Emilio Rentocchini

Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia). (altro…)

Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.

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Nel «perfetto amore» di Emilio Rentocchini. Nota di lettura di Paolo Steffan

emilio rentocchini poetarum

Nel «perfetto amore» di Emilio Rentocchini
di © Paolo Steffan

Già l’esergo che Emilio Rentocchini ha scelto per la sua raccolta in lingua ci permetterebbe di scrivere pagine e pagine su uno dei migliori poeti del nostro tempo. Si tratta del distico finale del Sonnet 23 di Shakespeare: «O! Learn to read what silent love hath writ/ To hear with eyes belongs to love’s fine wit», poi ripreso nella traduzione di Giudici per chiudere l’ultima poesia di Del perfetto amore (titolo di raccolta a propria volta ispirato a un verso dello stesso Sonnet 23). In un sublime gioco sinestetico, sono condensate le sottigliezze dell’amore, ma è anche preannunciato il tipo di metro che Rentocchini ha scelto per la scrittura in lingua, in deroga alla usuale ottava impiegata per il dialetto: la forma sonetto.
Ma non è un sonetto canonico, come già ci mostra la lettura di Oltre l’oltre, poesia-prologo:

Gocce buie e materiche nel vuoto
chiaro del giorno nato non per noi
che siamo, in fondo affronto all’orizzonte
irrespirato: chi non è in bilico

«In bilico», come queste quartine e terzine ipermetre (gli endecasillabi si contraggono in decasillabi), esenti da rime e dominate da un insistito enjambement che ci fa scendere e scendere nel gorgo di un nuovo in bilico: siamo lì tra materialità sensuale e impalpabilità psichica, riassunte magistralmente nella chiusa:

dolce il tuo volto fissa le ginocchia
o appena il battiscopa: non è semplice
per niente intercettarti l’anima.

Una tensione corpo-anima che si rafforza subito nel sonetto che segue:

Perché sei carne e incarni qualcos’altro
tu lembo immateriale in cui respiro
e attrito assai più fisico del tempo
che ruga l’universo: anche per questo.

Siamo sempre «oltre l’oltre» e ci rimarremo per tutta la durata della nostra lettura, che senza troppi pudori, ha il pudore di un’oscurità benevola in cui queste due componenti necessarie − immateriale e materiale, «parole» e «baci» − convivono continuamente.
Ma l’oltre, così reiterato e così forte è anche la misura dell’oltraggio, come insegnava l’Oltranza oltraggio di Zanzotto (anch’essa, guarda caso, un notturno). E così Rentocchini, nel terzo sonetto, dominato da un paesaggio lacustre, ci presenta questo andare oltre in un tricolon pieno di senso: «di intravedere extrasentire osare». Ritornano anche il tatto e l’equilibrio − amoroso − tra tangibile e intangibile: «non hai paura – vero? -/ di camminare dove non si tocca.» (altro…)

Dieci minuti di pordenonelegge #1

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pordenone(legge) è una vecchia signora?

Quando nel 2007 arrivavo a pordenonelegge per la prima volta, poco più che ventenne, con un piede dentro l’università e l’altro chissà dove, sul mio taccuino annotavo queste parole: «mi accorgo che pordenonelegge mantiene una propria specificità, forse un po’ ingenua, che i grandi festival letterari non hanno più: Pordenone è un “dove” in cui si assapora quella sensazione che sopraggiunge prima dello stupore totale. La città ti cinge, ti abbraccia come una nonna che desidera proteggerti; è una tensione parziale quella che sento, una continua ricerca verso la completezza.» Nelle parole di allora non trovo la me stessa di oggi − forse vorrei negare di averle scritte − ma ciò che è più importante sono quelle parole rapportate al presente, a ciò che vedono e riconoscono i miei occhi ora. Quella “vecchia signora” del titolo mai esistita davvero stava, all’epoca, nella mia immaginazione, seduta lungo il corso principale: osservava i passanti e creava con loro un rapporto di accoglienza e protezione. Quella vecchia signora era la città e l’evento insieme. E, nel 2015, ma già da qualche tempo, ha lasciato posto a molto altro: si è forse messa da parte, a osservare da lontano ciò che accade. pordenonelegge non ha bisogno di un pretesto come quello per essere raccontata (doppia ingenuità la mia, allora): infatti, qui, vige una familiarità che si riconosce in un programma sempre più curato, in cui trovano spazio e attenzione sì gli autori esordienti e molti nomi importanti della letteratura italiana e straniera ma soprattutto gli “esercizi di lettura”, la scienza, la storia e la filosofia; gli appuntamenti riservati alle scuole, che proseguono un percorso annuale di formazione che inizia in aula; l’attualità e il territorio, con appuntamenti dedicati. L’allestimento è ben concepito, i volontari preparati a gestire le emergenze; il pubblico è educato: rispetta la coda e attende, si confronta. La città offre degli spazi adatti sia per gli eventi − negli anni forse non sono cambiati di molto − sia per i momenti di convivio. I dettagli, soprattutto, sono ciò che non può mancare ed è pregevole per una “festa del libro” l’aver avuto una crescita così rapita e ben congegnata nell’ultimo decennio, in grado di attirare lettori curiosi anche da fuori regione. La provincia, più che la grande città, crea le proprie forme di resistenza e le evolve continuamente, con intelligenza e bellezza. Ma è soprattutto la poesia a trovare nel programma degli eventi e dei luoghi per sé, tra cui una libreria dedicata, una libreria di fuori catalogo, e altri spazi. L’incontro con la poesia qui, apre a momenti importanti: ad esempio la poesia in dialetto, con Giovanni Nadiani, Emilio Rentocchini, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Lo stupore, quindi, è ancora e sempre possibile. Ve ne parlo nei miei “dieci minuti di”.

