Enrico Testa

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

Davide Zizza, Ruah

ZIZZA

Davide Zizza, Ruah, Edizioni Ensemble, 2016, € 12,00

*

Il vero nome delle cose.
Sia una poesia, sia un discorso
o sia un viso, un’espressione, un gesto,
si tratta sempre di nominare il vero nome delle cose e
gli stati d’animo che si muovono dentro l’universo umano.

*

Verrai con me?

Rinascerò se avrò l’opportunità.
Verrai con me? Mi fascerò le mani
per non ferirmi, per aiutarti a salire
con me la collina
della vita.

Oggi ricomincerò a vivere.
Salirai con me dove c’è l’ulivo?
Lì cominceremo a conoscerci.
E anche bendandomi gli occhi riuscirò
a riconoscere il percorso accidentato
di pietre.

Verrai con me?

*

Chopin, l’insetto e Einstein

Scenografia domestica pulizie
domenicali e Chopin a finestre aperte –
e un piccolo insetto
che tenta la sopravvivenza
sull’esile ragnatela della finestra,
nello studio. Non so da quando tempo
sia lì in silenzio in quel poco di spazio,
non so quanto ne ha da vivere.

Come il tempo e lo spazio,
così pure la fisica degli esseri è relativa;
microcosmi restano coinvolti
nella stessa invisibile corsa,
arrampicarsi sul filo del giorno
per aggiudicarselo.

*

(altro…)

Il «Terzo libro» di Caproni (Einaudi, 2016)

caproni

Giorgio Caproni, Il «Terzo libro» e altre cose, Einaudi, Torino, 2016; € 11,00

Le parole-chiave del Terzo libro di Caproni, per meglio dire e approfondire, credo, quanto evidenziato da Enrico Testa nella prefazione di quest’ultima edizione Einaudi, sono i portoni e i colpi. Si tratta di “parole-elemento”, azzardando ulteriormente nel dire, che nei versi del grande livornese si accompagnano a un motivo continuo: l’aprirechiudere. Motivo esaltato mediante due verbi se possibile ancor più essenziali, e ricorrenti: premere, da una parte e, dall’altra, spingere, in particolare l’essere spinti a. Tutto questo cresce nel libro alla luce di un impeto e soprattutto di un costante gemito. Gemere, in effetti, è il verbo che forse alla fine più colpisce, insieme al premere. Perché torna, torna con insistenza e forza in tutte le prime poesie, risalenti all’arco temporale 1944-47 e racchiuse nelle brevi sezioni intitolate Due sonetti (il primo dei quali, Alba, è semplicemente meraviglioso) e Gli anni tedeschi (nella suddivisione che li distingue: I lamenti e Le biciclette).
Il Terzo libro, è noto, è la ricostruzione riproposta dall’autore stesso nel 1968 di una raccolta non pubblicata e confluita poi nel Passaggio d’Enea del 1956: una sorta di auto-antologia che vide a suo tempo l’aggiunta di poesie tratte dal Seme del piangere del 1959 e dell’allora recente Congedo di un viaggiatore cerimonioso (1965), oltre ad alcuni inediti.
E se nel quadro complessivo dell’opera, a lettura compiuta, spiccano ancor oggi le celebri Stanze della funicolare (che terminano non a caso con «un portone»), sorprende e anzi quasi schianta il cuore (oggi come ieri, o forse più di ieri) avvertire con quale nettezza negli anni finali della Seconda Guerra Mondiale (1944-45) le poesie di Caproni fossero in grado di spazzare via di colpo ogni possibile “facile” retorica civile, ogni canto o meglio “lamento” universale, costruito potremmo dire a tese larghe, nell’orizzonte di una coralità troppo “scontata”.
È nel suo, vorrei dire, specialissimo io che invece Caproni condensa «tutta una generazione d’uomini che, nata nella guerra e quasi interamente coperta – per la guerra – dai muraglioni ciechi della dittatura, nello sfacelo dell’ultimo conflitto mondiale, già in anticipo presentito e patito senza la possibilità o la capacità, se non extremis, d’una ribellione attiva, doveva veder conclusa la propria (ironia d’un Inno che voleva essere di vita) “giovinezza”». Sono parole sue. Parole che racchiudono in una tutte le voci di un’Italia perduta. Tramite la voce, nello spartito e nel canto di Caproni, classe 1912, prende corpo un intero dramma, sottile e profondo.
Sappiamo, Giorgio Caproni porta ai ferri corti, con l’io e con Dio. Per forza, e per fortuna. Mira e bersaglio presi benissimo. È una dimensione, questa, che verrà acuminandosi più tardi nella sua vita e nella sua opera, senz’altro, ma già qui si sente. E svetta dal profondo. Preme, appunto, geme, spinge e scalpita. D’altronde, volendo gettare altra luce sul tema, mi piace riprendere e citare una dichiarazione di Wallace Stevens: «La più grande idea poetica del mondo è ed è sempre stata l’idea di Dio».
Tutta questa idea, attraversando il libro, sembra concentrarsi qui, in «quel tempo ormai diviso» della giovinezza perduta, come recita un lembo di verso de Le biciclette. L’io diviso di tanto, tutto Caproni.
E il saggio finale di Luigi Surdich in questa nuova edizione Einaudi, nello sciogliere questo e altri nodi, è davvero prezioso e importante.

