di Federica Giordano, Utopia fuggiasca, Marco Saya Edizioni, 2016, è il caso di cominciare dal titolo e dalla copertina. Dunque, il titolo: Utopia fuggiasca. È solo la terza e ultima sezione del libro a intitolarsi Utopie. Ma se poi il libro tutto riceve questo titolo, vuol dire che per l’autrice la questione è cruciale, nel suo libro, nella sua poesia, nella sua vita. Possiamo dire che la letteratura, e la poesia in primis, è sempre “utopia”, e che l’utopia, come qualcosa che non si raggiunge e non si realizza mai pienamente, è sempre fuggiasca, fuggente, sfuggente. Chi scrive (ma anche chi legge, e attraverso ciò che legge) si protende tra il qui e ora e l’altrove, tra i reperti – sia detto in senso psicologico-psicoanalitico – della propria quotidianità, che cerca di comprendere, e un mondo altro, inteso sia in senso esistenziale che in senso altamente politico, che tenta di prefigurare. Una possibilità altra, un mondo migliore. Utopia, è vero, già nel titolo della celebre opera di Tommaso Moro, è costruzione dal greco ou, cioè non, e topos, luogo: quindi il non-luogo che non esiste. Ma in inglese si gioca con l’omofonia, costruendo il termine con eu, buono, e topos, luogo: in inglese si pronunciano allo stesso modo, ottenendo una polisemanticità che sta quindi a significare: un luogo buono che non c’è; che non c’è ancora, possiamo aggiungere, ma al quale i nostri sforzi potrebbero farci approssimare. Il poeta, e quindi Federica Giordano, e quindi questo libro, stanno tra il qui e l’altrove: tensione tra concreto/astratto che, come nota Bruno Galluccio nella sua prefazione, è ben rappresentato dall’illustrazione di copertina di Riccardo Varini: radici in basso e, dopo una sospensione che in linguaggio matematico oltre che in quello letterario potrebbe essere rappresentato dai puntini, i rami che si protendono verso l’alto, verso un sole, la cui luce è indispensabile per la vita, un sole che non verrà mai raggiunto: ma senza questa tensione/tentativo non ci si muoverebbe, non si crescerebbe.

Una lunga premessa che però credo serva a cogliere il senso della poesia, e l’intentio, di Federica Giordano. Ecco, semplificando, la prima sezione, Luoghi bianchi, è il qui, il concreto, il reperto anche spesso geograficamente localizzato, una geografia non solo orizzontale, ma anche verticale che va in profondità per gli echi che suscita. Luoghi: appunto, per dirla in greco, topoi. Sono luoghi bianchi, forse perché puri, incontaminati. Infatti, nel testo d’apertura, che dà il titolo alla sezione, leggiamo: “Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo: / gli occhi del cavallo – ossi di nespola / il pianoforte e la scordatura avorio, / il sorriso alla sconosciuta. / Il volo del nibbio sulle case, la giornata lenta di Morano”. Dove “luogo” non indica solo il “posto”, uno spazio fisico, ma anche un luogo della mente, nel senso che può avere l’espressione che troviamo a volte in coda a qualche volume e che recita “indice dei luoghi”: ovvero i temi, le tematiche trattate. Ed ecco altri luoghi, concreti e astratti allo stesso tempo, come Ercolano, Pompei, Il teatro di Miseno, Cuma che, pur visitabili qui e ora, si ripresentano nell’eterno ritorno del mito, come diceva René Girard. Anche luoghi più prossimi nel tempo, come il Petraio a Napoli, che potremmo consumare nella distratta quotidianità attuale, si trasfigurano nella luce del mito e della storia: “Luce gialla sul Petraio, / Gatto-Anubi impietrito sulle scale. // Giù dal porto brulica una confusione turca. // Il Mediterraneo intrappolato nei suoi occhi, / una scossa talentuosa e criminale”. Il toponimo “Petraio”, rafforzato dall’assonanza creata con l’aggettivo “impietrito”, ci richiama più cose: da un lato, la concretezza materiale del riferimento e il radicamento alla terra, dall’altro le pietre, intrise di storia e mito, delle stesse città di Ercolano e Pompei. Per quest’ultima, per fare un esempio, leggiamo: Quella pietra longilinea / è risveglio di madre antica”, in cui troviamo il tutto conciliato nell’immagine della madre-terra come origine. La chiusa di Ercolano parla di una “corolla avvelenata / che ha nome memoria”. Questo sentimento originario è racchiuso anche nei versi dedicati a una regione italiana interna, ma nello stesso tempo con affaccio sul mare: “La Basilicata è tutta un timore di mandria che perturba il silenzio. / Primitivo e perentorio il canto corale delle pietre”; una Basilicata bucolica e mitologica insieme che ci ricorda Leonardo Sinisgalli. Sulle ciglia fatte navigli, siamo portati all’altro capo del mediterraneo, a Istanbul, nell’incontro di Europa e Bosforo con versi che hanno cadenza ieratica accentuata dalla spaziatura che tra verso e verso interpola uno spazio bianco e un respiro trattenuto: “Con gli occhi neri e scavatori / guardasti tutto ciò che dentro di me era Europa, / per te è stato niente, una delle onde del Bosforo, / le tue ciglia lunghe navigli”.

Un’utopia che dunque guarda anche al passato, un passato che, rivissuto nella memoria storica, diventa acronico non luogo, un non luogo senza tempo, e perciò eterno, e perciò futuro. È il modo con il quale viene reinterpretata la figura di Ifigenia, sacrificata per propiziarsi la conquista di Troia. Nella seconda sezione, infatti, intitolata appunto Ifigenia siamo noi, la giovane greca incarna tutte le donne, madri sorelle mogli figlie, che lottano per la libertà in qualunque tempo della storia e in qualunque luogo della terra. Con il loro sacrificio, come scriveva Giuseppe Vetromile, introducendo l’antologia a più voci femminili Ifigenia siamo noi (Scuderi editrice, Avellino 2014), in cui originariamente è comparso questo gruppo di poesie di Federica, sono le donne che con il loro ‘sacrificio’ (il sottotitolo di questa sezione è infatti “poesie-sacrificio”) trasformano la civiltà e la storia: un’utopia fuggiasca che si va realizzando spostando continuamente avanti il proprio traguardo. E scrive Federica: “Scegli Ifigenia, / scegli in questo tempo di non morire. / Scegli e conserva il neo sul viso, / scavalca la vicenda”, dove proprio lo scavalcare la vicenda c’indica la progressione del progetto utopico, espressione che chiude anche il testo della pagina precedente. E nel testo che chiude la sezione viene seguito il ciclo di vita di una bambina che diventa donna e poi vecchia nel senso anche di una ciclicità vitale ritornante. Il “pugno chiuso” dell’età che s’incontrano e intrecciano compare anche dopo.

La vita nuova, la vita che si rinnova, ritorna infatti anche nell’ultima sezione Utopie. Così l’autrice registra e ascolta la vita che cresce nel suo grembo: “La bimba si muove inascoltata / nel mondo dei suoni d’acqua. // Non misura la terra / e il suo tempo enorme. // Lei pensa che il suo calcio /giunga fino a te / ed è vero”. Questa nuova vita imprigiona, come in un attimo di eterna sospensione “il tempo nel pugno”. E infatti la madre invita la bambina a restare “ancora per un po’ / dentro il suo giocattolo”, in un tempo prima del tempo, denso di tutte le possibilità future: il grembo materno come non luogo, come utopia. La gravidanza diventa dunque una danza (pro)creazione: per la procreazione appunto come creazione di nuove vite per poi “costruire case, costruire destini, / costruire sulla carogna del caso”.

In questa raccolta la poesia di Federica giunge a una nuova maturità, una poesia a levare, a ripulire, per lasciare ciò che è necessario. Ecco dunque testi molto brevi, pur affianco a composizioni più lunghe, in una varietà di toni tenuti insieme da una voce unitaria e riconoscibile. Opportunamente osserva Galluccio nella prefazione: “è poesia restia ad abbellimenti superflui, si muove sul filo di una tagliente essenzialità per un’esigenza etica di responsabilità della parola poetica e di ascolto del respiro profondo e ciclico della vita; vi prevale calma e lentezza, la concretezza e la nettezza delle immagini, e gli elementi ritmico-sonori costituiscono parte non secondaria nella costruzione dell’armonia compositiva delle immagini e il senso della costruzione in uno spazio-volume”. Nel rapporto parola-silenzio Galluccio opportunamente individua l’influenza di un Paul Celan. Ma nell’utopia retroattiva, che cioè guarda al passato, e al viaggio come ritorno, vi si può ritrovare, intenzionale o meno, l’impronta di un Hӧlderlin. Già nella prima sezione leggiamo di un ritorno, in versi non a caso più distesi del solito, come a raccogliere e riabbracciare quanto lasciato, e con l’interpolazione di un termine dialettale napoletano con forte valore connotativo: “Durante la mia assenza resta immutato il lavorio provinciale. / Sotto le nocelle tutto prosegue, ignorante e in sordina. / Si distinguono gli odori dei fiori, le ormai abituali allergie / e costruzioni mostruose che non finiscono, non fanno presa / tra questi contadini che aspettano la festa. / Nella testa torna un’infanzia intera e non capisco quale parte di / me sia bugiarda”. Un ritorno che, circolarmente unisce la terra dei “ragazzi di Germania” (un testo quasi in chiusura), la nuova patria culturale della germanista Giordano, con la terra dell’infanzia di Federica. Anche questa una, tutta personale, “utopia” in un non luogo che tutti i luoghi raccolga. E dove “festa” e “testa” rimano insieme.

