Fantozzi

Fabrizio Buratto, Parliamone (di C. Tosetti)

Fabrizio Buratto
Parliamone
LietoColle 2017

Recensione di Carlo Tosetti

 

 

Il titolo del libro di Fabrizio Buratto, Parliamone (LietoColle, 2017) potrebbe ingannare il lettore, bonariamente.
Certo è assente ogni intento di raggiro; lungi da me farvi pensare di trovarci di fronte ad un libro “truffa”, che – per essere esplicito – deluda le aspettative: no. Niente di tutto ciò.
Si è affacciata in me la sensazione che questo “parliamone” non sia un invito al confronto, alla tenzone dialettica, ma sia più vicino alla nota espressione infarinata di sarcasmo, diffusa nel comune linguaggio, con la quale – implicitamente – si esprime il disaccordo nei confronti delle idee dell’interlocutore, il tutto espresso in un linguaggio diretto, tagliente e soprattutto ironico.
Il mio incerto pensiero trova una stampella nel titolo della sua tesi di laurea in Storia (Università di Genova): Fantozzi, maschera dell’Italia contemporanea, tesi poi pubblicata da Lindau nel 2003.
Per onestà: io non ho letto la tesi, benché, ora, l’avere notizia della sua pubblicazione mi incuriosisce non poco; domando: cosa ha realizzato il compianto Paolo Villaggio attraverso il suo correlato cinematografico?
La tesi di Buratto, naturalmente, credo voli alta rispetto alla mia striminzita riflessione, tuttavia ritengo si sia tutti consapevoli del fatto che Fantozzi ci abbia efficacemente mostrato, in modo eccessivo, caricaturale, l’ignobiltà del nostro paese, le nostre bassezze, la nostra volgarità, inscenate nell’ambiente del terziario, ambiente il quale – allora – rappresentava un punto d’arrivo per i lavoratori, un’occupazione privilegiata rispetto alla dura esistenza della catena di montaggio o dell’aratura delle campagne.
Quindi, per tornare alla raccolta poetica, Buratto, con un’impostazione logica, potrei dire sillogistica, delle poesie e dalla presenza “verticistica” di una filosofia, impasto di ragione e scienza, ci consegna un esplicito invito a ragionare sulle contraddizioni minori e maggiori della nostra società, con un taglio molto ironico, sarcastico e molto personale. Non nasconde le sue idee.
Ne deriva una lettura divertente: non posso negare che questo libro mi abbia strappato dei sani e sinceri sorrisi, anche in alcuni componimenti che mi trovano distante dal pensiero dell’autore, nelle sue graziose dissacrazioni.
La poesia d’introduzione, senza titolo ed extra-raccolta, ci introduce senza tentennamenti nel Buratto-pensiero.
Vi faccio notare che la poesia, nel suo taglio ironico, incapsula diverse citazioni filosofiche, letterarie, storiche e cinematografiche; ciò non è secondario nello stile dell’autore, in quanto una lettura responsabile del libro obbligherebbe (sanamente, aggiungo) a sfogliare dizionari ed enciclopedie e sarebbe un grave errore immaginare che l’ironia, la giocosità di questo libro non abbiano quale substrato un’ampia cultura da cui attingere.

                    Finalmente la risposta:
                                            Google
                            motore immobile
                         che pensa se stesso
                                        pensante.
                            Dimmi, o Google
         l’indiriss di dove devo andare
          cosa danno al cinema Gloria
          quando è morto il tal dei tali
      a chi ha dato i natali Pastrengo
            da dove vado e dove vengo.
                                      Ah, saperlo
         l’algoritmo che può prevedere
                           i miei spostamenti
                             i miei sentimenti
                                le mie ricerche
                          del tempo perduto.
                 Parola chiave: “ti prego”
                                         o Google
                  dimmi che farò domani
                                 così che possa
                         lavarmene le mani. (altro…)

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

di Chiara Tripaldi

*

 

I figli unici sono destinati a vivere in un mondo di adulti. L’ho sempre saputo, da quando a otto anni i miei genitori mi portavano alle cene a casa dei loro amici, con figli troppo grandi rispetto a me o addirittura in casa di coppie che non ne avevano.

Mi mettevo al tavolo degli adulti, quello alla cui altezza arrivavo perfettamente, “ come sei alta, Chiara”, mi dicevano.

Una sera, mi ricordo perfettamente, eravamo a cena da Adriana e Michele, che abitavano in paese, avevano una grande casa con i pavimenti in cotto, che a me piacevano un sacco, mi ci poggiavo culo a terra a sentire il fresco, nella taverna dove invitavano gli amici. I figli di Adriana e Michele erano due ragazzini di qualche anno più grandi di me, che non mi badavano molto. A me non importava granché: mi piaceva molto ascoltare i discorsi degli adulti, imprimermi nella mente tutte quelle parole di cui non conoscevo il significato. Quella sera avevo imparato “un pesce fuor d’acqua” e la tv, cosa insolita, era accesa.

“C’è Fantozzi, il primo, quello più bello” aveva detto papà, che nel cinema come in tante altre cose, mi aveva dato un’educazione precoce. A otto anni mi permetteva spesso di sedermi sul pavimento dello studio, dove c’era la nostra televisione, fra la poltrona sua e quella di mamma. In quell’anfratto, a gambe incrociate sopra il tappeto turco, ho visto passare i grandi classici del cinema italiano e non. Fantozzi, però, l’ho visto per la prima volta in quella casa estranea, una sera di giugno. La tv andava sopra il chiacchiericcio dei grandi, una cosa straordinaria, dicevo, perché alle cene si mangiava e si parlava senza rumori di fondo, si rimbalzava sulle storie d’ospedale (papà e Michele erano colleghi) e sulle ultime notizie politiche, con il solo rumore delle stoviglie e lo scatto della fiamma che accendeva molte sigarette.

Così conobbi il ragionier Ugo: un uomo il cui aspetto dimesso cozzava contro un linguaggio straordinariamente complicato che mi affascinava ma si accordava magnificamente a una serie di disavventure capaci di strapparmi il sorriso anche se non ne coglievo l’intrinseca drammaticità, la critica alla società capitalista, all’intellettualismo, alla mancata solidarietà di classe, ai parvenu.

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Dalla parte di Fantozzi

fantozzi

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Quando guardiamo i film di Fantozzi ridiamo tanto, e ridendo ci sentiamo migliori di lui. C’è insomma qualcosa di distanziante nel nostro divertimento, un confortante senso di superiorità: io non sono Fantozzi, e per questo me la rido, perché io non sono così goffo, squallido, disgraziato, deriso da tutti. Qualcos’altro si aggiunge però di nascosto alla pura comicità, amareggiandola. Un vago senso di compassione davanti a tutte quelle disgrazie più o meno meritate: quel senso di compassione è il “sintomo” del meccanismo inverso rispetto alla distanziazione, e cioè l’identificazione. Come dire, anche mentre rido di lui sotto sotto io (altro…)