Ermanno Krumm

Mario Benedetti, Tutte le poesie

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Mario Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti, € 16,00

Nell’introduzione di Dal Bianco, intitolata L’idiota che ci rappresenta, troviamo due punti essenziali per capire la poesia di Mario Benedetti: il primo è il cielo, parola per la quale si tenta una via etimologica particolare, che l’associa al celato, al nascosto, a ciò che resta sempre da mostrare. L’altro punto è la lingua, quella specialissima grammatica raggiunta dal poeta sgrammaticandosi, vorrei dire, forzando cioè e rompendo ogni presunta regola.
C’è tutta un’aria che attraversa questa grande poesia, cielo, aria, vento, soprattutto in Umana gloria (2004). È qualcosa di sorprendente e fortissimo, nel leggerlo, nel rileggerlo.
Tanto che Benedetti sembra addirittura uscire dalla poesia attraverso la poesia. Tocca e ci fa toccare l’emozione delle piccole cose, così sempre pronte a parlarci, le dipinge, dipinge l’aria “in fondo al tempo” (è il titolo di una sezione). Un uomo è un mondo. Benedetti è un mondo di poche parole e di fortissimo sguardo, un mondo visivo, pieno di materia da dipingere. Rappresenta una «terra rimasta in aria, interi campi». Il guardare è, deve avvenire, “da lontano” (altro titolo di un’altra sezione), e dovrebbe avvenire dentro il pensare che si guarda. Rivedendoci da distante, e pensando questo rivederci, «eravamo solo (…) con il vento aria». Ed ecco che il vedere e l’aria si richiamano, negandosi: «Siamo scappati dagli occhi, il vento nella testa», scrive; e ancora: «il vento negli occhi chiusi per pensarlo»; le «povere cose messe nell’aria prima di dormire». Oppure ancora, ad esempio, questo meraviglioso passaggio: «E nell’aria rimasta da sola la tua figura era il giro del vento». O questo verso: «tra gli occhi e non vedere più».
Mi fermo.
Dicevo: la lingua, il linguaggio. Dal Bianco scrive, giustamente: «E restano, fino alla fine, le meravigliose incongruenze della lingua di Mario, le sue metonimie spiazzanti, la temerarietà delle sue tautologie. Resta (…) certo lessico terra terra, quasi bambino (…) È l’apoteosi dell’impaccio linguistico, è un disarmo unilaterale, è un fare appello alla tenerezza di fronte alla precarietà umana». Viene in mente Ermanno Krumm, che ricordava «quel puer antichissimo senza il quale non c’è poesia». Eccolo, Benedetti, sempre a chiedersi: dove sono, e non so cosa dire, o come dirlo, come spiegarmi.
A questo proposito, riporto parte di una poesia, eccezionale nella lingua e splendida, per tutto quanto detto:

Luna, corridoio bianco, come ho corso!,
e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che si muove.
Come corro, come ride l’acqua
e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il pianto grande la voce così bella
sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie scarpe le risa le travi dove?
sono qui i morti? sono qui?

Villalta nel suo, di saggio introduttivo, dal titolo Una ferita coralità perduta, insiste sul territorio, quello di Nimis, in provincia di Udine, e su una geografia percorsa da Benedetti, da Nimis a Padova (dove si laurea con Ramat) e poi a Milano. Nel film-intervista L’abécédaire (1988-89), il filosofo Gilles Deleuze affermava: «Costituire un territorio è per me quasi la nascita dell’arte».
Anche qui, il poeta entra ed esce dalla geografia, dal suo territorio. Rappresenta i luoghi, ma soprattutto li vive mentalmente. Penso in particolare all’amata Bretagna, dove va a collocare la sua mente, il suo spirito. O penso alla rastremazione linguistica purissima che compie in Pitture nere su carta (2008) e che lo porta nel reliquiario del mondo, in lacrime, figure, colori, smalti, sfarzi, stelle. E c’è una poesia, quella conclusiva, magica e meravigliosa:

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.

