fabrizia ramondino

I poeti della domenica #328: Fabrizia Ramondino, Dimenticare

 

Dimenticare

Ogni notte viaggio
fra persone note o ignote
in luoghi noti o ignoti
sempre strani
disorientata.
Al risveglio mi chiedo:
dove mai, con chi sono stata?
Ma non rimugino
né voglio ricordare.
Sopporterò la nuova nottata
perché ho sopportato
la vecchia giornata.

.
In Per un sentiero chiaro, Torino, Einaudi, 2004.

proSabato: Fabrizia Ramondino, da “L’isola riflessa”

 

Quando cominciammo a leggere Salgari, i pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l’isola di Capri. Noi non avvistavamo i pirati, ma eravamo continuamente avvistati; e quando venivamo redarguiti o puniti a scuola e in famiglia, l’animo non si piegava perché ci sentivamo gli «infedeli» – un vero vessillo di barbarie che minacciava la loro «civiltà».
Preferivamo i pirati ai briganti, perché venivano dal mare. Un’aura romantica e populista aleggiava intorno ai briganti, di cui ci veniva narrato di leggere in edizioni per ragazzi: Robin Hood o Fra Diavolo, ma anche I Masnadieri di Schiller – che nostra madre ci leggeva ad alta voce. Mentre un’aura avventurosa e libera, fuori della storia, aleggiava intorno ai pirati, dei senza patria, come noi stessi. E non derubavano i ricchi per dare ai più poveri, come si diceva dei briganti; rubavano per sé, senza rimorso, così come noi prendevamo fave e prugne, arance e ciliegie, dovunque le trovassimo, a chiunque appartenessero, con astuzia e arroganza.
La giustizia distributiva si applicava soltanto al nostro piccolo e ristretto gruppo.
Il brigante, il ladro, lo scassinatore, facevano pur sempre parte della comunità in cui vivevano. Non così il pirata, come il bambino, il più fuorilegge tra i fuorilegge. Che ignora ogni civiltà edificata sulla terra e dimora sul mare. La pirateria appartiene ai bambini, il brigantaggio, come il western, agli adolescenti.
La parola pirata è entrata nell’uso comune: un pirata dell’aria – perché viene dall’aria; un pirata della strada – perché viene dalla velocità; un pirata della finanza – perché viene da quell’elemento astratto che è il denaro.
Ci sono pirati degli incendi – perché vengono dal fuoco.
Anche Don Giovanni è un pirata – perché viene solo dal desiderio.
Ma il più pirata che conosco è un tale staccatosi da me stessa, un mio simile, che ora sto leggendo, Jorge Semprún, libero definitivamente da ogni ancoraggio, non solo ideologico. Senza nessuna terra, tranne quella dell’utopia, sempre irrealizzata. E perché alla morte ha strappato questa frase: «Che bella domenica!», titolo di un suo libro su Buchenwald.

 

Da: Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa, Giulio Einaudi editore.