© Alessandra Trevisan

L’importanza di essere piccoli (quinta edizione)

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La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.
P. Celan

Microliti, ed. Zandon

 

comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli

rassegna di poesia e musica nei borghi dell’appennino

V edizione dal 3 al 6 agosto

un progetto associazione arci  “SassiScritti”

LA POESIA CARICA DI MONDO

riabitare il luoghi marginali con la poesia e la musica

con

CRISTINA DONA’, ELISA BIAGINI, DIODATO, EMILIO RENTOCCHINI, FRANCESCO DI BELLA, GUIDO CATALANO, DELLERA, ANDREA LONGEGA, ANNALISA TEODORANI

L’importanza di essere piccoli è un festival di poesia e musica nato nel 2011 da un’idea di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli che hanno creduto di poter riabitare “poeticamente” il paesaggio allacciando una relazione autentica con chi lo cura e vi dimora. La complicità che nasce tra i musicisti, i poeti e i cittadini, l’affluenza di un pubblico eterogeneo e vivace che proviene da tutt’Italia, sono tra i punti di forza di una rassegna “minuta” che dal 3 al 6 agosto ritorna nelle valli, nelle pievi, nei castelli, nei borghi dell’Appennino tosco-emiliano con un passo volutamente più lento di quello preteso dal mondo odierno. Questo legame con le storie e i luoghi ‘minori’ è rafforzato dal gemellaggio che quest’anno lega L’importanza di essere piccoli a due storici festival che arrivano da lontano sia spazialmente che temporalmente: inizia infatti un colloquio per consonanza di intenti, poetiche e modi con l’XI edizione del CABUDANNE DE SOS POETAS, festival di poesia che si svolge a  Seneghe, provincia di Oristano in Sardegna, e con la XXII edizione del festival STAZIONE DI TOPOLÒ/POSTAJA TOPOLOVE, in provincia di Udine, al confine con la Slovenia. Questi tre festival, sparsi per l’Italia e diversi per linguaggi e paesaggi, hanno sentito un’aria comune che li ha portati a dialogare sia per quanto riguarda le scelte artistiche che sostenendosi nella promozione, partendo dal presupposto che la marginalità è la ricchezza che più li caratterizza.

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La punta della lingua 2014

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La Punta della Lingua – Poesia Festival (IX ed.)

Ancona e Parco del Conero, 24-29 agosto 2014

PROGRAMMA

 

domenica 24 agosto

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 18.45: Reading di Durs Grünbein

In collaborazione con FAI Marche

Portonovo, La Capannina

ore 20.00: Cena a buffet

In collaborazione con Slow Food Ancona e Conero

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 21.30: Poeti da antologia

Reading di Milo De Angelis

Interventi musicali Cesare Malfatti (La Crus)

Introduce Massimo Raffaeli

In collaborazione con FAI Marche

lunedì 25 agosto

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[Novità editoriali / Under 30] Marco Bini – Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore, 2011)(post di natàlia castaldi)

Conoscenza del vento – Marco Bini

MARCO BINI

CONOSCENZA DEL VENTO

Giuliano Ladolfi editore, 2011

Scheda Libro

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La prima raccolta di Marco Bini reca in esergo un emistichio di Roberto Roversi dedicato all’inverno e allo stile, due aspetti che sembrerebbero estranei a una concezione giovane della poesia. Bini è molto giovane, in effetti, ma non si nega il lusso di partire controcorrente. Nell’inverno la neve è fredda e ardente allo stesso tempo e la scrittura viva e pensata di chi ha stile non lo può essere di meno. Basta, nel caso dell’Autore, affidarsi a qualche suo incipit. «Ancora ci

sorprende il planare a mezzaluna di una foglia»; «L’avvenire fu un bolide arrogante»; «Un mistero

rimase come appaia / il presente, d’incanto», e il bellissimo «Perché non sia la nebbia un infarto a

mezz’aria delle cose», versi che possono richiamare lo stile dei maggiori.

Quindi Marco Bini non ha paura, non teme la forza della tradizione né il suo respiro in apparenza desueto e ingiallente, forse perché ama davvero la poesia, quella che tenta di giungere alla parola compiuta partendo dalle cose e in tal modo le giustifica per sempre, dando all’esistere un abito di grazia.

Le stanze del fiume e dell’atlante, sezione introduttiva della plaquette, rappresentano l’epoca fertile e ingannevole del sogno. Non a caso tra quelle mura l’esistenza, nella prima spuria consapevolezza, si identifica con le direttrici di un libro geografico in cui le linee, meridiani e paralleli, sono pure convenzioni. E il tomo, il corpo del volume, pur agito e posseduto come oggetto, sprigiona sogni e segna di speranze la vita a venire, tanto che la conoscenza del vento, dichiarata dal titolo, sembra combaciare col desiderio profondo di un avvenire degno e possibile. Ma procedendo nella lettura, abbandonate quelle stanze, ci si accorge che il giorno adulto ha in sé «un’aria di castigo» e il costo del lavoro è in ogni caso smisurato. Il prezzo è di non riuscire a «slacciare questa lingua» per accostarsi e appartenere al mondo. Così un fare abusivo diviene la moneta con cui si paga la pura

sopravvivenza. L’onere della vita costringe al provvisorio, «tra casa e calvario», nella precarietà del pendolarismo: immagine di una condizione esistenziale riferita soprattutto a coloro che vivono sulla pelle la distanza reale tra tempi orribili e mirabili.

La raccolta, persa quasi subito l’atmosfera di sogno, si inabissa nella fuga circolare di un orizzonte di provincia, dove a volte ecco fiorire, tra le gramaglie dei luoghi e l’ingordigia dei cuori, scampoli di purezza. La poesia si presenta come epifania e unica scaturigine di senso, anche quando è una foglia morta che cade o un’impronta nella neve.

Il libro si chiude con la lucida metafora del ring: «La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti / alle corde […] cuciti a noi stessi» e feroci. Però nello spazio centrale ci si può ancora mettere a fuoco e chiamare: «Ma soffiami intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro». Davanti a una combinazione precisa e viva di vocali, lo iato opaco del presente si illumina di delicatezza, si riempie di noi. E se poi si tratta soltanto di una «scena madre», pazienza.

Treni, zaini, chilometri di Autobahn (di tondelliana memoria) verso il «cobalto del Baltico» non portano alla meta e inscenano o presumono comunque un ritorno, perché nell’inverno «Viene l’ora di portare le ossa a crepitare contro il fuoco; / quando il sole scende al primo piano e la casa / è una meraviglia di arancione». Nell’inverno lo stile è tutto.

Emilio Rentocchini

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Nell’inverno lo stile è tutto

(Roberto Roversi)

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Da «STANZE DEL FIUME E DELL’ATLANTE»

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Ci potevo giocare ore ogni giorno

o aprirlo a casaccio, farne un cuscino

o una capanna, scoprire persino

una Germania in più del necessario.

Un dono di mio padre il primo atlante.

Capii il senso di “provvisorio”: era

l’anno millenovecentonovanta,

ne usciva una ogni mese di edizioni.

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Sfogliarlo, tanto bastava, poi tre…

due… uno… iniziava la missione

al massimo i motori, paralleli

e meridiani il pianeta mostravano

suddiviso in settori, ed «è bellissimo,

è piccolo ed è blu», tra un polo e l’altro

si apriva lo scenario. Mi sognavo

da grande casco e scafandro, astronauta.

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da «IL COSTO DEL LAVORO»

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Ogni volta è come mandare un vetro in frantumi

in un dato frangente, di fronte all’evidenza

di una rotazione nuova della Terra, e fuggire

non si può all’infinito, sgattaiolare come Ottobre

Rosso, sotto il pelo della notte; e perché non farsi ago

da sotto la trapunta, trapassare una molecola

alla volta, spuntare dalla parte del sonno

più sconvolta per disarmarsi nel mattino?

