Enrico Berlinguer

Dite, sette secoli dopo. Su “Apocalisse pop!” di Lorenzo Allegrini

Apocalisse pop! di Lorenzo Allegrini (Edizioni IlViandante 2018) risponde innanzitutto alla domanda: come immaginare l’Inferno oggi se qualcuno ripetesse il viaggio di Dante? Fatta salva l’idrografia infernale essenziale (Acheronte e Flegetonte continuano a scorrere come se nulla fosse), è la città di Dite ad essersi allargata fino a occupare tutto lo spazio, creando così un iperbolico paesaggio simile a quello contemporaneo delle “ciniche metropoli” in cui “ci si perde senza via d’uscita” (p. 21), ormai molto più facilmente che in una selva più o meno allegorica. Se insomma Eliot aveva portato Dante dentro la città moderna, Allegrini impianta la città moderna nell’inferno dantesco, sfruttando a sua volta l’associazione immediata tra folla urbana e massa per lo più anonima e indistinta dei dannati. È già questo un elemento di grande fascino, il fatto di aver reso con immagini vertiginose il senso di una metropoli incommensurabile: lo stadio che appare “come elefante che svetta” (p. 65), in cui vengono giustiziati i dittatori; la zona industriale, con “la cimiteriale/ vastità delle fabbriche e dei sili” (p. 95), dove passeggia la moltitudine alienata degli operai; la periferia “che trita tutto nei cariati denti!” (p. 207); la metropolitana che buca l’inferno quale “tana/ di treni in un abisso subalterno” (p. 234, e come a Bruxelles raggiunge il comune di Molenbeek, qui divenuto distesa dei corpi dilaniati di terroristi kamikaze); l’epicentro di Dite, il groviglio dei palazzi, il grattacielo di Satana “che come un artiglio/ impugnava la sua arcuata antenna” (p. 204) e sfidava il cielo “come un proiettile diretto a Dio” (p. 242); e quindi Dite vista dall’alto, dalle vetrate del palazzo centrale, “una distesa di luci e budelle” (p. 251). Il modello della Commedia è però scosso, fin dal titolo, da un altro modello, quello biblico dell’Apocalisse di S. Giovanni. Proprio Giovanni l’Evangelista sarà la guida del poeta, il Virgilio della situazione, pronto però ad azzuffarsi anche fisicamente con i diavoli, al punto da eliminare Malacoda (ai due si aggiungerà dal canto XVII Brahma, il cane di Schopenhauer, che appare sub specie di un pupazzetto della Trudy nell’intelligente e ironica campagna promozionale creata sui social dallo stesso autore). E mentre il mondo terreno viene sconvolto e distrutto per sempre (il protagonista assiste allo show apocalittico davanti a uno schermo nel monastero di Dite), lo stesso Inferno con le sue leggi immutabili risulta essere attraversato da un fremito destinato a crescere: è l’enorme rivolta che si prepara contro Satana, sintesi di tutte le grandi rivoluzioni sociali del passato. Tra le tante ovvie differenze, questa è forse quella che marca più profondamente la distanza tra un poeta di oggi e Dante: non è il vento di Dio che soffia in questo poema, ma il vento impetuoso della Storia. (altro…)

Le cronache della Leda #9 – Pregando davanti a una cornice Ikea

 

berlino 2011 - foto gm

berlino 2011 – foto gm

Le cronache della Leda #9 – Pregando davanti a una cornice Ikea

 

 

Non parlo di mio figlio. Non adesso, non ancora, non è questo il tempo. Sappiate che ci vogliamo bene, che ci parliamo, che mi manca, quindi niente per cui dobbiate preoccuparvi. Ci sono delle cose, cose tra genitori e figli, cose che non si incastrano. Sfumature. Questo non è il momento per le sfumature. E oggi non è giornata.

Si chiamava Roberto Febbraio, era stato un mio studente. Sposato e padre di due figli, faceva il commercialista. Prima che lo scoprissi dai giornali mi ha telefonato la Luisa. Due colpi di pistola alla testa, mi ha detto, un’esecuzione come quelle che fa la Mafia. Un’esecuzione? Scusatemi ma non riesco a crederci. Roberto faceva il commercialista. Adesso lo so che se telefono all’avvocato mi tira una pippa sul dove vivo, che i commercialisti, le grandi finanziarie, i soldi veri, sono roba della Mafia, che non è mica una novità. Che non c’è niente da stupirsi. Signore mio, io mi stupisco, e mi incazzo e non gli telefono. Roberto era bravissimo a scuola, era un bravo ragazzo, veniva a farmi gli auguri per le feste. Ogni tanto bevevamo un caffè in centro. L’avrei detto irreprensibile. L’avrei detto? Sto già cambiando idea solo perché la Luisa mi ha detto quelle cose al telefono. La Luisa non si sbaglia però e (so che non mi crederete) non inventa. La Luisa a modo suo è una precisa. Sarà meglio che scenda e che vada a prendere il giornale.

Nel corridoio che va dall’ingresso al salotto, su una parete, ho una vecchia foto in bianco e nero. C’è un uomo di schiena che stringe la mano a Saverio. L’uomo di schiena è Enrico Berlinguer. La foto ha molti anni, è il mio conforto. Scattata molto prima che a Veltroni passasse per la testa l’idea di fare un documentario su Berlinguer, molto prima che a Veltroni passasse per la testa qualunque cosa. Bei tempi.  Nei momenti di sconforto è a quella foto, a quei due uomini, uno che sorride e un altro di schiena, che rivolgo le mie preghiere. Sì, non so come altro chiamarle. Non sono credente. Prego davanti a una foto in bianco e nero, affido le mie speranze a una vecchia stampa che sta dentro una cornice Ikea.

Ho comprato il giornale, la Luisa aveva ragione e quindi ora sono qui a casa davanti a mio marito e a Berlinguer, sono qui con le lacrime agli occhi e dico, senza parlare. Voi me lo dovete spiegare come vanno queste cose, quali sono le faccende che non so, perché un uomo, che vive in una piccola e ricca cittadina di provincia della bassa, dovrebbe essere freddato come un camorrista. Uno dei miei studenti più bravi era un camorrista? Quello che mi portava i pasticcini e mi offriva il cappuccino sorridendo «La mia Leda.» era un mafioso? Dove  ho sbagliato? Cosa non siamo riusciti a fare per questo paese? Voi mi dovete dire cosa dovranno raccontare ai suoi bambini? Tu che stai di schiena, e tu che sorridi, perché mi avete lasciato qui? Quando scendevamo in piazza a che serviva, se nemmeno questo si può evitare? Era un bravo ragazzo, un mio studente, un mafioso. Oggi è martedì, la torta è già sul tavolo, le ragazze verranno lo stesso, non ci sarà verso di parlare d’altro.

Oggi avrei voluto raccontare loro di un libro che ho appena letto, di un giovane scrittore italiano, uno di Roma. Da come scrive deve essere uno storico. Un romanzo bellissimo che fa avanti e indietro nella storia, tra Roma e Buenos Aires. Tra la Sicilia e l’Argentina sterminata. Avrei tenuto banco tutto il pomeriggio, ma non oggi, oggi c’è  uno stupore e c’è un dolore da ragionare insieme.

Le sfumature, pare che siano la cosa più importante. Qualcuno le chiama dettagli. No, non è tempo che vi parli di mio figlio. Mi domando mentre aspetto le mie amiche quale sia il dettaglio che mi sono persa in tutti questi anni, dove non ho visto negli occhi di quel ragazzo il piombo pronto a esplodere.

Leda

 

***

© Gianni Montieri

***
Leggi tutte LecronachedellaLeda

 

 

 

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

berlino 2011 - foto gm

Le cronache della Leda #3 – L’idea che ho di me

Ci sono cose alle quali non sono disposta a rinunciare. Non fraintendetemi, sono una abituata a fare a meno di molto, chi è vecchio come me sa di quel che parlo, chi è vecchio come me ha visto la guerra. La guerra è questo, abituarsi a fare a meno di qualunque cosa mentre cerchi di rimanere viva. Quando sei piccola, e io lo ero, puoi provare a trasformare ogni rinuncia in un gioco. Ad esempio avevamo inventato una specie di se dici che hai fame sei morto oppure giocavamo a trova il pane. Per un po’ funziona, poi capisci. Impari a riconoscere il terrore negli occhi dei grandi e in quel momento la guerra diventa anche una cosa tua. Comunque non intendo star qui a fare l’anziana che parla della guerra, che dio ce ne scampi. Dicevo, appunto, che so rinunciare e che l’ho fatto spesso, ma non intendo fare a meno delle mie piccole abitudini, prendendomi in giro da sola, le chiamo i miei momenti o i fatti miei.

