ExOrma edizioni

La tristezza è una cosa importante.

Si apprestò a tirare giù il bagaglio dalla reticella: la valigia le sembrò molto pesante. Molto più pesante di quando era partita, così, con una certa circospezione, chiese alla valigia: – Che ti è successo?
– I mesti ritorni che appesantiscono l’animo… – borbottò
quella rivolgendosi a tutti e a nessuno.

Tra Lewis Carroll e Gianni Rodari, La donna che pensava di essere triste di Marita Bartolazzi che esce oggi per Exòrma Editore, si rivela come una favola e sicuramente lo è, anche se una doverosa analisi del titolo con la sua possibile doppia interpretazione porta il lettore ad affrontare il libro attraverso un doppio binario percettivo e ad aprire nuovi interrogativi sulla necessità di una definizione qualitativa della tristezza. Tutta la narrazione che procede tra incontri e sogni (rigorosamente scelti e acquistati in un supermercato dei sogni) tende a evidenziare con una leggerezza appunto favolistica quel limite tra ciò che appare triste allo sguardo e ciò che è triste perchè agisce nel profondo. La tristezza non viene letta mai nella sua accezione negativa, ma come una prerogativa nel potersi relazionare con l’altro da sé ed è necessariamente parte della nostra esperienza quotidiana, spesso utile, sana e formativa reazione a una partenza, a un cambiamento, al comparire di un ricordo. La scelta narrativa di Marita aiuta in questo percorso, creando un’aura di disincanto su ogni possibile o interpretabile forma o espressione di tristezza, evidenziando il fatto di come troppo spesso si tenda a cercare e definire una qualità “triste” soprattutto nel contorno che è però alla fine una definizione labile, vaga e estremamente relativa.

– Secondo me il semolino è più triste.
La donna che pensava di essere triste ne convenne e aggiunse arrossendo: – Purtroppo non mi piace molto.
– Il semolino è buonissimo – intervenne la sé stessa nel labirinto. – L’orzo con le zucchine è davvero triste.
– Fettina ai ferri – consigliò perentoria la sé stessa col cappotto rosso.

Tra sogni e personaggi più o meno onirici (ma sempre legati all’idea o al bisogno di un ricordo) la nostra protagonista compie un cammino che si intreccia via via a quello dei suoi incontri; tutti elementi fondamentali nella maturazione di una persona adulta e quindi già formata, definita, ma con delle evidenti carenze e ambizioni che compaiono nel corso della narrazione come piccoli stimoli che portano a possibili interpretazioni sul perchè “si pensa di essere tristi”.

L’indomani ogni cosa riprese con i suoi ritmi consueti: la donna che pensava di essere triste tornò dall’ufficio poco dopo le quattro e, non un secondo dopo le cinque, il suono del campanello annunciò la visita del monumento.

Ma sono proprio i diversi incontri che aggiungono via via complessità a una possibile topografia della tristezza, sia essa un sentimento o semplicemente un “vestito” che compare nelle consuetudini e negli stereotipi (un colore triste, un cibo triste, uno sguardo dal finestrino del treno, una lettera…), ma anche nelle relazioni, nei cambiamenti, negli approcci. Ho parlato di topografia della tristezza perchè c’è una grande cura e sensibilità da parte di Marita nel descrivere elementi che riportano con estrema naturalezza il lettore ad una personale idea di tristezza, scoprendo così quante percezioni, dinamiche, situazioni e quanti oggetti vi siano spesso associati. L’intento però non è quello di fuggirla o di difendersi, ma di “accoglierla”, perchè della tristezza c’è bisogno ed è giusto che venga detto anche e soprattutto così.

Il monumento aveva preso un bel ritmo e si lasciava trasportare
dalle sue stesse parole: – La tristezza è con noi, è
dentro di noi, la tristezza ci rende migliori, più calmi e riflessivi,
meno propensi ad atti irresponsabili. La tristezza è
una cosa di primaria importanza ed è così spesso sottovalutata
che questo museo, oltre ad avere la funzione di preservarla,
evocarla e tutelarla avrà anche una funzione
educativa di grande importanza. Sarà monito ed esempio.

