fabio pusterla

I poeti della domenica #378: Fabio Pusterla, “Eccomi qua nel buio”

 

Eccomi qua nel buio
ed è lontano
il trotto dei cavalli, il passaggio
di corpi e luci e sagome sull’acqua.
Lontano il fuoco, le voci.
Eccomi nella torba.

O forse dovrei dire
che io sono il lontano
trottare dei cavalli, io il passaggio
di umani nella neve, di barche traballanti sulle onde.
Ciò che resta del fuoco, delle voci.
Goccia nella caverna, muschio
sopra la roccia. Traccia, graffito,
immagine slavata.

 

da Bocksten, Marcos y Marcos, 1989 (2003)

I poeti della domenica #377: Fabio Pusterla, “E c’era solo acqua, e riquadri di terra”

E c’era solo acqua, e riquadri di terra:
acqua piatta, solo a tratti increspata
da lontanissimi miti, avventure,
e terra scura, crosta
profonda, dura,
con sotto qualcosa pulsante,
forse maleodorante, forse no.
Alcuni hanno scelto il mare, il suo rollio.
Altri coltivano segale, radici,
e danzano la notte attorno ai fuochi.
Io scavo, scavo, non so perché.

da Bocksten, Marcos y Marcos, 1989 (2003)

Libellula gentile. Fabio Pusterla il lavoro del poeta

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È uscito ieri per Marcos y Marcos Libellula gentile, libro+film a cura di Cristiano Poletti.

Dal volo della libellula in chiusura di Argéman (2014) alla Preghiera della rondine che apre Cenere, o terra (2018): nel libro si racconta il lungo rapporto di Fabio Pusterla con Marcos y Marcos e, dentro questo arco di tempo, il lavoro del poeta in un periodo particolare, lo spazio di passaggio tra due libri. Tre anni di lavorazione (2015-2017) per il documentario che Francesco Ferri ha dedicato al lavoro, alla vita, alla poetica non solo di Pusterla: è un film sul mestiere di scrivere, un processo così difficile da restituire, sulla poesia.

“Ho deciso di puntare sulla vicinanza e sull’empatia… quello che rimarrà è la testimonianza di una relazione, di un corpo a corpo”, ha raccontato Ferri.

Il film inizia con le acque dell’Adda e termina con il ghiacciaio del Morteratsch, in Svizzera. Dentro, gli incontri, la scuola, la casa e i taccuini, lo studio di Pusterla. E ancora, l’emozionante incontro con Philippe Jaccottet, e la visita alla casa che fu di Maria Corti.

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La gentilezza, e l’amicizia.
Il film è anche la storia di un’amicizia, di come due sguardi, quello del regista e quello del poeta, si sono avvicinati.

Racconta Ferri: “intraprendendo questo viaggio nella poesia scopro che bisogna abituarsi all’idea di non sapere, e che ammettere di essere ignoranti è la condizione essenziale di partenza: la parola poetica ha in qualche modo il potere di riappacificarci con questa desolante condizione e di estendere questo “non so” in territori di noi stessi che prima ignoravamo. Ho scoperto che leggere la poesia mi dà gioia, non un semplice piacere, ma una sorta di riconciliazione con gli altri. Dire con il creato sarebbe troppo? Sembrerà esagerata come affermazione, ma da quando leggo poesia sento di essere in qualche modo una persona migliore, più gentile con gli altri. Perché forse è proprio la gentilezza, sottolineata anche nel titolo, la misura di un atteggiamento empatico con l’altro verso cui la poesia tende. Il picco più alto che l’essere umano possa raggiungere”.

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“Stento a chiamare lavoro vero e proprio quella serie di operazioni microscopiche e silenziose che uno compie dialogando con se stesso, in ciò favorito dal caso, stimolato da un incontro fortuito, da un volto, da un gesto, da un suono, da una rivelazione improvvisa che muova da un oggetto magari passato inosservato in precedenza, e perché no? da una lettura (di una riga piuttosto che di un capitolo, di una pagina aperta a caso piuttosto che di un libro intero)”
Vittorio Sereni

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“Parlare dunque è difficile. / Se è cercare… cercare che cosa? / Una fedeltà a quei soli momenti, alle sole cose / che scendono in fondo a noi stessi, che ci sfuggono… ”
Philippe Jaccottet

 

Per i testi estratti e in foto © Marcos y Marcos

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)

La poesia gode di buona salute, all’estero: dix poètes italiens contemporains

 