L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.

Qui.
Oh.

«Alla fine, mi domando, come poter dire: alla fine», scrive Benedetti. È la tersità della morte, siamo noi e il corpo deposto, corpo umano e corpo delle parole. Fino a scrivere: «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole»; quelle parole che sono «nelle storie che mi hai fatto vedere» (in Tersa morte, 2013).
Sempre Deleuze, nell’abécédaire, diceva: «Lo scrittore scrive per dei lettori, ma cosa vuol dire “per”, vuol dire “in favore di” (…) Ma bisogna dire anche che uno scrittore scrive per dei non lettori, cioè non “in favore di” ma “al posto di”. (…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo. (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.

Cristiano Poletti

 

Pescando (per punti) nell’amarezza di Valerio Magrelli

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1.

Iniziamo con il fumo.
Leggo, a pagina 11, una poesia con dedica Per Stefano, distratto:

Stefano
sotto la doccia,
la sigaretta accesa,
dentro gli spogliatoi che fumano vapore
tu fumi un altro fumo da quello dell’omino
di fumo, un fumo d’acqua
fumante mentre parli,
e parli dell’altrove,
e parli dell’altrove
in cui fumi ignorando
di fumare.

Confronto questi versi con un testo apparso in Nature e venature, del 1987. E mi meraviglio:

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Meraviglia il ponte costruito da allora a ora e come sull’una e l’altra sponda un’apparentemente semplice “distrazione” nella percezione visiva possa determinare uno “spostamento dell’io”. E con brevissimo scatto spazio-temporale ecco generarsi quell’“altrove” che istantanee dell’inquietudine, come sono queste poesie, rendono enigmatico e oscuro.

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2.

«Per me la ragione / della scrittura / è sempre scrittura / della ragione»: così chiudeva una poesia di Ora serrata retinae. Da sempre Magrelli ragiona, in poesia; ragiona attraverso il monologo, infine esposto e verificato, sapientemente, sulla pagina.
«Io sono ciò che manca / nel mondo in cui vivo,» scriveva in quella sua prima opera. Adesso l’endecasillabo portante di pagina 15 (la poesia riprodotta in copertina) recita: «ma sento che qualcosa è andato perso». Sì, continua a verificare il mondo, Magrelli, vedendosi (verificandosi) tra corpo e mente, che fanno casa all’essere e al tempo, al loro divenire.
Prima ancora che disposta (o deposta) sulla pagina, è una poesia, la sua, che si fa mediante il corpo e che in bocca lascia l’amaro.

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3.

Di Ripetizione e Mancanza – forze che dominano rispettivamente la Vita e l’Amore – ne troviamo in abbondanza. Tra le pagine de Il sangue amaro, l’esistenza, in questa nostra nuova età di mezzo, pare rivelare di quelle forze alcune spine mai così pungenti.
Emblematici in tal senso, a pagina 134, gli ultimi quattro versi, riferiti a piccole stanze d’albergo, ma evocativi appunto di tutta la condizione umana:

«Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione
con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione».

Dalle punture sgorga un’amarezza che va oltre la dimensione del malinconico, avendo a che vedere con uno strato più profondo: un pessimismo fondato, sembra di poter dire, nel solco di una tradizione grande e nobile del pensiero.
Ad esempio in Timore e tremore, traendo spunto in partenza da Kafka e Hrabal, si espone, sempre mediante il corpo, in questa nitida metafora:

«Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più».

Ecco nuovamente lo strato profondo, qualcosa che sempre è stato e ritorna e non si arresta.

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4.

Se penso a quanto spesso ho sentito e utilizzato, perlopiù come suggerimento in chiave negativa, l’espressione “non farti il sangue amaro”, leggendo a pagina 125 i tre versi finali della poesia, ne avverto come fosse nuovo, ora, tutto il significato e il peso:
«Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / È una specialità della casa / sin dal lontano 1957».
Penso in particolare a quel “mi”, tanto riflessivo che nella destinazione di tutto trovo ci sia la considerazione di un: “faccio tutto solo per me stesso”.

