Enoch Marrella

“La signora dei pavoni”, Giovanna Amato

Immagine_poetarum

Sette racconti. Tre fiabe.
Un estratto qui sotto.
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Il ramo ha preso l’osso

Anita sfiorò il battente della porta e il tocco del ferro le corse, sapido e freddo, alla bocca. Le era successo qualcosa di simile, ricordava, da bambina, quando la scarlattina l’aveva tenuta in casa per giorni e rinchiusa per mesi in una bolla senza olfatto e sapore. Si era ripresa lentamente, rimettendosi in piedi ogni giorno più salda, finché all’improvviso il mondo era tornato a comunicare con lei; ma sempre, da allora, le era rimasto lo spavento velenoso di non saper riordinare nella giusta direzione tutto il fuori che premeva sul suo corpo.
Bussò, e intanto osservò i campi intorno. Né l’armistizio né l’occupazione e nemmeno i bombardamenti di cui aveva saputo da così lontano erano riusciti a cambiare la masseria e i suoi terreni. Sembrava che ogni notizia che l’avesse raggiunta oltre l’Oceano fosse stata una catastrofica bugia. Non c’era una sola zolla sollevata o un solo sasso fuori posto di quelli che era abituata a scansare, da bambina, anche al buio. Bussò, e Gianni aprì.
Anita avrebbe voluto sorridere per i suoi pantaloni, vecchi senza essere stati usati e così troppo alti sulla pancia, e per la camicia bianca ben infilata nella cintura come in attesa di un panciotto. Avrebbe voluto ma non sorrise, perché sentì una stoccata sorda attraversarle l’addome. Lui aveva i capelli arruffati e un velo di barba sottile come sabbia, un fianco più alto dell’altro come i Sebastiani delle chiese, come chi si ferma sotto il sole mentre miete. Anita sentì gli occhi farsi di velluto come quando lo fissava da ragazzina, quando rallentava i battiti per fermarlo sotto le palpebre. Li chiuse.
«Voi siete?», disse lui.
Anita non voleva farsi riconoscere. O meglio, voleva che a riconoscerla fosse lui, nonostante il biondo quasi cenere di chi non si asciuga più i capelli al sole, il corpo più stretto di adulta, la voce calma. Così parlò senza rispondere.
«Non il voi, per favore. Eravamo amici, da ragazzi.»
«Non me lo ricordo.»
«Allora il cognome su questa porta è sbagliato?»
Anita inclinò la testa e gli sorrise. Conosco i tuoi occhi di rovere scuro, pensa, e quanto hai lunghe le ciglia; da ragazzo non potevi soffrire il tuo mento appuntito e rotondo, e mi schivavi le dita quando ne accarezzavo la curva; devono averti rotto il naso, in questi anni, ed è dolce il modo in cui la linea si piega; saprei dove alzarti la camicia per sfiorare il segno bianco di quando, da piccolo, sei caduto dall’albero di fico e il ramo ha preso l’osso; ho portato la trottola.
«No, è giusto, ma non siamo stati amici.»
«Perché ne siete sicuro?»
«Perché non ho avuto amiche donne.»
Lei si spazientì e strinse le mani.
«Ascolta, per favore. So che sei sposato, e non hai bisogno di essere gentile, o di cacciarmi. Torno solo per restituirti una cosa. Mi è stata cara mentre ero via, non so cos’avrei fatto con te da questa parte dell’oceano, dentro la guerra, sotto le bombe, senza tendere la corda e lasciarla girare – è finita, adesso, e credevo fosse giusto restituirtela.»
Armeggiò con le dita nella borsa, si chiese per quale motivo non aveva sistemato la trottola in una tasca isolata, perché adesso avrebbe dovuto frugare con la testa china mentre un’ombra di donna già attraversava, in lontananza, la sagoma della porta, e l’uomo si ostinava a stare zitto con una mano ferma sul fianco.
Anita sentì la punta della trottola sotto le dita e la cavò fuori dalla borsa. Gliela porse con entrambe le mani, e l’uomo la guardò.
«Non è mia.»
“Oh, questo segno bianco,non è nulla, il ramo ha preso l’osso”, dicevi, “e ha squarciato la pelle, ma se mi avesse preso appena un po’ più in alto…”, e lanciavi la testa all’indietro, sistemavi i capelli senza usare le mani. “Una signora ricca che parlava con mio padre mi ha visto piangere e mi ha dato una trottola.” Me l’avresti regalata sotto il fico, poco prima di partire per la guerra, poco prima che io attraversassi l’oceano.
«Perché fai così?»
«Sentite, che state cercando? Volete un bicchiere di latte? Dico a mia moglie…»
«Non ti permetto di umiliarmi, non ho bisogno di nessun latte. Tu non hai idea di cosa ho fatto durante questa guerra…»
«Io non so di quale guerra…»
Si sentì un urlo, e i due si voltarono verso l’angolo della casa. Dal campo appena dietro spuntò, mentre la madre usciva di corsa dalla cucina, un bimbo dai capelli lunghi e spiegazzati, una camicia bianca infilata nei pantaloni su cui si allargava una macchia di sangue e terra. Trottava incespicando, tenendosi la mano sul fianco, e singhiozzava tutto agitato.
La madre lanciò uno strillo e gli tolse la camicia, mentre il padre si inginocchiò a guardare il taglio che dal bacino si slabbrava, dolcemente, risalendo verso le costole.
A braccia larghe, il bambino fissò la donna, esposto come un crocifisso e sempre più calmo e concentrato nella comprensione del suo dolore. Anita strinse le labbra e gli porse il giocattolo.
«Tranquillo, ha preso l’osso. Non ti sei fatto niente, sei solo spaventato. Tieni, guarda, una trottola. È per te.»