Perché quel che ti tocca è incontrare ancora la luce,

quel che ti importa che il giorno non sia troppo castigo.

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Se non l’avessi visto coi tuoi occhi, sarebbe soltanto

un lontano ricordo della naia, o un relitto della Storia;

e invece li hai visti lì, intermittenti ed ebeti negli sbuffi

dei loro fiati, allineati nel parcheggio, lo sguardo fisso

in basso dei cercatori d’oro, serrando forte i denti

e trattenendo la pelle d’oca.

A casa si è fatto giorno

col trillo della sveglia e il gargarismo della caffettiera;

al cantiere col tuonare di un portone e lo sconquasso di lamiera.

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Poteva venirti in mente la scena di un vecchio film,

o lo schema sul libro che usavi a scuola; un veliero

che punta a occidente, la stiva colma di africani, la prora

in bilico sul mare; oppure una petroliera, in partenza da Bassora.

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Decelerazione, arresto, dondolio delle masse.

Un passo fuori e l’aria è un traffico di elettroni da non credere

all’esistenza degli interi ma allo scontro tra gli inerti

buttati a manciate nel vento di ronda sui viali.

Solo lo slalom dei fari colonizza la troposfera

e ogni cosa impazzisce per raggiungere il suo zenit.

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Non si scherza con il sole: di questi tempi è il più costante

tra i custodi; fa un giro vasto attorno al globo

a controllo e protezione del prossimo suo pasto.

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Finisce che la misura degli angoli è l’unica possibile

geometria concessa nel pomeriggio in svolo rapido;

a raccontarla è complessa un’assenza

di angeli da aiuola,

il digrignare di griglie

e radiatori – come cani ronzano in muta –

ovatta sospiri e sollievo.

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Sgomma a tutto gas

la vita in libera uscita va presto chiamando

il solito bicchiere a rimettersi in sesto, a Francoforte

poco oltre Modena;

qui anche un rampicante

sfibra nel dovere, ha bisogno di una sedia.

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Ancora ci sorprende il planare a mezzaluna di una foglia,

appena staccato, ancora un po’ storditi dalla luce piena

di settembre, e il suo posarsi come una schiena inarcata

e dolorante, sull’asfalto frequentato di questo centro direzionale.

Crederesti più plausibile la caduta dei calcinacci in un posto come questo

o lo sfogliarsi del tuo viso alla mattina, maneggiando una lametta.

E invece, restiamo lì impalati, a bocca spalancata,

al centro del nostro mondo, come trapassati da un equatore,

e vorremmo quasi tenerci per la mano, osservando quella foglia

che, in fondo, ognuno le si è già per un istante paragonato.

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da «CONOSCENZA DEL VENTO»

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L’avvenire fu un bolide arrogante.

Sollevò un muro d’acqua al suo passaggio,

neppure per scansarci sufficiente

fu il tempo di mostrargli pari pari

il medio in direzione del lunotto.

Non trovammo un motivo convincente.

Solo che non si forma là davanti

come una supernova ciò che accade,

ma più simile a una cometa ostenta

alle spalle una storia: progredisce,

ci raggiunge, un istante ci coesiste

poi di noi va oltre. Semplicemente.

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da «IL COSTO DELLA VITA»

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Piuttosto strano questo agosto, forse tipico tedesco,

che ci corre accanto sull’Autobahn infestata

da fantasmi di storie, da ragazze sui cartelli,

pollice e indice vicini rivelano che «raser

sind so sexy», come a dire sono brevi,

per chi corre, dell’atto il tempo e l’ingombro.

Sbolle al tramonto l’uscita Norimberga, il cobalto

del Baltico ancora non straripa dalla linea d’orizzonte.

Strano, come detto: potremmo levarla in un gesto,

sbriciolarla sull’asfalto come una striscia di silicone,

spaccare di netto il mondo in due. Senza un cigolìo

si scoperchierebbe il pianeta; ci sarà apparso naturale,

vedere tutto sparire nella fessura aperta, il cielo

da una parte, la terra dall’altra, ognuno per la sua strada.

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12 SETTEMBRE 2001

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Sei riuscito tutto a un tratto a metterti alle spalle i volti

corrucciati l’audio che va e viene la tensione della diretta

mentre godi della quiete tardo estiva e fili in bicicletta.

Ti sbilancia un refolo di vento che solleva e rimescola

polvere scontrini accartocciati e mozziconi di sigaretta.