© Iacopo Ninni

Marita Bartolazzi, La donna che pensava di essere triste, Exòrma Editore, 2017

Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma 2017, € 14,50

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Così come si muovono le pietre in questo romanzo, prima di nascosto, di soppiatto, di notte, di rimbalzo, di sponda, dall’acqua alla terra, dalla montagna a una stanza, allo stesso modo si muovono le parole di Claudio Morandini, si muovono piano. Sono prima pulviscolo, poi granello, poi sassolino, poi sasso, poi pietra, poi pietre, poi valanga, e dopo tornano indietro fino al pulviscolo, fino alla carezza. C’è poi dell’altro, c’è un particolare modo di raccontare, che è tipico delle persone che vengono dai luoghi in cui Morandini è cresciuto e quindi dalla montagna, ma che ricorda anche la maniera di ripetere una storia di chi vive vicino ai fiumi o nelle campagne. È la maniera di raccontare di chi vive (di chi sa vivere) nel luogo isolato, dirsi una storia, portarla avanti negli anni, nei bar, davanti ai bicchieri di vino o di grappa; farla montare di parola in parola, mischiarla di anno in anno tra realtà e finzione, e così una cosa accaduta si trasforma in leggenda, una leggenda assume contorni e dettagli reali, se ne ciba, dove sta la verità lo stabiliscono le generazioni. Un ragazzo ascolta, uno vive, comincia il racconto, la vita continua; il sasso, molti anni dopo, all’osteria mentre fuori nevica, diventa valanga nei ricordi dei vecchi. Questo è il modo di Morandini, poi c’è quello che scrive.

Si capiva che per Agnese la scuola era tutto, e si sarebbe ammazzata pur di non andare in pensione. Invece il marito, Ettore, professore di scuola media, alla pensione aveva preso gusto, restava alla finestra a guardar passare i paesani, li salutava, scambiava con loro qualche parola, ma si capiva che non avrebbe mai voluto essere davvero come i nostri vecchi, sudare nei campi sotto il sole a picco, correre con i cani dietro alle bestie, aiutarle a partorire, ammazzarle, macellarle, fare i fieni, spalare il letame. Lui salutava con la mano o con il mento, appoggiato con la pancia al davanzale del soggiorno, ed era finita lì.

 

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“Le pietre” di Claudio Morandini

Oggi esce per Exorma il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre.

Claudio Morandini, Le pietre, Roma, Exorma editore, pp. 192, € 14,50

Noi le pietre ce le troviamo dappertutto, negli orti, nei prati, dentro alle scarpe, anche in casa. Abbiamo smesso di chiederci da dove vengono perché non c’è nessun mistero, basta uscire o affacciarsi alla finestra per capire che siamo circondati dalle pietre, vengono su come fungaie, il fiume, o torrente, le porta a valle dalle pietraie sotto le montagne, e lassù continuano a generarsi dal perenne sbriciolarsi delle rocce di queste Alpi da quattro soldi che si disfano appena le tocchi, si aprono come mele, se le guardi storto quelle pisciano sabbia.
Lo hanno confermato anche i geologi che sui nostri problemi si sono laureati e hanno costruito intere carriere: questa è montagna debole, anche se all’apparenza imponente, dentro queste rocce tutte scaglie si nasconde una tremenda fragilità, che ogni anno abbassa le cime e sposta i rilievi e nel giro di un milioncino di anni appiattirà tutto, ed è già tanto se rimarrà qualche collina sabbiosa. Sono stati loro a usare da subito paroloni che poi ci sono diventati familiari: parlavano di rocce sedimentarie, di rocce de⁠tritiche o clastiche, di puddinghe, di arenarie, e arricciavano il naso e scuotevano la testa. Cioè, fosse stato per loro si sarebbero divertiti un mondo a trovarsi in una zona così particolare: ma pensavano a noi, alla fatica e ai pericoli di chi vive tra Testagno e Sostigno e si sente sbriciolare la roccia sotto i piedi a ogni starnuto, per così dire.
Erano parole che colpivano noi ragazzi, al punto che le adottammo nel nostro particolare vocabolario di insulti: –⁠ ⁠Sei proprio un clastico! – ci dicevamo, oppure: – Figlio di una puddinga, faccia da conglomerato! – Sentivamo che indicavano qualcosa di sgradito e preoccupante, e alle nostre orecchie suonavano offensive, brucianti.
A proposito, guai a sbagliare le parole, con gli scienziati! Se noi, preoccupati per quello che sarebbe accaduto con il caldo, parlavamo di nevai che si sciolgono, li vedevi sobbalzare come se avessimo bestemmiato.
– La neve non si scioglie, si fonde! – dicevano. – È un passare dallo stato solido allo stato liquido.
– Ma noialtri ci siamo sempre espressi così…
– Sbagliando!
– Va bene – dicevamo.
– Ripetete con me: la neve si fonde.
– La neve si fonde.
– Scusi, e il ghiaccio? – chiedeva uno di noi con la manina alzata.
– Si fonde anche il ghiaccio, naturalmente. Dunque, che cosa volevate sapere?
– Dunque, che succederà a tutte quelle pietre lassù quando la neve si scioglierà?
– Si fonderà! – urlavano loro.
– Orca madosca, si fonderà! – urlavamo anche noi.
Tentammo di usare propriamente quei termini, tra noi, per farci l’abitudine, ma ci sentivamo strani, ci sembrava di parlare in falsetto. E smettemmo quasi subito. Con loro, con gli scienziati, non parlammo più di quel tipo di argomenti, per evitare il problema.

Passò un giorno, ne passò un altro. Ogni tanto, per periodi sempre più lunghi, la stanza chiusa a chiave riprendeva a fermentare e a produrre rimbombi sinistri e scariche di tonfi.
Ma non solo le pietre nel soggiorno turbavano le ore che i poveri Saponara trascorrevano a casa. Cominciarono i compaesani più in confidenza a bussare per piccole cose, un po’ di zucchero, il dono di un sacchetto di cicorie di prato, due chiacchiere; ma in realtà per soddisfare le proprie curiosità, e ficcare il naso in quella che era diventata “la villa degli spiriti”, “l’antro delle anime dannate”, e sentirne i clamori, i lamenti magari, e vederli addirittura questi spiriti, chi lo sa, con un po’ di fortuna… E si piazzavano in cucina, a conversare del più e del meno, pronti a zittirsi a ogni minimo rumore dal soggiorno, avidi di quello che Fornacchio definirebbe “lo strano”. Sedevano in bilico sulla sedia, con l’orecchio teso e il capo inclinato, pronti a scattare in piedi, percorsi da brividi di inquietudine.
I Saponara, che da un pezzo avevano rinunciato alle lezioni private del pomeriggio, accoglievano i sostignesi perfino con sollievo, contenti di non essere più soli, loro e le pietre, e cercavano, per lo meno i primi tempi, di intrattenerli con ogni onore, tra caffè, gianduiotti, biscottini, amari, e chiacchiere che non furono mai così distratte e oziose sul tempo e sull’estate che si avvicinava, o chissà su cos’altro, mentre di là, prigioniere e ribelli, le pietre cozzavano, sprigionando spruzzi di scintille.
All’inizio, i visitatori, imbarazzati e timorosi, non osavano affrontare l’argomento. Ma un po’ alla volta, con il passare dei pomeriggi, qualcuno prese a farsi insistente, e a sfiorare la vera questione: e il mondo è ben strano, e non tutto, nel corso della vita di un essere umano, può essere spiegato “con la sola ragione”, e quanti misteri circondano “noi poveri mortali”, pensate alle apparizioni della Madonna o dei Santi, che capitano sempre a pastorelli o ragazzini, chi sa come mai, oppure oppure pensate a… ai fantasmi ecco appunto i fantasmi a proposito… ma che cos’è questo rumore? Avete degli operai in casa?
– No – rispondeva allora docile la maestra Agnese, che prima o poi doveva anche lei confidarsi con qualcuno, – sono le pietre.
– Le pietre? – chiedevano allora, fingendo ignoranza, gli ospiti.
– Abbiamo delle pietre in soggiorno. Vengono giù dal soffitto. Svolazzano per aria come foglie, prima di posarsi. E poi, giunte a terra, strisciano e si infilano dappertutto – aggiungeva Ettore, studiando le parole e il tono.
– Pensa te – facevano i più, ricoprendosi di altri brividi irresistibili. – Ma allora quella di don Danilo non era una parabola!
Seguiva un lungo silenzio. E finivano per sentirle davvero, le pietre, di là, trascinarsi, soffregarsi le une con le altre, appiccicarsi alle pareti e salire fin sul soffitto, e da lì cadere le une sulle altre, abitare le carcasse sfiancate dei mobili, e magari rosicchiarsi a vicenda, o ingropparsi, chissà, e dopo deporre migliaia di sassolini molli…
– Ma non c’è pericolo che escano di lì? – chiedeva sottovoce l’ospite, che già immaginava di vedersene passare una sui piedi.
– E non capita mai che queste pietre piovano anche in altre stanze? Qui in cucina, per esempio? – aggiungeva un altro visitatore, sollevando lo sguardo per verificare se gli pendeva sul capo qualche minaccia.
– No, no, solo in soggiorno – dicevano in coro i Saponara, con l’espressione straziante di chi ha un morto in casa, – e di là non escono.
– Sicuri?
– Non vogliono uscire.
– Non vogliono?
– Eh, se volessero…

proSabato: Alessandro Mauro, Via Andrea Doria. Inedito

via andrea doria

Via Andrea Doria

Le due scalinate di via Andrea Doria su cui Diavù ha dipinto Anna Magnani non portano al mercato, che invece è al livello della strada.
Però di certo ne fanno parte, specie adesso che le abita il viso in cui Roma e i banchi di frutta si sono incontrati una volta per tutte, in bianco e nero e settant’anni fa.
L’odierno Mercato Trionfale, comunque, è un blocco moderno che pare Berlino e disperde i sospiri, incastrato in quei paraggi umbertini come un’enorme astronave capitata fuori rotta.
Molto più che sorelle, le due rampe che la scalano ritraggono in parallelo diva e donna, e quel volto mozzica l’anima proprio perché l’una si è portata dietro l’altra, col rischio che fossero tra loro cane e gatto.
Nannarella. Un piccolo trotto di sillabe che illanguidisce quasi ogni romano: poi dismesso, come la maglia del campione non più riassegnata.
Il mercato è scelta inappuntabile, ma nel frattempo “te sei scordata che sei romana e li stornelli nun canti più”, così ti tocca quel cemento distante da Campo de’ Fiori, dove intanto i prodotti per turisti discutono il primato di broccoli e carciofi.
Lo spazio pedonale in cima alle scale è terra di mezzo tra piazza contemporanea e antico cortile, con i giochi per i bambini e certi affacci sul piano di sotto che stanno al mercato come il tassello ai cocomeri.
La fontanella dipinta d’argento, in bilico tra Roma sparita e pop art, ha l’aria di vecchio flipper nel negozio di modernariato.
Introducono il tutto, in posizione di portineria, la faccia mesta dell’attrice, oppure un sorriso che resta riconoscibile anche quando lo sguardo si avvicina e separa tra loro i gradini. Come si riconoscono, da un dettaglio, mamma o zia.
Ricorda, quella mezza risata, che nessuno si intende di trasformazioni come le città. Se non, forse, gli attori.

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© Alessandro Mauro

 

Né in cielo né in terra di Paolo Morelli. Recensione di Guido Conterio

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Paolo Morelli, Né in cielo né in terra, Exòrma edizioni, 2016, pp. 240, € 14,50