Sandro Penna a Napoli da “Dadapolis” di F. Ramondino e A. F. Müller

250420101238Penna anni trenta

Sud. Sul golfo l’aria notturna restava calma. Brillavano i lumi entro di essa da una parte e dall’altra, e fitti nel basso salivano verso l’alto diradando. Io come nascosto nel buio della «Villa» guardavo la strada che seguiva il mare, bellissima e deserta. Lontani da me camminavano su quella due giovani di cui udivo chiaro il suono della voce. Si fermarono a un tratto sotto la luce di un fanale e vidi distintamente sul buio dei loro vestiti il bianco della mano cercare e trovare altro bianco: due lembi di carne apparvero, e le mani ritraendosi, restarono indifesi e teneri contro il fanale sotto la sua luce. Le parole s’erano fatte più basse ma restavano calme pure nel silenzio. Uno dei due giovani insisteva, parlava di quel suo lembo chiaro all’amico, mostrava poi come un particolare quando vedevo il bianco della mano riconfondersi all’altro bianco. Poi se ne andarono con passo lentissimo, entro il buio e la calma dell’ora. Sul golfo l’aria notturna restava calma e più lontano il cielo lampeggiava in silenzio.
Dopo aver fatto alcuni passi nel buio della villa, vidi un marinaio seduto su di un sedile e un altro marinaio seduto sul sedile seguente. Mi parve chiara la loro separata amicizia e mi divertii allora a sedermi accanto al primo dei due. Era un siciliano dall’espressione maschia e infantile, tutto luci sul volto. Finsi di di non sapere del suo amico vicino e con deliberazione infantile lo urtai d’improvviso quasi a tradimento. Egli rise come di un gioco, di un solletico, e poi subito ne ebbe un poco paura, ma non proprio per sé come si vedeva bene. Allora alzandomi chiamai io stesso il suo compagno e mi sentii felice di essere così semplice. Quando fui in mezzo ai due amici, divisi nello stesso tempo le mie braccia imparzialmente e mi pareva di essere come un contatto di loro due soli, io ormai invisibile presenza. Godevo del loro stupore e della simpatia che fra loro cresceva, io come assente sentendomi davvero felice.Ma ad un tratto saltò fuori un uomo dal mio secondo marinaio. Egli si alzò e disse freddamente di andare in cerca di una donna. Mi accorsi che ne aveva diritto. Prima non l’avevo bene osservato: era il contrario dell’altro. Niente luce infantile in lui: meno pronto meno vivido egli pesava la convenienza della sua voluttà. Non si lasciava sorprendere, non si abbandonava. Conosceva la convenienza dell’itinerario fissato. Quando sparve nel buio, questa volta davvero io e l’amico ci sentimmo soli. I lampi insistevano sul cielo ancora lontani, sebbene meno, e già si udivano lievi brontolii. Qualcosa di quella calma sembrava incrinarsi. Sussisteva la calma ma già un limite pareva voler ricordare lo scorrere del tempo. Poco dopo le prime gocciole rade caddero confondendosi alle nostre e noi fuggimmo in opposte direzioni. Io presi a salire verso la mia casa che mi pareva vicina, leggero sotto la pioggia fresca.
Ma la città sconosciuta senza l’aiuto del giorno con le sue luci e i suoi loquaci abitanti deluse la mia fiducia. Risalivo correndo i «gradini» che il giorno avevo discesi e riconoscevo. Mi fermavo quando lo scroscio dell’acquazzone si faceva più intenso, non so se udivo il calmo riposo attraverso i finestrini ben chiusi alle mie spalle, riprendevo la corsa come nello spavento di un peccato. Ero il solo a non dormire. E del peccato avevo infatti anche la gioia, un poco sfrenata e giovanile. Ma cominciai ad entrare entro vicoli davvero senza fondo. Di questo mi accorgevo solo alla fine e di ognuno dovevo rifare tutto il percorso, davvero come il peccato. Venne il momento in cui mi sentii perduto. bagnato fino alla carne che ormai tendeva a difendersi col calore del movimento come in un bagno freddo, stanco di correre e di correre in direzioni false, mi rividi con acre nostalgia nel gioco leggero dei due marinai, sotto la calma di quell’estate già lontana.

(1939-40)

© in Dadapolis. Caleidoscopio napoletano di Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller, Torino, Einaudi, 1989. Già in Sandro Penna, Un po’ di febbre, Milano, Garzanti, 1973 [La parola viva di Omero].

Strane Coppie 2016 (Ottava edizione)

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STRANE COPPIE

ottava edizione / Napoli-Milano
sette incontri fra grandi classici delle letterature mondiali
a cura di Antonella Cilento

7 aprile – 9 giugno 2016

Ci sono tutti i temi caldi del dibattito culturale attuale nel programma dell’ottavo ciclo di “Strane Coppie”, la rassegna culturale a cura di Antonella Cilento e del suo laboratorio di scrittura Lalineascritta. Sette incontri, sempre di giovedì (ore 18:00), dal 7 aprile al 9 giugno 2016 –stavolta anche con una tappa milanese – per affrontare, grazie all’aiuto dei grandi classici della letteratura mondiale e al contributo di illustri scrittori, traduttori e giornalisti, le problematiche delle città e delle periferie, in cui si posano sguardi stranieri, spesso laterali e divergenti rispetto a quelli abituali, che danno vita a maestose narrazioni di luoghi e passioni. Ma a “Strane Coppie” si parlerà anche di scuola e delle problematiche legate all’educazione e all’insegnamento in generale,nonché della nostra società contemporanea, in continua oscillazione tra denaro e libertà, tra frenesia e bisogno di lentezza. [… vai al sito de Lalineascritta per maggiori info]

Scarica i Pdf della locandina e dei comunicati stampa dettagliati:

SC_locandina 2016

comunicato generale cartella

comunicato 7 aprile

 

Fabrizia Ramondino: Ma io (non) sono l’ombra. Alcune poesie e una nota

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Il post di oggi non vuole essere un commento esaustivo alla poesia di Fabrizia Ramondino, ma un breve focus. Avevo già pubblicato qualche tempo fa alcuni suoi testi, in un intervento dal titolo Fuori, dentro, ovunque, in cui sottolineavo – in quel caso -, l’essere in presenza di una scrittura poetica visiva e dotata di una capacità di sguardo plurimo sul mondo, pur restando immersa nel quotidiano. Questa indicazione vale per ognuna delle liriche contenute nella sola ed unica raccolta da lei stessa licenziata dal titolo – lo ricordo – Per un sentiero chiaro (Torino, Einaudi, 2004). Un arco temporale che va dal 1956 al 2002, articolato in tre sezioni: dal ’56 al ’69; dal ’75 all’89; dall’90 al 2002; i versi, non son stati scritti con continuità nell’arco degli anni ma presentano fratture temporali. Vi sono veri e propri vuoti di scrittura, talvolta virate di stile, più o meno prosastiche.
Quando questo volume uscì, vinse la prima edizione del Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini, grazie ad una forza della parola «impoetica e strana» e perciò dirompente, una parola che “dice”, che si dice con comprensibilità. Basti sapere ora, qui, che quello di quest’autrice è un orecchio teso alla tradizione, con un certo gusto per la rima che capta anche la poesia coeva, direi di Sandro Penna ma anche di Patrizia Cavalli, per citare due riferimenti che mi pare abbiano senso. Altra cifra importante a mio avviso, per leggere questo volume, sono i titoli delle liriche, che paiono rappresentare tutti gli spostamenti fisici e mentali dell’autrice, che amava il viaggio letteralmente, come si evince anche dai suoi romanzi e racconti; la mia scelta, tiene maggiormente conto – credo – di uno spostamento temporale (e mentalizzato).
Non intendo oggi indagare aspetti simbolici di cui questi versi son ricchi: voglio lasciare parlare la poesia, e lasciar al lettore il piacere di riconoscere analogie in modo autonomo. Questi versi meritano di essere lasciati liberi.
Concludo proponendo un accostamento con la poesia di Anna Maria Ortese che abbiamo avuto il piacere di rileggere qualche giorno fa: anche la poesia di quest’altra “autrice del Sud” pare essere un’attività parallela che riprende temi e suggestioni di romanzi e racconti, e in cui riecheggiano tutta la forza e la passione per la vita stessa, come si legge nella quarta di copertina della raccolta. Ma un dato interessante, come si può notare dalla nota a piè pagina, è che Ramondino pare nata poetessa, dal momento che pubblica i propri romanzi a partire dal 1981. Con Ortese, infine, a ben vedere, Ramondino condivide molte affinità “di visione”, dal territorio alla solitudine, dalla disarticolazione allo spaesamento, poli distinti eppure espressi in modo “simile”. Ancora una volta fuori, dentro, ovunque.

© Alessandra Trevisan

1961-1962

A sera

Chiusi nel treno
dalle nostre azioni quotidiane
dietro i vetri scorrono paesaggi.

Non rimpiango né boschi né fiumi
ma l’alba di mani e di ore.

La giornata è piena di bocche e di corpi.
Leggera di fronti, pesante di occhi.

Ma le braccia sono lontano
alle rive dove muoiono i fanciulli.

La sera bussa
a ogni lato del mio corpo.
Il sonno lo spacca
come legna per ardere il giorno.

E al mattino il treno riparte.

(a sera, senza nessuno nella stanza)

*

1969

Sud

Faceste mai buchi nell’aria
ritagliaste mai la luce a smerli
per ornare di merli
castelli sul mare?
Sapeste mai
sabbia
filare?

*

1975-1976

L’isola di Arturo

Capitani di lungo corso oziosi,
marinai stanchi, mozzi e
– buffoni delle navi – cuochi
bevono vini aspri
a mezzogiorno; dolci
liquori a notte. Donne,
immediato cade l’oblio sugli amori rubati
tornano al talamo nel mese del ritorno.
Con movenze di uccelle, giri
di gonne a fiori
portano fichi, odori
di stanze, un’eco di più forti risa;
ci coprono il volto ai prodigi,
ai portenti, ai millantati tradimenti.
Vanno a letto appagate, e hanno
conchiglie giganti fra le mani, dono
dei capitani e marinai mariti,
dei figli mozzi,
dei fratelli guardiani; si dilata
nel piccolo orecchio il suono incommensurabile
dei mari. Timide all’alba vanno
agli altari: ai Santi, alle Sante
dall’orecchio largo di pianti.

Qui ci raggiunse il respiro delle esperidi.

O aculei, di cui
fiera mostravo le stimmate
o lunga voluttà delle alghe attraversate.
o sole, –
umile pietra il mio corpo alla tua lamina d’oro avvolgente,
poveri fogli i miei versi alle tue cesoie;
misera forbice la mia mente che divide
alla tua pietra che rompe – ma unico riparo la mia bocca
alla tua lingua rovente – voi
c’insegnaste dolore, bacio, carezza. Disarmati
entrammo in un mondo di parole.

Sazi una notte di racconti;
confusi – era la fioritura dell’assenzio -, analfabeti, illusi
disegnammo le case, i giardini; ai gelsomini
sfilammo l’anello d’argento,
rompemmo, sacerdoti solenni il lungo, casto
fidanzamento – con te, o Luna
che giri e rigiri –
e in fretta, alla partenza – non si calcolò la geometria
……………………………delle vele –
fondammo un partito, prestammo giuramento.
Tracciammo vie miliari sul mare,
ci spartimmo i poderi del cielo,
in parti uguali
dividemmo l’oro delle nostre rapine
fra i sogni inermi.

Percorremmo tutti i continenti.

Dovunque – scoprimmo – si vendono fuochi d’artificio, o
…………………………… Sole!
Dovunque si fa commercio delle tue scintille!

*

1980-1981

Il domani

Forse
era ieri domani
con cento mani, con pani
e cembali di festa.

Resta nella gran pace deserta.

Rimasugli di cena.
Trasalisci. Rivola
la mosca alla sua pena.

*

Partenza

Forse da questi gesti usati
fuggirò una mattina; agguanterà alle spalle
l’ombra intristita il sole nudo.

Su per i platani, latrine di cani,
guarderò il cielo; e intero
il cuore di celesti frammenti

correrò alla stazione al primo treno.

*

1982

Il ladro

L’amato mi segue come un’ombra
mendica alle mie spalle; nei jeans
tra la folla del tram mi fruga come un ladro.

Egli cerca cose scintillanti
come le monete e il sole.

Ma io sono l’ombra.

*

Tradimenti

La mia lingua è impoetica e strana.
Vissi fra bestie, mai seppi di madrigali
solo di note stridenti.

Taccio quindi. So che tu menti.
Così fa il cielo.
Si oscura a tradimento.

*

Distanza

Paura di toccarci
Ora che tutto è stato profanato.
Cariche di vergogna le mie mani
pendono inerti: un filo a piombo
ai lati del corpo della vita.

