Fabio Stassi

Festlet! #5: Incroci

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Girando per il Festival appena concluso ho notato, per un anno ancora, quanto la parola “letteratura” contenuta nel suo nome sia iridescente e dotata di profondissima accoglienza. Quello che commuove, in questo Festival, è l’offerta di un bagaglio di conoscenza che va dalla ludica più leggera a ogni tipo di competenza settoriale. Ho già avuto la possibilità di raccontare eventi sull’astrofisica, sulla musica, sull’antropologia (non ho avuto il cuore, invece, di partecipare a quelli sull’entomologia) ma non ho avuto mai modo ancora di dirvi che nelle cantine del Palazzo Ducale era stata allestita una sala giochi con videogame dagli anni ’80 a oggi a disposizione del pubblico; che Dino Baldi (autore del delizioso Vite efferate di papi, Quodlibet 2015)  ha tenuto per noi una lezione di storia sulle vite – e le morti – degli eredi di Pietro da farsi rimangiare l’augurio di “stare come un papa”; o che Michela Murgia ci ha raccontato una conversazione avuta con Luca Molinari che aveva alla base l’architettura mantovana e una domanda: perché tanta bellezza deriva spesso da società ingiuste, mentre la nostra democrazia produce sostanzialmente villette a schiera?; che Leonardo Ortolani, celebre fumettista e creatore di RatMan, ha ricordato ancora una volta al suo pubblico dell’Aula Magna dell’Università che il suo personaggio è in via di chiusura: «Senza la fine non si definisce tutto quello che c’è stato prima; penso di aver detto abbastanza, di aver toccato tutti i temi, e quanto all’essermi sentito schiavo del successo dico ma magari.»
Gli incroci tra le discipline sono stati la vera anima di questo FestLet. Mi piacerebbe raccontarne tre in particolare cui ho assistito negli ultimi giorni. (altro…)

“Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi. Recensione

Fabio Stassi recensione

Narrare una ‘voce’, raccontare la storia di una voce e la Storia attraverso una voce che sia tante, tante voci che risuonino nello spazio di un romanzo: questo è Come un respiro interrotto di Fabio Stassi (Sellerio, 2014). Una prosa che sfida la narrabilità del ‘vocalico’ perché ciò che ‘resta nell’oralità’ non può con facilità essere ‘detto’ (nella sua totalità) attraverso la scrittura.
La protagonista, Soledad, è una cantante dalle qualità uniche; il suo canto procura “la sensazione di mettere il piede nel vano vuoto di un ascensore” come amava dire Coltrane su di sé. Soledad destabilizza, ammutolisce; le sue peculiarità canore non hanno eguali eppure, durante la sua carriera, non inciderà mai una nota. Le sue ambizioni mancate, la sua vita alla ricerca di un senso, e tutto intorno una famiglia per metà siciliana per metà sudamericana, complicata e stratificata; e poi gli amici musicisti, i maestri, l’Italia del secondo dopoguerra e Roma, Palermo, che aprono a scenari narrativi che conosciamo, ad esempio quelli de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.
La musica è letteralmente pretestuale al romanzo: serve a dare un ritmo alla vicenda di Soledad-tutta-voce e agli altri personaggi che parlano attraverso di lei, come fosse lei stessa a fare da filtro al loro ‘dirsi’: musica funzionale alla costruzione della prosa familiare e sociale, dunque; musica diegetica a tutti gli effetti. Musica, secondo l’autore, sempre in ‘tempi dispari’, che parte spesso in levare cercando una direzione non sempre riconoscibile, dando la possibilità al lettore di arrangiare il proprio ritmo di lettura e, soprattutto, di ascolto. ‘Levità’, a ben vedere, può essere cifra di Stassi, dal momento che la sua scrittura gode di un riuscito tentativo di rendere leggero ciò che pesa, anche i fallimenti, anche la morte, anche tutte le mancanze (i respiri interrotti?) di cui si fa un’esistenza.

