empiria

Sottendendo un noi: Giorgio Ghiotti, Costellazioni

Giorgio Ghiotti, Costellazioni, Empirìa 2019

 

Con una scrittura di grazia dalle maglie allargate e tanto lontana dalle fastidiose involuzioni che a volte si incontrano leggendo (di) poesia, Giorgio Ghiotti ragiona – verrebbe da dire, chiacchiera – della generazione di poeti degli anni’90 e dei contemporanei che rischiano un’attenzione poco proporzionata al loro valore. Il libro è uscito da poco, Costellazioni, per i tipi di Empirìa, e non è canone, non è strettamente saggio: è creativa presa d’atto di una costellazione di punti all’interno di una generazione che è disposta “a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia ormai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la [sua] camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere”.
Una costellazione che si impunta su un cielo diverso, dove Specchi e Bianche e Poesie garzantiane “perdono l’aura” e spazi fisici e online crescono come luoghi di ragionamento. Una rete che al “silenzio” oppone non il rumore ma il “dialogo”, e pronunci il pronome noi senza alcuna contrapposizione ma solo mutuo, intellettuale ed emotivo, riconoscimento.
Ghiotti scrive per rovistare in un presente oberato di stimoli, insomma, cercando di separare il grano dalla pula, non dall’alto di una voce onnipotente ma come esercizio di ricerca di bellezza. E scrive per ribadire la voce di chi, in un presente appena un po’ passato, non ha ricevuto sufficiente attenzione “per difetto di critica, pigrizia dei lettori e una certa dose di caso”; è il caso di Attanasio, Bultrini, Caporali, De Santis, Paola Febbraro, Scartaghiande, Sicari, Toni, Zanghì, di cui vengono antologizzati dei brani sotto il bellissimo titolo di sezione I sommersi salvati. Il libro è poi arricchito da saggi brevi, su Frabotta, Ortese e la possibile specificità della voce femminile in poesia.
E davvero il breve, denso libro funziona come bussola. L’ideale della critica poetica è un paragone di omerica lunghezza con un bambino che si arrampica a cercare un oggetto che gli hanno detto di non toccare. Mettendo in chiaro che “il fine di ogni lettore non è salire sulla sedia, ma riconoscere l’oggetto misterioso”. C’è una monade importante in questo passo: il riconoscimento, per Ghiotti, è chiamare, comprendere il funzionamento dell’oggetto, ma non accedere al suo cuore profondo, “mitologico”. Nella critica, nella storia, nella politica, nella capacità di fare (Benjamin) costellazione di ciò che deve restare, il critico sa che della materia della poesia resta inconoscibile la scintilla, come per la creatura di Frankestein, dice ancora Ghiotti, resta inconoscibile la vita che va oltre la somma degli arti rappezzati.

© Giovanna Amato

I poeti della domenica #327: Anna Maria Ortese, La naturalezza di questa vita piena

 

….La naturalezza di questa vita piena
di cose non naturali, il dolore
di non capire cos’è il dolore, la disgrazia
di cercare ostinatamente un nome, un segno
qualunque di riconoscimento, e trovare
silenzio e sigilli fin sui rami degli alberi.
….Non in me, da ferita
sempre aperta sgorga
la rossa fontana del chiedere,
il mormorio del ricordo
futuro, la frescura di vaste
zone da cui venni, ed era noto il mio nome,
là tra gli astri,
ora tremanti di vergogna. Questa porta
sbarrata sul vero, questo triste
villaggio che tutti hanno lasciato,
questo porto senza navi verde di rimorso.
è il mio universo quotidiano.
….La disperazione talvolta mi ricopre,
frusta tutte le mie ossa,
si dibatte come un vento per trovare il nome la colpa. L’origine
della colpa che dette origine alla caduta
− da cui nessuno deve trarmi, alcuna grazia chiamarmi −
in questo quieto interminabile
….giornaliero Esilio.

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In Il mio paese è la notte, sezione “Pagine dimenticate”, Roma, Empirìa, 2011

“Dal greco” di Irene Santori (di P. Cagni)

santoriSu una poesia di Hotel Dieu di Irene Santori: Dal greco

di Pietro Cagni

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Attraverso

Ogni poesia ci costringe a navigare a vista. Apparentemente, senza punti di riferimento. Così impariamo che sempre dobbiamo essere contemporanei al testo – noi ad esso –. Questa chiamata non possiamo disinnescarla con nessuna pagina di critica. Se saremo fedeli a questo compito, scopriremo che le poesie sono in grado di sostenere un rapporto presente con noi, quell’affondo faticoso di senso e di bellezza che chiederemo loro.
Ogni nuova raccolta è la propria storia, vive di una forma inedita, incarna l’esito della sfida percorsa: l’attraversamento della tradizione, cioè il suo recupero e il suo superamento. A ogni passo, le poesie rivivono tutto il passato, per superarlo. È una medesima contemporaneità, plurale, contraddittoria, discorde, a legare tra loro gli occhi e le mani di chi ha scritto e di chi legge. Molte voci ignorano questa scommessa e scivolano senza troppe preoccupazioni nell’informale; altre recuperano strutture antiche, intatte, eburnee, rendendo lode al proprio sacro, terso, lavorìo poetico. Ma la poesia oggi ci chiede il lavoro del grande pittore bolognese Lorenzo Puglisi: attraverso Caravaggio, alle costole di Francis Bacon, per attaccarsi alla sua gola profumata e fare un passo in avanti, nel nitore che viene dal buio. Così, a volte, i poeti.
Si diceva di una navigazione: spegnere i motori, affidarsi al vento. Impone dei limiti: non sarà possibile illustrare “la poesia di Irene Santori, poetessa romana” e nemmeno “la poesia della sua ultima raccolta, Hotel Dieu”. Troppo vasto l’orizzonte e troppo brucianti i versi. Potremo, però, fermarci una volta, leggere e sgranare un testo, affrontando almeno una volta la sfida a cui siamo chiamati sempre.

Irene Santori, Dal greco. Il verso, le strofe

La poesia Dal greco si oppone con forza alla parafrasi. Questi versi disinnescano, raffreddano, anestetizzano i nostri tentativi di lettura. Il commento è respinto fortemente, e siamo immessi in una danza. Dunque qual è la misura del verso della Santori? Da cosa è governato, che cosa gli dà forma? Sembra che questa danza sia impossibile, e che l’autrice non conosca “lo fren de l’arte”. Eppure, la stessa poetessa poneva in esergo al libro una formula di Arturo Martini: «ogni frammento è scultura». Ma ogni verso qui sembra irrelato, una tessera dispersa e straniante: troviamo un verso (il più ampio, mi pare) di 17 sillabe e uno costituito da una sola sillaba. Inoltre le sette unità strofiche in cui la poesia è divisa sono assai ineguali: alcune sono molto ampie – la prima è la più lunga (di 37 versi) – mente altre sono più brevi  – la seconda strofa è di soli tre versi, e tre versi per di più molto esili -.  Ma non vige un assoluto arbitrio, il non-senso, forza disgregante e centrifuga. Perché a ben vedere le strofe (che sono, sì, di diversa lunghezza) non sono disposte casualmente e danno vita a una precisa alternanza: strofe “più pesanti” e strofe “più leggere” si alternano, e questo è certamente significativo. Si potrebbe riconoscere un suggestivo richiamo a passi di danza, larghi e stretti. Ma occorre proseguire, per mettere a fuoco la versificazione qui operante: a scandire il movimento apparentemente scomposto e arbitrario dei versi appaiono qua e là dei nitidi endecasillabi: «le ginocchia sbucciate sotto il mento», «riapro gli occhi sul palmo della mano», «bruciate vive dai fidanzatini», «piuttosto fondare le città d’arte», «bambina mia, dentino, acquasantiera», «sulla rotta dei suoni ritorno a te». Questi endecasillabi hanno, a mio avviso, due precise funzioni: una “funzione strutturante” che fornisce una misura di riferimento da cui ci si diparte per somma o sottrazione, e una “funzione distensiva” che allenta la tensione, facendo trovare un ritmo limpido, più quieto, per riprendere fiato. Sono frequentissimi, inoltre, intensi legami fonici, sia all’interno del singolo verso che tra versi contigui (non si contano le assonanze, le allitterazioni, e si trovano anche intere parole in anafora). (altro…)

I poeti della domenica #136: Daniela Attanasio, ‘O questa libertà di vivere sopra’

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3.

O questa libertà di vivere sopra
la morte e l’infelicità, questa vogliosa
aura attorno al noto sopra le ingombre car-
reggiate a mezza strada tra chi si perde
e chi soltanto aspira, tutto come se fosse
scritto e vuoto

© Daniela Attanasio, in La cura delle cose, Roma, Empirìa, 1993

I poeti della domenica #11: Anna Maria Ortese, Non so perché

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Non so perché

Il vento stasera scricchiola
a tutte le porte, non so perché.
Rumori subito spenti,
fremiti, sospiri
salgono dal giardino,
non so perché.
La lampada dà una luce velata,
non so perché.

La mia stanza si è fatta sterminata,
non so perché.
Non so perché, senza alcuna
ragione o dolore,
piange stasera qualcuno. Non so perché.

Anna Maria Ortese, in Il mio paese è la notte, Roma, Empirìa, 1996

“Ho desiderato che Maria morisse”: omaggio a Goliarda Sapienza

Goliarda negli anni Sessanta - © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda negli anni Sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda Sapienza era nata il 10 maggio del 1924. Nel giorno della sua nascita, come redazione, la ricordiamo proponendo una sua pagine tratta dai racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; poi Einaudi, 2011, da dove si cita [p. 91]). Buon compleanno, Goliarda.

*

Ho desiderato che Maria morisse. L’ho desiderato o l’ho sognato? Forse l’ho sognato. L’ho vista distesa sul letto in mezzo alla camera coperta di fiori bianchi. O aveva un vestito bianco? Già, lei si veste sempre di bianco, anche in inverno. «A un certo punto una donna deve sapere qual è il suo colore». Il suo colore, facile a dirsi. A me i colori non piacciono, ho da fare io, e per lavorare che c’è di meglio dei colori che resistano allo sporco? La vorrei vedere dopo una giornata in tipografia. Sì, era un vestito bianco. No, erano fiori bianchi. Una montagna di fiori bianchi la copriva. Si vedeva solo la collana di perle fra i fiori. La collana di Giulio. Siamo andati insieme a comprarla, e anche la borsa di velluto verde che portava ieri, l’ho consigliata io a Giulio. L’abbiamo comprata quando è nato Cesare. Ogni bambino un regalo. Sono tre. Non posso averlo sognato. No, l’ho desiderato: un’altra volta ho desiderato che qualcuno morisse. Recidiva.
Se questa donna che s’avvicina ora morisse? sì, sarei contenta. È bionda e ha gli occhi neri. Forse il biondo non è naturale ma le sta bene. A un certo punto una donna che sia una donna deve sapere che colore di capelli le sta bene. Non porta trucco. Si avvicina, chiede, non trova la strada. Se morisse sarebbe bellissima, senza trucco: neanche gli occhi truccati. «Non conosco quella strada, non sono di Roma» sorride pure. Dietro l’angolo morirà. Sotto un’automobile, un’autobus. Ogni anno muoiono diecimila persone per incidenti stradali, è come una guerra. La guerra, è tanto che non ne fanno un’altra. Io me la sono cavata bene, non avevo paura e stavo attenta. Come ora non ho paura e sto attenta, non mi distraggo quando vado per le strade e traverso sempre dove ci sono le strisce. Io non vado sotto una macchina. Io solo desidero.
Devo stendermi sul letto, chiudere le persiane e staccare il telefono. Qualche pillola di sonnifero e si ferma questo desiderio. Tu hai troppa immaginazione. Finirai male. Certo a ripensarci, tenere fra le braccia la bottiglia dell’acqua calda come se fosse un bambino, aveva ragione Olga: «Tu hai troppa immaginazione». Eppure per me era un bambino. Un bambino mio, e come soffersi quando mi cadde dalle mani quella notte scendendo dal letto. Che dolore! Non ho più sofferto tanto in vita mia. Si fracassò il cranio sul pavimento. Dovevo stare più attenta tenendolo fra le braccia. Starò attenta. Domani è domenica. Giulio è per casa. Devo stendermi sul letto, staccare il telefono e cercare di non pensare. Non pensare e non desiderare niente, che non sia un vestito, un paio di calze.

Benway Series: Arco rovescio di Giulio Marzaioli a Roma

Mercoledì 15 gennaio 2014, ore 18.00
Associazione culturale Edizioni Empiria
Via Baccina 79, Roma
[mappa]

Presentazione di:

Arco rovescio
di Giulio Marzaioli

Benway Series 5
(Tielleci, 2014)

Sul rapporto scrittura/installazione si confronteranno:
Brunella Antomarini, Teresa Iaria, Massimiliano Manganelli

Sfoglia e ordina

[Un estratto]
«Nell’ora meridiana più calda, quando si alza il frinire di cicale, pensò che era stato più veloce, nel passato, e che l’aveva rincorsa a lungo, ma lei si era fermata. La caccia è istinto, anche per un dio».

Giulio Marzaioli stava passeggiando lungo un sentiero di montagna quando venne chiamato dal figlio. Il bambino si era fermato ad osservare una grande farfalla posata su una campanula, al bordo del sentiero. La farfalla teneva le ali spiegate. Dopo averla fotografata da diverse angolazioni, Giulio Marzaioli avvicinò lentamente l’indice alla farfalla e con suo grande stupore riuscì ripetutamente ad accarezzarne le ali, senza che la farfalla le ripiegasse o volasse via. Giulio Marzaioli pensò che la vanità fosse uno dei vizi più diffusi tra gli esseri viventi. Soltanto dopo molti giorni Giulio Marzaioli si ricordò che le ali di farfalla sono coperte da piccolissime squame che, nel momento in cui vengono toccate, si rompono, provocando instabilità o addirittura impedendo il volo.

Il ‘Destino coatto’ di Goliarda Sapienza

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La vérité je crois n’a qu’un visage : celui d’un démenti violent. 
[Credo che la verità abbia una sola faccia: quella della contraddizione violenta.]

Georges Bataille, Le Mort

I racconti che confluiscono in Destino coatto di Goliarda Sapienza sono stati scritti negli anni ’50 e sono usciti postumi, nel 2002 per Empirìa, poi per Einaudi nel 2011 anche se tredici estratti figurano già in una prima pubblicazione del 1970 sulla rivista «Nuovi Argomenti». Narrazioni del quotidiano brevi o brevissime, che parlano di ossessioni, di necessità di costruzione e ricostruzione di un sé proprio (o molti sé altri), in racconti acuti di fatti molto improntati sul piano mentale; si tenta di tracciare infatti in essi una o alcune personalità difficili, maniacali, nutrite di disturbi compulsivi. I protagonisti sono “persone qualunque” – spesso senza nome -, che vivono (o incappano in) piccole o grandi tragedie personali. Il coatto del titolo, un destino di coazione, è propriamente inteso in termini psichiatrici. L’operazione che Sapienza compie è programmatica e annunciata nella prefazione ed è quella di calarsi tra la folla, catturare la fotografia di un mentale che ci è molto vicino, dove la violenza domestica (in tutte le sue forme e sfaccettature) è dipanata in brevi prose impressive, fattuali, molto vicine alla “cronaca” giornalistica. Sapienza non utilizza un bisturi letterario per scavare nei propri personaggi e nel suo sé-personaggio celato dietro alcuni “io” qui presenti, ma osserva con rarissima attenzione per sfondare il limite del lecito (siamo pur sempre nel dopoguerra), e valicarlo definitivamente per fare della quotidianità, leggenda. Silenzio, morte, sangue, corpo, capelli, luce, ombra, buio, madre, padre, bianco, tutti temi vividi – assieme a molti altri – attraversati anche da se stessa, perché questo libro come tutta la sua opera, è un tassello fondamentale di richiamo all’autobiografia e agli altri scritti editi; un tassello che va di pari passo con la scrittura delle sue liriche di prossima pubblicazione che, messo in relazione, ci dà un’idea di quale percorso autoriale quest’autrice molto speciale abbia compiuto.

Leggere Sapienza oggi è un atto di coraggio perché si tratta di fare i conti soprattutto con un’innata sensibilità non solo letteraria – anche ingombrante – e un’apertura verso una prosa non priva di tensioni e spinte contraddittorie; un’apertura verso ciò che non si conosce e che si vuole capire senza uno sguardo giudicante, e tuttavia peculiarissimo, che Sapienza aveva, come ravvisa il terapeuta che la tiene in cura, tra i protagonisti de Il filo del mezzogiorno (Garzanti 1969, La Tartaruga 2003):

«[…] sa che mi accorgo di tutto quello che avviene.»
«Sì, è vero, ma questo perché lei ha una sensibilità e una possibilità di associazione e sintesi delle espressioni negli individui. Lo sa che lei avrebbe dovuto fare il medico?»