Cristiano Poletti

In conclusione, due poesie: il secondo dei due sonetti d’apertura, Strascico, e l’Arpeggio finale:

 

Strascico

Dov’hai lasciato le ariose collane,
e i brividi, ed il sangue? Nel lamento
vasto che un pianoforte da lontane
stanze nel novilunio gronda, io sento
la tua voce distrutta – odo le trame
in rovina, e l’amore morto. Il vento
preme profondo un portone – d’un cane
entro la notte, il gemitìo un accento
pone di gelo nel petto. E tu i fini
denti, perché non riaccendi, amore,
qui dove alzava di brace i suoi vini
sul selciato ogni giovane? Un madore
di brina, ora il giornale dove i primi
crimini urlano copre, e il tuo cuore.

1945.

.

Arpeggio

Cristo ogni tanto torna,
se ne va, chi l’ascolta…
Il cuore della città
è morto, la folla passa
e schiaccia – è buia massa
compatta, è cecità…

196…

 

 

 

21° Festival Internazionale di Poesia di Genova “Parole Spalancate”

COMUNICATO STAMPA

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Dal 10 al 21 giugno a Genova si terrà il 21° Festival Internazionale di Poesia di Genova “Parole Spalancate”, con oltre 100 eventi gratuiti tra letture, concerti, performance, proiezioni, conferenze, mostre e visite guidate. Sono previsti eventi anche a SavonaBogliasco.

 

Quest’anno il tema è La ricostruzione poetica dell’universo, vale a dire immaginare e proporre una società a dimensione più umana, legata ai valori della creatività, del senso del bello e della condivisione dei saperi cioè arte e cultura, proprio partendo dalla parola, della quale la Poesia è l’espressione più alta.

Tra i poeti invitati ci saranno Tony Harrison, Milo De Angelis, Maria Barnas, Enrico Testa, Roberto Mussapi, Juan Calzadilla, Sundeep Sen, Dani Orviz, Jacques Rancourt, Massimo Bocchiola, Tiziano Fratus, Bejan Matur, Liz Berry, Par Hansson, Regina Hilber, Lukasz Jarosz, con l’Armenia come Paese ospite d’onore. 

Molti gli spettacoli che coniugheranno poesia con la musica: un omaggio a Luciano Berio con il mezzosoprano tedesco Susanne Kelling (19 giugno); il reading-concerto dal titolo Letture notturne soniche dell’inquietudine con i Solisti del Teatro Carlo Felice (12 giugno); lo spettacolo di Gaber Polli di allevamento proposto da Giulio Casale (15 giugno); uno spettacolo di video, poesia e musica dal vivo prodotto dal Festival e condotto da Carlo Massarini (16 giugno); il concerto acustico di Omar Pedrini (18 giugno); il reading “radiofonico” di Roberto Mussapi intitolato Suite genovese (17 giugno); uno spettacolo inedito sulla Prima Guerra Mondiale di Andrea Nicolini (11 giugno); un omaggio a Dante da parte del musicattore Luigi Maio, il concerto-poetico dei Têtes de Bois (20 giugno).

In occasione dei 20 anni del Festival (1995-2015) è stata pubblicata un’antologia che riunisce alcuni tra gli oltre 1000 poeti e artisti che hanno partecipato in questi anni. Un’occasione unica per vedere nello stesso libro Mutis, Ferlinghetti, Montalban, Coetzee, Soyinka, Milosz, Luzi, Pietri, Jodorowsky, Magrelli, Frankie Hi NRG, Roubaud, Sanguineti, e molti altri.

 

Il programma dettagliato è su www.festivalpoesia.org

“Tradimenti. L’opera di Pinter tra contemporaneità e memoria” di Massimiliano Cappello

© Gemma Levine/Hulton Archive/Getty Images

© Gemma Levine/Hulton Archive/Getty Images

Tradimenti.
L’opera di Pinter tra contemporaneità e memoria

Esistono delle difficoltà necessarie a ogni incipit, soprattutto nell’approcciarsi criticamente a un testo: lo stabilirsi di una nozione di genere letterario al fine di dotare l’analisi dei giusti appigli, che risulta, nella maggior parte dei casi, un buco nell’acqua; l’approccio spesso troppo focalizzato sulla vicenda, che riduce tutto a una speculazione di contenuto a discapito delle molte strutture soggiacenti a detto testo; il rischio di aderire acriticamente alle dissimulazioni operate dallo scrittore, percorrendo l’opera in una direzione unica e lineare e trascurando così l’edificarsi consapevole di essa.
Questa situazione, che possiamo comodamente definire difficoltà dell’inizio – utilizzando un’espressione di Genette[1] – soggiace a testi di varia natura e, negli esempi proposti dallo stesso Genette, è risolta tramite l’utilizzo di un escamotage di natura temporale. Che si consideri, dunque, la poesia dell’Iliade o la narrazione della Recherche, è possibile osservare una particolare attenzione per l’anacronia nella disposizione degli eventi: questa osservazione è già spia del labile confine tra genere e genere, lasciando intravedere lo spiraglio che permette a una critica consapevole di tessere il suo filo.
Per quanto riguarda il testo drammatico, la storia non cambia: l’idea stessa di un testo per il teatro pone il critico di fronte a considerazioni sulla sua dimensione temporale e sul rapporto che s’instaura tra scena e scena, o all’interno stesso di una di esse. Tutta la speculazione attuata nei secoli riguardo a una teoria dell’arte drammatica discende dai precetti della Poetica di Aristotele, che forniscono uno schema tripartito – composto di tragedia, epopea e commedia (sebbene detta parte risulti assente) – entro cui circoscrivere le possibilità mimetiche e catartiche dei testi letterari: tuttavia, nonostante la canonica tripartizione delle unità[2] – che tanto ebbe successo nel corso dei secoli – nella Poetica viene citata unicamente l’unità d’azione.
Se, dunque, le unità di tempo e luogo sono preferibili ma non necessarie, ecco che il discorso sul genere drammatico si fa più aperto a considerazioni specifiche, da valutare di caso in caso, piuttosto che a definizioni astratte e generalizzanti.
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L’io dell’assenza. La poetica ablativa di Enrico Testa

