Federica Arnoldi

Una frase lunga un libro #16 – Roberto Bolaño: Puttane assassine

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Una frase lunga un libro #16 – Roberto Bolaño: Puttane assassine. Adelphi, 2015 – Traduzione di Ilide Carmignani. €18,00 – ebook €9,99

I suoi occhi erano, come dire, potenti. Fu quello l’aggettivo che mi venne in mente allora, un aggettivo che evidentemente non nasceva dall’impressione reale che i suoi occhi lasciavano nell’aria, sulla fronte di chi riceveva il suo sguardo, una specie di dolore fra le sopracciglia, ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Se il suo corpo tendeva, come ho detto, a una rotondità che gli anni avrebbero finito per concedergli pienamente, i suoi occhi avevano qualcosa di affilato, di affilato in movimento.

Parafrasiamo questo brano. Ad esempio: Le sue parole sono, come dire, potenti. Riuscite a seguirmi? Bene, allora continuiamo. Ê questo  l’aggettivo che mi viene in mente sempre, un aggettivo che evidentemente non nasce dall’impressione reale che le sue parole lasciano nell’aria. E poi, lasciandone fuori un pezzetto: una specie di stupore fra le sopracciglia (fra gli occhi, nella mente, nell’anima, in un posto molto nascosto, il “laggiù” di ogni lettore), ma non trovo aggettivo che funzioni meglio. Vado avanti ancora un po’, facciamo in modo che Roberto Bolaño la recensione se la scriva da solo. Lascio fuori un altro pezzetto e concludo: le sue parole hanno qualcosa di affilato, di affilato in movimento.” Ecco. Come vedete, oltre ad aver parafrasato questo splendido passaggio tratto da uno dei racconti di Puttane assassine, ho anche cambiato i tempi verbali. Perché le parole di Bolaño, potenti o affilate, non possono essere esaminate con tempi verbali al passato, perché vive, costantemente. Vive e nuove. Affilate in movimento. Le parole di Bolaño mutano sotto i nostri occhi, si modificano, variano d’intesità a ogni lettura. Il tempo verbale più corretto, per parlare dello scrittore cileno, è il futuro. È da lì che viene, è da lì che ha scritto il suoi libri.

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Federica Arnoldi: Roberto Bolaño

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Federica Arnoldi, Roberto Bolaño, Saggistica, Starter, Doppiozero, 2015; ebook €3,00

Eccomi qua, di nuovo Bolaño. Di nuovo un viaggio, di nuovo il tentativo di capire perché io non riesca a smettere di leggerlo. Di nuovo io, io lettore, che rimango incantato perché in un frase (o paragrafo, o pagina), già letta più volte, io, io lettore, riesco a trovare qualcosa di nuovo. Qualche spiegazione in più, o se preferiamo conforto, o se vogliamo, se va bene, emozione nuova, mi arrivano da questo saggio di Federica Arnoldi, da poco uscito in ebook, per Doppiozero. Per provare a parlarne, parto da una frase di Alberto Manguel, che trovo in un libro che amo molto: Al tavolo del cappellaio matto (Archinto, 2008). Lo scrittore argentino inserisce una mappatura del lettore ideale, interessante e divertente, fa un gioco dal quale si impara e col quale ci si può riconoscere. Tra le definizioni che Manguel usa, ne scelgo una: Il lettore ideale non esaurisce mai la geografia di un libro. E qui mi fermo un attimo.

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