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5.

Continuo a pescare, così, a piacimento, nel piatto amaramente ricco di Magrelli.
Natale, il tema del nascere.
Torna anche qui, profondo, il pensiero pessimistico: la vita è un’inflizione cui corrisponde, giusto all’altro capo della fune, la libertà di scelta, di quando e come morire: libertà propria del suicidio, dell’eutanasia, su cui Magrelli, appoggiandosi inizialmente a Montaigne, riflette con ironia (cioè “ricerca”, sofferta e che detta il gioco, nel suo significato più alto).
Se di creazione si parla, si tratta di una “creazione malvagia”. E l’amarezza addirittura può farsi desolante: «detesto vivere», confessa a pagina 33, per poi affermare:  «Ah, potessi convivere senza dovere vivere!»…

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6.

Sciolti o forse no, pesco bellissimi nodi d’amore:

– a pagina 27, un «Amore-clorofilla», che torce un figlio in carrozzina «come la pianta in cui si versa luce», porta il pensiero a una splendida poesia di Krumm, dal titolo Alla mia destra;[1]

– a pagina 33, l’endecasillabo «Insomma, sono ostaggio dell’Amore:» è sintesi di tutto il precedente ragionamento monologante sulla Morte. Scardinandone il senso, con mutata collocazione dei termini-cardine posti in essere all’inizio, scrive: «È lui il tremendo tesoro / che fa argine / sul ciglio del non-essere»;

– a pagina 47, pescando anche qui l’essenziale dalla decima poesia dell’ipertesto: «amore è la distanza che ci chiama» (…) «nel bisogno di essere strappati a noi stessi».

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7.

Rumore vs Silenzio. Torna in mente uno Short di Auden: «Bisognosi anzitutto / di silenzio e calore, produciamo / freddo e chiasso brutali».[2] Con la sezione intitolata Otobiografia si entra nel territorio dell’idiosincrasia principe di Magrelli, il fastidio per il rumore e per suoni “mal collocati”, incontrati per caso, subiti, ingombranti.
A partire da un phon malfunzionante, che è solo un pretesto, una “scusa”, si apre un’immaginazione capace di produrre un vastissimo racconto, ed ecco stagliarsi in piena luce questi versi:

«Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.»

(…)

«Che c’entro, io, con tutto questo sangue,»

(…)

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8.

Il corpo dell’amarezza trova la sua postura migliore – credo – nell’ipertesto sulla crudeltà della lettura. Qui infatti si legano tutti i temi, amore e mancanza, silenzio, vedere-vedersi, abisso e vertigine. A pagina 37, [Matrice]:

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giù
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lì in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato a una vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

Compiuta e struggente, altissima qui l’amarezza insita nella distanza dalla persona amabile proprio per amore di ciò che separa. È l’orizzonte della lettura, ostinata e solitaria, che assorbe tutte altre maschere, altre persone, porta via, in un Vuoto amato: «paradiso perduto che la lettura addita / sul fondo incantato del non-io».
E per lo strano scherzo che a volte lega gli opposti, il tono ricorda L’abbraccio, splendida poesia di amore compiuto, di unione, apparsa in Esercizi di tiptologia. Sì, sembra di sentirne l’eco, l’intensità, la stessa sussurrata intimità.

Cristiano Poletti

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[1] Tratta da Respiro, di Ermanno Krumm, libro edito da Mondadori nel 2005: «A letto ti voglio sempre dallo stesso lato / non perché sia quello che preferisco / del corpo o del volto, ma perché / come i rami di un vegetale / penso verso la luce da quella parte / e a vederti mi sporgo / con gli occhi della giovinezza».

[2] Traduzione di G. Forti.