Enzo Rega

Nuovi giorni di polvere di Yari Bernasconi. Nota di Federica Giordano

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Yari Bernasconi apre la raccolta poetica Nuovi giorni di polvere (Edizioni Casagrande, 2015) con un tono che si impone all’attenzione e che colpisce per maturità espressiva, soprattutto se riscontrata in un autore nato nel 1982.
Il prologo della Lettera da Dejevo pone il lettore nel bel mezzo di una narrazione storica che, per la sua essenzialità, sembra guardata da molto lontano e con occhi puliti. Questo testo mi ha ricordato moltissimo il gusto del poeta Reiner Kunze, in particolare la poesia Die Mauer. Come per Kunze, anche per Yari le architetture fisiche, i muri e le loro ombre sembrano diventare metafore della condizione esistenziale dell’uomo e delle sue esperienze.

Un muretto si tiene in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

La prospettiva neutra da cui Yari guarda e racconta è quella di una Svizzera osservatrice e mai partecipe, di cui l’io narrativo è portavoce. Si oppone a questo, un “tu” impersonale multiforme, un altro da sé che continuamente porta alla vista i resti delle devastazioni, mostra come una guida gli itinerari altri che hanno portato alla morte. Si rileva dunque in questo confronto una colpa, una malcelata condanna di questo comportamento che si potrebbe definire “politicamente omertoso” e di cui il singolo porta il peso.

M’accompagni fra le macerie come si fa con i bambini:
lo sguardo teso ad una mia colpa vaga,
levigata dal tempo e dai luoghi. Non vedi?

Il freddo della città estone e il suo viso deturpato vengono rievocati con la semplice elencazione delle strutture devastate, quasi come se l’autore riuscisse a descrivere le cose semplicemente nominandole. Emerge da queste pagine una cittá-corpo, i cui pezzi vengono passati in rassegna chirurgicamente, in modo che il resto non sembri mai fossile, bensì pezzo macabro e mutilato. Leggiamo di “costole di case”, “esofago di terra”, “tubature sradicate” etc. Anche a questo proposito tornano alla memoria delle pagine di poesia tedesca: mi sembra pertinente il riferimento a Porzellan – Poem vom Untergang meiner Stadt del tedesco Durs Grünbein. Anche per questo episodio poetico, l’autore si avvale di immagini geografico-corporee che hanno come fine quello di enfatizzare efficacemente il senso di morte della città, e quindi, di morte collettiva. Il popolo muore insieme con il suo luogo.
Grünbein e Bernasconi condividono anche il movimento pendolare della memoria, passando da un prima ad un dopo il momento della tragedia, che rappresenta la cesura storica e personale. Per Durs, il momento viene stigmatizzato dal crollo della Frauenkirche, la più bella chiesa barocca di Dresda, che era rimasta “in piedi con la spina dorsale rotta” dopo il bombardamento. Per Bernasconi la visione è invece quasi sempre postuma, guarda con gli occhi di chi sopraggiunge dopo, e può solo ricordare o ricostruire uno scenario precedente.
Leggendo questi versi, ho ripescato dalla mia memoria musicale la Trenodia del compositore polacco Penderecki. Questo musicista realizza una musica bifronte: dissotterra la storia descrivendola come una cronaca e scandaglia pericolosamente la psiche. Il procedimento e la scelta espressiva, a mio parere, non sono dissimili dagli intenti di Bernasconi, che usa parole anziché suoni.
Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo e Sul treno per Zurigo sono a mio parere i testi dove meglio si interpreta l’origine dell’autore. Al di là del contenuto, qui Yari lascia liberamente affiorare il carattere svizzero, sale leggermente la temperatura affettiva dello scritto. C’è un legame particolare con i treni e con le case che si vedono dal finestrino. Yari stesso mi dice che è proprio nei treni che gli svizzeri trascorrono la maggior parte della loro vita. E proprio questo aspetto colpisce se si pensa a quanto nel treno si sia spettatori e null’altro del viaggio che si staglia davanti a noi. Notevole il testo Warschauer Strasse, dove l’autore scrive:

senza tornare né arrivare:
essere a casa, qui con te, sentirlo
da una lingua straniera.

La dimensione dell’andare diventa radice di appartenenza al punto tale da trovare l’Heimatgefühl in una lingua straniera. A proposito di ciò, va detto che il bagaglio espressivo degli autori sembra arricchirsi della lingua straniera che padroneggiano, quasi come se prendesse voce in qualche modo anche il “possibile dire in altro modo”. In Nuovi giorni di polvere i fantasmi delle lingue straniere appaiono spesso tra i versi dello svizzero Bernasconi.
L’atmosfera è morigerata in tutto il libro. La lingua di Yari non cede alla seduzione estetica, è una lingua che ricorda a tratti la prosa di Fleur Jaeggy, solo meno delicata e più maschile, con qualcosa di più perentorio. La cifra irrinunciabile di queste pagine è la sospensione dell’effetto speciale e il coraggioso abbandono del morboso per destare nel pubblico\lettore\fruitore una reazione immediata, a vantaggio di una lucida osservazione che non rinuncia tuttavia al commento. In altre parole, l’asetticità dello sguardo di Yari non cade nell’afasia, anzi riduce il pensiero all’essenziale. Ed è proprio in questo aspetto, che trovo Bernasconi abbia dato un interessante contributo: mi sembra molto onesto avvicinarsi alla storia in questo modo e credo che come tutta la buona Letteratura, questo libro ci porti all’attenzione un importante atteggiamento etico che per sua natura, sfugge dal singolo per risuonare nella sfera dell’universalità.

© Federica Giordano

Ifigenia siamo noi, AAVV – Una nota di lettura

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L’antologia poetica Ifigenia siamo noi – Scuderi Editrice, 2014 a cura di Giuseppe Vetromile , con in copertina la riproduzione dell’opera “Vite parallele” di Eliana Petruzzi – che vede la presenza di molte poetesse italiane e non, di diverse generazioni (Lucianna Argentino, Gaetana Aufiero, Victoria Artamonova, Floriana Coppola, Ulrike Draesner, Federica Giordano, Anila Hanxhari, Giovanna Iorio, Amalia Leo, Ketti Martino, Vera Mocella, Rita Pacilio, Vanina Zaccaria, Regina Cèlia Pereira da Silva, Anna Tumanova, Monika Rinck), ripropone, con originalità, un libro interamente scritto al femminile, ma lo fa con l’idea di tematizzare la questione senza eluderla, ma neanche ponendola in maniera polemica, come invece è capitato per alcune operazioni editoriali simili. Il titolo da questo punto di vista è significativo, Ifigenia, l’eroina tragica greca, che è diventata nel corso della storia della cultura occidentale una cifra inaggirabile della dimensione complessa del femminile. Il titolo dell’antologia è al tempo stesso una rivendicazione di appartenenza a una identità primigenia rispetto alle maschere-forme che poi sono state attribuite al femminile, ma è anche un ripercorrere in maniera quasi mai scontata i luoghi dell’immaginario della poesia secondo determinate declinazioni, come fa notare Giuseppe Vetromile nella sua prefazione: «Ed è appunto il canto delle nostre autrici che rinfocola il mitico gesto della figlia di Agamennone. Riattualizza il sacrificio inserendolo nella nostra quotidianità, indipendentemente dalla radice storico-geografica.» Resta comunque in questo libro protagonista la parola poetica che, attraverso sensibilità e angolazioni diverse, viene indagata nelle sue varie possibilità espressive e disvelative. Se il titolo dell’opera assume un senso forte, la prospettiva che emerge prepotentemente è quella che associa il femminile alla dimensione del sacrificio, senza però alcun vittimismo di genere, ma con la visione lucida, in molte delle autrici selezionate, che la complessità dell’animo femminile è a contatto con le radici profonde della vita, con le sue contraddizioni irrisolte, ma con uno sguardo che è capace di abbracciare il Sé ma anche l’altro da Sé, il diverso, l’apertura originaria che è la possibilità stessa della vita. (altro…)

Nota a Tribunale della mente di Corrado Benigni (Federica Giordano)