La poesia italiana gode di buona salute, all’estero; forse si potrebbe azzardare addirittura l’aggettivo ottima, visto che la considerazione di cui ora beneficia la poesia italiana contemporanea fuori dei nostri confini è decisamente migliore di quella in patria. E probabilmente si potrebbe estendere il discorso all’intera letteratura italiana, alla luce del recente À l’italienne. Narrazioni dell’italianità dagli anni Ottanta a oggi (Carrocci, 2018).
Attorno alla poesia le iniziative si moltiplicano e ogni mese assistiamo agli annunci di nuove antologie in Spagna e in Francia, per fare due esempi. Ed è proprio di una recentissima antologia francese che vorrei tratteggiare rapidamente il profilo ora: dix poètes italiens contemporains/dieci poeti italiani contemporanei, uscita per i tipi di Le bousquet-la barthe éditions sul finire del 2018, accoglie dieci poeti italiani tradotti da Bernard Vanel (già traduttore di Maurizio Cucchi per lo stesso editore), con una prefazione firmata da Alessandro Agostinelli. È lo stesso Agostinelli implicitamente a spiegare i possibili motivi dell’interesse straniero nei riguardi della poesia italiana quando afferma che «quasi esclusivamente ai poeti è toccato il compito di tradurre in elaborazione letteraria la complessa crisi di identità che ha contraddistinto gli ultimi quattro decenni» nel corso dei quali la «perdita delle coordinate, la consapevolezza del moto di deriva dentro il mistero della vita, la riflessione esistenziale, il tentativo di ricomposizione di un ordine minimo, trovano soluzioni diverse e complementari, dentro il grande laboratorio della lingua italiana»; e il riferimento ai “quattro decenni” non è un riferimento casuale, bensì un rinvio diretto all’arco temporale nel quale si è sviluppata l’opera dei poeti proposti, tutti nati tra il 1941 e il 1959, «autori – spiega Agostinelli – che non coincidono pienamente con l’oggi, perché chi è contemporaneo combaciando perfettamente al suo tempo non riesce davvero a vedere la sua epoca, come spiega Giorgio Agamben». Una considerazione, quest’ultima, che non so se vada letta anche alla luce della recente polemica scatenata dal pamphlet di Viviani.
Ma chi sono i poeti presentati al pubblico francese in quest’edizione bilingue? Sono Umberto Piersanti (1941), Fabio Pusterla (1957), Antonella Anedda (1958), Franco Buffoni (1948), Milo De Angelis (1951), Alessandro Moscè (1969), Tiziano Broggiato (1953), Feliciano Paoli (1955), Francesco Scarabicchi (1951), Gian Mario Villalta (1959).
(altro…)

Tutti i post di Natale #8: Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire. (altro…)

Maria Borio, Poetiche e individui

Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio 2018

Allorché, qualche mese fa, inserii Poetiche e individui di Maria Borio tra gli esempi significativi e incoraggianti di Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza, posti in evidenza nel mio contributo al numero del 2018 della rivista «Zer0Magazine», intendevo avviare una serie di riflessioni che si concretizzano oggi come sonoro invito alla lettura e, insieme, come percorso di valenza metodologica.
La scelta di individuare nella poetica, o meglio, nelle poetiche – e non nei generi, non nel canone – il punto di partenza e il filo conduttore dell’indagine sulla poesia italiana dal 1970 al 2000 sgombra il campo da un approccio che si è rivelato da tempo inadeguato, benché esso venga riproposto in più di una sede, segnale di abitudine inveterata, crosta dura da rimuovere.
Al cambio di paradigma adottato da Borio corrisponde uno studio accurato che sa unire la prospettiva storica, l’inserimento puntuale e argomentato di ciascuna delle opere prese in esame, o di suoi stralci, in un ampio contesto coevo, che si sposta anche oltre i confini nazionali e che accoglie riferimenti alle vicende della ricezione e agli ambiti della prima e delle successive pubblicazioni (anche in riviste e in antologie, le cui azioni sono anch’esse oggetto di riferimenti puntuali), così come in linee di sviluppo diacronico, a un avvicinamento al testo poetico capace di farne brillare peculiarità e rimandi, analogie e parentele.
Gli strumenti di indagine vengono dispiegati con consapevolezza, messi a disposizione, perché la poesia – ecco l’ulteriore pregio di questo volume – non perde in bellezza, in capacità di sprigionare stupore, se essa costruisce, amplia e rafforza la conoscenza, se essa viene analizzata, posta sotto la lente di ingrandimento, scavata, accostata ad altra poesia.
Stupore e conoscenza in quella che Maria Borio a ragione definisce “lettura relazionale” sono dunque i frutti che chi legge Poetiche e individui saprà cogliere esplorandone, sui sentieri indicati dall’autrice, testi e contesti.
Per ciascuno dei tre decenni conclusivi del XX secolo, per ciascuno dei capitoli, in alcuni casi per singoli paragrafi, il percorso suggerito prende l’avvio dal testo poetico, corpo, prova e documento. Spesso è proprio il testo poetico, riportato nella sua interezza o per passaggi significativi, a dare il nome al capitolo. Riporto di seguito alcuni esempi dall’eco profonda e dalle diramazioni ampie. (altro…)

“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante. (altro…)

Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento. (altro…)

I poeti della domenica #256: Fabio Pusterla, “Brasé” #1

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Qui si pone il problema del fuoco.

Della memoria del fuoco
che ovunque parla nascosto. Ciangotta nell’erba?
Nelle felci? Nella terra rossastra su cui
salgono svelte betulle, si allargano castagni?
Foglie autunnal, fiamme verso il cielo, scintille.
Fuoco scomparso, fuoco sempre qui.
Sera bigia di luci assorte.