*

Senza titolo

Sempre altrove,
non da me, dalla vita
correvano i miei amati.
Ora è la vita
che corre via da me.
Loro,
loro son beati.

*

Forse

Forse domani
verrò all’appuntamento
se non piove e non tira vento
o se piovono uva e pinoli
e Scirocco
racconta meravigliose storie.
Avrò
come segno di riconoscimento
un occhio bendato di nero
per guardare in fondo al mio desiderio.

*

1984-1988

Quante genti

Quante genti
passarono il sentiero
che ora passo
sola

fra la rovina
dei campi

e dei poderi
custodini da serpi.

Mirto e alloro
raggiunsero
stemmi ed emblemi
nel Museo,

è vuota
l’umile credenza,

si sparge sull’asfalto
il seme.

Altrove si suda
e si trebbia.

Verrà grano dalle stelle
-dicono –
saranno Elisi
i Campi di Marte.

*

1990-2002

Segreti

La porta è a vetri
non ha segreti
come in un basso di Napoli o in Olanda.
Tranne il più segreto dei segreti:
che ci faccio io
in questa casa?

*

Fabrizia Ramondino (Napoli 1936 – Gaeta 2008), è stata una voce importante della sua terra; ha pubblicato per Einaudi i romanzi Althénopis (1981), Un giorno e mezzo (1988), L’isola riflessa (1998), Passaggio a Trieste (2000), Guerra di infanzia e di Spagna (2001) e La Via (2008), e le sue raccolte di racconti Storie di patio (1983), In viaggio (1995) e Arcangelo (2005), oltre a Dadapolis. Caleidoscopio napoletano (1989), scritto con Andreas Friedrich Müller. Nel 2004 Einaudi ha pubblicato la raccolta di poesie Per un sentiero chiaro. Per anni, ha investito attenzione ed energie dedicandosi a problemi sociali e politici, nella sua città aiutando i disoccupati; a Trieste, sposando la causa di Franco Basaglia; in Africa, con il popolo Saharawi. Oltre alle opere citate, particolarmente significativa è Il calore, edito da nottetempo nel 2004.

A quest’autrice Anna Toscano ed io abbiamo dedicato una puntata di Virgole di poesia in onda su Radio Ca’ Foscari, da ascoltare o riascoltare qui.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56550

FUORI E DENTRO, OVUNQUE: la poesia di Fabrizia Ramondino

Fabrizia Ramondino è ricordata come una delle più grandi autrici napoletane del Secondo Novecento: nata nel ’36, è scomparsa nel giugno del 2008. Ha consacrato la sua vita alla letteratura (suo il magnifico romanzo Althénopis, Einaudi 1981), al teatro, alla critica letteraria, spendendosi anche per cause politiche, sociali, dunque cause civili d’importanza qual è quella per la cura della malattia mentale secondo il metodo Basaglia. È tuttavia un’autrice un po’ dimenticata, trascurata a torto, che andrebbe riscoperta poiché dopo Anna Maria Ortese forse, è stata sicuramente tra le scrittrici più capaci di parlare – sfocando, rielaborando, trasognando – di una città-corpo quale Napoli è.
In poesia ha pubblicato una sola raccolta per Einaudi, edita nel 2004 Per un sentiero chiaro, che raccoglie suoi versi scelti scritti tra il 1956 e il 2002. Volendo definire la sua poetica si può dire che raccolga tutto ciò che già c’è in prosa, soprattutto il versificare un’esistenza frammentata, aperta e al contempo chiusa in antri, molto mentalizzata, che trova a fatica una collocazione nel mondo. C’è un procedere sofferto, un rintanarsi nella natura che è romantico e allo stesso tempo contemporaneo (penso a Mario Luzi, ad esempio), poiché lì solo il poeta si ritrova, nella solitudine del sé. C’è molta urbanistica ‘sofferta’ in Ramondino, ci son i luoghi, il nostro paesaggio italiano (un’appartenenza elementare), le stazioni ferroviarie e degli scorci periferici – sempre -, ‘da appartamento’, e piace pensare che la sua sia una visione un po’ apocalittica negli anni del Boom e oltre, una visione privata ma pubblica di quell’Italia che cambiava e che cambia. Proprio da qui si parte, dall’esergo al titolo della raccolta e da due liriche milanesi che esplorano l’universo interiore – ed esteriore – di Ramondino, entrambe datate 1959.