 Benigni, Tribunale 180

“Ogni scomparsa lascia

la traccia di un risveglio

 

Un luogo in cui la coscienza si guarda dall’alto, un luogo dal quale si vedono le azioni con chiarezza, con le proporzioni della verità. Un luogo dove il mondo appare in tutta la sua complicazione, rifuggendo le leggi dell’immanenza e quelle dell’uomo. Questo è il libro di Corrado Benigni. Emerge in questi versi una ferita profonda tra Giustizia e Diritto, una differenza scomoda in quanto facile è il rischio che si finisca per trattare queste due parole come sinonimi. Corrado per inclinazione d’animo e per la sua professione di avvocato, ci pone innanzi a domande che scandagliano la realtà, mettendo in dubbio le stesse regole della convivenza umana:

ogni giorno è un giorno del giudizio/mentre invisibile e universale una mano/ci porta a processo, chiamati a comparire/avanti il tribunale della parola

Di questo testo mi ha molto colpito il richiamo teoretico che la parola esercita sulle nostre vite. Notevole che sia “una mano” a portarci davanti al tribunale, seppur invisibile e universale. Per rappresentare il peso morale delle parole, l’autore ha usato una forma antropomorfa, quasi una coscienza che fa da tramite tra “aldiqua” e “aldilà” che non nomina, e che non è la morte. Il Giorno del Giudizio in questi versi perde il suo connotato biblico per diventare una vicissitudine quotidiana che si perpetua. Come se si venisse trascinati tutti i giorni davanti al tribunale che è dentro di noi, davanti al quale per vigliaccheria o paura chiudiamo gli occhi. Ed è proprio quell’altrove di cui nello stesso testo ci parla, quello in cui ci rifugiamo. La parola “alibi” significa proprio “altrove”. La radice dell’innocenza, sotto la cui ombra cerchiamo di proteggerci, ma come dice Corrado,“nessuno è incolpevole”. Questo riferimento continuo alla giustizia, alla colpa e alla legge si traduce in una lingua volutamente scarna e semplice, fatta di parole granitiche che racchiudono in modo pieno tutte le sfaccettature etimologiche. Anche i versi sono brevi, ben strutturati tra loro, sebbene connotati da una forza metafisica che li rende perfettamente autosufficienti. Il colore è proprio quello degli aforismi, senza però che il moralismo li soffochi nel  loro fascino. A volte il verso viene abbandonato, a favore di una prosa morigerata. C’è grande umanità nei versi di Corrado, una “pietas” ben disposta verso la comprensione e il perdono. Mi sembra possibile un accostamento tra Corrado Benigni e Stefano Rodotà. Questi, nel suo saggio “Elogio del moralismo”, riprende questo termine e lo rivaluta, portando la coscienza davanti al giudizio pubblico, porta tutto fuori usando il disinfettante della luce del sole. Corrado sembra più fiducioso rispetto al compito del tribunale della mente, ormai fallito secondo il più anziano Rodotà.

Da quanto detto sino ad ora, si potrebbe credere che le poesie della raccolta costituiscano quasi il corpus di un saggio più che una raccolta poetica. Al contrario, Corrado non manca di senso estetico, esperto conoscitore di fotografia e abituato a mescolare linguaggi espressivi nelle interviste ai fotografi che cura per la rivista Nuovi Argomenti. Anche in questo contesto, riconosco l’uomo Corrado che ha uno sguardo ampio, abbraccia l’esistenza senza esserne necessariamente invischiato. L’autore tuttavia ha un grande rispetto per l’esperienza. Si può percepire durante la lettura di tutto il libro, il suo personale dramma di avvocato che tutti i giorni fa i conti con uno scarto che ha attraversato tutti i secoli, quello tra la realtà e la volontà dell’uomo di comprenderla a fondo e di giudicarla, di distinguere quello che è corretto da quello che è giusto. Ma, diversamente da Josef K. nella parabola kafkiana, Corrado non rinuncia ad entrare nella Legge, diffidando di tutti i suoi guardiani, lui stesso compreso.

