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Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Valentino Zeichen, Le poesie più belle

Valentino Zeichen, Le poesie più belle, Fazi, 2017, € 15,00, ebook € 7,99

*

Esce dopodomani, 6 luglio, giorno successivo all’anniversario della scomparsa del poeta, per Fazi editore, Le poesie più belle di Valentino Zeichen. Ne pubblichiamo oggi una selezione, in accordo con l’editore (che ringraziamo), in attesa di occuparci della raccolta in maniera diffusa nelle prossime settimane.

La Redazione

 

Il poeta

Presumibilmente,
sembro un poeta di elevata rappresentanza
sebbene la mia insufficienza cardiaca
ha per virtù medica il libro «cuore».
Abito appena sopra il livello del mare
mentre la salute, la purezza, la ricchezza
e gli sport invernali
stazionano oltre i mille metri.
Perciò mi ossigeno respirando l’aria
dei paradisi alpini
così arditamente fotografati
dagli scalatori sociali
nonostante la pericolosità dei dislivelli.

 

Nizza

Sulla Promenade des Anglais a Nizza
una ragazza dal profilo tonchinese
siede davanti al mare
e compila un cruciverba sul giornale;
lo orienta con sapienti aggiustamenti
affinché la tavola enigmistica collimi a distanza
con l’intersezione di longitudine e latitudine.

Vedendola inattiva mi avvicino per suggerirle
qualche parola, seguo per qualche istante
la posa delle lettere fiero dell’apporto
quando m’investe una salva d’insulti
che sollevano colonne d’acqua
l’abbandono e corro, corro al riparo
presumendo che si tratti di battaglia navale.

 

Risvolti del territorio

Per esempio
amiamo risiedere a Parigi, a Roma
ed in vari altrove
ma non del tutto, un dubbio ci pedina
così diffidiamo di ogni luogo di residenza
poiché in qualche stanza dei loro stabili
siamo attesi per morirvi
perciò vorremmo fuggirli
e non incontrare mai quel posto designato
che molte città
per acquisire benemerenze
sono disposte ad ospitare.

 

Miniera d’oro

Come cifre di numeri telefonici
si ordinano le interrogazioni nella mente:
«Prometti che non mi lascerai?».
«Mi ami?».
«Saprai sopravvivere senza di me?».
Per terra, sui cuscini, dentro i maglioni
addosso; capelli dappertutto
a forma di punto interrogativo.
Non bado alle domande
non c’è tempo per rispondere.
Bramoso, cerco altri fili d’oro,
sbircio di tanto in tanto
la quotazione del metallo,
spaventato che il giacimento aurifero
possa un giorno esaurirsi.

 

A Bruno Giordano

Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero
esplode l’anonimo urlo di trionfo,
sì; ma chi ha recapitato al presente
il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano
che si distinse durante i giochi
per l’incoronazione dei titoli di Augusto;
con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate
se l’ovazione riservatagli dalla folla
superò i cento decibel, sopravanzando
quella resa di consueto all’imperatore?

 

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La commedia di Charleroi – Pierre Drieu La Rochelle

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Ma lei sa meglio di me che la guerra è divenuta un flagello mostruoso, sproporzionato, che ha completamente smesso di essere alla misura dell’umanità.

È da qualche anno che, in occasione del centenario della prima guerra mondiale, vengono riproposti non solo libri di storia, ma anche testi letterari che hanno la Grande Guerra come argomento o che ad essa in un modo o nell’altro fanno riferimento. Tra questi testi nel 2014 è stato ripubblicato da Fazi Editore La commedia di Charleroi di Pierre Drieu La Rochelle, libro composto da sei racconti, di cui il primo, forse il più ambizioso e significativo, dà il titolo all’intera raccolta. Gli altri sono: Il cane della scrittura, Il viaggio dai Dardanelli, Il tenente dei fucilieri, Il disertore, La fine della guerra. Il tema dei racconti, più che la Prima guerra mondiale nel suo svolgersi – il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1934 a quasi vent’anni da i fatti bellici – è il ricordo, la riflessione a posteriori sugli eventi che sconvolsero l’Europa per un quinquennio. La Grande Guerra in questi sei racconti – che però sono così intimamente legati tra loro nello stile, nella tematica, da sembrare un unico romanzo visto da angolazioni diverse – diventa il paradigma dell’esperienza stessa dell’esistenza, in cui le sensazioni, le emozioni le azioni assumono un’intensità tale da mostrare il volto profondo e tragico della vita. I protagonisti dei vari racconti, comprendono, rivivendola, narrandola a posteriori, in una pausa o alla fine del conflitto, che in quegli anni, in quei momenti si è deciso qualcosa di loro, al di là delle loro intenzioni, al di là di ciò che loro credevano di essere prima. Grazie alla guerra hanno scoperto dolorosamente chi sono, cosa sono, oltre e al di sotto delle finzioni e delle ipocrisie perenni della vita borghese. In questa prospettiva si può spiegare il titolo del libro, tornare alla fine della guerra, negli stessi luoghi che hanno visto una delle prime battaglie sul fronte occidentale, significa cercare di coglierne il senso a posteriori, rivivere quella temperie bellica con i familiari dei caduti, cercare di spiegare loro gli eventi. Ma questo tentativo trasforma ciò che è stato intensamente tragico, l’atto e il gesto bellico, in una commedia, in una serie di rituali commemorativi che assumono quasi sempre tratti grotteschi e tristi. Quello di Drieu è uno sguardo lucido e problematico, in lui non vi è una ripulsione verso la guerra in sé, come in tanta letteratura pacifista, ma il rifiuto nobile e radicale è solo verso una guerra come quella moderna che non mostra il valore dell’uomo, il suo coraggio, ma lo fa diventare solo carne da macello di strumenti ipertecnologici. Ma in Drieu non è presente nemmeno, come ad esempio in Ernst Jünger, di cui pur condivide posizioni politiche e soprattutto la critica verso il mondo moderno, un’adesione totale all’evento guerra come manifestazione suprema delle forze elementari dell’esistenza. In lui, invece, vi è lo sguardo, al tempo stesso partecipe e distaccato, di chi vive e si vede vivere, di chi si immerge nelle situazioni ma al tempo stesso le vede nella loro finitudine irredimibile, uno sguardo che mostra tutte le contraddizioni senza pretendere di risolverle. Il racconto della guerra – con la sua prosa limpida, elegante, classica – diventa per Drieu meditazione sull’uomo, su chi è veramente, su cosa può diventare. Ciò avviene soprattutto nei dialoghi serrati di alcuni racconti, in cui il rapporto tra l’individuo e il potere, tra il singolo e la sua patria, tra uomo e popolo a cui appartiene vengono messi a nudo («Le personalità non esistono che come rifrazione di un popolo»). La guerra fa deflagrare non solo vite, ma anche le contraddizioni dell’esistenza, le mostra nella loro potenza dilaniante e nella loro unità originaria e annientante. Tenerle insieme con la conoscenza o il ricordo è impossibile, la parola può solo accennarvi, circuirle e circoscriverle. Possono però essere vissute per un istante, per un momento irripetibile, che travolge e abbaglia. Il momento in cui il caso, quello che in guerra separa chi muore e chi vive, si fa destino.

In quel momento ho sentito l’unità della vita. Lo stesso gesto per mangiare e per amare, per agire e per pensare, per vivere e per morire. La vita è un solo getto. Io volevo vivere e morire al contempo. Non potevo voler vivere senza voler morire. Non potevo chiedere di vivere pienamente. D’un solo tratto, senza chiedere di morire, senza accettare l’annichilimento.

© Francesco Filia

Ritratto di anziana. “Ruggine”, di Anna Luisa Pignatelli

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Chi l’incrociava per strada senza conoscerla pensava che fosse una vecchia strana perché, ridotta com’era, si metteva ancora sulle unghie lo smalto viola. Qualcuno prendeva quelle unghie laccate come un segno evidente di ricchezze nascoste, di propensione alla seduzione e perfino alla magia nera.
Alcuni, pochi, vedendola procedere nei vicoli curva e con passo incerto, appoggiata al bastone, ne intuivano dallo sguardo schivo l’indole solitaria e dalla schiena piegata in avanti la presenza di un peso nell’anima, di un segreto che sembrava schiacciarla.
Quelli che avevano sentito parlare di lei conoscevano quale fosse il segreto di quella vedova: aveva avuto una relazione col proprio figlio e non sembrava serbarne memoria, come se quanto successo non avesse su di lei lasciato traccia.

Così si chiude il primo capitolo di un breve libro che sembra quasi dimenticare di essere una storia, diventando il ritratto di un’anziana donna di provincia che tutti chiamano “Ruggine” per il sodalizio con l’ex-randagio gatto Ferro. Un libro particolare, capace di presentare gli eventi più sordidi – l’incesto, il raggiro, l’aggressione – con la più aggraziata delle narrazioni e insistere sui dettagli più comuni – la solitudine, la vecchiaia, l’attesa della morte – per quelli che effettivamente sono: la più brutale delle violenze cui è sottomesso l’essere umano.
Ruggine è una donna anziana, vedova di un amore chiamato per cognome (“il Neri”) il cui figlio, che ha abusato di lei, è ora in una casa famiglia. Al sicuro dalla madre, pensano i suoi compaesani, che si divertono a spiarla dagli scuri delle finestre chiedendosi quando la morte, che prende la gente dai vicoli a due a due, prenderà anche lei.
Fino all’ultima pagina, e non come se si dovesse sbrigare una pratica preliminare, il ritratto di Ruggine è reso vivo dalle sue abitudini quotidiane, dai suoi acciacchi diurni, dal tono di viola che le dà la tinta ai capelli: Ruggine ingaggia battaglia ogni mattina per alzarsi dal letto, tiene il conto delle sue frequentazioni dai negozianti che la pensione del defunto Neri le permette di incontrare, trova una direzione alla sua giornata nel poter scambiare una chiacchiera con il salumiere a proposito del tempo. I suoi momenti più vitali sono quelli scambiati con il gatto Ferro, che non ha voluto castrare per permettergli di condurre quella vita di lotte e amorazzi che fa da contraltare non solo alla sua esistenza ma a quella delle anime grette e imbruttite del suo paese. (altro…)