Ci sono romanzi che, in virtù di un alto grado di eufonia, interpellano direttamente l’orecchio del lettore, senza concedergli tempo e, talora, nemmeno possibilità di soffermarsi a individuare, delucidare ed eventualmente giudicare la grana strettamente narrativa delle righe che gli scorrono sotto gli occhi. Si tratta di un pregio così poco diffuso che da qualcuno, specie se ingordo di spunti ortodossi e sviluppi coesi, di cornici prefabbricate e colpi di scena telecomandati, quali generosamente fornisce la letteratura di genere sul mercato, può essere scambiato per difetto. Tanto peggio per coloro che incappano nell’abbaglio, verrebbe da dire, non fossero pure essi in un certo senso incolpevoli, se è vero come è vero che, come il coraggio, anche l’orecchio o uno ce l’ha o non se lo può dare.
L’ultimo lavoro di Paolo Morelli (Né in cielo né in terra, Exòrma 2016) si iscrive precisamente in questa minoritaria (ma preziosa per la sopravvivenza stessa della buona letteratura) categoria di proposte narrative: volte a restituire in prosa quei valori metrici e agogici che la poesia dei poeti, nel frattempo, va perdendo di suo, magari non senza legittime ragioni.
La prima assonanza che balza alla mente, anzi al timpano per l’appunto, nel percorrere pagine sempre così musicate e scoppiettanti è infatti quella con la scrittura, contagiante quant’altre mai, di Paolo Nori: un’affinità di toni e artifici certo non pedissequa, comunque abbastanza marcata da invogliare chi legge ad ergersi oziosamente ad arbitro di un’immaginaria sfida fra i due autori. L’esito della quale sembra essere che Paolo Morelli, se – inevitabilmente – cede qualcosa al carismatico collega dal punto di vista delle limature particolari e del risultante potere di soggiogazione, lo riguadagni in compenso là dove sia questione di evocare incisivamente attraverso i filtri del grottesco e dell’allegoria un preciso scenario geografico e umano: con tutte le professionali premure di una guida per turisti non smaliziati.
E lo scenario in parola non è qui niente di meno che l’Urbe: citata stravolta irrisa, difesa parodiata compianta con levità e fervore ideativo felliniani, ma rinunciando espressamente ai fasti, e prestidigitazioni, e magniloquenze pittoriche di cui un autentico tributo felliniano si sarebbe attrezzato; accantonando cioè in partenza l’indimenticabile cifra filmica di “Roma”, per imprigionare invece il sognaccio autoriale entro i confini altamente emblematici di un diroccato palazzo di rione, minacciato dagli “ultracorpi” di un’oltraggiosa, e falsa, riqualificazione abitativa, ma tuttora impregnato dei più nobili umori popolani. Dove un’eroica umanità residuale, anzi in più di un senso già morta, oppone, lungo uno spettro di registri esteso dal patetico al demenziale, la dignità di un arrangiarsi millenario al sinistro raziocinio del nuovo che avanza.
Una resistenza che certo intenerisce, ma forse non del tutto fuori tempo massimo: almeno a dar credito alla voce, ben udibile e rassicurante in epigrafe, di Eduardo: “Quando io morirò, tu portami il caffè, e vedrai che io resuscito come Lazzaro”.

© Guido Conterio

“Neve, cane, piede” di Claudio Morandini. Recensione

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Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Roma, ExOrma edizioni, 2015, € 13.00

Non ci può essere dubbio sull’ambientazione del nuovo romanzo di Claudio Morandini uscito a fine 2015 per i tipi di ExOrma: Neve, cane, piede mette infatti davanti al lettore, sin dalla copertina e dal titolo soprattutto, un luogo, un protagonista − uno dei due − e una misura. La scelta di tre sostantivi è − infatti− determinante nella narrazione: circoscrive da subito tre elementi cruciali della storia, sapientemente collocati in questa lista-titolo che ‘parla’; si può infatti e ci si deve arrovellare su queste tre parole da due sillabe ciascuna, perché l’intera opera è costruita su ‘un passo’, su un ‘dosaggio’ molto attento della parola come unità di misura. La parola romanzesca, ma verrebbe da dire anche poetica, perché è la poesia come genere a richiedere di più a chi scrive e a chi legge, in termini di misura dello spazio e del tempo. Claudio Morandini lo sa, sa (ri)cercare la corretta e più consona dimensione in cui la parola possa raccontare, in cui il suo protagonista Adelmo Farandola possa muoversi con agilità; tra le montagne − dove la neve trova sede, trova casa − anche lui e il suo cane parlante seguono un ritmo, quello delle stagioni, dell’immobilità, di un isolamento che detta le forme del vivere. Lui, che porta un nome e cognome che, insieme, uniscono “nobiltà, protezione e danza”. Ma la primavera muta ogni situazione, e il ritrovamento di un “uomo morto” (ancora due sillabe per ciascuna parola) a seguito di una valanga, spariglia le carte; un particolare colpisce allora nella narrazione: “la gamba nuda”.

