FaraEditore

Francesco Filia – La neve (recensione)

La neve

Francesco Filia – La Neve – Fara – 2012 – euro 11,00

Quando si recensisce un libro, soprattutto se di poesia, si cercano al suo interno alcuni versi che possano sintetizzare e, allo stesso tempo, introdurre la raccolta poetica in questione. È molto difficile scegliere anche un solo verso che si presti al gioco del recensore, in questo splendido libro che è La neve di Francesco Filia, perché ogni rigo di ogni poesia basta a se stesso, ciascun verso potrebbe essere scelto come manifesto della raccolta I versi, però,  sono complementari tra di loro e vanno a formare – in un perfetto incastro –  i trenta frammenti del poemetto. Filia sceglie una contraddizione in termini per raccontare la città che rappresenta la somma di tutte le contraddizioni: Napoli. Lo fa già dal titolo e lo certifica nell’incipit del primo frammento: «La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista / se non nella bocca a nord del vulcano / nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia / che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza / ma il gelo, quello sì, dentro di noi fino alle ossa / e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa / fino al midollo. […]». Il poeta ha una naturale predisposizione al verso lungo, al quale arriva per concedere una parvenza di morbidezza, di musica sfumata sul finale, a qualcosa di molto duro: la messa a nudo di una bellissima città che si regge sul vuoto, su speranze diluite nel tempo, su promesse che ciascuno è pronto a elargire, che nessuno è disposto a mantenere. La bravura di Filia sta nel saper sintetizzare, di non esagerare e di non concedere mai spazio alla retorica. La vita esiste a Napoli come in nessun altro posto al mondo ed esiste proprio in quel costante rapporto tra chiaro e scuro. Tra il sole che alla stessa ora splende sul mare o San Martino e non filtra nei vicoli dei Quartieri. L’autore gira nella storia della città, lo sguardo è sia quello dell’osservatore esterno e imparziale, sia quello di chi quel contrasto lo vive addosso. Lo soffre e lo ama. «Non ci daremo la mano per paura di scoprire / quel che siamo da sempre, per non iniziare / il nuovo giorno, il principio di ogni morire». La neve quindi è qualcosa che non accade a Napoli, nella vita dei suoi abitanti, la neve come metafora di quello che manca. il bianco. L’ordine che non c’è. Il reggersi sulle proprie forze, l’essere continuamente bagnati dalla pioggia. Sfondati e attaccati al suolo da migliaia di millimetri d’acqua sporca, di voragini che si aprono in strada. Dal sangue che non fa altro che scorrere. A Napoli si sta da secoli, da sempre, in attesa che qualcosa accada. Che qualcuno arrivi a salvare. La neve rappresenta la certificazione di una rinuncia, tutto quello che non c’è. Francesco Filia riesce, nel racconto duro di questo libro, a disegnare i contorni, a lasciar sentire il silenzio, la pace del bianco. E in quel silenzio la poesia si fa ricordo, percorso all’indietro, quasi mai lieve. E quello che non c’è è, forse, la consapevolezza di non saper vivere in  altro modo: di smettere di vivere ancorati a una speranza, di avere corrimani carichi di ruggine. Raramente Napoli è stata così ben raccontata. Chi non la conosce dovrebbe leggere questi frammenti per toccare tutto ciò che in superficie non vedrà. Chi ci è nato e ci vive, invece, dovrebbe leggerli per aprire gli occhi sull’enorme vuoto sul quale Napoli si regge. «Sarà una questione di tempo / di una parola detta al momento giusto, di occhi che / sapranno reggere l’evidenza di queste mura, di una / scritta non ancora cancellata da un vortice di vento / e sole, di quello che non abbiamo saputo mai / confessare. Ti prego non lasciarmi sprofondare!» I palazzi di Filia danno le spalle al mare, le strade hanno buchi in mezzo e si restringono. Qui la gente non passeggia sul lungomare, non si saluta. Questo è un libro dove il mare è scuro e dove quando nevicherà la neve cadrà nera come il catrame come i volti di certe inutili Madonne.

Gianni Montieri

a questo Link  alcuni testi da La Neve e una nota di Luciano Mazziotta

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

[novità editoriali] La neve nel bicchiere – Francesco Accattoli – FaraEditore 2011 – (più un cadeau) (post di natàlia castaldi)

La neve nel bicchiere - Francesco Accattoli

Ho appena finito di leggere “la neve nel bicchiere” di Francesco Accattoli, ed. Fara 2011. Lo trovo un grande lavoro, omogeneo, senza cadute. La scrittura di Francesco (che non conoscevo ma ho scoperto per caso e di recente qui ) l’ho trovata morbida e, soprattutto, una scrittura che dice, accompagna parlando e si racconta. Si sente la vicinanza con tanta poesia spagnola (classica e contemporanea), in una in particolare, Sevillana, si sente proprio un gusto pittorico, il gusto del tratto e del disegno alla Lorca, o per meglio dire delle canzoni per chitarra di Lorca. Terra madre#1 è molto molto bella, talmente familiare che si può cucire anche addosso alla memoria della mia terra.

Sono cartoline di un tempo che sembra sospeso tra memoria, reale ed ideale, tra presente, passato prossimo e condizionale, come denota il passaggio repentino di modi e tempi verbali, che ne scandisce il ritmo in un continuo fluire. Inoltre ho notato che, coraggiosamente, mantiene l’uso della congiunzione a inizio verso con tutto il sapore della continuità con la poesia buona di Montale e Quasimodo, ad esempio, e gli riesce bene. C’è una sottile ironia qui e lì che accende piccoli fuochi nella neve, mentre la vena civile, senza cadere nel tranello del cronachismo e del raccontino sul perché ed il percome delle cose, trova la sua cifra distintiva e originale. Compratelo, fa bene alla ragione del tempo e delle cose. Buona lettura.

nc

[per ordinare il libro basta cliccare sulla copertina]

 

*

Ogni giorno qualunque

 

Per queste strade non c’è passante,

nessun vecchiaccio, nessun demente

di paese; nessun amico a cui pensare.

Somigliano a una risaia questi

intrugli di corridoi; il piede è fermo,

è un punto solo, ed ha paura.

 

Eppure ecco, tra i muri passa

un suono, il ridicolo volgare

di quel mondo che si fa

col cambio di canale; lo sgomento

fisso come un cero, la cui fiamma

non la smette di pregare, o morte,

o miglior vita, e l’eco si fa chiara

sillaba e poi balbuzie, e così assomiglia

a quell’uscita che non si trova

se non arriva infine il sonno

se non imbruna. Così si dorme

e spira tra le ossa cave un lume

asciutto, una presa di calore,

bastevole ad una piega della tenda

a farsi mano ed indicare

ciò che a tastoni

sembrava ormai altrove.

 

*

Memini

.

Ci sono parole

che affondano con altre parole.

Ci attendiamo un avverbio,

una preposizione,

è tutto una resistenza,

un ciclo informativo,

una mutilazione.

Aspettiamo inermi, profondi, introversi,

prosciughiamo i giudizi

con un’infondata casualità

di sillabe.

 

Eppure

sembra avere un senso.

 

La postura delle labbra,

i fiori, le diversità encomiabili,

la perfezione, io che studio,

io che lavoro, i balocchi

di legno,

le scatole di latta, i biscotti sminuzzati,

le magnolie, gli scialli turgidi della nonna,

le biglie, le scommesse,

le parole che difendono

altre parole, i calcoli falliti,

le parole sono più facili,

le minuscole stazioni della riviera.

 

Concentrazione.

 

S’impara bene dalle nonne, resta la polpa,

il Pater Ave e Gloria, la paura dissipata,

il segnale è dentro il corpo,

 

come a dire: ora è già ora;

 

eppure avrebbe un senso

un poco di neve in un bicchiere.

 

*

La resa

 

Ho concluso, con le spalle serene,

di schiena alla pioggia.

La resistenza ci ossequia, ad uno

ad uno perdiamo il gusto,

diventiamo sottili osservatori, fumiamo,

ci riconosciamo in un buongiorno largo.

Da ieri la poesia ci nuoce,

perché la verità

è un incontro ed io non sono

sicuro di ciò che è dietro le parole.

