Fabrizio Puglisi

Festlet! #4: Musica

Giovanni Bietti - foto G.A.

Giovanni Bietti – foto G.A.

Alla consueta Lavagna di Piazza Mantegna, il musicista Fabrizio Puglisi ha ripercorso per noi la tradizione del tarantismo nell’Italia meridionale. Ha ricordato come il fenomeno, forse ultima propaggine del culto dionisiaco, sia sopravvissuto fino a poco tempo fa, diventando la forma di trance organizzata più longeva in una società occidentale. Il tarantismo, ha ricordato ancora, nei suoi sintomi di pianto e paralisi, urla e convulsioni, cui la musica del violino, dell’organetto e del tamburo a sonagli dovevano essere cura, è simile a quello che ancora sopravvive in Africa, e da lì è passato a Cuba, ad Haiti, in Brasile. Fabrizio Puglisi ci ha fatto ascoltare canti della Santeria, ha suonato per noi piatti della tradizione marocchina, e ha sorseggiato alla nostra salute, anziché la solita bottiglia d’acqua, un buon dionisiaco bicchiere di vino. La trance, come rilevano gli antropologi, è ritualità per il dominato – umile, donna, contadino – che si pone al di là della società che lo opprime. Mentre si torce, vestito di bianco, la sua danza prima sui quattro arti e poi in piedi fino al crollo finale è la medesima in molte parti del mondo; la corteccia parietale che misteriosamente si attiva negli stati di trance cerca sfogo nella danza, prende nutrimento dalla musica. (altro…)

Pillole da Mantova #3 (pieni e vuoti)

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Festivaletteratura è luogo d’incontro di volti, letture, lingue; è soprattutto un luogo in cui è possibile entrare nelle vite degli altri, quelle degli autori presenti o di cui si sta parlando. Il Festival è un luogo in cui si scoprono, talvolta, alcune relazioni ‘intertestuali’ non del tutto scontate tra gli incontri in programma e tra le arti stesse ma anche più interne a ciò che è la nostra, di vita. Festivaletteratura è un grande evento che funziona e ti fa partecipare in prima persona; è la letteratura al ‘presente’ o l’arte al ‘presente’. Ciò avviene non solo perché è accuratamente pensato, preparato, per mesi e mesi: c’è un di più, un’attenzione particolare nei confronti della proposta sempre alta e curiosa che si va dispiegando in cinque intensissimi giorni. Mantova è un progetto. Mantova ti fa tornare a casa con delle domande. A Mantova si può essere voraci, ed è giusto esserlo per portare a casa nel proprio bagaglio stimoli nuovi, come ho già detto nelle puntate precedenti.
A Mantova si vive quotidianamente di pieni e di vuoti: sono i ritmi che ognuno di noi segue, tra le colazioni, i pasti in mensa tutti assieme (lo staff pranza e cena all’interno del bellissimo cortile della scuola alberghiera, in via Frattini), le nottate lunghe e le levatacce. I tempi accelerati sono quelli che ci permettono di ‘stare’ al festival. Senza questo potenziamento della frenesia di tutti i giorni (frenesia da Festival), non potremmo restare (forse neanche ‘essere’). Così, tra un caffè e l’altro, un saluto e l’altro, le chiacchiere e le risate con i compagni di viaggio, corriamo a piedi ai quattro angoli della città, godiamo del bel sole, respiriamo la vivacità di cui Mantova si veste in quest’occasione.
Parlando di ritmi, non posso fare a meno che cercare in questa parola la chiave di ciò che voglio raccontarvi. Ieri sera alla Lavagna delle 22.30 in Piazza Mantegna, si è di nuovo parlato di musica e, in particolare di jazz: Fabrizio Puglisi ha narrato la vita di Thelonious Monk ripercorrendo i tratti della sua autobiografia (dal precoce talento alla diagnosi di una forma degenerativa di autismo) e quelli salienti del suo stile, suonando da pianista jazz tra i più bravi in Italia quale lui è, alcuni brani del repertorio monkiano.
Genio assoluto del Novecento, Monk è stato gli gli inventori del be-bop. Puglisi ha reso omaggio a questo compositore straordinario come un degno divulgatore sa fare, come un vero appassionato e artista ‘può fare’, arricchendo perciò il pubblico non solo con aneddoti (di cui trattano due magnifici volumi editi da minimum fax, suggeriti anche da Puglisi – qui e qui), soprattutto con alcune linee guida per interpretarne lo stile unico. Dice Puglisi: «Lui non suonava nulla che non gli piacesse. Era parco di note e visionario; ogni cosa è lì dove deve essere. Monk, negli anni ’40 inventa un suono del pianoforte e una tecnica, con ironia sarcastica; ancora oggi è in grado di influenzare molti musicisti in ambito colto ma è anche interpretato dai musicisti di avanguardia. Ama le dissonanze. La sua improvvisazione è sempre tematica e gioca sul ritmo e sugli spostamenti ritmici; quando accompagna un solista, lo fa suonando poche note. A lui [infatti] piace la relazione tra pieno e vuoto, l’ambiguità dello spazio che si crea». A Monk, come Puglisi ci fa notare proponendoci l’ascolto di questa registrazione di Evidence, importa quello ‘spazio bianco’ che lascia quando la sua ‘voce-piano’ prende il respiro o, per meglio dire, sceglie di ‘non parlare’. In altri termini si potrebbe dire, senza risultare troppo arditi, che Monk da musicista ‘antiretorico’ (sempre secondo Puglisi) è attento alla punteggiatura del discorso e all’accadere’ (verbo che con il jazz ha molto a che fare) del suono o del non-suono.
Credo che questa caratteristica monkiana (tra l’altro ‘evidenziata’ in modo efficace con l’esempio del brano in questione) possa essere – per estensione ed analogia – non solo rapportata ai pieni e vuoti di cui si fa la nostra esperienza al festival, ma anche ripresa trattando degli eventi 158 e 167. Per questi vi rimando alla puntata #4, a domani!

© Alessandra Trevisan