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I migliori letti nel 2013

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Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

“L’ultimo ballo di Charlot” – conversazione con Fabio Stassi

Per parlare dell’ultimo romanzo di Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, edito da Sellerio nel 2012 e ora in cinquina al Premio Campiello, vorrei iniziare (quasi) dalla fine:

Era il comune senso delle proporzioni che dovevo stravolgere. Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai a fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Il brano appena riportato è un approdo; se non del libro, del percorso di Charles Chaplin verso il personaggio che lo consacrerà al mondo: The Tramp, Charlot. Ma quello che racconta il libro è altro. Fabio Stassi ama i viaggi, i percorsi, le derive e gli sradicamenti, le storie picaresche di conquiste e riscatti, di crescite e di ritorni, i momenti in cui «l’uomo scopre il suo talento, e il suo talento diventa in quel momento il suo destino» (1). E ad essere narrata nel suo ultimo libro è l’avventura di Chaplin prima di Charlot, raccontata dalla stessa voce scrivente del protagonista, che decide di lasciare al figlio una lunga lettera, eredità di vita e di memoria, prima che la Morte venga a portarlo con sé:

Da sei anni, ogni Natale, mi viene a trovare la Morte. Si siede davanti a me e mi aspetta. Io allora indosso i miei panni di vagabondo e le recito una delle mie antiche scenette. Se lei ride, mi concede un altro anno di vita. È il nostro patto. Non morirò finché continuerò a divertirla. […] Ma stasera la Vecchia se ne resterà seria e fredda, sprofondata nella mia poltrona, anche di fronte a una gag perfetta. Perché la perfezione non fa ridere, Christopher. Questa è l’ultima volta che indosso il costume di Charlot.

Così, cadenzato dagli incontri passati con la Signora, si sbobina il lungo racconto di Chaplin dalla nascita – forse su un carrozzone di zingari – al successo. È il racconto di formazione di un’anima inquieta, dai mille talenti e sempre in viaggio, sempre pronto agli incontri più disparati e ai mille mestieri (imbalsamatore, allenatore di boxe, tipografo, scrittore di didascalie) con cui la vita lo mette alla prova. Ma con il temperamento che lo contraddistingue, che ne fa un personaggio compiuto e preciso, adulto; ed è da qui che, per entrare in questo libro piacevolissimo eppure strutturato e complesso, vorrei iniziare a conversare con l’autore.

G. Il ritratto di Chaplin che emerge dal tuo libro, Fabio, è solidissimo, e non serve alcun salto per accostarlo non solo alla sua figura storica, ma alla profonda natura di qualsiasi gesto comico: il sottofondo di malinconia. Tracci una figura forte e consapevole ma sempre umile, riservata. E mi sembra che la chiave di questo suo atteggiamento sia in una frase che compare verso la fine del libro: «averla alle spalle, la miseria, è come averla sempre davanti».

F. Il passato ci condiziona. In questo, il personaggio letterario esemplare è Gatsby. Il passato condiziona e insegue, non lo si può fuggire. Anche Chaplin ne era consapevole, sapeva da dove veniva, ma non sapeva ancora chi era. Per questo tutto assume per lui un senso di lotta, soprattutto l’esperienza artistica. Il cinema è il tavolo dove si gioca la sua partita. Riuscire o non riuscire è una sfida mortale: non si tratta solo di rappresentare, in ogni film c’è un investimento emotivo totale. Sin dall’inizio, dalla sua infanzia, quello di Chaplin è sempre stato un dialogo con la morte. Chaplin si muove davvero come se avesse la morte sempre davanti, non solo la miseria. C’è qualcosa di disperato nel suo corpo. Una disperazione fisica, dalla quale non potrà guarire. In lui la memoria è uno sguardo permanente. Quello che è in gioco, e che noi vediamo nelle sue scene comiche o malinconiche, è realmente un uomo che lotta per la sua vita. In questo, ogni suo gesto è insieme pieno di disperazione e di speranza. E ci commuove.

G. Ogni tuo romanzo nasce da un innamoramento verso personaggi o eventi che fanno parte della memoria storica o collettiva, che tu “adotti” e restituisci dischiusi: il furto della Coppa Rimet, la storia dello scacchista Capablanca, per non parlare del tuo lavoro sui personaggi letterari amati in Holden, Lolita, Živago e gli altri. Ora Charlie Chaplin.

F. Sì, sono come degli oggetti che mi sono portato dietro in tanti traslochi. Quello che resta, in parte, delle passioni della mia infanzia e adolescenza, piccoli incroci attraverso i quali ho iniziato a scoprire il mondo. Tutto è materia di racconto, io credo. Gli scacchi, il cinema, la lettura: scrivere di quello che ho incontrato da ragazzo mi restituisce come un piccolo senso di meraviglia. O forse è quella meraviglia provata per la prima volta che non si smette di inseguire. Ricordo esattamente quando su una bancarella di Porta Portese ho comprato per poche lire un manuale di Capablanca o l’autobiografia di Chaplin. Da allora ogni scacchiera, ogni libro sono diventate delle scatole magiche. Un illusionismo, una cerimonia, come quella che si celebra dentro a un cinema quando si spengono le luci. Un’attesa.

G. Se penso al tuo romanzo nell’insieme, mi vengono in mente i tanti mondi in cui il tuo Chaplin ha fatto capolino. Ma mentre questi mondi si allacciano e si susseguono, una peripezia più grande, preparata fin dall’inizio, arriva nella seconda parte dare al destino del protagonista una direzione: la ricerca della scatola in cui è racchiuso il segreto del cinema. È allora che quella che narri è una fiaba, il viaggio dell’eroe verso l’“oggetto magico”. E mi ha colpito molto che proprio il mandante di questo viaggio lo ritenga, alla fine, inutile. Tutto si è già risolto per vie burocratiche; non c’è bisogno dell’eroe e del suo ritrovamento. Ogni fiaba necessita di un’antagonista: e qui non è la Morte, accolta invece come un’amica. Antagonisti sono tutti coloro che sono sordi alla bellezza, che non danno seconde possibilità, che, appunto, spezzano la fiaba.

F. Hai ragione, in questa storia la Morte per prima cambia d’abito, prova una sua pietà, è complice non avversaria, cerca di risarcire gli uomini. Rifiuta quasi il suo stesso ruolo, denuncia una stanchezza. Conseguentemente, c’è anche la rinuncia alla figura dell’antagonista. Restano gli ostacoli, le prove, il viaggio, il percorso insomma di formazione. La ricerca e il movimento. Ma tutto quello che conta è la consegna, la restituzione. Il tentativo di rimediare a una mancanza. Come se l’antagonismo vero, quello più intimo, segreto, doloroso, fosse dato in partenza, dalle mancanze nelle quali si nasce. Mancanze di ogni genere, che solo la fantasia può correggere. Correzioni, quindi. Proiezioni, visioni, azioni gratuite, che non hanno bisogno di un rivale per avere un impulso.

G. E poi c’è il viaggio vero, quello che è perdita del luogo natale ma anche curiosità e riscatto. Ti propongo due parole su cui muoverti in libertà: America e migrazione.

F. America è una parola larga. A casa mia, dentro la mia famiglia siciliana, veniva pronunciata spesso, e ogni volta era come se venisse squadernata sul tavolo una sterminata carta geografica. C’era chi dall’America era tornato, chi invece aveva fatto scomparire ogni traccia, chi ci aveva trovato la fortuna. Almeno due o tre generazioni precedenti alla mia ci avevano fatto la spola. America voleva dire che esisteva un altro lato del mondo, un altro lato delle cose. E anche la consapevolezza che per raggiungerlo bisognava attraversare un oceano. Non so spiegarlo bene, ma mi viene in mente che questa parola per me, che volevo sapere ogni racconto di chi c’era andato, era come un prisma che scomponeva la luce e mandava riflessi molto diversi l’uno dall’altro. Da un lato la luce abbagliante del sogno, dall’altro il dolore di chi in questo viaggio aveva perso sé stesso o molte altre cose. Era l’avventura, ma anche lo strappo, il coraggio e la necessità, la scommessa e la coscienza di quello che si è. E con tutte queste voci me ne parlavano.

G. C’è un tema che sento molto tuo (penso, non dirò qui perché, a un altro tuo libro) e che ricorre spesso in L’ultimo ballo di Charlot. È un tema universale e molto antico, ma che tu usi con grande intelligenza: il bisogno di sottrarre allo scorrere del tempo la persona amata, che scatena l’inventiva dell’uomo verso nuove forme d’arte. Penso al cinema, sì, nato per conservare i movimenti della ragazza amata, ma soprattutto all’imbalsamatore, che riceve in commissione da un mafioso il corpo della fidanzata perduta. Ho trovato molto bello che chi ama davvero non fa di questo bisogno un’ansia di possesso o una violenza: lo stesso imbalsamatore, di fronte alla possibilità di conservare sua moglie, preferisce mantenerla nel ricordo.

F. Anche il ricordo può diventare un’ossessione, una violenza, la prosecuzione di un tentativo di possesso. La memoria che amo, invece, è quella della tenerezza. Una memoria che non si cristallizzi e continui a rispettare la libertà, la ricchezza e l’autonomia degli esseri umani. Quello che Rigoberto, Chaplin, Arléquin o l’imbalsamatore rifiutano è la fissità. Non vogliono che i ricordi, i desideri, quello che hanno vissuto, si trasformino in un corpo imbalsamato o in una statua. Vogliono vederli ancora in movimento. Qui l’antagonista è il Tempo. Il mito in cui ultimamente mi capita sempre d’imbattermi, e che forse riassume tutto questo, è quello di Orfeo. Per me, Orfeo è il migrante, l’uomo strappato dal proprio amore o dalla propria terra, un personaggio tremendamente contemporaneo, che vorrebbe far tornare in vita la casa della sua infanzia o ritrovare un porto nelle braccia perdute dell’amante. Non si rassegna alla scomparsa delle cose, al potere che ha il Tempo su di noi. È questa sua ostinazione che fa piangere gli dei, la manifesta vanità di ogni suo sforzo. Mi sono convinto che Orfeo sa dall’inizio che il patto che stringe con gli dei è una truffa. Sa che non potrà strappare Euridice alla morte. Potrà solo sottrarla all’oblio, e quindi al Tempo. Quando si volta verso di lei non la sta perdendo una seconda volta, e per sempre. Quello sguardo che le rivolge è uno sguardo consapevole e vittorioso, è il vero motivo del suo viaggio. Tutto ciò che gli può essere concesso è appena quella fuggevole possibilità di rivederla. Per questo Orfeo si gira, e lo fa all’ultimo momento, quando capisce che tutto sta per svanire nuovamente, che non riabbraccerà mai il suo fantasma. Potrà appena, con lo stratagemma di quell’accordo e con tutto il suo talento, riconoscerlo per un istante in una folla di ombre. Quando Chaplin restituisce la scatola magica o macchina dei sogni ad Arléquin, con dentro i funambolismi dell’amore della sua vita nel circo della loro giovinezza, è di quella visione che lo risarcisce. Lo sguardo di Arléquin, chino sulla scatola, è lo stesso ultimo sguardo di Orfeo verso Euridice.

© Giovanna Amato

(1) Così l’autore durante una recente presentazione (a cura di Anna Maria Curci e Marco Guerra) presso il Villaggio Cultura Pentatonic.

Fabio Stassi (Roma, 1962), di origini siciliane, è bibliotecario e scrittore. Esordisce con Fumisteria (GBM 2006) cui seguono, per Minimum Fax, È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e, nel 2010, Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999).

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