Fabia Ghenzovich

Notturni diversi 2016. Dal 18 giugno al 16 luglio

notturni diversi poeturam

notturni di versi piccolo festival della poesia e delle arti notturne

PORTOGRUARO – Ritorna ad illuminare le notti estive, dal 18 giugno al 16 luglio 2016 con performance poetiche e musicali, reading, mostre, presentazioni di libri e tante altre iniziative culturali, notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne, organizzato dall’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro con il sostegno della Città Metropolitana di Venezia, della Regione Veneto e i comuni di Portogruaro, Teglio Veneto e Fossalta di Portogruaro, la Fondazione Santo Stefano e Media Partner Radio Onde Furlane.

L’Associazione Culturale Porto dei Benandanti sa bene che le notti, a giugno e luglio, si fanno più intense e luccicanti, ed è anche per questo che dal 2005 organizza Notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne.
Gli incantevoli spazi dedicati agli eventi di notturni di versi 2016, giunto alla dodicesima edizione, saranno il Centro Storico di Portogruaro, il Museo Archeologico Nazionale Concordiese e la Piazza della Pescheria che si affaccia direttamente sul fiume Lemene a Portogruaro, il Giardino di Palazzo Altan Venanzio e i Vivai Bejaflor, il Cortino del Castello di Fratta con la Casa Colonica del ‘600 e la Chiesa di Santa Cristina di Gorgo a Fossalta di Portogruaro, Villa Dell’Anna Brezzi di Teglio Veneto e il Parco Ungaretti di Sagrado (GO).
Per l’edizione 2016 i poeti di riferimento e a cui è dedicata la rassegna, saranno ben due: Giuseppe Ungaretti e Allen Ginsberg. Quest’anno infatti ricorrono i cent’anni dalla pubblicazione del Porto Sepolto la raccolta del poeta italiano intensamente legata all’esperienza della Grande Guerra e i sessanta dall’uscita di Urlo dell’autore americano. L’anniversario dell’uscita dei due importanti libri e il fascino di approfondire il rapporto tra i due poeti, che si è concretizzato in vari incontri, tra i quali ricordiamo quello avvenuto al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1967, ha persuaso gli organizzatori del festival a intitolare l’edizione 2016 UAAG!!!: una sorta di esclamazione che però possa essere anche urlo liberatorio, nato dall’acronimo del nome e cognome dei due poeti, resi così inseparabili fondendo i confini delle loro divergenze e convergenze.
Performances teatrali e musicali, presentazione di libri, incontri con gli autori, esposizioni d’arte, slam poetry e tanta poesia recitata dai poeti! Ospiti di questa edizione Stefano Guglielmin, Laura Di Corcia, Fabia Ghenzovich, Bernardo Pacini, Guido Cupani, Erio Gobetto, Fabio Franzin, Marco Sorzio, Giovanni Fierro, Gianni Montieri, gli artisti Mattia Campo Dall’Orto, Roberto Cantarutti, Luciano Lunazzi e Carlo Vidoni, Alfredo Luzi, Michele Obit, Antonella Sbuelz, Peter Semolič, Glorjana Veber i sei slammer del Poetry Slam Velvet Afri, Lorenzo Bartolini, Andrea Fabiani, Silvia Salvagnini, Simone Savogin, Gianmarco Tricarico e ospite Luigi Socci, ma anche tanta musica con il Toma Trio – i jazzisti Mauro Darpin (sax), Luca Colussi (batteria), Giovanni Maier (contrabbasso) – la musica di Raffaele Silvestre (pianoforte), Sandro Carta (tromba, electronics), i paesaggi sonori di Federico Toffolon, la lavagna luminosa di Dora Tubaro accompagnata da Michela Grena (musiche, voce, piano e armonium), Roberto Fabrizio (chitarra, effetti), Aida Talliente (voce narrante ed effetti).

In calendario dal 18 giugno nelle cittadine venete di Portogruaro, Teglio Veneto e Fossalta di Portogruaro, notturni di versi, ribadisce anche in questa sua dodicesima edizione, che la notte è il buio, l’insondabile, il non ancora scoperto, che accompagna gli umani da sempre, suscitando timore ma, al contempo, sollecitando ricerca e conoscenza. Fin dall’antichità più remota, guardavamo il cielo notturno e scoprivamo costellazioni, stelle e ne traevano riflessioni: tentativi di dare significato all’incertezza dell’esistere, immaginando, di volta in volta, verità, anche solo abbozzate, da stringere.
La notte diviene così il momento privilegiato per la poesia che, con il suo racconto traccia con possibili significati l’enorme lavagna del cielo buio.