Giorno dopo giorno, anche la neve più ostinata si ritrae lurida, finisce in ruscelli nervosi che sprofondano a valle. Ora la gamba del morto è tutta scoperta fino all’inguine, e nuda e grigia oscilla all’aria. A metà coscia finalmente i intravedono lacerti di stoffa, brandelli di pantalone fradicio. La forza della valanga deve aver spogliato quella gamba, deve aver proiettato chissà dove la scarpa e il calzettone. La gamba contratta tentenna simile a un tronco di albero giovane. Le formiche la percorrono instancabili, per tutto il giorno.
− Fa pensare eh? − dice il cane, che fissa imbambolato quell’arto.
− A cosa?
− Alla vita, che ne so.
− Quella cosa non è viva.
− No, appunto, ma proprio per questo… No, va be’, lascia perdere  sbuffa il cane.

Ed è così, con un rovesciamento di ruoli che amplifica la personificazione canina, che ci ritroviamo di fronte a una riflessione in cui “vita-viva” (ancora bisillabe) presentificano una condizione che è anche narrativa.
Adelmo Farandola − per ammissione di Claudio Morandini − vive in uno spazio simile a quello in cui si ambienta In solitaria, uno dei racconti di Questo Natale, rubrica che ha trovato spazio negli scorsi mesi su questo blog: l’ironia, la caricatura, il grottesco che troviamo in Neve, cane, piede sono anche quelli di Ippolito Paracchi e delle figure che lo circondano, della situazione in cui sono calati. Ma c’è di più: un tono vagamente surreale che caratterizza entrambe le vicende, come un sottile strato di pellicola ad avvolgere la dimensione della realtà; si tratta di uno strato che separa il reale da ciò che non lo è, la visione del mondo del lettore da quella di Farandola e del cane. E per vicinanza ‘semantica’ ma anche di senso in questo discorso critico, un’interposizione di questo genere può ricordare, per molti versi, La prima neve di Andrea Segre, in cui la parola “neve” è chiave, è significante. Ma soprattutto: è dentro quello strato, è ‘lì’ che accade la ‘levità’, altra cifra della ‘misura’ narrativa di Morandini, levità che appunto non è “leggerezza” ma “delicatezza e grazia”, un dono per chi sa raccontare.