Il giovedì mattina io vado al mercato. Non mi faccio influenzare dal clima né da eventuali problemi di salute stagionali, tantomeno da raccomandazioni del tipo: «Ma non uscire che hai il raffreddore, che ci devi andare a fare al mercato con il supermercato qui dietro» (mio marito prima che morisse). «Ma stai in casa che diluvia, io non ci vado» (l’Adriana, la Luisa o la Wanda a scelta). «Mamma, ma sei impazzita? Ieri mi hai detto che avevi la febbre.» (mio figlio che vive dall’altra parte del mondo e telefona ogni morte di papa, visto che ci sentiamo su Skype, ha un concetto bizzarro della parola: ieri). Io al mercato vado sempre, vado e basta. So a cosa state pensando: la risposta è no. Non sono una patita dei prodotti naturali e nemmeno di quelli a chilometri zero. Non credo che al mercato si trovi sempre roba migliore rispetto al supermercato che, tra parentesi, è dietro casa. Vado perché mi piace, perché mi dà l’idea di fare qualcosa di reale, qualcosa che non è sopravvivenza ma è vita. Il mercato è il luogo più vicino all’idea che ho di me. L’idea di me che mi sono fatta, per meglio dire. A questa idea che ho di me piace sorridere alla gente mentre è gentile, al mercato c’è tutto un sorridere,  un dire grazie, un dire per favore, un no, ma prego c’era prima lei, un aspetti che ho l’euro e venti in moneta, un mi fa un piacere grande, un è un po’ che non la vedo, un a casa tutti bene? un aspetti adesso l’aiuto a riempire il carretto. All’idea che ho di me piace tutto questo e certe volte anche a me, e allora vado al mercato per beccare una di quelle volte. Metti che un giovedì decida di stare a casa e capiti, invece,  una di quelle volte dove io e l’idea che ho di me ritorniamo a essere la stessa cosa.

Questo giovedì io e l’idea che ho di me non ci siamo incrociate.

Io avevo la tessera del Pci, io sono stata una militante del Pci. Io sono comunista. E in quanto comunista non sopporto la gente che non sa nulla e parla a caso. Questa cosa mi fa incazzare (passatemi il termine ma oggi sono furibonda). Non sopporto l’arroganza. Ripeto, io avevo la tessera del Pci, solo quella, tutte le derive e declinazioni successive non mi riguardano. Se poi la gente che non sa nulla e parla a caso ha meno di quarant’anni potrei uccidere. Adesso non prendetemi in parola, sono una vecchia signora col gusto della metafora. Oggi, mentre stavo comprando le mele da Giacomo, il fruttivendolo più simpatico che io abbia mai conosciuto, sento questi due ragazzi alle mie spalle parlare. Sintetizzo. La fiducia al Senato è ok; finalmente un giovane; cazzo questo qui ha le palle; visto come teneva la mano in tasca; è sicuro di sé; questo la spesa pubblica la riduce davvero; basta con i politici che fanno e non dicono;  hai visto quante donne? Farà una riforma al mese. Mi sono voltata, erano due studenti, avranno avuto vent’anni, li ho guardati, non ho fatto in tempo a pensare di tacere che già parlavo: «Cosa credete di sapere voi due? La mano in tasca? La sicurezza? Una riforma al mese? Voi che siete così giovani dovreste essere indignati, sconvolti, porca miseria, di avere un capo del Governo non eletto messo lì, uno che se la tira, un democristiano.» Mi hanno riso in faccia, hanno detto qualcosa tipo …rincoglionita e hanno fatto per andarsene via. Io avrei voluto inseguirli ma poi Giacomo mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto di calmarmi, che non era il caso, che quei due erano giovani e stupidi, che si meritavano tutto quello gli stava capitando. Mi ha detto che ero rossa in viso e che tremavo, mi ha fatto sedere dietro il banco della frutta e mi ha dato un bicchier d’acqua. Poi mi sono ripresa e Giacomo si è messo un po’ a parlarmi di Berlinguer, per calmarmi, come se Enrico fosse una tisana. Dopo un quarto d’ora mi sono alzata e prima di avviarmi verso casa, ho detto a Giacomo che non lo sapevo mica se quei due stupidi ragazzi se la meritassero quella roba, quel certificato d’inesistenza politica scritto sul loro futuro.

Oggi sono stata un po’ brusca, lo so, non vogliatemene.

Leda

@ Gianni Montieri