PROGRAMMA

Si parte Sabato 18 giugno alle 21 a Portogruaro nei Vivai Bejaflor (Viale Udine, 34 Portogruaro)con la presentazione del libro “Blanc de ta nuque vol. 2” a cura di Stefano Guglielmin con i poeti Laura Di Corcia, Fabia Ghenzovich, Bernardo Pacini e performance musicale di Toma Trio, modera Guido Cupani.«Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea» è quello che da ormai dieci anni Stefano Guglielmin lancia dall’osservatorio di Blanc de ta nuque, uno dei blog di cultura poetica più stimolanti del panorama odierno prendendo la forma di un volume antologico, il secondo ormai, che racchiude, oltre a cinque anni di incontri con gli autori, anche un ricco contorno di saggi, recensioni, interviste e “lettere dal fronte”.
Giovedì 23 giugno 2016 alle 21 a Fossalta di Portogruaro nella Chiesetta di Santa Cristina “CUOREMATTO!” performance dell’Ass. ONLUS Teatroviaggiante per la regia di Erio Gobetto: rappresentazione di alcune scene da Cuorematto! che affronta le stereotipie sociali esplorando il pregiudizio culturale, ideologico e artistico sia esso d’élite o popolare attraverso l’educazione, l’arte, la bellezza. Seguirà alle 21.30 la Presentazione del libro “AVREMO CURA” di Gianni Montieri a cura di Guido Cupani.
Venerdì 24 giugno alle 21 a Teglio Veneto nel suggestivo giardino della Villa Dell’Anna-Brezzi si terrà la premiazione della XVI edizione del “Premio Nazionale Teglio Poesia”, con reading del poeta vincitore delle sezioni adulti e delle scuole di ogni ordine e grado, insieme ai jazzisti Mauro Darpin (sax), Luca Colussi (batteria), Giovanni Maier (contrabbasso). La Giuria è presieduta da Fabio Franzin.

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Letizia Lanza su “Il cielo aperto del corpo”, di Fabia Ghenzovich

“Il cielo aperto del corpo” di Fabia Ghenzovich


Quando ho ricevuto in dono da Fabia la sua nuova raccolta poetica (Kolibris ed. 2011), la prima cosa che mi ha colpito è stato il titolo: mi è sembrato armonioso ma indubbiamente complesso, ossimorico, instaurando appunto un nesso tra realtà all’apparenza inconciliabili. Un titolo, cioè, che consapevolmente mette in cortocircuito macrocosmo e microcosmo; alto e basso; invisibile e visibile; trascendente e immanente, innestando una sorta di scontro/incontro tra spiritualità e corporeità. Esemplare al riguardo il brano a p. 15:


“Sosta con la bellezza”

sussurra l’angelo seduto sul muro
tra i fiori di gelsomino
e mi tocca con leggera scossa
così cede la mente e il corpo
arreso anche lui inaspettatamente
si apre alla presenza.

La seconda peculiarità che mi ha conquistato, una volta iniziata la lettura, è stata la connotazione accentuatamente “femminile” delle poesie. Penso in particolare a due brani: «Movendo l’aria / dal fondale del corpo / dalle mani emerse poi / una luna femminile / una luna liquida» (p. 10); «Nel corpo / nel ventre / nell’albume del mio uovo / nuovo nato da me / muda sorgiva» (p. 12).
A differenza di altre autrici anche autorevoli o a rinomate critiche letterarie sono convinta di due cose: 1. non basta che un’opera sia scritta da una donna perché sia un’opera “femminile”; 2. il pensiero, la produzione “di genere” non rappresentano un qualcosa di limitato o di limitante, una riduzione, una parzialità rispetto alla cd. “riconquista della persona totale”, ovvero di una soggettività che a prima vista può sembrare più ricca e completa, mentre è di fatto più povera proprio per la presunta neutralità. Se infatti nell’arco dei secoli, a dispetto della censura, o piuttosto dell’ostilità maschile, non poche opere sono uscite dalla penna muliebre, è solamente nel Novecento, lo sappiamo bene, che la donna acquista piena consapevolezza della sua identità e la rivendica, in chiave prima suffragista poi femminista poi femminile, anche se non necessariamente contrapposta all’uomo; importante è in ogni caso la nuova coscienza della donna e la nuova possibilità di nominare il suo desiderio, di vivere, almeno in larga misura, la conquistata libertà tramite quella creatività anche relazionale che inventa, che circola, che fa politica. In somma, come dice tra tante la grande Christa Wolf, richiamata da A. Chiarloni nella Postfazione di Medea. Voci (ed. e/o 1996, p. 243.), «è sempre più evidente che solo l’interazione degli sguardi – maschile e femminile – può mediare un’immagine corretta del mondo. Un mondo che dev’essere plasmato da uomini e donne […] a seconda del loro specifico punto di vista. Questo condurrebbe a priorità diverse da quelle che attualmente ci condizionano. Ad altre gerarchie di valori».
Ma torniamo al libro di Ghenzovich.
Sicuramente non è un libro fatto per l’immaginario o l’immaginifico, è molto di più, è Fabia stessa: un tutt’uno con la sua vita e con il suo modo di vedere e di sentire il mondo, un’esperienza radicale all’interno del suo corpo/anima (o mente?), un percorso intenso di riflessione e di ricupero della sua identità totale. Perché il binomio anima-corpo, allumato già nel titolo, è luogo di grandi possibilità, è luogo di scoperta e di trasformazione, di conoscenza e di crescita sia personale sia collettiva. Di qui un susseguirsi di 31 brani (anche in prosa) non di immediata comprensione, anzi, refrattari a ogni presa semplice, i quali, anziché reificare realtà illusorie in una superfetazione dell’immagine e della parola, ricreano un mondo simbolico alla ricerca, necessaria, di nuovi (o ribaditi) sensi e significati al nostro “abitare il mondo”.
Per un altro verso, il “cielo aperto” è anche vertigine, perché certamente è rischioso tentare nuove vie, tanto da sentire la propria identità farsi più fragile, esposta, tanto da smarrire sicurezza; ma è importante saper vivere un mondo nel quale l’assenza dell’altro e dell’altra è sentita come una mancanza insopportabile, un vuoto incolmabile: così specialmente In principio (p. 26) e Ogni perdita (p. 14). E appunto, contro al rischio di perdere e perdersi (o di riperdersi) la parola poetica può diventare la zona franca in cui riconoscere e riconoscersi, dire e dirsi:

Pace è un foglio bianco
è la sostanza di una pausa
un breve principio d’incarnazione
della parola
il fuoco liquido pacato e denso
nel corpo
la forma nata da me
lo spazio aperto
l’Io inverso (p. 37).

Ma può essere anche ciò che consente al sentimento di scoprirsi, di svelarsi:


Nuovo nella luce
un sentire
d’infanzia sepolta nel corpo
una nascita possibile
un mare dentro (p. 36).

E ancora. La parola poetica può far esplodere, o comunque mettere allo scoperto, dichiarare, pulsioni, squilibri, addirittura conflitti: su tutti quello, ineluttabile, tra la Vita e la Morte:

Campo di battaglia è il mio corpo
fazioni opposte in lotta ne fanno scempio
ne fanno bello e brutto tempo
in aperta contesa vita e morte
si sfidano a duello con inevitabile resa
finale e morte non ha uguale
nell’opera demolitrice dell’equilibrio
imperfetto o per somma o per difetto
di sinapsi di neuroni vasi sanguigni globuli e ormoni
flussi riflussi piastrine filamenti e budelli
cellule staminali e altri potenziali
lavorii di invisibili abili mani.
Restasse almeno una traccia un indizio
che non sia carne soltanto centro motore del domani (p. 35).

Importante in ogni modo è pure un altro aspetto o meglio un’altra capacità del fare poesia di Ghenzovich, un’altra apertura, cioè a dire l’immersione senza residui nel grembo della natura, che si realizza, per esempio, in Sciamano (a Castaneda):

Sale sull’alta montagna
tocca nel corpo il diamante
incontra il suo sole
dimentica il nome
diviene albero e cielo (p. 30).

Il tutto, espresso da una parola poetica che è al contempo radicalmente asciutta e sottilmente variegata. In ogni caso, pulita, essenziale ma di una densità rara e preziosa che denota, tra l’altro, un accurato labor limae: per usare una felice espressione di un poeta e critico romano, Luca Benassi, si può dire che nei versi di Fabia «vi sono un rigore linguistico, un’essenzialità di forme che è accensione e incandescenza, profonda discesa dentro se stessa» (L. Benassi, Toccare quello che resta. Essenzialità di forme come accensione e incandescenza, noidonne, settembre 2011, p. 48.).

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Fabia Ghenzovich. Suoi testi sono stati pubblicati nelle riviste “Le Voci della Luna”, “Poesia”, “Il segnale”, “Inverso”, “La mosca”, “Il tetto”. Nel marzo 2007 ha pubblicato per Joker edizioni la raccolta Giro di boa. Nel 2008 è stata segnalata al premio “Giorgi”; nel 2009 si è clasificata al secondo posto nella sezione silloge inedita al premio “Guido Gozzano” ed è stata segnalata al premio “Turoldo”.

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Letizia Lanza, editor e saggista. Si è laureata in Lettere classiche presso l’Università di Padova e perfezionata in Scienze dell’Antichità (indirizzo filologico) presso l’Università di Urbino.
Svolge attività di editing per l’editrice veneziana Supernova dirigendo tra l’altro con Giovanni Distefano la collana “VeneziaStory”. È nella redazione di “Nexus”, “Relationes Budvicenses”, “Bollettino dell’Associazione Iasos di Caria”, “Senecio” (online) e collabora con altre testate, tra cui “Italian Poetry Review”, “Il Musagete”, “Poesia e Spiritualità”, “Porti di Magnin”, “Poiein” (online), “Modulazioni” (online). Ha un sito personale: http://digilander.libero.it/letizial.
Ha pubblicato una ventina di testi di saggistica, tra cui : Ritorno ad Omero. Con due appendici sulla poesia africana, Venezia 1994; Il diavolo nella rete (premessa di F. Santucci, postfazione di G. Lucini), Novi Ligure (Alessandria) 2003; Medusa. Tentazioni e Derive, Padova 2007; Femminilità “virile”, tra mito e storia, Novi Ligure (Alessandria) 2009.
Ha pubblicato note, recensioni, articoli e tre raccolte di poesie: Poesie soffocate, Venezia 2005 (Premio della Giuria “Astrolabio” 2006); Levia Gravia 2004-2005, Venezia 2006; Tracce, a cura di G. Lucini, Piateda (Sondrio) 2011.