Ablativo

L’io dell’assenza. La poetica ablativa di Enrico Testa 

Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato

 Giorgio Caproni

Nel 2001, in un articolo apparso sul “Corriere della sera”, l’autore di Salutz – in occasione dell’uscita de La sostituzione – definiva Enrico Testa «un poeta che con una discrezione pari al talento si ascrive a buon diritto fra le voci più attendibili della generazione che si affaccia alla maturità». Ancor prima, nel 1994, sempre Giovanni Giudici su “L’Unità” recensiva In controtempo, trovando già nel poeta il segno di originalità che lo distaccava da un’impronta caproniana assegnatagli in precedenza in virtù della prima raccolta Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988, plaquette ormai quasi introvabile) dove troviamo una presentazione netta e trasparente di Caproni. Infatti non senza sorpresa il poeta e traduttore livornese nella presentazione – ormai divenuta un adagio per chi si avvicina ai versi di Enrico Testa – dice: «è raro, anzi rarissimo che un dottore di poesia riesca a essere anche poeta». Per tornare a Giudici, non vi sono dubbi: l’autore «testimonia di un forte e originale talento» fatto di «rigore e suprema pazienza». Del tema della pazienza poi, Cesare Viviani ebbe modo di fornire degli spunti in un suo articolo (Poesia, fascicolo n. 27, 1990) individuando in Testa un’attitudine del quotidiano capace di svelare tanto il lucore verbale indicato da Caproni quanto il silenzio, il non-detto che ritorna in superficie come esperienza mortale, umana. Nel cursus finora sommariamente abbozzato, si arriva a Pasqua di neve (Einaudi, 2008), l’esito più verticale della sua scrittura.

Nei suoi versi è ravvisabile un’attenzione e una misura non derivate, come qualcuno vorrebbe far credere, dalla sovrapposizione dell’oggetto di studio sull’atto creativo, cioè della critica sulla scrittura. Il suo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico. Testa possiede insomma quel raro equilibrio che lo allinea alla schiera dei poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole. Forse, anzi senza dubbio questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, a mio parere da lui incarnata, un poeta non adulato o annebbiato dalla sua stessa figura, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, tenendosi fuori dalla pervasiva e «orrenda babele di chiasso e di chiacchiere» già presente dagli anni ’90.

Con Ablativo, edito nella bianca Einaudi, Testa raggiunge un livello di stabilità all’esito verticale detto pocanzi. La raccolta, nella sua struttura a sezioni, ricorda Pasqua di neve, quasi a volerla indicare come il suo più corporeo proseguimento – le sezioni Al Giardino botanico in Pasqua di neve e Molo di Alcantara in Ablativo sembrano partire da reminiscenze affini – e declina i motivi umani del caso latino, l’allontanamento dal possesso in prima persona singolare verso altre direzioni. Geografie lontane e interiori, persone ed echi rafforzano la loro presenza nella memoria, luogo privilegiato dove si tocca l’evocazione e l’epifania o, volendo prestarci due termini corrispettivi da Adam Zagajewki, dove si raggiunge «l’estasi e l’ironia». Ablativo è il caso, ablazione è l’atto della rimozione, il processo di evanescenza in cui il soggetto è capace di determinare volti diversi dal proprio: presenta il “noi” nell’espressione corale di un destino comune (“siamo finiti in questa foschia | che nasconde tranelli e dirupi»), svincola con il “tu” nell’avvio di un dialogo («leggevi, da ragazza, i romanzi di Bassani: | il giardino, l’airone, gli occhiali d’oro»), si fonde negli eventi più personali («Quando mi portavi per mano | sentivo grattare sul palmo. | A volte ancora oggi | sento lo stesso raspìo | anche se la mia mano è vuota | e la tua è solo cenere […]») oppure rifugge nella citazione («[…] è soltanto lo sbriciolarsi dell’umana malinconia nell’odore dei millenni che si respira all’improvviso»). Tutto per depistare dal sé con la sincera intenzione di far emergere sentimenti e stati d’animo, legandoli alla dimensione loro propria.

Il culmine del non-io è pertanto l’io dell’assenza, un io non desideroso di parlare di sé, bensì con lo sguardo proteso all’esterno, al ‘fuori da sé’, per recuperare dei segnali che giustifichino l’esistenza e il parlare dei e con i morti: «Qui, dove stiamo | immobili ad aspettare | creduli e fiduciosi | nel chiuso dei nostri forti | – noi, la parte viva dei morti».  La consecuzione dei temi – caratterizzanti di un ormai consolidato mondo poetico – quali la perdita, il tentativo di dialogo, il significato dell’assenza, il ripercorrere degli attimi legati a fregi e scene di vita famigliare e personale, vengono qui coniugati con un ossigeno non diverso ma più esteso, più ampio; il dubbio o l’improbabilità di riscatto preconizzato nella raccolta precedente in Ablativo ritrova una seppur tenue speranza.

Nello spostare il punto di osservazione verso l’altro, i suoi versi conferiscono universalità ai gesti e alle esperienze, mettendole alla portata della nostra coscienza:

«ecco i dormienti sfiniti
sempre in allerta
ammucchiati nei campi
o rinchiusi negli aeroporti
o accucciati in fosse
– cacciati dai loro frettolosi
appena tiepidi giacigli»

Il poeta spoglia il suo «asfodelico sé» e circoscrive un’immagine narrante la cui finalità sarà di riscoprire la figura evocata o trovare un indizio, una breccia nella comprensione di un evento:

«[…]
siamo finiti, la sera,
in una chiesa per la veglia pasquale.
Buio fitto all’entrata
da non riconoscere volto o figura.
Poi, piano piano, le candele
si sono accese l’una dall’altra.
Un’allegoria scaltra
ma anche una breccia
nel muro della giornata.»

Non manca, qui per la seconda volta, il riferimento ad una congenialità ripescata nei versi di Philip Larkin – in precedenza il testo tradotto in Pasqua era Aubade, qui troviamo The Mower – nel ricordare la necessità di un valore umano («dovremmo essere l’uno dell’altro attento | e gentili anche, finché c’è un po’ di tempo»). L’osservazione, il dato considerevole nello stile di Testa, tesa a rubare colori e sfumature, si apre verso una quiete e una visione inattese. I colori, presenti in particolare nella sezione Breve escursione in Sudamerica, diventano qui fuggevoli indizi, l’esotismo del luogo si sviluppa in spazi aperti e tonalità, troviamo «non più muraglie, ma orizzonti | che hanno in sé il grigio e il giallo | e una traccia sottile di azzurro» (lo spettro cromatico non ospita più solo il grigio, come aveva correttamente indicato in precedenza Massimo Raffaeli) e inoltre insinua nella coscienza del poeta una sintonia proiettata nella semplicità dei gesti dei sudamericani. Persino qui viene rafforzato il significato della memoria, poiché il rischio è presto detto, «il seme del papavero germoglia ovunque». La sezione forse più illuminante riguardo le sue intenzioni creative è Grammatica, segnala una predilezione di poesia vicina alla vita reale nella metafora – metapoetica mi sento di aggiungere – dei «mattoni cotti | nella fornace comune»:

«sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio»

In altre parole la raccolta di Enrico Testa conferma un’urgenza: la poesia ha bisogno di raccogliere momenti, liberare i giorni dalla polvere, attuando quell’opera di scavo utile per sublimare l’esperienza, per rivelarla nella sua ombra come nella sua luce.

© Davide Zizza

Biografia

Enrico Testa è nato nel 1956 a Genova. Laureatosi con una tesi sulla lingua degli ermetici minori, insegna Storia della lingua italiana all’Università di Genova. Si occupa in prevalenza di lingua letteraria. Per Einaudi ha curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni (1998) e l’antologia Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (2005). Tra i suoi saggi: Lo stile semplice. Discorso e romanzo (Einaudi 1997), Per interposta persona. Lingua e poesia nel secondo Novecento (Bulzoni 1999), Montale (Einaudi 2000), Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo (Einaudi 2009), Una costanza sfigurata. Lo statuto del soggetto nella poesia di Sanguineti (Interlinea 2012). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Le faticose attese (San Marco dei Giustiniani 1988), poi per Einaudi le raccolte poetiche In controtempo (1994), La sostituzione (2001), Pasqua di neve (2008) e il recente Ablativo (2013).

Riferimenti nell’articolo

1. Giovanni Giudici, Rime alla deriva, articolo apparso sul Corriere della sera il 1 settembre 2001, p. 33
2. Giovanni Giudici, Versi controtempo, recensione apparsa su L’Unità il 12 settembre 1994 nella rubrica Libri, p. 8
3. Cesare Viviani, Enrico Testa. Un’idea della pazienza, su Poesia numero 27, 1990, p. 49
4. Massimo Raffaeli, Disincanto in grigio, su Bande à part, Gaffi, Roma 2011

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

L’epifania nel quotidiano: i versi di Enrico Testa – di Davide Zizza (post di natàlia castaldi)

“Dovrò rialzare la vasta vita
che ancora adesso è il tuo specchio:
ogni mattina dovrò ricostruirla.”

J.L.Borges

Pasqua di neve - Enrico Testa

La poesia è mistero e rivelazione al tempo stesso. Accade, e accade sempre, portando con sé il rinnovamento di una visione e di uno stato interiore. Per riprendere il tanto amato Jorge Luis Borges nelle sue Lectures del ’67 (riprese sotto il titolo This craft of verse, Harvard University Press, 2000), il nostro Omero argentino dice: ‘Art happens every time we read a poem’. Di fatti vi è qualcosa di misterioso nella poesia proprio perché ‘poetry is a new experience every time’; sublimando la visione in essa contenuta, questa arte rimane fissata nel veicolo linguistico, alto o quotidiano non importa, e raggiunge così quella che Wordsworth chiama nella sua Ode la cosiddetta intimation of immortaility, l’intuizione dell’immortalità dell’opera poetica. La poesia accade ed è dunque occasione di bellezza ogni volta che la si riscopre.

Di recente ho avuto la fortuna di riscoprire questo mistero rivelatore e questa bellezza nei versi del poeta Enrico Testa, e in particolare nella sua ultima raccolta Pasqua di neve (Einaudi, 2008). Il nostro autore, vogliamo ricordare qualche dato importante per inquadrare la figura e il contesto, è poeta e docente di storia della lingua italiana all’Università di Genova, in precedenza ha pubblicato altre importanti raccolte di versi – ricordiamo Le faticose attese, In controtempo e La sostituzione – e ha curato il Quaderno di traduzioni di Giorgio Caproni; la sua frequentazione della letteratura inglese ha dato luogo alla traduzione e alla cura della silloge poetica di Philip Larkin, Finestre alte (Einaudi, 2002).

Sulla scrivania del mio studio, per riprendere l’opera del nostro autore, c’è Pasqua di neve. È una raccolta particolare. Il titolo, già di per sé una sollecitazione, ci permette di intuire il percorso, un modo di vedere la realtà esterna e interiore con lucida umanità. È un passaggio (nel senso di passare oltre), un viaggio che indica un termine di cambiamento per cui una volta concluso l’attraversamento, non sei più lo stesso di prima. In poesia scrivere è un’economia della parola, ma prefigura uno scavo. La poesia è l’arte dello scavare. La lettura di questi versi rivela una sensibilità raffinata che sa osservare il mondo intorno a sé e le esperienze con una visione capace di discendere, per l’appunto scavare in profondità, levando via etichette romantiche tipiche di una poetica fatta di versificazioni troppo preziose, significati troppo alti o valori troppo altisonanti. Specifico, la poesia è sempre preziosa, ed ha sempre un significato e un valore imprescindibili, ma presso Enrico Testa la preziosità il significato e il valore in poesia vengono riportati ad una dimensione più autentica, dove l’intuizione dell’evento quotidiano viene ravvisato come occasione di conoscenza e di coscienza.

La poesia di Testa applica una forma “senza inizio”, non ha inizio, per usare un termine noto Testa comincia i suoi versi in medias res, come è facilmente desumibile nei primi versi tratti dalla sezione ‘I cani di Atene’ della stessa opera, in cui esordisce dicendo che “puoi cominciare anche/senza un inizio o, al modo degli indiani/camminare cancellando/ad ogni passo il principio”; tale indizio non è solo rivelatore del suo modo di scrivere (il nostro poeta non inizia convenzionalmente con la lettera maiuscola, ma inizia come se il verso fosse stato già avviato prima, a lettera minuscola), ma intende probabilmente indicare come la poesia prenda avvio da un’origine che non è quella da cui stiamo partendo adesso, ma sia cominciata prima, da un’origine primordiale e noi, leggendo o scrivendo poesia, non facciamo altro che riprendere da metà percorso e andare avanti. E partendo da metà percorso e non dall’origine, il poeta si domanda “chi ha misurato il nostro tempo?”, questa scansione di momenti in cui siamo indaffarati a “mettere insieme una collezione per impedire che le cose scompaiano?” Il tempo non contiene la misura di due lancette, ma è l’attesa di qualcosa. Un’attesa faticosa.