© Alessandra Trevisan

“Viaggiatori nel freddo” di Sparajuri. Recensione di Sandra D’Alessandro

di Sandra D’Alessandro

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Viaggiatori nel freddo mi è stato segnalato in un’immobile giornata di neve da quel maestro che mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire. Se adesso vi ritrovate a leggere ciò che scrivo, coglierete senza ombra di dubbio la citazione.
Dalla prima pagina mi sono subito resa conto di stare per affrontare un viaggio, ho sentito quel brivido che si avverte non appena l’aereo lascia la terra ferma, quella sensazione di non appartenenza carica di futuro e di speranze, e in alcuni casi di innumerevoli piccoli ricordi legati alla destinazione. Sapevo che la destinazione era Mosca: ho rimboccato le coperte e ho lasciato che l’aereo scivolasse tra righe di alta letteratura, ricordi, novità, brividi e poesie.
Non posso comunque dire che si tratti di un libro che solo chi è stato a Mosca può capire. Bisognerebbe, certo, amare o conoscere un po’ quella che è l’anima russa, ma in ogni caso si tratta di un viaggio, e un viaggio può scegliere di farlo chiunque.
Per noi malati di Russia invece è diverso. Lo proporrei come libro di testo universitario: dopo aver posto le basi grazie alla Satta Boschian, la lettura dei Viaggiatori nel freddo diventa ai miei occhi auspicabile.
Un lettore casuale, probabilmente, non presterebbe attenzione al passaggio in cui il viaggiatore mostra il tesserino di riconoscimento al guardiano del dormitorio MGU, che, tra le altre cose, penso sia la meta e il rifugio preferito, per non dire quasi obbligato, di ogni italiano che si reca a Mosca. Quel tesserino racconta una storia, per me come per tutti loro. È per questo motivo che la mia matita ha segnato la riga con una X che, nella mia leggenda di segni letterari, significa precisamente: so di che parli. E aggiungerei: grazie del ricordo. Dovrei diventare una copista per lasciar cogliere questo freddo gelido che si coglie nel libro e quindi mi limiterò a dire che mi riferisco proprio a quei ricordi che, nel presagio dell’oblio, ingaggiano una lotta per la sopravvivenza. Ma nonostante la bellezza dei ricordi, il libro resosi viaggio è scoperta perenne, e persino se ci si comporta da turista nel paese natale, si riescono a scoprire cose nuove. I puntini di fianco ai paragrafi o ai nomi di luoghi o di persone sono, infatti, innumerevoli e di diversa natura. Nel mio linguaggio, i puntini rappresentano una Novità, o qualcosa da approfondire. La singolarità di questo libro sta nel fatto che non si ripercorre solo la storia o la letteratura in maniera univoca e ridondante senza possibilità di futuro. Il passato e il presente della Russia si incrociano, si scontrano, si abbracciano e si tengono per mano legati dalla scorrevolezza della narrazione. Si scoprono segreti, come per esempio quello che cercavo da quando ho conosciuto la prima volta l’anima russa, ossia: “Girate al contrario le lettere dell’alfabeto cirillico paiono del tutto a loro agio, cosa che non accade con quello latino e forse questo è il segreto di una letteratura e di un’esistenza paradossale”; ho conosciuto la lingua futura, un’assenza di parole che sognano parole; donne come Aleksandra Petrova o uomini come Solonovi. A tal proposito, credo fermamente che l’intervista a Solonovi sia stata inserita tanto per un omaggio alla bellezza intrinseca della poesia italiana, quanto soprattutto per un tentativo fallimentare di pulirsi la coscienza da parte degli scrittori/viaggiatori. Per un amatore, sognatore, aspirante slavista, la lettura di questo libro comporta inevitabilmente sogni di gloria legati al desiderio inespresso di arrivare un giorno a scrivere un libro di tale portata. Questo forse il senso della frase buttata lì quasi per caso, lasciata sulle povere labbra asciutte di Solonovi, ossia “Ora la prima cosa che dico agli studenti è che non riusciranno a vivere di letteratura” , che assume un’aura di tormentosa ambiguità.
Il soggetto in prima persona mi affascina, perché posso essere davvero io, possiamo essere noi. E il desiderio di essere lui, di camminare e viaggiare con lui è inaudito. Non sono una spettatrice passiva, non vorrei essere il suo fermaglio o il suo orologio, io so di poter essere lui: io pretendo di muovermi sui suoi movimenti. E questo desiderio che chiamerei quasi insano è amplificato dal fatto che non so effettivamente se riferirmi a lui o a lei. Percepisco, infatti, nella scrittura respiri maschili e femminili. Dissimulando un po’ lo stile dei viaggiatori, porterei il riferimento al già citato Erofeev e al suo Mosca-Petuški, libro molto amato soprattutto dagli uomini che si identificano forse in lui, o vorrebbero avere la sua libertà, ma che, d’altra parte, non sapranno mai quello che prova una donna. La donna viene letteralmente sedotta da Venika, una seduzione quasi ipnotica che un uomo riuscirebbe poco a percepire. Io supponevo che il magnifico viaggio ripercorso a Petuški, quasi altrettanto seducente quanto il primo, fosse stato scritto proprio solo e unicamente dal viaggiatore Francesco. Per cui la mia sorpresa, quando scopro che è stato scritto dalla viaggiatrice Elisa, è una sorpresa meravigliosa, quasi agghiacciante che mi fa sentire meno sola.
Sedotta da Venika ancora una volta, ma compresa, finalmente, da una donna che diventa amica di sventure amorose, ricordo Marina Cvetaeva, quando scrive: “Alcuni avevano scoperto Mosca seguendo i suoi passi”.
Io non l’avevo ancora conosciuta Marina, quando ho assaporato Mosca per la prima volta, ma posso essere sicura adesso che nel momento in cui tornerò, oltre a seguire i suoi passi, seguirò indubbiamente tutti i puntini che formano il percorso, il mio percorso, che ho tracciato con i viaggiatori nel freddo.

La mia memoria ha finalmente quello che cercava.