Non entrerò nei meriti di questo romanzo molto stratificato dal punto di vista dei contenuti: basti sapere che vi è in esso un richiamo ad un’esperienza di trattamento psicanalitico molto travagliata che ebbe delle disastrose conseguenze personali, esperienza cui Sapienza si sottopose per anni dopo la morte della madre Maria Giudice. Una nota importante: è doveroso ricordare che Sapienza è cresciuta in una famiglia socialista assolutamente anticonvenzionale: la Giudice fu proto-femminista e tra le prime sindacaliste italiane, e si legò a Peppino Sapienza, avvocato anarchico catanese. Un’infanzia atipica quella di Goliarda a partire dal nome-ossessione, ricostruita in parte in alcuni di questi racconti, poi nel romanzo Lettera aperta (Garzanti, 1967, Sellerio 1997) nel già citato Il filo del mezzogiorno, e nel postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010) presumibilmente opera-cerniera scritta nel 1979 dopo L’Arte della gioia, e romanzo che si inserisce tra il primo ciclo di prose e il secondo. Il primo ciclo è stato etichettato dalla critica contemporanea come “biografia delle contraddizioni”, da cui sono propriamente esclusi i romanzi degli anni successivi pubblicati ancora in vita, ossia L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983, Einaudi 2012) Le certezze del dubbio (Pellicano Libri 1987, Rizzoli 2007, Einaudi 2013); discorso a parte merita L’Arte della gioia (Stampa Alternativa, 1998 e 2006, Einaudi 2008) che s’inserisce invece su un piano di lavoro ampio e difficile, concomitante la scrittura di altri romanzi – diciamo tra il ’68 e il ’78. Assieme a Io, Jean Gabin, ai Taccuini e alle poesie, è opera postuma. Si presti attenzione all’etichetta “biografia delle contraddizioni”, che si rivela etichetta-immagine, sia qui sia altrove.

Sono nato a Padova da una famiglia molto per bene. Sono l’ultimo di sette fratelli. Tutti maschi. Mio padre era magistrato e mia madre suonava il pianoforte. I miei fratelli si sono tutti laureati. Chi è medico, chi avvocato, chi professore. A me piaceva studiare, molto, ma a un certo punto ho dovuto contare i miei passi, per la strada, in casa, a scuola, dagli amici. Sono arrivato a un milione e ottocentomila passi. Una bella somma, non dico di no, ma cammino poco. Ieri , per esempio, ne ho fatti solo duecento. Ma che si può fare! Pioveva e non mi hanno permesso di uscire in cortile. E ora, in una stanza e stretta per giunta, ditemi, si può accumularne più di duecento al giorno?

Cito un esempio che mi ricordi qualcosa cui io possa accennare, ed è questa prosa aperta a p. 11, dal ritmo paratattico, che contiene l’ossessione e il vero motore del romanzo I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (Einaudi, 2002): una prosa che trae dall’esperienza familiare, che riassume una forma di follia e di tragedia proprie e di tutti, in una forma “mentalizzata” del visibile, non priva di inconciliabilità, ad esempio, quel complemento oggetto lì sospeso: «e non mi hanno permesso di uscire.» Il ritmo ha anche un senso di “trascrizione”, in tutte le accezioni, e quindi anche in quella di “ripetizione” che seguirebbe la coazione del titolo.

Il dialogo con il lettore, nelle opere di Sapienza, è sempre visibilmente un doppio dialogo (e un doppio ascolto anche), che si basa su difficili e incontenibili spinte interne, di una personalità autoriale che sfocia nell’opera; una personalità molto complessa, dominata appunto da contrapposizioni e incompatibilità. Leggere queste prose è mettere in accordo la vita (la sua) e un destino fragile e contorto, con la letteratura, poiché l’uno e l’altra – come ben ricorda Angelo Pellegrino nella prefazione a questo e ai volumi di Sapienza sino ad oggi editi –, si mischiano a vicenda in continuazione in un gioco di rimandi che più che in tanti altri autori del Novecento italiano, risulta importante e basilare tenere a mente. La sua prosa, come il (suo) corpo, si sveste, si denuda all’occhio, e si asciuga (anche nella sintassi) di qualunque artificio: è a tutti gli effetti una prosa nuda e altresì intrisa di ellissi, ma pur sempre una prosa carnale, dove tutto resta unito, insieme, come il corpo e il sangue, tutto umano. Abbassare una certa verità antinomica al livello zero per mostrare la faccia “prima”, quella del corpo, e spostare il senso su un piano di comprensibilità accessibile e necessario, è un’etica e anche una forma di stile unico.

© Alessandra Trevisan

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