Al margine della strada maestra – oggi della autostrada –
esiste sempre un sentiero chiaro,
dove tutti vorremmo inoltrarci. Ci è concesso
soltanto gettarvi in fretta uno sguardo,
e per un attimo avvertiamo
una fitta di dolore o di gioia pura.
È questo
il nostro destino meccanico di condannati
ad andare.

Poesia come viaggio, reale o immaginario, immaginato – e perciò metafisico -, calato però nell’odierno quotidiano vivere: il sentiero che costeggia ‘l’autostrada’, il destino ‘meccanico’ di erranti quali siamo tutti. Noi tutti aderiamo o ci allontaniamo, rinunciando, alle cose (e alle persone), restando in entrambi i casi uomini d’azione di goethiana memoria; ma Ramondino parla qui dello sguardo che infonde dolore e gioia, dunque la sua pare sempre una rinuncia al vivere, un’adesione mancata, una paura di affrontare il presente ma una profonda capacità di ricerca (l’andare sempre, ma ‘eterna condanna’), di osservarlo e analizzarlo con il bisturi della poesia, per immagini dunque, vissute o meno poco importa.

Alba a Milano

Guardo chiuse finestre
larghe e lucenti pareti di case
nella notte di nebbia.

Nel cuore di spettro dell’alba
flebile pulsa una voce,
remote parole balbetta.

Le mie lontananze
travolgono argini chiari.

Accanto m’è il volto dell’uomo
cui per ultimo nel giorno
ho stretto
la mano.

Settenari, endecasillbi, qualche novenario a rallentare il ritmo; e poi ottonari, senari e trisillabi: Ramondino si serve dei versi della tradizione per la sua poesia come ‘prova’, tentativo, che sposta l’attimo e il senso; una grande città illuminata all’alba d’inverno (c’è la nebbia), fa da sfondo alla probabile insonnia o sveglia precoce. Ci sono i primi rumori (una voce non lontana, balbetta), dunque dal visivo ci si sposta all’uditivo, e poi nel distico centrale allo spazio interiorizzato «Le mie lontananze/ travolgono argini chiari.» ed infine ancora al visivo (il compagno può esserci o no, essere finzione, e sarebbe uguale). Pare quasi che, come nell’esergo, la distanza dal vivere (il deficit) si rifugi nel travolgimento linguistico che irrompe con lo strumento-poesia; solo le parole investono – e rovesciano – il reale, ri-collocandolo.
E così accade anche in Casa a Milano (p. 25) dove l’arrivo del sole dopo una tempesta, un sole forse oggi flebile (come la voce qui) e comunque non-più, ricorda(va) con la sua luce irradiante una casa che non è più, forse la stessa citata sopra: «Andremo fuori/ fra le frasche al sole […] Ritroveremo/ forse allora/ la casa che un tempo volemmo/ pietra su pietra/ al vento aperta/ di sola luce naturale.» La natura, perfettamente s’incastra in enjambements evocativi, apparecchia la scena; la casa – dove gli uomini vivono – ha perso nel frattempo il suo valore, ha rinunciato alla simbologia che l’aveva dominata, non è più luogo in cui accogliere e vivere (dopo una dipartita, o un allontanamento di coppia, chissà), non è più come direbbe lo scrittore veneziano Roberto Ferrucci, ‘la casa dell’essere’ dove essere è ‘verbo’ che indica come un luogo si trasformi anche in un ‘sentire sentimentale’, appropriatissimo a Ramondino. I luoghi del quotidiano sono per lei, qui, prigioni, tutt’uno con il corpo, che avverte la complessità del collocarsi e avvicinare l’umano alle cose.

© Alessandra Trevisan

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56551