Emmanuel Carrère

Carrère: da che parte parlare de “Il Regno”

IlRegno

E.Carrère, Il Regno, Adelphi 2015, traduzione di Francesco Bergamasco

Come, ottimisticamente parlando, recensire Il Regno di Carrère?
Provo a prendere il toro per le corna da più lati, ma lui svicola. Potrei cominciare dicendo che, nonostante il mio mestiere, tendo ad aspettare prima di comprare un caso letterario; ma questo mi darebbe subito quell’arietta blasée che tanto mi tira da sola gli schiaffi dalle mani. Potrei cominciare dicendo, allora, che un’amica la cui intelligenza mi ha sempre portata a cose belle me l’ha consigliato, e quindi non ho potuto fare a meno di comprarlo; ma non vedo perché dovrei fare aneddotica sui fatti miei. Eppure le due cose mi già mi servirebbero a centrare un punto importante: se non avessi detto alla mia amica “ne scriverò una recensione”, a quest’ora avrei seguito la lezione degli struzzi, e invece eccomi qui.
Perché, ottimisticamente parlando, come recensire Il Regno di Carrère?
Più ci penso e meno ne vengo a capo; e meno ne vengo a capo e più mi rendo conto che io, seguace del filo di Arianna, sto ricevendo in questo modo uno dei migliori insegnamenti da questo grosso, scorrevolissimo libro pubblicato nel 2015 per Adelphi: Carrère, probabilmente, non si è imbevuto le ali di ceralacca, non ha steso un foglio in carta millimetrata, ma ha lasciato che il materiale si formasse, prima di mettersi amabilmente a passeggiare per il labirinto aspettando l’eventuale Minotauro per aggirarlo con un colpo di stiletto.
Così, ora che mi sembra di aver ricevuto un Tom Tom tra le mani, posso inoltrarmi anch’io in una recensione che sarebbe impossibile strutturare in maniera più compassata.
Il Regno non è un capolavoro, lo dico subito per non tentennare più in là. È un libro arguto, vivace, colto, forse perfino imperdibile, ma molto gli manca (e ha molto di troppo) per essere un capolavoro.
Lungo ma di snella lettura, è strutturato in quattro parti. Le due esterne fanno da cornice; sono autobiografiche, la prima racconta il breve periodo di conversione dello scrittore nei primi anni ’90, le sue giornate passate a meditare sul vangelo di San Giovanni, la perplessa condiscendenza della moglie, gli incontri, i dubbi, la fede, gli scossoni della fede, con particolare attenzione a tutti quei micro-episodi in cui la suddetta non sembrava vedere l’ora di essere messa alla prova provocandogli la ferale paura di venirne abbandonato. Incluso il tentativo di dare casa a una babysitter folle che dipingeva le pareti della sua casa con scene dell’Apocalisse, non c’è sforzo cui Carrère si sia sottratto, in quegli anni, per preservare quel barlume che tanto senso dava alla sua esistenza e tanto lo ripagava della sua gentilezza. Le due sezioni centrali testimoniano la bellezza di questo sforzo rivelatosi, uscito dalla fascinazione religiosa, inutile: l’immensa cultura, e l’immensa tenerezza, e una sottilissima capacità di critica e giudizio, nei confronti di quel periodo storico che fu l’affermarsi di una Chiesa attraverso le lotte tra i due spiriti che avevano raccolto (o stravolto) l’eredità dei primi gruppi cristiani: la Chiesa di Gerusalemme, con a capo Giacomo e Pietro, e l’utopia visionaria di Paolo.
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Emmanuel Carrère, L’avversario (recensione di Martino Baldi)

avversario

 

Emmanuel Carrère, L’avversario, Adelphi; € 17,00, e-book € 9,99; (trad. di E. Vicari Fabris)

 

L’avversario è un libro agghiacciante. Carrère mette a punto qui un sistema narrativo di indagine e restituzione che tesaurizzerà soprattutto nel successivo e celebratissimo Limonov ma che già a quest’altezza è chirurgico, freddo e tagliente come una ghigliottina.

La storia vera su cui il libro si innesta, col suo tentativo prometeico di maneggiare con gli strumenti della comprensione umana il fuoco del male assoluto, è quella di Jean-Claude Romand: uomo quieto e pacifico, apparentemente un padre di famiglia perfetto, che nel gennaio del 1993 uccise la propria moglie, i propri due figli e i propri genitori e dette fuoco alla propria abitazione dopo aver mentito, a loro e all’intera comunità di amici e conoscenti per tutta la propria vita, fingendo di lavorare come alto ricercatore per l’OMS di Ginevra, quando in verità non aveva mai nemmeno superato gli esami del secondo anno di studi in medicina. Incarichi di prestigio, stipendi di alto livello, premi di produzione, viaggi di lavoro, fama e stima internazionale… tutto inventato e costruito con maniacale esattezza. In verità Romand per diciotto anni passa ogni giorno a passeggiare da solo nei boschi, a guardare la tv in anonime camere d’albergo, senza nemmeno aver niente di inconfessabile da nascondere, per poi tornare a casa a rivestire il ruolo di padre borghese perfetto. Un giorno dopo l’altro per ben diciotto anni, fino all’esplosione della follia omicida.

La vicenda sconvolse tutta la Francia ed ebbe un ritorno di fiamma nella discussione pubblica  proprio grazie all’uscita, nel 2000, del libro di Carrère e all’omonimo film con Daniel Auteil che Nicole Garcia ne trasse e che fu in concorso al Festival di Cannes 2002, preceduto l’anno prima da un altro film ispirato, questo direttamente, alla storia di Jean-Claude Romand: A tempo pieno di Laurent Cantet.

È inevitabile tracciare un legame tra L’avversario e A sangue freddo di Truman Capote, forse il capostipite dei romanzi-reportage, ispirato a un analogo fatto di cronaca americana degli anni Cinquanta. Carrère però, pur condividendo con Capote la scelta dell’oggettività, a differenza del predecessore, è privo di qualsiasi cinismo e di qualsiasi freddo distacco, nonché assolutamente lontano da ogni intento scandalistico. Anzi, la volontà di scavare nell’anima del pluriomicida, porta lo scrittore a una vera e propria discesa degli inferi personali e collettivi, attraverso un confronto serrato con le confessioni e i ragionamenti di Romand, condotto prima attraverso una fitta corrispondenza di cui il libro offre un resoconto, quindi attraverso le cronache del processo e poi attraverso gli incontri con lui stesso, in carcere, e con le persone maggiormente frequentate da Jean-Claude prima e dopo gli omicidi. Ne viene fuori una scansione terribile di verità e menzogne, un marchingegno a orologeria in cui, se gli esiti sono assolutamente parossistici, i graduali passaggi guardano e riguardano da vicino la quotidianità di molte persone più o meno ordinarie, in bilico tra l’essere e il voler essere, tra la violenza delle aspettative proprie e altrui e la fragilità della propria identità, minata dal desiderio di non voler deludere quelle aspettative.

Così, dietro le azioni di un uomo che svuota progressivamente la propria vita di verità fino a mutarsi in un puro vuoto, in un sembiante senza anima, inizialmente in modo del tutto inoffensivo e anzi in un certo senso per “buona educazione”, fino a sfociare nella più terribile delle violenze, oltre ogni limite e oltre ogni umanità, sentiamo risuonare i più profondi e inestricabili interrogativi che l’uomo pone a se stesso, anche attraverso la letteratura:, “chi sono? chi voglio essere?”. Guardare l’altro, nella sua irriducibile differenza, fosse anche un mostro, e vedersi riflessi, ben oltre le nostre più o meno consolatorie autorappresentazioni: questa la lezione terribile e perturbante di ogni libro di Carrère che, forse, qui più che altrove trova la sua massima manifestazione.

© Martino Baldi

Le cronache della Leda #6 – L’avvocato

parigi pompidou  - foto gm

Le cronache della Leda #6 – L’avvocato

L’avvocato è arrivato con un quarto d’ora di ritardo. Trattenuto in studio da un cliente, ha detto lui. Maleducazione, ho pensato io, ma a lui ho detto: noncuranza. Si è messo a ridere, ha un bel sorriso l’avvocato, gli è rimasto quello che aveva da bambino, e ha detto che a lui e a mio figlio li tratto sempre come se fossero ancora alle elementari. Gli ho detto di andarsi a lavare le mani, prima di sedersi a tavola. L’avvocato si chiama Luca, ha la stessa età di mio figlio Stefano, sono amici dai tempi delle medie. Dopo hanno fatto insieme il liceo, il basket e l’università e il calcetto, ovviamente. Entrambi interisti, destinati alla sofferenza. Mio figlio ha fatto meglio il liceo, l’avvocato molto meglio l’università. Adesso fa il penalista. Stefano, invece, insegna letteratura italiana in un’università americana. Ha impiegato quattro anni e tre cambi di facoltà prima di capire cosa volesse fare, in mezzo ci ha messo pure un paio di esami ad Architettura. Anche adesso, quando ci sentiamo, capita che mi dica di non sapere mica se insegnare sia la sua strada. Ma io lo so che è quella.

L’avvocato veniva spesso da noi a pranzo dopo la scuola, e qualche volta a cena. Quando mio figlio si è trasferito negli Stati Uniti, semplicemente, ha continuato a venire. E così io e il più caro amico di mio figlio siamo diventati amici, ci dividiamo il pranzo una volta a settimana, spartendoci così un po’ di nostalgia.

«Buono il risotto.»
«Sai che novità, avvocato, tu dici sempre così. Guarda che ti invito lo stesso anche se taci.»
«La Leda che non sa prendersi i complimenti. Oh, ma imparerai? Hai visto che Roger ha perso a Indian Wells?”
«Ho visto, ho guardato la partita. Ha perso ma quest’anno è di nuovo in forma, ha piazzato alcuni colpi che hanno fatto sussultare sulla sedia questa anziana signora. Oh, guarda che io so prendermi i complimenti, ma tu sei un ruffiano.»
«Vero! Di Federer, non del ruffiano. Comunque mettila come ti pare ma ‘sto risotto è magnifico.»
«Smettila. Ti ho preso un regalino, aspetta che te lo mostro.»

Gli ho regalato L’avversario di Carrère. L’avvocato ha un sacco di gravi lacune letterarie da colmare. Quando gli regalo i libri è contento ma sotto sotto si offende. Prende i romanzi come rimproveri.

«Tu pensi che io sia vittima di gravi mancanze narrative e poetiche.»

Sì, lo penso, un uomo così intelligente non può permettersi di ignorare certi libri, certi scrittori. Lui del resto appena può mi rimprovera del fatto che faccio morire tutte le piante che mi regala, anche quelle che necessitano di cure minime. In questi casi lo guardo e ridendo gli dico:

«Eh sì, la mia mancanza è il pollice verde. Hai ragione, questa cosa è gravissima.»

L’avvocato è divorziato, naturalmente; anche mio figlio del resto. Mi ha detto che sono una vecchia maestrina insopportabile e ha ragione. Abbiamo parlato un po’ di mio figlio e un po’ di politica. L’avvocato, però, si illumina quando gli racconto di quello che fanno le mie amiche, stavamo prendendo il caffè quando mi ha detto che non se ne sarebbe andato se non gli avessi raccontato quale fosse il numero combinato dalla Luisa questa settimana. Allora gli ho illustrato lo show della Luisa alla Banca Popolare. Mentre era in coda ha notato che il signore, fermo davanti a lei, aveva in mano due sacchetti della Coop. Non l’avesse mai visto, è partita con una filippica delle sue. A dire cose del tipo che quelli come lui sono buoni sì, che sono benestanti, che magari mandano i figli nelle scuole private, che leggono sia La Repubblica che Il Corriere, per sicurezza, votano PD, e fanno la spesa alla Coop per sentirsi di sinistra. Il signore senza battere ciglio, le ha risposto che non ha figli, i giornali li legge solo su internet e che fa la spesa alla Coop perché ce l’ha sotto casa. La Luisa l’ha guardato sprezzante e gli ha detto: «Questo è quello che dice lei.» Ed è andata via.

L’avvocato prima di uscire mi ha chiesto:

«Oh, Leda ma come sta Stefano? Come l’hai sentito?»
«E tu, tu come stai avvocato?»

Ha sorriso.

«Vabbè, alla prossima settimana.»
«Dipende, non so mica se ti invito ancora.»

Gli ho risposto, come tutte le volte.

Leda

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© Gianni Montieri

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La Domenica (i demoni, il delirio, l’avversario) e Emmanuel Carrère

San Paolo - foto gm

La mattina del sabato 9 gennaio 1993,  mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno: la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di «Libération» sul caso Romand.

Quando parlavano di lui a tarda notte, non riuscivano più a chiamarlo Jean-Claude. Non lo chiamavano nemmeno Romand. Lui si trovava da qualche parte, al di fuori della vita, al di fuori della morte, senza più un nome

Adesso, assicurava il parroco, vedevano Dio. Per i credenti l’ora della morte è l’ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l’Avversario.

Allungando il braccio avrei potuto toccarle la spalla, eppure fra di noi c’era un abisso, una voragine che non era solo l’intollerabile intensità della sua sofferenza. Io non avevo scritto a lei o ai suoi, ma all’uomo che aveva distrutto le loro vite. Era a lui che riservavo le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia. Andavo a pranzo con il suo avvocato. Stavo dall’altra parte della barricata.

©Emmanuel Carrère – L’avversario – Adelphi – traduzione di E. Vicari Fabris

Emmanuel Carrère – Limonov

ère recensione ed opinioni

Emmanuel Carrère – Limonov – Adelphi 2012 (traduzione F. Bergamasco)

Nella prima parte di Vite che non sono la mia (Einaudi 2011) Emmanuel Carrère mostra con estrema chiarezza il proprio metodo di lavoro. Carrère prende appunti su una camera d’albergo, dovendo poi scrivere un racconto per un volume collettivo. «Ho annotato che la camera di una superficie di circa quindici metri quadri, era interamente tappezzata, soffitto compreso con una carta da parati dipinta di giallo. Non una carta da parati gialla ha insistito Hélène: una carta da parati che in origine doveva essere bianca e che era stata dipinta di giallo, con un rilievo che imitava un tessuto a trama larga. Dopodiché siamo passati alla boiserie, cornici di porte e finestre, battiscopa e testata del letto, dipinti di un giallo più intenso. Una camera molto gialla insomma […].» Dopodiché ci sono le interviste e la costruzione del romanzo. Venendo a Limonov e, pensando a quella descrizione di camera d’albergo, si può provare a fare un ragionamento. Immaginiamo che Carrère cominci a raccontare la storia di Limonov partendo dai propri appunti. Pensiamo al protagonista come un grandissimo Hotel con dentro stanze tutte differenti. Diverse per metratura, arredi, gusto. Stanze chic e stanze trash. Stanze di lusso e stanzette di estrema povertà. Immaginiamo  una vita che nel corso degli anni si sposti di stanza in stanza, assecondando gli eventi, spostando gli oggetti, cambiando la propria storia. Questo può essere un buon punto di partenza per raccontare Limonov romanzo da più parti considerato, giustamente, tra i migliori usciti nel corso del 2012, libro che ha consacrato Carrère come uno dei più bravi scrittori viventi. Per raccontare la vita di Limonov, lo scrittore francese non ha avuto bisogno di romanzare ciò che è già romanzo. La vita dell’ucraino Eduard Limonov è qualcosa di più di un romanzo, è narrazione vivente. Ogni stanza dell’Hotel Limonov è una città. Ogni città è un’esistenza. Teppista, ladruncolo, povero e poeta di discutibile valore da ragazzo nella terra d’origine. Maggiordomo, senzatetto, giornalista a New York. Scrittore di culto a Parigi. Ubriacone sempre.Di stanza in stanza fino all’ultima, quella che ospita l’uomo di adesso: colui che ha fondato il partito rossobruno, colui che ha combattuto in Bosnia, adulato dalle masse. Inventare un personaggio come Limonov non sarebbe stato facile ma neppure narrarne la vita così com’è stata lo è. Carrère ci riesce perché non segue la via del biografo, non quella del romanzo (perché non deve inventare), né quella del saggio. Un libro di giornalismo con lo stile da grande scrittore questo forse è Limonov. Indimenticabile. Quarant’anni di storia della Russia intrecciate a quella di un uomo che odia Brodskji e Nabokov. La penna di Carrère ci conduce di stanza in stanza e ce le fa amare tutte, anche le più odiate. Le più miserabili. Limonov è sì scrittore di culto ma è anche nazi-fascista. È un farabutto o un eroe? Carrère sospende il giudizio, lo dichiara all’inizio del libro. Il lettore sarà affascinato e molto presto dimenticherà che quella che sta leggendo è una storia vera. Preso dagli eventi penserà a Limonov come un personaggio inventato e lo amerà (anche quando lo detesterà) come succede per tutti i personaggi letterari riusciti. Di certo Limonov non è mai mediocre nemmeno nei suoi momenti peggiori. Chissà se quando scrisse La vita come un romanzo russo (Einaudi 2009), Emmanuel Carrère avrebbe mai immaginato di trovare il Romanzo russo nella vita di un solo uomo. Forse sì. Quello che certo è che la prosa di questo libro è unica proprio perché Carrère scrive come un russo (queste le sue origini da parte di madre) e come un francese messi insieme. L’altro segreto è che la storia di Limonov non è raccontata come se fosse presa da un diario ma è partecipata dall’autore, in un gioco che è come un rimbalzo davanti allo specchio. A volte opaco, a volte perfettamente lucido.

©Gianni Montieri

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recensione precedentemente pubblicata sul numero 17 della rivista QuiLibri