© Giovanna Amato

Oggi presso la casa editrice Empirìa, via Baccina 79 Roma, ore 18:30

INCONTRO CON L’AUTRICE

Presentazione di Anna Maria Curci – Letture di Enoch Marrella

 

 

Un sogno senza filtro

Locandina

Arteterapia: ricerca del benessere psicofisico attraverso l’elaborazione artistica, l’uso libero o guidato delle dinamiche creative per aiutare l’espressione di sé. E c’è un bel gradino, nella ripetizione di quella piccola sillaba “te”: c’è la necessità, per l’arte, di dimenticare le sue esigenze, modellarsi addosso a un bisogno che è salute, e provare, per una volta, a stare dall’altro lato, essere lei strumento di un risultato da ottenere.
Poi succede che l’arte è signora difficile da incatenare, e proprio grazie alla necessità di trattarla come puro mezzo di espressione ritrova la sua forma più vera, ed è in grado di restituire perle che altrimenti sarebbe stato difficile scoprire.
Va detto che ha avuto un ottimo alleato, nel caso che stiamo per raccontare: Shakespeare. Non c’è lavoro del Bardo, non c’è riga che, lo sappiamo da secoli, non si possa schiudere e ribaltare e guardare di sbieco ritrovando ogni volta un nuovo significato. Se ne sono accorti i ragazzi dell’associazione “Il Fiore del Deserto”, ed Enoch Marrella, responsabile del laboratorio di teatro (di lui su Poetarum Silva si è parlato anche qui), e ce ne siamo accorti noi, dal pubblico, quando al Teatro Vascello di Roma è andato in scena ’Na specie de musical, rivisitazione in chiave pop del Sogno di una notte di mezza estate per la conduzione scenica di Marrella (drammaturgia e regia) e Stefania Carvisiglia (movimenti e coreografia).
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Progetto Dostoevskij

Illustrazione di Riccardo Amabili

Illustrazione di Riccardo Amabili

Il Progetto Dostoevskij nasce nel 2008, sul lago di Garda. «Prendo una vecchia copia dei Racconti di Dostoevskij che un amico regalò a mio nonno», ricorda Enoch Marrella, ideatore del progetto. «Due racconti, in particolare, mi colpiscono: sono due racconti completamente diversi, eppure mi accorgo che, in qualche modo, si guardano». Uno è Le notti bianche, il più celebre racconto dell’autore russo, breve opera sul sogno e sull’amore, sull’incontro di un’anima con un’altra che la accende, la spalanca e la abbandona. L’altro è Cuore debole, un racconto cosiddetto “minore”, apparentemente la storia à la Kafka (e ben prima di Kafka) del crollo psichico di un impiegato attanagliato dal bisogno di dimostrarsi all’altezza di una situazione che nessuno, se non lui stesso, gli impone, nel momento in cui un inaspettato regalo di felicità – l’amore – arriva a visitarlo.

Da questa doppia lettura nascerà un progetto teso a creare nuovi linguaggi e nuove mappature con cui esplorare l’opera di Dostoevskij, con la collaborazione di attori, musicisti, illustratori e la consulenza del professor Stefano Aloe, docente di slavistica presso l’università di Verona.

Sofia Pulvirenti e Enoch Marrella in Nottibianche

Sofia Pulvirenti e Enoch Marrella in Nottibianche; fotografia di Anna Faragona

Se qualsiasi parola riguardo Le notti bianche è di troppo, è il caso forse di rinfrescare qui la trama del meno conosciuto Cuore debole. È la storia di due amici, colleghi e coinquilini – Vassija e Arkadi – che, pur legatissimi, non potrebbero essere più diversi per temperamento: “cuore debole” il primo, imprigionato in un complesso di inferiorità che sfocia nel terrore di deludere chi gli concede la minima fiducia, “cuore solido”, semplice, il secondo, spirito pratico e affezionato che assiste al progressivo collasso dell’amico con una vicinanza che diventa spesso ricatto morale. E l’evento traumatico che farà esplodere gli equilibri non sarà luttuoso, ma sarà proprio quella prospettiva di felicità (un amore realizzabile, una sicurezza economica) che Vassija non riesce a concepire di meritare.

A ben guardare, quindi, il tema che abbraccia le due opere è unico: la gioia che illumina d’improvviso un’esistenza e al tempo stesso la folgora, fino a rivelarsi insopportabile a chi, per indole e sensibilità, si lascia divorare dalla sua potenza. La marchiatura a fuoco che la vita imprime sui due personaggi – il Sognatore delle Notti bianche, Vassija di Cuore debole – porterà l’uno a vivere per sempre del riverbero di un solo istante, l’altro alla follia; ma la matrice del marchio è la stessa: l’ipotesi, intravista e insopportabile, di una vita da spendere con completezza, al pieno della propria umanità.

Il Progetto rintraccia questo tema e lo sviluppa, con un ragionamento sui testi di traduzione intersemiotica in più direzioni. Una formazione più tarda di questa raggiera, ma preziosissima per lasciarsi accompagnare dal testo alla messa in scena, è il fumetto di Cuoredebole a opera di Riccardo Amabili, dove spazi, scena, posture dei disegni sono in continuo dialogo con il lavoro degli attori, arrivando spesso a suggerire e precisare loro un legame sempre più intenso con il testo di partenza.

Per quanto riguarda la “traduzione drammaturgica”, è stato necessario, ovviamente, abbattere il più possibile la narrazione, inserirla (soprattutto nel caso di Nottibianche) in monologhi, scandire le tappe delle vicende in momenti riconducibili a diverse scene: più semplice con Le notti bianche, per la sua scansione originaria e per la grande tradizione con cui confrontarsi; del tutto libero e nuovo, al contrario, il lavoro svolto su Cuore debole. A partire dal tono, dal registro: la traduzione di Giovanni Faccioli (Rizzoli 1957), privilegiata nella fase di adattamento alle scene, ha suggerito una nuova sfumatura del testo, un andamento più dinamico che è stato amplificato dal lavoro degli attori: i due personaggi ruzzolano, si cercano fisicamente con un’intimità assieme fraterna e matrimoniale, mentre la tenerezza stride con il senso di oppressione dovuto al cortocircuito tra le loro mentalità.

Enoch Marrella e Edoardo Ripani in Cuoredebole

Enoch Marrella e Edoardo Ripani in Cuoredebole; fotografia di Giovanni Antelmo

Vas

Vasilij V. Kandinskij, Several Circles, 1926

Così i due lavori, racchiusi sotto un’unica ala tematica, si traducono in due esperienze completamente differenti: costumi classici, ambientazioni sfumate, atmosfere alla Chagall e geometrie mutuate da Kandiskij, musiche per pianoforte e quintetto d’archi per Notti bianche; mentre per Cuore debole lo studio è stato condotto su Malevič: i quadrati che imprigionano i personaggi si richiamano e si moltiplicano, una scala sembra essere l’unica via di fuga da un perimetro sempre più popolato di ossessioni, e i momenti sono scanditi dalle più disparate musiche – da Beethoven a Szymanowski a Simon&Garfunkel – rielaborate in chiave sintetica.

Cuoredebole è spettacolo finalista nella rassegna Salviamo i Talenti – Premio Attilio Corsini al Teatro Vittoria e  vincitore del “1° Concorso Teatro Made in Marche – Tommaso Paolucci”.

Per chi volesse assistere ai due spettacoli, Cuoredebole e Nottibianche saranno uniti in un’unica rappresentazione che andrà in scena dal 18 al 23 Marzo 2014 al Teatro Dei Conciatori di Roma.

© Giovanna Amato

Enoch Marrella in Cuoredebole

Enoch Marrella in Cuoredebole

Crediti

Nottibianche – di E. Marrella, da F. Dostoevskij – Con Enoch Marrella e Ludovica Apollonj Ghetti – Regia e drammaturgia di Enoch Marrella – Scena di Selena Garau – Musica di Maurizio Blanco eseguita da Archimisti – Sound design di Angela Bruni – Disegno luci di Astrid Jatosti –  Costumi di Stefania Ponselè – Illustrazioni di Matteo Perazzoli.

Cuoredebole – di E. Marrella, da F. Dostoevskij – Con Enoch Marrella e Edoardo Ripani – Regia e drammaturgia di Enoch Marrella – Scena di Selena Garau – Musica di Angela Bruni – Disegno luci di Astrid Jatosti – Costumi di Stefania Ponselè – Illustrazioni di Riccardo Amabili.