Pensi alla faccenda della farfalla in volo giù in Giappone,

sogghigni e credi che sia un’onda d’urto che viene da lontano.

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Non ti chiedo un rimborso in denaro

per il disturbo, solo quel briciolo di tempo

mi occorre che adoperi la sera

tra la doccia e le lenzuola per tastare

il polso alla tua vita inondato

dalla luce dello schermo, un apostolo.

Ti chiedo questa cosa: riuscirai

a non farti prendere dal panico,

intendo alla prospettiva delle cose

che domani tiene in serbo per noi?

Non sentirti tuo più in là del pianerottolo,

rientrare nel personaggio, affiancare

come sempre il cucchiaio e la forchetta,

raccogliere i tuoi avanzi e ricomporli dopo cena.

Ritmo, fegato, pazienza: questo non ci manca.

Potremmo farne a meno, noi come pellerossa

carponi sulle traversine, se il minimo sussulto

non ci allarmasse nel battere dell’ordinario?

Se non fossimo sempre pronti a farci un altro goccio.

Se non ci ficcassimo in bocca spazzolino

e lima, per lavarli, i denti, e affilarli.

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Una lezione di vita l’ultima del Boss,

o sulla vita – che è già qualcosa in più –

di quelle che immortalano l’andazzo;

dice in pratica che troppo ci si attende

e che brucia addosso ogni cosa

che abbiamo, ancora volendo volerla,

che però si diminuisce sempre un pezzo,

si cede e si decede, davvero, ci si esaurisce

e coraggio ce ne vuole anche a desiderare.

E che invece anche un gancio cielo

può essere una spinta al paradiso, ricordandosi

però di un bel sorriso e di un «ciao»

con la manina quando – più sintetico l’inglese –

il sangue con un fiotto schizzerà sul pavimento.

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Ci sta che quasi niente corrisponda

alla favola di noi che dovremmo recitare

a pieno fiato scambiandocela in dono

o reciproco anatema. Ci sta pure

a questo punto di scomodare gli spiriti

migliori – se ne abbiamo – con la preghiera

di diffonderci oltre il nostro senso stretto.

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Il mondo è un manufatto insistente tra le dita,

mentre il tempo va di lima: stempera gli spigoli

e ottiene la misura auspicata, una storia al singolare.

Così si impara a stipare di niente i granai, a mulinare

i palmi alla corrente per stringere nelle mani solo vento,

un vuoto da graffiarsi tra i capelli, con le unghie.

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La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti

alle corde sul ring, eretti, audaci, cuciti a noi stessi,

ognuno è feroce più che può; siamo obbedienti.

Mettiamoci a fuoco: in mezzo c’è spazio e più scaltro

è il tempo a non perdere tempo in finte, controfinte.

Puntiamo al centro, forse non per attrazione, ma soffiami

intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro.

Poi è un ritorno al perimetro, fine del round, di nuovo

ognuno all’angolo. Eccola girata, la nostra scena madre.

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da «CHIUSURA DEGLI INDICI»

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Perché non sia la nebbia un infarto a mezz’aria delle cose,

che tutto già pesa da sgocciolare fino a terra.

Non sia spazio, spazio ancora, superflua distanza

cosparsa tra i viventi. Non sbandiamo, teniamoci d’occhio.

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Non c’è luce che non passi dal fondo del tunnel

prima di investire la pupilla all’altro capo

col respiro che si allarga rinnovandoci la pelle.

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Viene l’ora di portare le ossa a crepitare contro il fuoco;

quando il sole scende al primo piano e la casa

è una meraviglia di arancione per la retina

vorremmo liberarci dai contorni nella stretta,

lasciare lo zaino a terra e correre alle braccia che consolino

queste spalle troppo forti ancora da non servire a niente.

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Marco Bini è nato nel 1984, vive e lavora a Vignola (Mo). Si è laureato in Lettere Moderne all’Università di Bologna.Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, è molto attivo nell’associazionismo culturale del suo territorio, e collabora con l’organizzazione di Poesia festival in provincia diModena. Fa parte dello staff del progetto editoriale “Schiaffo edizioni”.

Suoi testi sono apparsi sull’antologia Pro/testo (Fara edizioni, Rimini 2009) e sulla rivista «Ali» (Edizioni del Bradipo, Lugo di Romagna). Ha vinto il Premio De Palchi–Raiziss 2010 di Verona e la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010 della rivista «Le Voci della Luna». Collabora con la rivista «Farepoesia» di Pavia.