 

*

Sevillana

 

Tra il tac del passo ferrato

del baio sta il ventre

teso da una schiena larga

e di nuovo un tac si stacca

dalla mano incatenata

alla sigaretta; sulla cassetta

osserva il mondo e lo trasforma,

come il santo il suo martirio.

Così il cocchiere e il suo cavallo

– entrambi andalusi –

seguono una linea

che non si spezza e avranno

pane per questa sera

ed una noia accumulata

nei muscoli, nei lombi poderosi.

Per quel centesimo che schiocca

senza frusta, e per una volta soltanto,

un tac di slancio

nei campi di Maria Luisa.

 

*

Terra madre #1

 

Ho trovato solo volti di moneta

salutarci dai deserti palazzi,

perché sia vita ci vuole altro, più gerani

serviranno a dare conto di una civiltà

operosa di paese, capace di piegarsi

all’angustia dei muri nuovi, di questi scorci.

Nemmeno si scanneranno i balconi

e le ringhiere, i posti auto

riservati agli inquilini e profanati

ostinatamente. Da lato

a lato in taglio diagonale stanno

i rumori di cantiere, e battono

ancora, senza avvisare.

 

Qui non è mai venuta

la sinistra – la sinistra non viene mai –

coi tamburi e le bandiere,

sono terre di passaggio, di mezzeria,

confine di confine, ultimo rintocco

prima che si faccia sera.

 

E per avere noia

di tanta terra madre, tre Padre

Ave e Gloria, non basteranno

a ripulirsi dell’assunto

che il lavoro di mattone rende

l’uomo più sicuro.

 

*

A questa scuola hanno tolto le finestre

 

A questa scuola hanno tolto le finestre

e due volte muri hanno messo, perché resti

tutto dentro l’odore fosco dei corridoi, e non le piazze,

non ci arrivino le piazze, con le famiglie vivaci dei cortei.

 

T’hanno mai spiegato cosa sono gli operai

o gli africani cottimisti? Perché cadano

dai ponteggi come chiodi arrugginiti, come

grandine pesante sulle auto posteggiate?

 

Che nessuno parli, non s’azzardi voce alcuna

tra gli anziani a raccontare del Ventennio

con i suoi esiliati, o dei meridionali del Dopoguerra,

calciati in culo come si fa con i randagi.

 

Non era Italia da sapere, sudavano , bestie,

nei vagoni della Milano – Bari. E da quel sudore

non si può scappare, come non si scappa

dalla Costituzione. Gridalo ai passanti

 

mentre aspetti il barrato delle due

e pensa al suono del martello, pensa

al tonfo sordo della pioggia sulle lamiere,

l’algebra a fine mese dei professori,

 

fatica con le parole, non le guardare,

perché esse hanno odore e sanno la vergogna,

sanno il senso dell’onore che ora è vinto, meschino,

con i pugni stretti al petto e il viso storto.

 

Oggi è giorno di lezione, leggiamo ad alta voce

i nomi delle strade alla finestra: via De Gasperi,

via Pertini, viale Martiri della Resistenza.

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Francesco Accattoli (1977) è docente di materie letterarie e latino nei licei, con esperienze sia in Italia che in Spagna. Nel 2002 esce per Stamperia dell’Arancio il suo primo libro di poesie e prose Come acqua che riposa… Dal 2003 al 2010 è stato voce e chitarra dei Noa Noa. Attualmente si dedica al progetto poeticomusicale Fucine Sonore assieme al poeta Loris Ferri e al chitarrista Alessandro Buccioletti. Sue poesie sono incluse in varie antologie (ricordiamo Calpestare l’oblio, a cura di Davide Nota e Fabio Orecchini, e Porta Marina. Viaggio a due nelle Marche, a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri) e riviste cartacee e sul web. È stato addetto stampa dell’associazione Coneriana Cult ed ha collaborato a testate giornalistiche cartacee e online. Nel 2009 ha vinto il Premio Rabelais e nel 2010 il concorso Arte Ex Tempore. Con Fara ha pubblicato nel 2007 la silloge Un tramonto sommario, all’interno dell’antologia del Premio Pubblica con Noi. Gestisce con serafica lentezza il blog sequestocosmo.wordpress.com

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Un cadeau

POETARUM SILVA – IL READING – REGGIO EMILIA