Riletti per voi #8. Era mio padre, Franz Krauspenhaar

era mio padre

“Lo vedo tornare indietro, il costume nero, i capelli ancor più attaccati al cranio, la pelle abbronzata, il suo Rolex d’oro a luccicare nel sole del pomeriggio, il suo solito sorriso dolcemente enigmatico; per me è un dio, è un idolo, è Nettuno. Junghianamente, il padre è l’idolo invincibile, e quando muore, così è per tutti, se ne va un grosso pezzo di mondo, il pezzo corazzato a qualsiasi urto del destino. Quell’uomo affascinante che veniva fuori dalle onde della magnifica Tonnara col suo passo muscoloso era il mio dio, e io non potevo che credere in lui: nella sua possanza, nella ragione delle sue parole, nella sua saggezza che esprimeva anche nei gesti. Il figlio accetta di non discutere il padre non per imposizione, ma per imposizione dell’idolo che è in lui. E ucciderlo davvero, quest’idolo, è affare che può durare una vita. Ma va fatto; io credo che l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una maledizione.”
Confrontarsi con il proprio padre significa scoprirsi, ed è una scoperta vertiginosa e sconvolgente, non i protagonisti della propria vita, ma semplicemente i deuterantagonisti, dei comprimari del protagonista, della figura paterna che ha determinato quello che siamo e dalla quale dipendiamo per essere quel che saremo da adulti (perché sentirsi adulti è un lavoro mai compiuto, come sentirsi uomini). Se la voce del padre ha risposto alla domanda: “Papà, che macchina è?”, se i suoi occhi ci hanno guardato, se il suo sguardo severo o bonario si è posato su di noi, allora noi, quei bambini che siamo stati, potremo diventare a nostra volta qualcosa, qualcuno, a prezzo però di dover combattere nel e contro l’esempio paterno che agisce dentro di noi; viceversa, se quello sguardo non si è mai posato, non saremo niente e dovremo rinascere a noi stessi per continuare a vivere. Nell’uno e nell’altro caso esistere significa ingaggiare un corpo a corpo amoroso e mortale con l’ombra che accompagna il nostro cammino, con chi ci ha indicato la strada, anche quando non lo ha fatto e forse ancor di più, senza che noi avessimo potuto chiederglielo. Il padre è ciò da cui proveniamo, è il peso più grande, ed è ciò a cui torniamo, il più delle volte senza saperlo e senza volerlo consciamente, perché le maledizioni e le colpe dei padri, come gli esempi, ricadono sui figli e questa è una verità difficilmente smentibile.
Il romanzo Era mio padre di Franz Krauspenhaar (Fazi, 2008) si confronta in un’anamnesi personale e familiare, in cui l’autore si pone a cuore aperto verso il lettore sfidandolo a seguirlo fino al termine del suo viaggio, con il groviglio irrisolto che ogni padre è nella vita del figlio. E questo groviglio è reso con una scrittura densa con passaggi di una chiarezza cristallina, anche se il più delle volte la scrittura sembra sull’orlo di collassare in un’imprecazione, in un’invettiva, in un urlo e sicuramente in questo bilico del dire la scrittura di Krauspenhaar offre la sua cifra più peculiare e affascinante: al tempo stesso potente e precisa.
Il libro è un continuo tornare alla memoria paterna (il passato è passato, si dice. Come si può credere a una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e notte – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.), a questo padre finito troppo presto, ma in maniera né memorialistica né elegiaca, ma spietata,di un amore spietato, che si riconosce tale nel porre la verità davanti a tutto, nel sottrarre i ricordi al fumo dolce ma stordente dell’oblio. Ma è soprattutto un ritrovare se stesso da parte dell’autore attraverso il confronto serrato con ciò che il padre è stato e ha rappresentato nella vita, quasi che, risalendo la corrente del tempo e del divenire, attraverso la figura paterna, gli eventi che essa ha attraversato – in particolare la seconda guerra mondiale, in cui l’autore quasi si identifica con il padre combattente, pur cogliendone la distanza e in parte sentendosi inadeguato al confronto, e l’immediato dopoguerra di fame e di speranza, e oltre ancora, nella figura del nonno tedesco dei Sudeti, mai conosciuto, fino ad arrivare all’etimologia del cognome e delle sue origini – si potesse trovare un filo, una ragion d’essere, una radice che possa giustificare quell’irripetibile casualità che lo scrittore sente di essere (A volte penso che quel pomeriggio tu e la mamma avreste potuto fare qualcos’altro, rimandare. Potevi farti una sega, Karlo, ma a pensarci bene: perché darsi all’autoerotismo quando si ha a disposizione una donna che ti ama?). Attraverso l’inseguirsi reciproco del tempo della memoria, del tempo della vita e del tempo della scrittura, quasi in una spirale ctonia, il protagonista autore narratore ingaggia un corpo a corpo con la sua esistenza presente (In questo alveo svuotato che è il mio adesso), il senso del suo stare al mondo, il senso stesso della scrittura e della sua vocazione di scrittore, la memoria personale e paterna. È come se padre e figlio si rubassero la scena, in un dramma a due in cui comprimari sono le altre figure familiari che fungono quasi da coro rispetto al dramma o, come nel caso del fratello Stefano – al tempo stesso doppio del fratello scrittore e del padre suicida, ma anche irriducibile ai due – anticipassero il finale tragico del libro. Sembra quasi che il figlio per affermarsi debba continuamente sovrapporre la sua vita a quella del padre, per coglierne analogia e differenze, per capire, infine, se l’esistenza che si trova in sorte valga fino in fondo la pena di essere vissuta. Se valga la pena di essere vissuta e scritta in un’estate milanese afosa e plumbea che cede il passo ad un autunno di scrittura e di anamnesi dolente e lucida, in cui i giorni trascorrono uguali e implacabili, dove le ombre del passato e i fantasmi del presente, sotto forma di donne, amici, familiari, luoghi, riti solitari si presentano per un redde rationem definitivo. Per scoprire, in ultimo, che il padre, la distanza che ci separa da lui, è l’unità di misura in base alla quale misuriamo noi stessi e il mondo e, percorrere la distanza che il padre stesso è, superarla attraverso un libro o attraverso un altro percorso, uccidere simbolicamente il proprio padre, è l’unico modo per rimanere autenticamente fedeli alla sua figura, al rito che ci legava a lui come al nostro idolo; la domanda continuamente posta dall’autore da bambino al padre: Papà, che macchina è?

© Francesco Filia

Questo articolo è apparso su Nellocchiodelpavone il 10 giugno 2012

Shifra Horn, “Scorpion Dance”

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Quello che colpisce di Scorpion Dance, nuovo libro di Shifra Horn da poco in libreria per Fazi Editore, è la presenza vigile e mai prepotente dei fiori. Sono ovunque: regalati o notati per strada, sono i cespugli di gelsomino che fanno odore, i fichi sotto cui nascondersi, fino al glicine simbolo della casa attorno cui ruota il motivo della narrazione. Orion, giovane uomo, imbastisce per la sua basherte un racconto che le regali l’intera sua identità, come un’offerta d’amore dopo che il glicine li ha fatti incontrare:

Casa tua – l’immagine speculare della mia – gridava provvisorietà. Le molle sporgevano dall’imbottitura di una poltrona macchiata. Un armadio a cui mancavano le ante rivelava pochi abiti leggeri, e un vecchio frigorifero dallo sportello bombato gorgogliava accanto a noi. Tu posasti il bollitore sui fornelli, e io guardai i muri scrostati, le mattonelle rotte, il soffitto macchiato di muffa e gli scuri deformati, e udii me stesso offrirsi di imbiancare casa tua ed effettuare le riparazioni necessarie. Farò qualsiasi cosa per trasformarla in una dimora permanente, pensai. Purché tu resti. Dandomi la schiena, versasti l’acqua calda nelle tazze senza dire una parola.
«L’ha comprata, questa casa?», ti chiesi, spavaldo.
Tu scuotesti la testa e mi domandasti quanto zucchero volevo.
«Un cucchiaino. Ma per quale motivo ha preso in affitto un appartamento in queste condizioni?».
«Per via del glicine».
Era la risposta che segretamente mi aspettavo. E capii che tu mi eri stata mandata.

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Giovanni Ricciardi, La canzone del sangue

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Tu  sola, ostili i giorni, mi soccorri
(A.M. Curci)

Giovanni Ricciardi, La canzone del sangue, Fazi editore 2015
Nota di lettura di Anna Maria Curci

Quanto è vera la vita di carta? Quanto dolore deborda dalle righe di un pentagramma, magari oltre le intenzioni di chi ha trascritto, trasposto e consegnato all’interprete, al lettore, all’ascoltatore, all’esecutore? Quanti significati, ancora, serba, nasconde e svela ai cercatori, aruspici e minatori, il  verbo latino tradere?

Sono domande, queste, che Giovanni Ricciardi sa far emergere, istigando la ricerca di risposte, nella sesta indagine del commissario Ottavio Ponzetti, La canzone del sangue. Punto di partenza sono testo e melodia di una canzone, le cui strofe dell’originale sono riportate nell’esergo della prima parte, e che è nota come canzone popolare siciliana per eccellenza: Vitti na crozza. Ottavio Ponzetti si trova a fronteggiare richieste di aiuto, segreti, antiche e nuove storie, enigmi e rancori, quasi suo malgrado, perché in Sicilia, teatro delle vicende, si trova in ferie con la famiglia al completo. Allora, si chiederanno i lettori affezionati a Ponzetti, dove è finita Roma, dove le sue vie e i suoi colori, la sua afa e il caldo umido? Roma ci sarà, in un ponte reale e ideale, ci saranno perfino l’avvocato Galloni e il suo cane Socrate. Ci sarà, eccome, il fido Iannotta, con il suo romanesco misto di saggezza e di ovvietà; interverrà perfino, come scopriranno i lettori, il commissario Montalbano. (altro…)

Una frase lunga un libro #2 – John Williams, Stoner

stonerUna frase lunga un libro #2
JOHN WILLIAMS – STONER – FAZI EDITORE (2012; trad. di S. Tummolini; € 17,50, € ebook 9,99)

 

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.”

Questo paragrafo si trova nella seconda parte del libro di John Williams. Stoner, il capolavoro scoperto tardi da quasi tutti e amatissimo. Un libro che è corso di bocca in bocca, di scaffale in scaffale. Fatto girare con quella prudenza con cui si dice della meraviglia, quando accade, e non si conoscono le parole per descriverla, né i come, né i perché. Il paragrafo scelto, come detto, sta nella seconda parte del libro, ma è bello e significativo come un incipit. John Williams avrebbe potuto cominciare a scrivere da lì, Durante quel decennio… e poi avrebbe potuto tentare un percorso all’indietro, giocare con i flashback, chissà. Mi domando che romanzo sarebbe stato. Un libro, probabilmente, molto bello ma non un capolavoro. Non il capolavoro che Stoner è.

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Intervista a Paolo Febbraro

 

foto di Dino Ignani

foto di Dino Ignani

1) Paolo, comincerei chiedendoti del tuo libro uscito da pochissimi giorni, Leggere Seamus Heaney (Fazi, 2015), in cui ripercorri la vita e le opere del grande poeta – premio Nobel nel 1995 – recentemente scomparso. Sarei curiosa della genesi di questo libro, del metodo che puoi esserti dato sin dall’inizio per trattare un materiale così vasto ed estrapolare chiavi di lettura considerata anche quella che può essere, a volte, un’arma a doppio taglio: l’amicizia con l’autore.

Ho conosciuto personalmente Seamus Heaney nel luglio del 2009, nella città toscana di Cetona, sede di un premio prestigioso, la cui giuria aveva scelto lui come personalità internazionale e me fra i cinque finalisti italiani. Prima di allora, Heaney era per me solo uno degli ottimi poeti del panorama mondiale: avevo letto delle sue poesie, non moltissime, grazie alle traduzioni di Franco Buffoni. Ma aver conosciuto lui e sua moglie Marie mi ha introdotto davvero alla sua figura umana e artistica. Una volta pubblicato il mio saggio più impegnativo, L’idiota. Una storia letteraria, nel 2011, mi venne in mente di tentare una lettura complessiva della sua opera, che intanto prendevo a conoscere sempre meglio. Capii presto che avrei scelto come chiave di apertura l’essere Heaney un poeta dell’attraversamento, della cucitura, della difficile conciliazione fra gli opposti: una pietra di guado, o stepping stone, come ha riconosciuto lui stesso. Da questa idea centrale si dipartirono poi altre scoperte, come il rapporto fra Heaney e l’antica poesia anglosassone e irlandese, o con Virgilio o con il nostro Pascoli. Più volte parlammo di questa mia impresa. Purtroppo, la mattina del 30 agosto 2013, quando grazie ad amici irlandesi seppi della sua scomparsa, mi resi conto che avrei dovuto terminare il mio saggio senza il conforto del suo genio affettuoso. Le mie parole persero l’eco che la sua lettura avrebbe rimandato.
HeaneyC’è poi dell’altro: riflettendo su questo mio libro, mi sono accorto che l’ho scritto anche per mettere a disposizione di autori e lettori italiani un contravveleno, una controproposta. L’Italia è afflitta da una – idealistica, hegeliana – dichiarazione di morte nei confronti della poesia, con tanto di sanzione accademica. Questo ha portato al discredito di tutti gli autori, anche di quelli onesti e valorosi, con tanti medio-poeti o verseggiatori che ne hanno approfittato per rifugiarsi nel piccolo narcisismo di un poetare quotidiano, crepuscolare, cronachistico, dimesso; o viceversa, per tendere muscoli che non hanno, alzando i toni. Proporre criticamente la poesia di Heaney, e la sua splendida saggistica, significa per me mostrare di quale entità sono i problemi che la poesia può superare e metabolizzare, e quale sia la sua “normale” grandezza, l’ampiezza delle sue soluzioni formali, la profondità del suo “pescaggio” nelle tradizioni. Credo insomma che il mio sia anche un libro militante, da mettere a disposizione della nostra cultura.

