F. Cremonesi

Kent Haruf, Benedizione (rec. di Martino Baldi)

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Kent Haruf, Benedizione, NN editore, 2015
(traduzione di F. Cremonesi); € 17,00 – ebook € 8,99

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– Non è felice, disse Mary.
– Nessuno è felice, però non deve essere sgradevole in casa d’altri.

Se c’è una cosa su cui gli scrittori americani non smettono di insegnarci continuamente qualcosa è la strettissima relazione tra il destino di un uomo e la sua terra, i suoi luoghi. Forse è proprio questo l’aspetto più caratteristico dell’intera letteratura nordamericana. Sarà perché la conquista del loro territorio, palmo a palmo, è ancora fresca nella memoria, sarà perché non hanno mai smesso di raccontarla, sarà perché l’identità americana è sin dall’origine così radicata nel concetto di land, nel grande romanzo americano (così come nel cinema e nella musica popolare) un ruolo da protagonista ha sempre lo spirito del luogo, che si tratti di epopee rurali, della straniante vita nelle grandi città o delle apparentemente pacifiche immobilità della provincia.
Una ennesima prova di questa capacità ci viene da Kent Haruf, pressoché sconosciuto in Italia quanto apprezzato in America come uno dei maestri del romanzo contemporaneo. Un’esistenza da raccontare la sua. Nato nel 1943, figlio di un pastore metodista, tutta un’infanzia vissuta nelle pianure esterne del Colorado e passata a nascondersi dagli altri per il disagio di portare la deformazione di un labbro leporino, Haruf è fulminato dalla lettura di Faulkner ed Hemingway sulla via di Damasco degli studi al college per diventare professore di biologia. Comincia a scrivere a vent’anni ma, dopo una lunga serie di lavori che per uno scrittore europeo apparirebbero tra i più improbabili e, dopo essere stato spedito a fare l’inserviente per due anni in un ospedale in seguito alla sua obiezione all’arruolamento per il Vietnam, giunge alla sua prima vera pubblicazione ormai quarantenne, dopo aver collezionato partecipazioni a diversi seminari di scrittura (il più importante per lui con John Irving) e alcuni rifiuti di pubblicazione. L’esordio è con il romanzo The tie that binds, primo di cinque che pubblicherà in vita, prima di morire, settantunenne, nel novembre del 2014.
A farlo celebrare alla stregua di un Cormack McCarthy o di un Richard Ford sono stati soprattutto i suoi ultimi tre romanzi dei cinque pubblicati in vita (un sesto è uscito postumo appena poche settimane fa), di cui il neonato editore Enne Enne di Milano preannuncia la pubblicazione italiana (traduzione di Fabio Genovesi) sotto il titolo generale di Trilogia della Pianura, iniziando da Benediction (2013), che della trilogia è l’ultimo in ordine di pubblicazione originale dopo”Plainsong (1999, già pubblicato in Italia da Rizzoli sotto il titolo di Canto della pianura) ed Eventide (2004). Filo rosso della trilogia è l’ambientazione nella cittadina Holt, in Colorado, luogo non vero ma più vero del vero, immagine emblematica della provincia rurale americana, con la sua tranquilla quotidianità basata sull’invariabilità dei propri cardini e sul silenzio impassibile che inghiotte ogni dubbio e ogni evento controverso, cancellandolo apparentemente anche dalla memoria, per riemergere soltanto, forse, nella coscienza delle persone, al momento della resa dei conti.
In Benedizione a saldare il conto con la propria coscienza è chiamato uno degli abitanti più popolari di Holt: l’anziano Dad Lewis, una vita dedicata al commercio di ferramenta e alla vita coniugale, che sin dalla prima pagina entra in scena nell’ambulatorio di un medico che gli diagnostica una malattia mortale. L’estate appena iniziata sarà la scena del suo lungo addio alla vita. Gli si stringono intorno, in una lenta e affettuosa pavane funebre, la moglie Mary, la figlia Lorraine e altri amici e concittadini che con Dad hanno avuto a che fare. Dad è un uomo spigoloso e retto che vive con virile dignità l’ultima ora che gli è concessa. Un uomo tutto d’un pezzo, di quelli che si sono fatti da soli, e che forse non ha troppo da farsi perdonare nella vita, ma nelle venature del proprio addio emergono due grandi rimpianti legati alla propria rigidità.
Tutti i personaggi principali del libro sembrano tesi tra le loro qualità ferme, rigide, di un radicamento e di una saldezza quasi geologici, e le ferite, i rimorsi, le incapacità che questa natura gli genera. In questa ambivalenza si legge la quintessenza della provincia americana, che Haruf ha vissuto e respirato silenziosamente sin dalla sua infanzia: da una parte la necessità anche virtuosa di difendere i propri valori tradizionali (la rettitudine, la fedeltà, la coerenza, la giustizia…), come fossero la propria terra, dall’altra la cecità che questo sguardo fisso, immobilizzato, di fatto provoca, come in una eterna età dell’innocenza che innocenza non è mai. A dominare l’atmosfera è quindi una tensione nascosta ma onnipresente, somministrata in maniera che si potrebbe dire omeopatica da una scrittura sempre delicata, nell’ottica ribadita dallo stesso autore all’editore italiano che gli comunicava la futura pubblicazione della trilogia: «Voglio solo sperare che questi libri possano essere un contrappunto alle divisioni e le violenze di questi tempi.» In questo caso a fare da innesco e far esplodere la tensione (ma anche l’esplosione sarà a sua volta assorbita da un silenzio geologico) è l’arrivo a Holt del Reverendo Lyle, già allontanato da Denver per aver difeso pubblicamente un omosessuale e qui infine accusato e aggredito per strada con l’accusa di essere un filo terrorista per le sue omelie pacifiste.
C’è della luce e del buio in ciascuno dei personaggi di Haruf, come c’è di lui stesso e della propria vita in ciascuno di loro. Bisognerebbe scrivere numerose pagine e citare interi paragrafi per sottolineare la grazia, la delicatezza, la precisione con cui l’autore fa muovere questi uomini e queste donne alle prese con la fatica quotidiana di credere a qualcosa e difenderlo, con il bene e il male che ciò comporta; uomini e donne che davvero, è stato scritto, non si fatica a credere che siano esistiti veramente, per la loro esatta  ordinarietà. Permetterci di guardare in loro come se ci guardassimo in uno specchio è l’ultimo dono che Haruf ci ha lasciato, insieme a una grande lezione di umiltà e saggezza ribadita nell’ultima intervista rilasciata in vita a John Moore:

Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno. Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri.

Una menzione di merito (e tanti auguri) al neonato editore che ha il merito di portare in Italia uno scrittore di tale levatura letteraria e morale. Suggeriremmo un piccolo surplus di attenzione nella revisione del testo italiano ma, in compenso, vale davvero la pena di segnalare il grande lavoro fatto sul libro anche sul sito, con documenti di approfondimento, rassegna stampa completa e una curiosa e suggestiva “colonna sonora” da ascoltare su Spotify ispirata dalle atmosfere del libro da ascoltare parallelamente alla lettura.

© Martino Baldi

 

Nota. In collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia