Ennio Morricone

My personal Superonda

superondaQui a Poetarum Silva amiamo la musica ed è capitato sovente che tra queste pagine si sia parlato di autori e musicisti in relazione all’aspetto compositivo musicale e soprattutto testuale, In questo caso però ci troviamo davanti a una eccezione. Il testo di Valerio Mattioli: Superonda, storia segreta della musica italiana, Baldini e Castoldi, 2016  contiene 648 pagine fitte di “storia” che, a conti fatti riescono a coprire “solo” un periodo di una ventina d’anni. Quello che è chiaro fin dalle prime righe è la forsennata e puntuale ricerca di indizi che arrivano a tracciare un percorso storico attraverso relazioni, incontri (casuali e no) dicotomie e differenze. Quello che sorprende è scoprire la ricorrenza di nomi che sembrano essere caduti nell’oblio, almeno a livello mediatico, ma che in realtà risultano fondamentali nello sviluppo di nuove idee e musicalità, nomi che noi della generazione degli anni ’60 ricordiamo a malapena in fugaci apparizioni televisive o alla radio. Non ci troviamo quindi davanti a un manuale che ci elenca i protagonisti della musica italiana del dopoguerra, ma Valerio Mattioli, da giornalista preparato e poco incline a cedere alle mode, ci conduce con precisione storica attraverso tutti i percorsi, gli spazi, le dinamiche, le interazioni e le contaminazioni che hanno favorito lo svilupparsi di determinate situazioni o progetti musicali, di cui a noi rimangono solo nomi e discografie in relazione alla loro diffusione commerciale (i capitoli su F.Battiato o L.Battisti, per esempio). Nel testo di Mattioli non si parla solo di musica; il cinema e la televisione fanno la parte del leone e sembra quasi normale leggere che, salvo poche eccezioni, la storia della musica italiana passa necessariamente attraverso la colonna sonora e, se escludiamo per un attimo i nomi scontati di Morricone, Umiliani e i Goblin, un applauso va solo per il capitolo relativo alle “sonorizzazioni” cioè tutti quei jingle, sottofondi di documentari, telegiornali, interviste che negli anni ’70 hanno “inconsciamente” caratterizzato e musicato la nostra quotidianità televisiva. Non solo cinema, ma anche pubblicità (Gianni Sassi), architettura e design (Mendini e Sottsass), arte contemporanea (M.Schifano), poesia (Arrigo Lora Totino) a delineare un affresco ricco di sfumature che dà dignità alle idee e ai progetti che hanno caratterizzato un ricco panorama musicale. Attenzione, però, perché una volta che Mattioli porta il discorso al livello di arte musicale, se da una parte non vengono risparmiate stroncature, che potrebbero anche disturbare molti di noi, legati a certi miti oramai stratificati nella memoria dell’orecchio, dall’altra riemergono nomi che, al contrario, facevano parte di un immaginario “easy listening”, ma il cui contributo risulta invece di peculiare interesse. Quindi un’avvertenza per chi intende leggere questo libro è mettere da parte tutti i pregiudizi, fare tabula rasa delle conoscenze e dei ricordi e affrontare questo percorso con un nuovo interesse. Per quanto riguarda me, sarà che il mio battesimo ufficiale con i concerti è stato il 14 giugno del 1979 per assistere all’omaggio a Demetrio Stratos (morto a New York il giorno precedente), ma sfogliare questo libro di Valerio Mattioli è stato come ritornare a respirare un’aria di cui sentivo la mancanza. Se poi aggiungiamo il fatto che da innocente quindicenne a quel concerto ero andato accompagnato dalla famiglia Mendini, si capisce come, via via che le pagine del libro avanzavano, è stato quasi come trovarsi sdraiato per terra a vedere un filmino sul muro la cui sceneggiatura si svelava con una sua precisione e con lucidità. L’atmosfera e l’interesse per tutto ciò che fosse musica suonata, nata a quel concerto, si è poi dissolta quasi per scelta quando, nonostante l’acquisto del vinile (quindi rigorosamente Cramps Records) e la passione per quei gruppi che nascevano in  quegli anni, la mia esperienza successiva fu il concerto dei Ramones in un Palalido che affermava il ritorno delle band straniere in Italia: rimasi così annegato in una mia schizofrenia per cui, nonostante l’assidua lettura di “Ciao2001”, mi ritrovavo contemporaneamente collezionista di bootleg new wave cercati tra Via Torino e Sinigaglia e chitarrista in una liceo cover band dei Genesis. Ecco, 40 anni dopo questo libro non solo mi processa, come ignaro artefice di tanta “segretezza” di una musica italiana con una sua dignità, ma contemporaneamente riempie uno spazio che avevo lasciato aperto e che avevo bisogno di colmare.

Iacopo Ninni

Valerio Mattioli, Superonda – storia segreta della musica italiana, Baldini & Castoldi, 2016; € 16,00, ebook € 7,99

Luca Gemma: Blue Songs

Domani martedì 24 febbraio esce Blue Songs, il nuovo disco di Luca Gemma. L’ultima volta che Poetarum Silva l’ha incontrato, nel 2012, era da poco uscito l’album Supernaturale. Dopo aver ascoltato le nove canzoni del nuovo lavoro, incuriositi dalla scelta di incidere un disco in lingua inglese, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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Rispetto a tre anni fa, mi sembra di capire, sono cambiate diverse cose. Vuoi farci un piccolo riassunto? I conti non tornano più! Per chi fa musica quaggiù! O almeno per me: Lu.

Come e perché nasce l’idea di un disco in inglese? Un disco, oggi, forse dura tre o quattro mesi. Per uno come me che fa musica di nicchia, in un Paese di nicchia del mondo, questo non è bello: dietro un disco c’è almeno un anno di lavoro e lui, poverino, nasce già moribondo. È una cosa da riserva indiana e non ci portano neanche il whisky per stordirci. Questo è il cambiamento in atto nella musica dell’era digitale: si vive alla grande da fruitori di musica, molto meno da musicisti. A questo punto, o passi il tempo a lamentarti o cerchi, nei limiti di quello che sai fare, di cambiare a tua volta, per cercare di allungargli la vita. Con Paolo Iafelice, produttore del disco, abbiamo scelto questa seconda via.

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Solo 1500 n. 83 – Django unchained (il critico e il tifoso)

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Solo 1500 n. 83 : Django unchained (il critico e il tifoso)

Django è un film fatto benissimo, questa è la prima cosa da dire. La seconda cosa da dire è che Quentin Tarantino fa film alla vecchia maniera. Usa ancora la pellicola, gira con una sola macchina da presa, nessuna apparecchiatura elettronica sul set (su questo Samuel L. Jackson: qui). Quentin, per come la vedo io, è il cinema. L’unico che riesca a fondere più generi. Tutto dispiegato sul doppio filo del dramma e della commedia. Cos’è Django? Un omaggio agli spaghetti western, un film contro il razzismo, un film sulla vendetta, un film su un eroe solitario che salva il mondo, un film sul senso di giustizia, una storia d’amore. Certo, è bellissimo, retto da una fantastica fotografia, inquadrature e dialoghi mozzafiato, battute strepitose, attori bravissimi (Waltz e Di Caprio su tutti) e una colonna sonora da urlo. Django è la conferma di come Tarantino non abbia più bisogno dello splatter (passo in avanti che personalmente avevo notato anche in Bastardi senza gloria), l’aspetto fumettistico – le esplosioni di sangue e violenza esistono solo se funzionali al racconto (per Django: i cani che sbranano lo schiavo che tenta la fuga e il combattimento a morte dei due Mandinghi sul tappeto di Di Caprio) – emerge, ad esempio, soltanto nella mega sparatoria dove il pomodoro torna padrone per pochi minuti. Nella mia classifica personale di gradimento Tarantiniano lo metto appena dietro Pulp fiction, ma solo per motivi affettivi. Quentin che sa colpirti al cuore fino ai titoli di coda, sparandoti nelle orecchie Trinità.

(c) Gianni Montieri