Enzo Jannacci

Flashback 135 – Venerdì

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Enzo Jannacci è morto di venerdì santo, qualche ora dopo Lacca. O forse, è stato Lacca a morire qualche ora prima di Enzo Jannacci. Jannacci è quello che canta del Bonzo che si dà fuoco, del cecato che fa da palo nella Banda dell’Ortica, del Silvano, di Vincenzina e della fabbrica. Jannacci è il cantante della Milano degli ultimi, di quella Milano che lui e Gaber conoscevano tanto bene e di cui oggi sembra non esserci più traccia. Invece Lacca è, era, il mio gatto bianco. A dire il vero, non era nemmeno mio. C’eravamo scelti, come spesso accade nella vita. Il primo è morto in un letto d’ospedale, circondato dalla sua famiglia; il secondo è morto solo come un gatto, sotto le ruote di un auto. Nessuno dei due, il terzo giorno, è resuscitato.

© Marco Annicchiarico

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Vita vera

violaParlare di Beppe Viola, vuole dire inevitabilmente fare i conti con una miscela esplosiva di sport, TV, parole, storie, canzoni, personaggi, avvenimenti che hanno caratterizzato e reso unica e irripetibile la vita e la cultura meneghina tra gli anni 60 e 80. Beppe Viola è un’intervista a Gianni Rivera sul tram, Beppe Viola è il commento del derby, è “Vincenzina davanti alla fabbrica”, Beppe Viola è quindi Enzo Jannacci, il Derby, Cochi e Renato; è Vite vere su Linus, Beppe Viola è soprattutto la Milano di Viale Argonne, quella stessa Milano che mi ha visto crescere e il cui accento e il cui respiro fanno inevitabilmente parte del mio DNA (sarà che anche mia madre fa Viola di cognome…). Beppe Viola è anche essenzialmente un uomo, un marito, un padre che domenica 17 ottobre del 1982, dopo aver fatto la doccia, la colazione con le figlie, i saluti; esce di casa per non farne più ritorno. Il libro di Marina Viola: Mio padre è stato anche Beppe Viola – ed. Feltrinelli, parte da qui, parte da quei (più) non detti, quella quotidianità affettiva interrotta che si intreccia col personaggio, ma che è rimasta patrimonio intimo e che ora si disvela in un tentativo quasi catartico di digerire un lutto masticato a lungo e a fatica (e come non potrebbe?).Ma la reale catarsi non si sviluppa nel seppellire, anzi sembra scatenare la rivelazione di una serie di eventi che in realtà vogliono fare giustizia di quel ruolo, che il lutto di un personaggio viola jannaccifamoso arriva sempre a celare. In questa sorta di disincantata famigliografia, gli aneddoti, i racconti, le memorie, non hanno l’ambizione banale e scontata di raccontare un altro Beppe Viola o di svelarne gli aspetti inediti. Il pregio del libro di Marina sta nell’umiltà di raccogliere quei pezzi mancanti, quelle visioni, quegli sguardi da figlia, per provare a completare un’esistenza che inevitabilmente manca. Come nel documentario di Alina Marazzi (Un’ora sola ti vorrei), il cui obiettivo era puntato su una storia di dolore, sfuggita alla memoria immatura e acerba di una bambina di 4 anni, anche in questo caso, dove però il lutto avviene improvviso in piena consapevolezza, la ricostruzione si attua scavando nella storia di famiglia, nell’album di ricordi, ma anche attraverso i racconti di chi ha incrociato e partecipato alla vita famigliare di casa Viola. Il merito del libro è quindi quello di decostruire un personaggio, ricondurlo alla sua domestica quotidianità, riportando allo stesso livello, alle stesse dinamiche i suoi rapporti professionali. Raccontare il pianto di Enzo Jannacci, amico ma anche medico personale di Viola, chiuso nel bagno, è anche questo una traccia di quel giornalismo onesto, pulito, che non si inchinava asservito all’intangibilità demagogica dell’evento ma che lo racconta, lo apre, lo approfondisce nel suo essere assolutamente terreno. Marina Viola, mantiene quindi vivo questo insegnamento e lo fa mettendo a nudo lo stesso insegnante. Devo anche dire che il mio incontro con Marina e il suo libro avviene nell’ambito del biografilm festival di Bologna e dopo aver assistito alla proiezione di due film che vedono protagonista Hunter S. Thompson e il suo giornalismo; pur con i dovuti distinguo, non mi pare così eretico assimilare (ma non pBeppe-Viola-riveraokosso non citare anche il mio mito di sempre, mr. Lester Bangs) la loro missione verso un reporting privo di alcuna remora o pudore nel rendere nudo qualsiasi Re. Marina Viola opera allo stesso modo e il fatto che questo libro esca contemporaneamente alla morte dell’amico di famiglia, Enzo Jannacci, non fa che rendere ancora più necessaria questa storia, che altro non è che la narrazione di una vita vera (e non esclude le nostre).

La mia Milano

foto di Uliano Lucas

foto di Uliano Lucas

LA MIA MILANO

In versi di qualche anno fa scrivevo: «Io Milano l’ho imparata il sabato / nei passi lasciati ai bordi del Naviglio». Il vero contenuto di quei versi mi è tornato in mente in questi giorni, per via della scomparsa di Enzo Jannacci. Chi mi conosce bene sa anche quello che quei versi non dicono. Degli anni in cui me ne andavo in giro per la città, tenendo sotto il braccio, erano giorni senza borse alla moda, le poesie di Raboni, di Pagliarani, di Giudici, di Sereni e altri. Stavano sempre con me, certo per l’amore che per quei testi provavo, perché consideravo quei poeti veri Maestri, non ancora di scrittura; ignoravo a quei tempi che avrei provato più avanti a scrivere. Furono maestri di vita. Imparavo la Milano di Giudici. Andavo a toccare con le mani i muri delle case dei Navigli, Le case della Vetra di Raboni. Volevo sapere com’era stata Milano prima che io la conoscessi. Allora prendevo il tram e giravo a caso: il 29, il 30, il 9, il 33. Il 24 e giù verso Viale Ripamonti con La ragazza Carla. La 54 o la 61, per arrivare in fondo a viale Argonne, dove passava la E e dove stava la casa di quell’amore perduto, raccontato in quella splendida poesia di Pagliarani. Imparavo Milano così, perché volevo che Milano diventasse la mia città e perché ciò accadesse, dovevo conoscere il più possibile quello che c’era stato prima di me. La Milano del dopoguerra con quelle poche luci (Le luci di Milano poca cosa, lo so – un magistrale incipit di Giovanni Raboni). Poi c’erano i fornai, le città passano dall’odore del pane. L’odore che veniva dalle botteghe dei Prestinée era diverso da quello di Napoli o di Parigi. Pane del luogo, odore del luogo. Un odore indimenticabile come quello della nebbia mista al ferro che senti passando sotto il ponte della Ghisolfa. O quello di ruggine che arriva passando sopra il ponte di Greco. I miei poeti e le mie passeggiate mi insegnavano Milano. Poi c’erano i racconti dei vecchi, la Baggio dei miei zii, il Giambellino di Gaber. Immaginavo fumose sale da biliardo piene di gente e poi vedevo quelli che la mattina andavano in fabbrica. Le luci negli appartamenti che si accendevano alle cinque, alle sei. Flash in mezzo al buio. Donne e uomini alle fermate degli autobus, stretti nei cappotti, negli impermeabili. Pensavo che uno che esce al mattino presto con il freddo e l’umido – pensavo e lo pensavo in bianco e nero – dovesse per forza combinare qualcosa di buono. Naturalmente non è così, o meglio non è sempre così. Ma pensarlo mi piaceva, mi pareva di essere arrivato nel posto giusto. Poi c’erano gli amici. Il jazz, San Siro. Con Bruno e Walter (che adesso gioca a golf, come cambiano le cose) andavamo a sentire la musica dal vivo al  Capolinea (che ora non c’è più). Durante i concerti mi distraevo e decoloravo la sala, vestivo tutti come se fossero gli anni cinquanta o sessanta, e mi guardavo nella vecchia Milano insieme a loro, ascoltando jazz. E c’erano le canzoni e per me, più di tutte, c’è stata Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. Quel brano, scritto per “Romanzo popolare” di  Monicelli, mi ha raccontato quello che volevo sapere di Milano in pochi minuti. La fabbrica, gli operai, i padroni, il calcio, il freddo, il disagio, il lavoro. Tutto scritto e cantato in quella lingua masticata e unica di Jannacci, l’amarezza e l’ironia. La sintesi perfetta: «Zero a zero anche ieri ’sto Milan qui / ’sto Rivera che ormai non mi segna più, / che tristezza il padrone non ci ha / neanche ’sti problemi qua». Tutti loro, tutti insieme: i due Giovanni, Elio, Vittorio, Giorgio, Enzo e altri, mi hanno insegnato Milano, ognuno alla propria maniera. Un poco per volta, un sabato dopo l’altro.

© Gianni Montieri

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