Spento o invisiibile, sceso sotto la soglia dei giorni
– allora arde più loco – resiste forse ancora in antichissimi
anfratti o caverne: albo segnare lapillo, e cose del genere
(cose di cenere). Qui si pone e si pone il problema del fuoco.
(Di vita o di morte?)

Che non doveva esibirsi o divampare. Che era fuoco
di carbone e di terra, fuoco nero profondo
a bruciare nel tondo mistero.
Sotto mucchi di torba di muscio di foglie
sotto mentite spoglie covava consumando
e mantenendosi forte, silenzioso e altero.
Robustoso e forte.

 

© Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017

I poeti della domenica #255: Fabio Pusterla, “Cenere, o terra” #12

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Cenere, o terra? Luce, semplicemente,
trama di luce che si arresta per un attimo
nell’onda dei capelli traversati dal vento.

In controsole, nell’ultima
sferza del giorno, mentre non distanti
pecore trotterellano nei prati, sottomesse
alla legge dell’erba e dell’ora,
verso la sera che cala, il sonno dolce, la vita
che continua. Come nei tuoi capelli,
anche in loro la luce si accende
e si attenua e perdura.

Sul sentiero rimangono detriti,
tracce sparse che hanno il colore
di cenere persa, di calore
depositato sulla terra. Ora possiamo
ritornare lentamente verso casa. Lo sterro
si modella in collina, i nostri nomi
sono stati scolpiti sul legno,
un cammino si è compiuto.

La strada che prosegue fa un po’ meno paura.

 

© Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos edizioni, 2017

Su “Ophelia” di Cristina Babino

Cristina Babino, OpheliaCristina Babino, Ophelia
Carteggi Letterari, 2017

 

 

Se ci si fermasse al solo titolo e alle inevitabili implicazioni shakespeariane che esso evoca, di questo poemetto di Cristina Babino perderemmo molto se non tutto. Composto in italiano e tradotto in inglese dalla stessa poeta (auto-traduzione che rende inscindibile il legame con la tradizione poetica inglese), Ophelia è una storia in versi che parte da lontano; un lontano doppio. Un primo legato alla lunga gesta­zione, che dal 2009 fino alla sua stesura definitiva approdata ora sulla carta ha conosciuto asciugature, lima, correzioni e in ultima la traduzione, come racconta Babino nella nota al testo. Un se­condo che annoda questi versi alla lunga tradizione letteraria e non legata alla figura di Ofelia, perché l’elemento pittorico figurativo è portante tanto quanto lo è quello letterario. Anzi, per certi versi forse lo è ancora di più, perché le immagini evocate dai versi sonori di Cristina Babino attingono a tutta una costellazione di quadri famosi che compongono un piccolo catalogo nella parte finale del componimento (e che si riannoda, a sua volta, a certo gusto preraffaelli(s)ta che pur in Italia ha toccato il D’Annunzio di La Chimera, nella quale sono due le “Beatrici” chiamate a incarnare il femminile dualismo sensuale e spirituale, e il Gozzano di La preraffaellista, che, a differenza del vate, dissimula il debito con Rossetti concentrando il dualismo nella protagonista unica del sonetto).

Già la scelta del titolo, che preferisce il nome inglese alla sua resa in italiano, va considerata una scelta di campo: nel dramma dell’Ofelia di Shakespeare Babino innesta il dramma della modella che posò per il quadro del preraffaellita John Everett Millais, Lizzie Siddal, che fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e che morì suicida, come la sventurata eroina dell’Amleto. E nel nome Dante si cela un ulteriore doppio: un non celato debito-tributo all’Alighieri (non tanto per la lingua, quanto piuttosto per una certa ‘sospen­sione’ che rinvia, inevitabilmente, al canto quinto dell’Inferno) e al già ricordato Dante Gabriel Rossetti; nel poemetto di Cri­stina Babino si sciol­gono in unico flusso di immagini i lasciti della tradizione, che ora si rinnova al punto tale da far convergere in questa Ophelia ogni Ofelia (penso a Mi hanno detto di Ofelia di Cristina Bove, per esempio) che si riconosca in questa creatura dai «lucenti capelli infiniti/ intrecciati in ghirlande/ di libellule e viole», ossia una splendida creatura che racchiude, come scriveva Baudelaire, «un emisfero in una capigliatura».

Come disvela bene Fabio Pusterla nelle pagine introduttive, il poemetto prende le mosse dalla fantasia di Lizzie-Ofelia, immersa nella vasca colma d’un’acqua che sarà sempre più fredda col passare delle ore; un’acqua che porta con sé oscuri presagi per un’ancora ignara modella chiamata a posare per un quadro.

L’acqua mi sfiora le orecchie.
Lambisce nel suo ricamo
il broccato tenero dei padiglioni
penetra nell’oscurità dei condotti
col fluire di una remota marea.

[…]

Socchiudo gli occhi
mi vedo creatura
di un abisso stretto
e immobile.

Dimentico le gambe.
E allora sono sirena
[…]

(altro…)