Etty Hillesum

proSabato: Etty Hillesum, Lunedì 4 agosto 1941

Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio

S. dice che l’amore per tutti gli uomini è superiore all’amore per un uomo solo: perché l’amore per il singolo è una forma di amore di sé.
S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni: anch’io mi porto dentro questo grande amore per tutta l’umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercare il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l’umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell’arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l’uomo e non l’umanità.
Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po’ stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. È tipico che io voglia essere sempre desiderata dall’uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere, mentre si tratta di una dinamica oltremodo primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose – ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l’uomo ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo.
Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé.

Come stanno in realtà le cose tra S. e me? Se, alla lunga, riuscirò a fare chiarezza in questa relazione, avrò anche fatto chiarezza nel mio rapporto con tutti gli uomini e con l’intera umanità, per usare parole grosse. In nome del cielo, lasciatemi essere patetica, annotare ogni cosa proprio com’è nel mio animo, e quando avrò riversato nella scrittura tutto il patetico e l’esagerato, forse tornerò anche a lavorare su me stessa.
Voglio bene a S.? Sì, follemente.
Come uomo? No, non come uomo, ma come essere umano. O forse amo di più il calore e l’amore e un tendere alla bontà che irradiano da lui. No, non riesco a venirne a capo, non riesco davvero a venirne a capo. Questo è una sorta di taccuino: di volta in volta farò dei tentativi, vi scriverò qualcosa, nella speranza che alla fine tutti i pezzi formino un tutto, ma non devo fuggire di fronte a me stessa, o alla gravità dei problemi, cosa che del resto non faccio. Ciò da cui fuggo, a onor del vero, è la difficoltà di mettere ogni cosa nero su bianco. Tutto viene fuori in maniera così infelice.

Ma tu scrivi su questi fogli non per produrre capolavori, ma solo per fare un po’ di chiarezza in te stessa. Provi ancora vergogna, non osi lasciarti andare o lasciare che le cose sgorghino dal tuo animo; continui a essere terribilmente inibita, e questo accade perché non hai ancora imparato ad accettarti così come sei.

È difficile avere al contempo un buon rapporto con Dio e con il ventre. Tale pensiero mi ha tormentata durante una serata musicale di qualche tempo fa, quando S. e Bach erano entrambi con me. Nell’intervallo tra due esecuzioni musicali lui mi aveva raccontato che Wiep gli aveva fatto un test di Rorschach sulla base del quale lui aveva visto poche «cavità»; secondo Wiep, il risultato indicava che il problema sessuale per lui era totalmente risolto, che era stato «subordinato» al complesso della sua personalità e che ora aveva un ruolo secondario nella sua vita. Credo di essere stata davvero gelosa di quella situazione, e devo aver pensato qualcosa del genere: Sì, è facile per te. C’è qualcosa di complicato nel rapporto con S. Lui se ne sta lì pieno di calore e cordialità umana, sicché tu ti lasci andare senza riserve. Ma al tempo stesso, c’è un uomo possente con una faccia espressiva, con grandi, sensibili mani, che ogni tanto ti cercano, e con occhi la cui carezza può davvero essere commovente. Ma la carezza è impersonale, ovviamente: lui accarezza l’essere umano, non la donna; l’artiglio si protende verso la persona, ma non verso la donna. La donna, però, vuole essere accarezzata come una donna, e non come un essere umano. Almeno così mi sento io, a volte. Ma lui ti mette di fronte a un compito difficile, per il quale bisogna lottare duramente. Io sono un compito per lui, me lo ha detto una delle prime volte, ma anche lui lo è per me. Devo smetterla adesso: mi sento sempre più povera mentre scrivo tutto questo, segno che non sto esprimendo ciò che realmente accade dentro di me. (altro…)

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia, Giuliano Ladolfi editore 2017

Mi capita spesso di iniziare le giornate, a ore solitamente antelucane, con la lettura di un libro. Non sempre, tuttavia, la forza del libro è tale da imprimere il suo passo alla giornata che è iniziata leggendolo. In questo caso, invece, l’eco nei pensieri è stata persistente e perdura tuttora, tanto da spingermi ad affermare che il giorno che inizia sugli archi e sui carriaggi di Temeraria gioia di Eleonora Rimolo è un giorno che porta intatta la sfida della ricerca, di quell’affrontare, cosciente e visionario, i battenti – cupi e sfavillanti sanno essere, quelli – di un uscio sull’oltre, il varco per la parola.
È cosciente, quell’assalto permanente, che la nostra (associo ora mittente e ricevente del messaggio poetico, perché entrambi sono volti a un comune orizzonte di riferimento) Aurora si muove «senza carro» e con «dita di prosa»; visionario, quell’assalto,  anche nell’ipotesi della cecità, teso a scorgere «la grazia infinita del finire». Una gioia del ricercare vivendo che rischia, sapendo di rischiare, l’osso del collo, che danza con la sinestesia del «brillio dei piedi piccoli» e che porta, eppure, la rivendicazione responsabile del ruolo di chi plasma un canto su quanto è rimasto indietro, su ciò che è stato scansato, scartato (e riecheggia quel «lasciatemi essere il cuore pensante della baracca» di Etty Hillesum): «lasciatemi dire/ la foglia immarcescente».
Sembra che altro non possa essere, questa temeraria gioia dell’azzardo della continua ‘cerca’, se non atto d’amore, e che questo amore non possa che essere smisurato, come è senza misura la gratuità: «amo senza misura» è una dichiarazione di intenti, oltre che una presentazione di sé, che (finalmente, dico io) se ne infischia di inutili e infingarde dispute sulla presenza e sulla sparizione dell’io nella poesia lirica.
Una poesia, quella di Temeraria gioia, che, ciononostante, non potrebbe mai essere liquidata, etichettata come “ingenua”. Quella che si ferma a raccogliere il testimone dell’ultimo, dell’inascoltato, è una voce che cerca e pronuncia le parole nella «notte barbara», che s’arrischia sul confine, che costeggia «il bordo tagliente della gioia», appunto. Incombe, nella notte barbara, il fardello di un impegno assunto e rinnovato, che ha un prezzo alto, quello della perdita dell’incanto, di una trasformazione dolorosa, che l’allitterazione rende con maestoso senso della sconfitta, della «sciagura/ del non aver abusato della rosa, dell’averla/ lasciata lì, tra il rigagnolo e la riva, cenerognola».
Una poesia che mi giunge felicemente complessa e matura, dal vertice alla base, dalla chioma ai piedi, in tutta la sua carne e con tutte le sue ossa, ché il titolo oraziano, così come tutta la sezione Pulvis et umbra, e l’esergo con i versi di Callimaco non sono un semplice pagamento di tributo, ma sono saldati a un’intenzione netta, lucida, perseguita con serissima cura: «rettitudine e sale, soltanto due elementi/ evitano la lesione: il resto è giovane».

© Anna Maria Curci

Nessun contorno noto compare,
sfigurato, nella clessidra,
e questa lagna sussurrata
del vento tra le fronde
non è che un falso fischio
prolungato,
non un lamento come
il nostro corpo
quando sbatte contro se stesso
fa della silenziose capriole
e l’urto non lo scalfisce
ma sempre al punto di vedere
arriva Aurora senza carro
che veste di nero il cielo,
Aurora
dalle dita di prosa.

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