Fabio Donalisio

Fabio Donalisio, Il libro delle cose

 

1 / arte della guerra

 

I

che fai? niente mi do
assente

**

la decodifica sottesa
al fare assenza farla
con mani terse
di esigenza

**

mani che fanno in quanto tali
non strumento mani sempre due
ma in continuo aumento

**

non agire dicono vendetta invece
è catalogazione: troppe cose
fatte al netto dell’avocazione

**

non ti vedono, poco dopo non
ci pensano più; ma sei sempre
solo lì, sempre solo tu

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Fabio Donalisio, Ambienti saturi

Fabio Donalisio, Ambienti saturi, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

 

da Vestibolo

 

puoi non vederla la loro paura,
ne hai facoltà; l’alternativa al ribasso
è sempre concessa (la dicono
libertà, anzi, addirittura) ma
paura rimane, sempre la stessa
sempre più pura, e viva

 

*
chi sei? non lo so, dice, nessuno
forse e se qualcuno quello sbagliato
non quello che cerchi tu, quello
che non c’era o comunque non
c’è più

 

*
potrai sempre dire, senza fallo, che
non c’eri; che non eri vivo – che non
eri nato – ieri. che il delitto è senza
testimoni tanto i ciechi di vedere
ci hanno fatto il callo: intanto
il silenzio sarà fatto salvo per un giorno
ancora – e la tua unica parola detta
finirà in mora, dimenticata in fretta
fino al prossimo quando meno
se lo aspetta

 

da Cucinino

 

in eco

guerra è la parola, l’unica e sola
(una volta rimava – fatale – con
terra ma terra è una cosa dei tempi
remoti, dove il bilancio dei pieni
e dei vuoti viveva – voleva – i pregi
violenti del (sostanziale) pareggio
ora, è soltanto peggio

 

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Andrea Longega: Primo lustro

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Andrea Longega, Primo lustro, Nervi edizioni, 2015

*

Spesso il lavoro del poeta è paragonato, a volte giustamente a volte meno, a quello dell’artigiano; paragone che si potrebbe estendere anche a certi scrittori di racconti brevi. Il lavoro sul foglio, la scelta di ogni parola, la decisione di lasciarne fuori qualcuna. Riguardare il foglio, modificare ancora, oppure fermarsi, accorgendosi d’aver finito. Cose per le quali occorre del tempo, come per le cose fatte a mano. Ho sempre pensato che Andrea Longega fosse un poeta di quel genere, uno che cura le parole, che pensa a un doppio suono, quello del dialetto e dell’italiano, che anche quando parla, parla poco. Sarà la sua indole, sarà la Laguna, dove è nato e vive, un posto dove comanda l’acqua è un posto che ti ridimensiona, ti ricorda la tua piccolezza, ti tiene lontano dal mondo, e allora tu impari a mantenere le cose alla giusta distanza, e a lavorare sulle parole e sulla memoria, lentamente, come fa l’acqua che lambisce le fondamenta. Longega lavora così, è un poeta sul serio ed è bravo. Primo lustro è il suo libro più recente, da poco uscito per Nervi Edizioni, invito tutti a entrare nel sito per scoprire il progetto di Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa; la tiratura di ogni volumetto è di cento copie, bella la lavorazione, bella la scelta della carta, così come lo è quella grafica. Il libro ti arriva come un pacco regalo perché la cover lo avvolge e sembra proprio un pacchetto, poi lo apri e devi separare la parte superiore delle pagine con un tagliacarte, o un coltello, faccenda molto emozionante e divertente, anche per un imbranato come il sottoscritto. Finito il taglio, visto il cucito si arriva alle poesie e torniamo a Longega.

E no ti ga più domandà
no ti te ga più angustià
per le parole che fora messa
te riservava in coro la comunità
«ma na morosa no la ga?»
no ti ga avuo più curiosità
par quel anèlo che da la fine
de l’ista portavo al déo…

e sfavilava quel argento
in mezo al to tormento.

[E non hai più domandato / non ti sei più angustiata / per le parole che finita messa / ti riservava in coro la comunità / «ma una fidanzata non ce l’ha?» / non hai avuto più curiosità / per quell’anello che da fine / estate portavo al dito… // e sfavillava quell’argento / in mezzo al tuo tormento.]

La perdita e il dolore, cui la mancanza conduce, sono stati i grandi temi di Andrea Longega, pensiamo a El tempo de i basi (D’if edizioni, confluito poi nel meraviglioso Finìo de zogàr, uscito per Il ponte del sale), lo struggente racconto del dolore, dell’amore verso la madre, l’accompagnamento verso la fine, ora dopo ora. Perdita e dolore che in Primo lustro si ricompongono e che insieme alla memoria raccontano il passato, le conseguenze del passato e il presente. Longega rielabora il dolore, ogni verso è una malinconica carezza, e (soltanto per la sua bravura) noi proviamo la stessa nostalgia. Ci si riaggiusta dopo una perdita, ci si ricorda, e con l’occhio affettuoso si guarda al tempo andato in altro modo, e si accenna un sorriso. Longega compie anche un elogio alla lentezza, ci sentiamo raggiunti da un lungo ragionamento, noi lettori siamo la fine di un percorso, i versi che il poeta scrive sono solo una parte del lungo gesto d’addio che non potrà mai compiersi del tutto. Ogni poesia è un saluto, e con la poesia Longega può salutare tutte le volte che vuole. Un’altra cosa va detta, quando leggiamo le poesie di Andrea Longega, capita una cosa bella e rara, si sente proprio una musica, un bel suono che ci contagia ancora prima del contenuto.

Ah, Elvira, che no ti pensi,
nissuni più
gà lustrà i argenti.

[Ah, Elvira, non illuderti, / nessuno più / ha lucidato l’argenteria.]

*

© Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri