Enrico De Lea

Anticipazioni: Enrico De Lea, La furia refurtiva

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Anticipazioni

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Editore 2016

Quale voce avrebbero le pietre se riuscissimo a divinarne i suoni? La risposta che mi appare più corposa e, con un tratto originale, inaspettatamente melodiosa, mi giunge dalla poesia di Enrico De Lea. Non da oggi, s’intende, bensì dalle prime sue pubblicazioni, in particolare con Ruderi del Tauro (L’arcolaio 2009). In quel volume troviamo già gli elementi costitutivi e, in componimenti quali (presto accade), il manifesto poetico di De Lea: «Poiché non sanno/ l’enigma del puro proferire,/ del suo freddo sentire/ di quell’anno, presto accade/ che l’arma del suo amare/ s’arrenda, covi/ ben due serpi di stile, in processione/ luci dell’oscurato, da torrette.» Con La furia refurtiva, tuttavia, raccolta (di cui è prossima la presentazione) che racchiude e schiude più raggruppamenti (La serpe di Laconia, Pause e licenze, Cinque sequele) sembra davvero di percorrere quaderni fitti di note per strumenti e voce, nei quali si dispiega, compatto come roccia e mobile come corso d’acqua, l’universo della scrittura di De Lea. Se le acque respirano e si confessano, sgorgano improvvise e si rivelano da vene sotterranee, i greti prosciugati mandano in avanscoperta richiami sonori, perché ricerchino chi ne sappia scoprire le concatenazioni. Le ottave di Suono del vento primo (anch’esse, come Respiro e confitemi delle acque, tra le Cinque sequele) sono prova del lavoro, ampio e preciso, del poeta sulla forma. Esse infatti coniugano la rima, prevalentemente alternata a esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi – l’endecasillabo di «Porto le brocche per un suono d’acqua», il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di «con tutta la vittoria della visione varia». (altro…)

Enrico De Lea, Sarmura (poesie)

pescatori-nel-porto-di-messina fonte siciliaviaggi.it

pescatori-nel-porto-di-messina fonte siciliaviaggi.it

 

Enrico De Lea, poesie da Sarmura (plaquette inedita, in corso di pubblicazione per i tipi di Officina Coviello)

La lingua di questi versi – composti tra il 2013 ed il 2015 (alcuni anticipati in rete) – è debitrice delle diverse varianti del siciliano da me conosciuto/udito/parlato principalmente tra Casalvecchio Siculo, la Valle d’Agrò, la riviera ionica e Messina, (e.d.l.)

 

nni pari

nni pari, cetti voti, ‘a vita
priincuta di minchiati,
ie tannu ‘a motti,
cu tuttu chi nn’atterra,
nni pari chi nni ‘scuta,
comu na pessona seria

(ci sembra)
ci sembra, a volte, la vita
gonfiata di minchiate,
e allora la morte,
malgrado ci abbatta,
ci sembra stia a sentirci,
come una persona seria

 

a vidìumu

a vidìumu ‘e a videmu stampata
notti ‘e gghiornu,
sta mathri ianca ‘e focu,
jittata luntana, attornu,
l’occhiu si facìa un ghiocu
a vardàrla, a Muntagna,
nt’a chiarità du brisciri da matinata,
nt’o lusthru du spirìri da sirata –
ie tuttu tuttu
lassatu ddhocu, nt’o sthrafuttu

(la vedevamo)
la vedevamo e la vediamo
quasi in una stampa
notte e giorno,
questa bianca madre e fuoco,
lontano lanciata, attorno,
l’occhio si affascinava
a guardarla, la Montagna,
nel chiarore dell’albeggiare,
nella luce del declino della sera –
e tutto tutto
lasciato là, con noncuranza

 

cent’anni

a zìa Lucia, avanz’o muru
d’a notti, si mittìa
nt’a na cantunera
e non ci putìa cu iddha a Motti:
spittava thra vigghia e sonnu,
e appoi sapìa ch’iddha a vincìa
pi tutta a luci ‘i na viduta
criata p’a so’ matinata,
sapùta iera, a zìa,
e dicìa: nenti scuru,
sulu a vita è vera

(cent’anni)
la zia Lucia, davanti al muro
della notte, si accucciava
in un angolo
e non riusciva, la morte, a spuntarla con lei:
lei aspettava tra veglia e sonno,
e poi ben sapeva che l’avrebbe vinta lei
per tutta la luce di un paesaggio
creato per la sua mattinata,
saggia era, la zia,
e diceva: nessun buio,
solo la vita è vera

 

chiddhu chi regna

nta stu sdirregnu
di iurnata ‘a scurdata
e di vita ‘a scurdata
chiddhu chi regna
supra i zanni tutti
su’ i facci sciutti
‘i me’ pathri,
‘i me’ nannu,
chi non parrunu
ma sannu

(ciò che persiste)
in questo sterminio
di giornate e di vite,
dominio e dimenticanza,
ciò che persiste
sul vociare di tutti
sono i volti asciutti
di mio padre,
di mio nonno,
che non parlano
ma sanno

 

un cumpagnu

Sempri, un cumpagnu fidatu e eternu,
chi nni spattiumu pani e nfernu,
spuntau ca notti e cuntentu mi taliau,
e iò u so’ nomu e puru u me’ scurdau.

(un compagno)
da sempre, un compagno fidato ed eterno,
da spartirci pane ed inferno,
con la notte spuntava e contento mi guardava
ed io il suo nome e pure il mio dimenticavo.

 

© Enrico De Lea

 

 

Enrico De Lea dalla raccolta inedita “La furia refurtiva”

berlino - foto gm

berlino – foto gm

Dalla sezione “Suono del vento primo

 

*

Al momento lo sguardo non chiede allo sguardo
dell’alba sul paesaggio posseduto
su un prima e su un dopo, nel tempo di un ritardo,
dove nulla è la notte o la sera di un saluto,
la canna che riecheggia, il risonante cardo
nel secco dei terrazzi sul limite perduto −
riva sonante d’aria, vi arrivano le voci
le indistinte profferte delle croci…

 

*

Prima dei sentieri, il ricongiungersi sordo
ignora la luna del Sant’Elia nel primo chiarore,
le parole hanno il sapore del pane morso
e lasciato indurire, da gettare poi nel pastone
per i maiali, troppo umani, che traversano l’orto
e sotto le Rocche si allarga ogni colore
del mondo, ma ora si fermi un attimo l’aria,
si illumini ancora poco la vita temeraria.

 

*

La resistenza – del corpo – al sole meridiano
è contraddetta all’alba dalla fissità dell’aria
che si apre alito breve, in salita dal piano
alle vigne, sparite sulla timpa millenaria,
e ancora – il corpo – si vuole arcano
con tutta la vittoria della visione varia:
qui i morti ancora seminano concetti,
trovature-frutti da piante senza difetti.

 

*

L’alba all’infinito cerchio intorno all’aia
sotto il crinale improvviso del cantone bianco
non dimentica l’acqua sotto la terra e l’aria,
simula tuttavia l’età dell’oro e dell’ammanco
del grano, che un vento rammentato spaglia,
che un silenzio rompe nel silenzio franco,
così si apprende che poco ci rimane,
si apprende all’alba delle luci vane.

 

*

L’individuo-calore dal buio saggia la sorte,
volge da parte il peso del lenzuolo,
si fa leggero nell’aria senza colore,
si rotola, simula da terra come un volo
poi diviene nel fresco l’individuo-chiarore,
cerca oltre sé un noi senza catena e ruolo.
Per tali fatti tace ma sommuove il vento
e si ripete nella luce dell’evento.

 

*

Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
interamente, uno spartito che vibra di pause
nella clausura feroce di fedi e voglie
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

 

*

Porto le brocche per un suono d’acqua
in quale alba, mi chiedo, che appartiene al sonno,
dalla fonte alla casa, quel cammino tocca
le pietre che ritmano il passo ed il ritorno,
le brezze mute, astute sotto i porticati,
le arcate sulla visione, il buio forno.
Chiudo la casa di mio padre al mondo,
voglio le voci in coro, dal profondo.

 

*

L’alba dell’inizio è luce che ignora
il principio di polvere del mondo,
oltre il sommo dell’ora prima, ora
di suoni liberati dal profondo,
il chiarore è il fermo suono di chi adora
il seme che non attende il giorno fondo,
nessuna pace dello sguardo e del cammino,
la terra avvampa al corpo più vicino.

 

*

© Enrico De Lea

 

Enrico De Lea – respiro e confitemini delle acque (poesie inedite)

verso Bobbio - foto gm 2007

.

respiro e confitemini delle acque

Sopravvivenze di acque, di vene sotterranee
e, prima o poi, per noi, all’aria,
una corona cordiale
di fontane, da Selino a Rafale,
con le piene
di ieri ci si campava,
e ogni stilla d’oggi salva
da ogni male.
_______________________

Condotta di trafori, segni
di scavi, immutato appare
il tracciato delle acque,
i canali dal cotto alla roccia,
come il lavatoio deserto
un nido di cotoni e sete,
uno scoperto altare di natura.

Lo coglie il respiro delle acque,
confitemini e commiato dal paesaggio,
da un’acqua provvisoria in basso,
da fontane arrese al consumato
tempo della mancanza.

Respiro che ultimo rasenta
e ripromette nascita, pietra
tra pietre levigate – conclude
e s’infinita.

E’ vero solo, si rammenta,
il corpo declamato degli umani
dopo la pioggia il pianto il seme
che ingravida i serri
dai luoghi alti nel passo della visione.
________________

Conteggiamo i congedi
in rassegnata furia
in ostinata vestizione
in una persistente ragione
di muschio, alga di fiume,
perseverante lichene sulla tegola,
come orazione dell’ammutolito,
nascere o cessare l’infinito ciclo
nel medesimo fiato che disfece,
nel moto d’impazienza
dell’occhio che registra
il passato come un nulla che è stato.

Al dunque nero del mondo
cui s’impreca, con la pena
mai infera, ma in esso ben assisa
e, pure, solo nell’assenza da esso,
si ritorna alle acque, alle madri,
a quel tacere
cui si cela, alle ripetizioni
da scoperta o illusione, salvi
ad un resurrexit poco dopo le fonti,
destinate dalla speranza
al suo indecifrabile contrario:
ci permane,
accarezzata da parole, soffi,
ogni fronte divenuta marmo, irresistibile
alla calce, alla cenere, alla polvere
d’una mano d’esordio che sospenda
il silenzio nella definizione
dell’acqua sorgiva, dell’alphaomega
che sia flusso eterno.

***

© ENRICO DE LEA (2009-2013)

 

__________

Nota.
Selino, Rafale: toponimi di fontane reali, scelti tuttavia per quanto di possibilmente evocativo.

otto suffragi del bianco – inediti – Enrico De Lea (post di Natàlia Castaldi)

Enrico De Lea

Enrico De Lea

***
sembra che a notte appaiano colori
incogniti dal bianco dei lenzuoli,
dalle camicie dei padri appese all’aria,
con mollettoni ai dolori quotidiani,
lavate con la cenere e la sabbia,
sbiancate col limone dopo allappi
alle bocche delle insalate forti
del bianco callo in aceto e pepe rosso…

***
c’è costanza negli esseri del mondo:
in questo mondo il lino alla fontana
merita polso forte nel pestarlo,
qui, sotto i gelsi neri e il rossomora,
ci siamo chiesti dell’origine dell’acqua –
forse tutto il paese una sorgente,
come certezza del grigio,
nascituro acciottolato…

***
all’apparenza, quella della morte
detta in vacanza, si sventolano dai fili
lunghi cotoni, partecipi dell’incarnato
che vuole cipria e lavanda, e vuole il vino,
ma quello buono, che fa sangue…
e poi diviene il bianco nascosto
di piante varie della macchia, un altro
verde apparire, e cieco al cielo dell’alba
incolore e tutta da colmare dei nostri riaccesi
segni, sensi, precipitosi indizi di vita…

***
nel rossore dell’alba discreta
e poi potente, il bianco di padri e madri,
le bianche vesti, la camicia delle anime
sorprese, mutagnolo sentore di nuove voci,
ci sono croci argentate da intravedere –
ci sono serri da attraversare rossi
in volto, cantilenando mali e buone erbe,
da un vento tutto dalle case, augurali…

***
prego, non ci si parli della bianca
carta-campagna e della nera semenza,
nera traccia spermatica di notte,
forse notte di storia, sicuramente non luce
avanzante, ma che è vera tutta, nell’orto
della zia, vicino, e nel primissimo iota rosso
dell’alba fissata – l’oro dello squarcio marino
a quell’ora al comando dell’occhio,
luminescente dosso del primo mattino

***
sono reali gli esseri assopiti
in penniche profonde come grigi
mausolei di roccia calcarea,
pronta a disfarsi in bianco
latte-calce per case avìte –
e ci sono rossori elementari
avanti agli esseri, di carne,
e di verde vincente sul sereno,
e con segni indelebili, cicatrici
delle more e dell’uva sulle braccia,
a regolare l’incedere notturno

***
un inchiostro non nostro, ma di sangue
atavico, a fugare oppure vincere
il grappolo di nulla-notte-buio
che la zia centenaria temeva, bramando
sempre quel – di prima luce – sì, quel primo chiarore
ancora bianco bianco, e rosso appena poi, e giallo oro
come una lampa d’olio ai morti-dèi delle famiglie
nelle case in penombra perlustrate

***
o come si affacci il viola di un sudario
a statue, e si rinvenga luce a poco a poco
ai sottopassi, gallerie per acque conosciute,
da cavi interni per le forme di capra,
dal sale che è vittoria vitale e salva il mare
nemico e lontano, notissimo allo sguardo
ed alla mano intenta, di vedetta, dall’alto,
il bianco estivo che s’arrotola oltre i polsi

***

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Enrico De Lea (1958), vive a Legnano, originario del messinese.
Ha pubblicato “Pause” (VE, 1992), “Ruderi del Tauro” (L’Arcolaio, 2009, finalista Premio Montano 2010), “Dall’intramata tessitura” (Smasher ed., 2011) e “Da un’urgenza della terra-luce” (ass.La Luna, 2011).
Sue poesie sono apparse sulle riviste Specchio, Tuttolibri, Atelier, Sud e su vari siti internet.
Premio Poesia di Strada 2010 (Comune di Macerata – Festival Licenze Poetiche) con tre testi inediti.
Con la silloge “Dall’intramata tessitura”, Premio Ulteriora Mirari 2011-Smasher ed.
Il suo blog “da presso e nei dintorni” (http://delea.wordpress.com) raccoglie parte dei suoi testi.

Letteratura Necessaria – Parola, nome relazione: Alessandra Pigliaru legge “Dall’intramata tessitura” di Enrico De Lea

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Enrico De Lea

Dall’intramata tessitura

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Monografie

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Prefazione Alessandra Pigliaru

Postfazione Enzo Campi

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Alessandra Pigliaru

Parola, nome, relazione

Della parola


La poesia è figlia della notte, ricordava Jabès. Dovrà usare la voce per uscire dall’oscurità. Si farà trasparente la parola poetica, e non invisibile; raccoglierà i brandelli di ciò che in altro modo non può essere detto. C’è una necessità nel dire poetico che sovverte l’alba e si fa saldo coro degli opposti. Per poter vedere quell’indistinto che preme alla soglia del giorno si dovrà muovere con cautela verso un lume, oppure lasciarsi vincere dalla caduta in un altrove. C’è un doppio monito nelle parole di Jabès: da una parte si deve stare in guardia da chi canta immobilizzato dalla sorpresa e dall’altra ci si deve far piegare dalla notte come da una confidente a cui tendere le mani. La notte conosce l’intramata tessitura della memoria, del sofferto e cogente desiderio che dalla terra passa al verso. La nuova silloge di Enrico De Lea si fa largo nell’indistinto e caotico fragore dell’oscurità per dire, una volta per tutte, che non si arriva al mondo da soli. Neri e gaudiosi lumi in valle è la sezione di apertura dell’intero volume e la dichiarazione di un impossibile spaesamento. De Lea sa bene infatti che non ci si espone se non in quel noi che presagisce il passo a venire. Il coro è questo dirsi voce solo in quel noi. Da un plurale che dissolve l’aderenza dell’Io dunque, De Lea intona il proprio avvertimento. In quella terra raccontata dal poeta tuttavia le mani tese alla confidente sono come visitate da un linguaggio che ci parla; il dasein infatti sta nei versi come abitacolo di una perpetua veggenza. Quel ci che contraddistingue la tonalità emotiva è fonte sorgiva dell’essere-parola. Qui e ora o al di là?

Del nome


La nominazione è una faccenda assai complicata. Determina un soggetto che abbia coscienza di essere tale e una lingua da considerarsi familiare. Nominare le cose conforta sulla possibilità di mantenere in vita l’ossessione del passaggio. Eppure alla nominazione è sottesa un’ambivalenza linguistica di fondo. Insieme al nome, come suggeriva Blanchot, si decreta una sentenza di morte. Un trapasso necessario potremmo dire, proprio perché nominare riferisce di una scomparsa e insieme di una resurrezione nella parola. La poesia, che non soccombe all’ombra dell’algido concetto, mostra questo turbamento abbacinante del linguaggio in tutto il suo tremore. Nei pressi di una nominazione tradita e riconsegnata alla visione poetica, incontriamo l’opera di Enrico De Lea. L’iride si stempera e racconta di un occhio che sonda al di là. Il poeta diventa aruspice delle sue stesse viscere esposte in terra. Affidare al mare, senza un nome, / le ombre temibili del sonno, / invocando protezione, madre nera, / all’abbraccio dell’alba. Il nome diventa un’abrasione sulla lapide, un simbolo nella canicola del giorno a venire. Ma qual è il nome che va cercando De Lea? Quello del riconoscimento di sé oppure un nome alt(r)o, originario, che convochi il soggetto della parola? Certamente siamo in presenza di una salda andatura terrestre, di un solido colloquio con il proprio corredo familiare; ed è proprio a quest’ultimo che De Lea dà voce, in un coro inesausto di accadimenti che radunano a sé quarantena delle madri e accuse dei padri. Il nome è un sottofondo muto, qualcosa da rendere – indicibile – al rumore della propria trama d’infanzia. Il nome è anche quello agognato, quello a cui si stenta a credere se significa abbandono. Tentare l’ascensione / tra i sentieri invasi dalla storia, / dalle siepi di spine trionfanti. / Attrezzare non le mani, / ma il soffio con cui resisti / al sangue, ai graffi, / alle benvenute ferite. Il soffio come parola che travalica la storia,  sa congedare la morte e mettere a frutto la semenza della generazione. Quell’ascensione è un’eventualità abissale di redimere le trappole del falso sé, di impastarsi alla brocca sorgiva che tuttavia si sottrae. Continuamente.

Nomi da proferire come scale in pietra / che il piede nudo ascolta, divenuto / la leggerezza dell’infamia, / il segno del tradire degli eredi. Al corredo familiare che il poeta riunisce non si può sfuggire. La tradizione, come il tradimento, è un fardello da portare come un sintomo di mancata rispondenza alla propria tessitura. Ci si svesta dunque dal maldestro sonno della stirpe, ci si avventuri nella speculare dimora del linguaggio che, se non riferito all’altro, rischia di stare come peso morto del ricordo. Quel lume che doveva assistere al cedimento della notte diventa consapevolezza del sé.

Della relazione


Solo davanti al volto dell’altro il poeta arriva al due. In un respiro pieno e incessante. Perché il volto è segno di un’attualità interrogante; è fondo che perde la neutralità del noi per diventare tu. Il volto nelle Arie, seconda e poderosa sezione della silloge, non si attarda ad emergere e viene reclamato per dare statuto all’io. Traccio dei volti sopra certe rocce, / per primo il tuo e non lo disconosco, / anzi lo guardo, gli parlo a volte, lo nascondo. Il volto è dunque traccia dell’infinito di levinasiana memoria ma non c’è alcun appello alla responsabilità; dal volto non arriva alcuna preoccupazione che ripeta l’asfissia degli avi. Integrati i moniti genitoriali, compreso il rischio della dimenticanza, il poeta diventa artefice della propria esistenza. Quel volto disegnato, diventa il gioco dell’incontro con l’altro. Una possibilità di entrare in relazione che il coro non consentiva pienamente. L’altro è attore dell’incontro a venire che non può essere più rimandato. È qui che l’incubo dell’accusa e della quarantena si risolve per diventare flusso desiderante dell’altro. Un flusso nomade in cui i soggetti, almeno due, abitano il crinale dell’al di là. La relazione consente, poco più avanti, di mostrare che Siamo, nei padri, dentro le visioni / e, nelle madri, dentro carni e voci. Lo scacco della nominazione lascia qui spazio al dialogo, all’individuazione di sé traversando la prossimità. T’informo che alle volte il mondo è nuovo. / T’informo che ho saperi inusitati, su alberi / e su foglie, e sui cartoni lasciati dai dormienti, / e sugli spazi là intravisti all’alba. / T’informo pure che dimentico e ricordo, / che ho mani nascoste nelle tasche. / T’informo, inoltre, che – appena ieri – / indifferente andavo per burrasche. Il tu è mediazione tra sé e il circostante perché la percezione è doppia. C’è una parola poetica che costruisce il senso, manque à être che governa la distanza dal noi e non ci sa rassicurare – fortunatamente. Patirne lo slittamento significa toccare l’altro sparpagliandone le impronte. Perché d’acqua e farina sono quelle impronte che la scrittura tramanda.

E, pure, dico “grazie” a quel poco / di luce originaria, a quel che vedo / e che ieri vedevo. Calmo, rientro / nei possessi che l’occhio raduna. La parola poetica produce consonanze temporali, attutisce i riverberi dell’ombra e sa riferire di quella gratitudine originaria, rischiarata la radura umbratile dell’essere. Quel luogo notturno che Jabès esortava a percorrere e che De Lea si appresta a riunire. Dalla mano all’occhio. Dal nome al passo al di là.

(AP)

Selezione dai testi


Quarantena delle madri,

l’impastata notte di carbone e latte,

dietro il Coro, intorno alla fontana

delle mormoranti nostre brocche,

si tace del ritorno dell’acqua

a Selino, dopo anni di secca,

per la prossima festa, per la

devozione dell’urna al plenilunio.

Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,

pienamente parlare ed affidare

alla pazienza solare dei terrazzi,

è argento che il vivente strania, una fuga

ed un fiato montano improvviso.

*

L’ascensione dei morti lo affatica,

pavidi santi esausti scosta

dalla vista, allontana – questo drappello

fedele che è la vigna, dopo gli anni

tra i carrugi, le nebbie, i laghi crespi:

elevarsi e a sostegno il mandorlo

il ciliegio il noce a fuoco, col vicino

che devasta anni e zolle, con un volto

d’adulterio che lo fonda.

*

Mater dolorosa e fiacca,

deipara la mole della madre,

la fata la velata la reina

del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.

Con la scienza capitaria del maggio

all’infanzia del vespero floreale

accadono la costanza dei gelsi

e una seta del ritorno in vita.

*

Ancora un’ascesi del paterno

raccolto, in quell’arabia di ruderi

solenni, manca l’abbraccio

che impasta ulivi ed uomini.

Senza che sia risorto il costruttore

del secco casamento, un nulla di pietre

nel greto delle piene, una consolazione

da olivastri, giganti pronti

a nessuna salvazione del morente.

*

Fontana ultima alla brocca e sorgente,

dove riappare il chiarore iniziale, da

insaccare per risarcire la fine del viaggio.

Aggiungono le madri altre parole,

note, nomi come cose, che premono

tra l’odore prossimo del forno, ostie

somministrate dalle donne,

da deglutire senza masticare

nel paese-altare antemarino.

Nomi da proferire come scale in pietra

che il piede nudo ascolta, divenuto

la leggerezza dell’infamia,

il segno del tradire degli eredi.

*

Siamo, nei padri, dentro le visioni

e, nelle madri, dentro carni e voci.

Come uno scavo d’aria dalle Rocche

precipita e ramifica al Bastione;

dopo che un vino d’alto ha consumato

la parola, ad un tacito decreto

della verzura consentiamo, restiamo

ben impiantati nella terra smossa

dai passi, dal passaggio degli umani

dopo il rasserenato dopopioggia.

Siamo, stiamo, con un corpo

di fatica estesa, da millenni.

*