(altro…)

John Williams, Stoner (rec. di M. Baldi)

stoner

John Williams, Stoner, trad. di S. Tummolini, Fazi Editore, 2012, € 17,50 (ebook € 6,99)

È davvero singolare il destino di Stoner, dell’americano John Williams (1922-1994). Riemerso alle cronache letterarie internazionali quasi cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione (1965), che all’epoca non raccolse grandi attenzioni nemmeno in patria, e quasi vent’anni dopo la morte del suo autore, è diventato nel corso di pochi mesi un caso editoriale in mezzo mondo.
Il libro narra la storia semplice e un po’ banale di un uomo che nella prima metà del Novecento si affranca dal destino di contadino, a cui la tradizione di famiglia sembrava averlo inevitabilmente predestinato, e diventa professore universitario. Gli eventi narrati sono quelli di una vita che si può senz’altro definire qualsiasi: Stoner si sposa con una donna che non lo ama, perde i genitori, ha una figlia, la sua carriera professionale conosce una lenta e calma progressione con pochi successi e alcuni contrasti con i colleghi, ha una relazione sentimentale clandestina con una studentessa, vi mette fine suo malgrado, invecchia, va in pensione, muore. Niente di speciale, eppure John Williams trasforma questa vicenda antieroica per eccellenza in un racconto dal respiro universale, come sapevano fare i grandi narratori dell’Ottocento ma allo stesso tempo con una facilità e speditezza di racconto tutta contemporanea.
Sono rari i casi in cui un romanzo riesce a mettere d’accordo in modo talmente unanime sulla propria qualità tutti i generi di lettori, dai critici professionisti ai bloggers, dai lettori più forti ai più occasionali, e allo stesso tempo a dividerli e forse addirittura a disintegrare l’universo dei commentatori in una costellazione di interpretazioni anche opposte. William Stoner è, a seconda dalla prospettiva da cui lo si vuol leggere, un eroe della modestia, un campione delle “passioni fredde”, un uomo mediocre, remissivo, metodico, qualunque, grigio, senza qualità, ma anche “mite ed eroico”, eccezionale, appassionato, devoto, integro, un esempio di vita, eccetera.
Se volessimo sintetizzare quello che è il libro Stoner in una parola, quella parola sarebbe “un classico”. Ed è infatti a qualche altro classico che va il pensiero durante la lettura di queste pagine che procedono svelte e senza fronzoli ma pronte a sostare con naturalezza nei pressi delle inquietudini e dei dubbi più profondi della coscienza di ognuno. Stoner, con la sua vicenda semplice di progressivo restringimento del proprio cerchio di esistenza, ricorda il personaggio apparentemente opposto della modesta governante Felicita, protagonista di Un cuore semplice, il primo dei Tre racconti di Flaubert (che ne sarebbe stato di Felicita se un giorno fosse stata fulminata da un sonetto di Shakespeare?), ma con la venatura di dubbi e inquietudini dell’Ivan Il’ic di Tolstoj. E il capitolo finale, insieme a quelli dei due romanzi appena citati, costituisce una vera e propria trilogia insuperabile del raccontare la morte, che è da sempre uno dei modi più potenti a disposizione dei grandi scrittori per metterci di fronte alle domande fondamentali sulla nostra vita.