In questo andare avanti nella nostra esistenza, i nostri giorni si legano ad una serie di cose: i giorni producono memoria, e in essa sono presenti le esperienze che si sono rivelate significative per la nostra maturazione personale e le persone amate la cui perdita non si risana a distanza di tempo. La caparra di questo vivere è la sofferenza. Ma se è vero che non è sempre utile sapere quanto le sofferenze rappresentino le “misure della perdita”, è pur vero che il ricordo di qualcuno o qualcuna scende “come un rasoio ad accarezzare la schiena” perché i ricordi “pesano nella stanza iridescente dell’insonnia”, e formano un passato fatto in forma di mosaico che viene distrutto “per ricomporre poi con le medesime tessere una figura nuova e – mio dio! – del tutto diversa”

Gli eventi vissuti nel quotidiano vengono avvertiti come occasioni per catturare l’attimo, per contestualizzarlo in un’immagine necessaria “per sentire,/pungente e netta/la grisaglia del mondo/che sbianca o risalta”.

L’attimo pertanto vuole comunicarci qualcosa, all’umanità sta di riconoscerne i segni. Il poeta nella visione del quotidiano cattura il fuggevole nella suggestività di un’atmosfera essenziale ma eloquente, per cui ciò che siamo abituati a chiamare ricchezza del passato è in realtà “il culto delle fonti e delle braci”, quanto contraddistingue i nostri rituali di vita si rivela “un’eredità di desideri manie e mestieri”, la stessa metafora della vita come giardino si rivela come “una vegetazione da cisterna.”

Il segno è il senso della ricerca poetica di Enrico Testa. Nella parola si condensa una volontà di scoprire, per cui l’indizio disvelante si conclude con un’epifania rivelatrice ma non in senso assoluto perché “Pasqua è ora la stagnola,/scolorita e polverosa,/delle uova appesa/ai rami dei ciliegi”

Enrico Testa dimostra come i temi della vita – l’amore, la morte, il ricordo, l’infanzia, la tristezza, la perdita, la contemplazione dell’esistenza – sono gli stessi temi che prima di lui hanno sviluppato altri autori, visti però da un lato antieloquente, per dirla con Montale, e tuttavia non per questo perdono il senso della verità che esprimono.

Pasqua di neve, nelle sue molteplici voci o nelle sue molteplici epifanie di voci, sembrerebbe davvero non lasciare scampo o possibilità di riscatto alla condizione umana. Eppure, anche se la parola speranza non viene citata nel libro, nell’approssimarsi dell’indizio rivelatore, una volta definito l’evento, l’autore non sigilla il testo poetico, non mette il punto e lascia la questione aperta, sospesa, quasi a volersi interrompere perché siano altri ad aggiungere e concludere il discorso. Questa speranza viene data non dalla parola, ma dal non mettere il punto.

Perché se è vero che “puoi cominciare anche/senza un inizio” è altrettanto vero che puoi “finire senza chiudere”.

 

Davide Zizza

Philip Larkin – tre poesie da Finestre alte

GLI ALBERI

Acceno di un discorso che ancora si ripete,
spuntano sugli alberi le foglie;
i germogli freschi s’allentano e distendono
in una verdezza simile al dolore.

Forse quelli nascono di nuovo
mentre noi invecchiamo? No muoiono anche loro.
Il trucco annuale di apparire nuovi
è scritto in fondo a venati anelli.

Eppure si dibattono, inquieti castelli
ancora grandi e folti a ogni maggio.
Morto è l’anno passato, sembrano dire,
e s’incomincia di nuovo e daccapo ancora.

THE TREES

The trees are coming into leaf
Like something almost being said;
The recent buds relax and spread,
Their greenness is a kind of grief.

Is it that they are born again
And we grow old? No, they die too.
Their yearly trick of  looking new
is written down in the rings of grain.

Yet still the unresting castles thresh
In fullgrown tickness every May.
Last year is dead, they seem to say,
Begin afresh, afresh, afresh.

(altro…)