 © Federica Giordano

 

 

Corrado Benigni – Tribunale della mente di Gianni Montieri

 

Inizio fine, di Daniele Piccini. Recensione di Federica Giordano

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Daniele Piccini, Inizio fine, Crocetti editore, 2013, € 12,00

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Inizio fine di Daniele Piccinni è uno studio sulla gradazione della vista. Lo sguardo che genera questi testi è una messa a fuoco sul piccolo senza che il grande sgrani. Un approccio che mi verrebbe da accostare al lavoro fotografico di Gabriele Basilico. Lontananze e vicinanze dialogano sul foglio e, misurando l´occhio, sondano la profondità della coscienza.
In questi versi ci sono la vita umana e la “historia” che viaggiano ad altezze diverse, ma qualche volta accade che si riesca a fare un volo di falco molto in alto, che si riesca ad adattare lo sguardo in modo da guardare la sommità di un grattacielo anche standoci immediatamente sotto. Il risultato è un’immagine completamente priva di dimensioni, una forma pura, qualcosa che esisteva nella mente prima della percezione.

Un soffio nel creato, senza centro,
che non leghi più altri alla catena
ma produca una maternità oscura
per le bestie smarrite, per le specie,
generi nuovamente ciò che c’è (…)

L´immagine del soffio ri-creatore ricorre numerose volte nel corso della lettura. Rappresenta sempre un momento di epifania e di speranza. Si tratterebbe di una nascita “piú vicina alla verità” rispetto a quella della ragazza che mette alla luce un figlio per la seconda volta (di cui si parla in un altro testo). Ancora una volta ritorna in causa il concetto di “gradazione”.
Anche Luigia Sorrentino in Olimpia scrive così: «la sua giovinezza si spense / divenne una cicala / poi solo una voce, un soffio / divenne.» In questo passaggio c’è un processo di riduzione, di ritorno allo stadio primitivo delle cose, l´atto prima del quale nulla esisteva: il soffio. Il soffio di Zefiro che sospinge Venere nella celebre scena di nascita botticelliana.
Piccini conferisce a queste esperienze di lucidità visiva un valore importantissimo per l´individuo. Il ricordo diventa un bagaglio di esperienza che ha perso il legame con la realtà, addirittura dimenticato dall’autore.

Lascio che mi trafori quello sguardo
di antica madre: lo metto tra gli altri
moniti che dimentico nel sonno

Questo dimenticare nel sonno ha un sapore molto classico. È come se Piccini avesse bevuto  l’acqua del fiume della dimenticanza; inoltre il sonno, nella storia del pensiero antico, rappresenta lo stato d’incoscienza opposto alla filosofia. L´uomo è un dormiente eracliteo secondo Piccini, un dormiente che però conserva il valore di alcune esperienze come un “monito”. E il monito non si dimentica. È proprio attraverso di esso che l´autore riesce a rimanere molto ben ancorato con la lingua sui sensi e sul corporeo: lo slancio ideale della sua penna non si configura affatto come descrizione mitica o idealistica. Piccini resta una vittima felice della gravità che lo trattiene, permettendogli di apprezzare i picchi, le vette, le altitudini.
Questo legame terreno si configura come un attaccamento filiale e biologico.

Fa’ che ci sia, tra una lucciola e l´altra,
ancora la mia vita.

Ho molto apprezzato il modo in cui viene colto il dinamismo dell´esistenza. «Questo enorme sibilo di mondo che si assesta», scrive Piccini descrivendo un momento astorico di disgelo, un´evoluzione calata in un´atmosfera da Pangea. Anche in questo verso si percepisce, seppur in modo meno esplicito, il confronto dimensionale tra micro-macro mondo, cosmo e individuo.
Bello anche il modo in cui il “l´eterno femminino” trova posto nella pagine di Inizio fine: una donna che, anche quando viene, è sempre madre, tiene sempre accesa la fiamma azzurra della coscienza, sfuggendo alla meccanica del godimento. La donna di Piccini è dispensatrice di piacere e alternativa alla storia, una mater matuta salvata dall´anacronismo.

Andiamo dove vuoi: spazio del gioco
è il fianco che contiene giá il guizzare
del nuovo nato, e niente è piú sicuro

Nella seconda parte della raccolta, il forte vitalismo viene adombrato dal cumulonembo pesante del male:

viene il pensiero che il male non è
che si possa scacciarlo, e che si annidi
in ogni nostra opera…

L´autore percepisce in modo chiaro come si compia quotidianamente un disastro, la zavorra quotidiana che ci tira verso il male, gli inferi vissuti che non hanno nulla di mitico.
Piccini infatti non trova metafore grandiose per la morte, preferendo descriverla con il tratto morigerato di Giorgio Morandi: un “buco nella tela”.
Inizio fine, pubblicato da Crocetti nel 2013, è una raccolta poetica che si muove verticalmente a varie altezze, un lavoro che, come giustamente sottolinea il titolo, apre e chiude continuamente finestre sul mondo.

© Federica Giordano