© Martino Baldi

Potete leggere alcuni passi del libro qui

La Domenica (il corso delle cose) e John Williams

berlino - foto gm

“Durante quel decennio in cui parecchi visi si fecero rigidi e spenti, come se contemplassero un perenne abisso. William Stoner, abituato a quell’espressione come all’aria che respirava, vide i segni diffusi di uno sconforto che aveva conosciuto fin da bambino. Vide uomini per bene sprofondare lentamente nella disperazione, perduti insieme ai loro sogni di una vita decente. Li vide camminare senza meta per le strade con gli occhi vuoti come schegge di vetro infranto. Li vide appostarsi davanti alle porte di servizio, con l’amarezza e la dignità di chi si reca al patibolo, per elemosinare il pane che gli avrebbe consentito di continuare a elemosinare. E vide che alcuni, un tempo fieri della loro identità, ora lo guardavano con odio e invidia per quel minimo di sicurezza che si era conquistato col suo impiego fisso presso un’istituzione che in un modo o nell’altro, non sarebbe mai potuta fallire. Non dava mai voce a questa consapevolezza, ma la coscienza di quella miseria lo toccava profondamente, trasformandolo in un modo che era invisibile agli estranei; e una muta tristezza per quella condizione comune lo accompagnava in ogni istante della sua vita.” pag. 254

“Una sera, tardi, dopo l’ultima lezione, tornò nel suo ufficio e si sedette alla scrivania per cercare di leggere un po’. Era inverno e durante il giorno era caduta un po’ di neve, quindi l’esterno era avvolto da un manto soffice e bianco. L’ufficio era surriscaldato. Aprì la finestra accanto alla scrivania per far entrare un po’ d’aria fresca nella stanza chiusa. respirò profondamente e lasciò che i suoi occhi vagassero sulla distesa imbiancata del campus. D’istinto spense la lampada sulla scrivania e si sedette nella calda oscurità dell’ufficio. L’aria fredda gli riempì i polmoni e si protese verso la finestra aperta. Ascoltò il silenzio di quella notte d’inverno e in qualche modo gli parve di sentire i suoni che venivano assorbiti dal delicato intrico cellulare della neve. Nulla si muoveva sopra quel bianco. Era una scena di morte, che sembrava attrarlo a sé, risucchiando la sua coscienza nello stesso modo in cui aspirava i suoni dell’aria, seppellendola sotto quel candore gelido e soffice. Si sentì tirare verso quel bianco che si estendeva a perdita d’occhio e che era parte dell’oscurità da cui risplendeva, e da quel cielo chiaro e senza nubi, che non aveva altezza né profondità. Per un istante gli parve di uscire dal suo corpo che sedeva immobile davanti alla finestra. Mentre si sentiva scivolare via tutto – la distesa bianca, gli alberi, le altre colonne, la notte, le stelle lontane – gli sembrava incredibilmente piccolo e remoto, come se svanisse poco a poco nel nulla. Poi, dietro di lui, udì il clangore di un termosifone. Si mosse e la scena tornò a essere quella di prima. Con sollievo, e con una strana riluttanza, riaccese la lampada della scrivania. Prese un libro e qualche scartoffia, uscì dall’ufficio, attraverso i corridoi immersi nelle tenebre, e uscì dalle grandi doppie porte sul retro della Jesse Hall. Camminò lento verso casa, udendo a ogni passo il rumore soffocato della neve asciutta che scricchiolava sotto i piedi.” (pg. 208/209)

“Le sue aspettative nei confronti del primo libro erano state insieme caute e modeste, rivelandosi appropriate: Un recensore lo definì <<pedestre>> e un altro lo descrisse come <<un’indagine competente>>. All’inizio se ne sentiva molto orgoglioso, lo teneva tra le mani, ne accarezzava la copertina liscia e voltava lentamente le pagine. Gli sembrava una cosa viva e delicata, come un figlio. Una volta stampato, l’aveva riletto tutto, stupendosi vagamente di non trovarlo né migliore né peggiore di come se l’era aspettato. Dopo un po’ si era stancato di guardarlo, ma ogni  volta che ripensava a quel libro, e al fatto di esserne l’autore, restava stupito e incredulo di fronte alla propria temerarietà. E alla responsabilità che si era assunto.” (pag. 121)

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© John Williams – Stoner – ed- Fazi – traduzione di Stefano Tummolini