Emilio Capaccio

proSabato: Adela Zamudio, La ragione e la forza

Adela Zamudio, La ragione e la forza

Traduzione di Emilio Capaccio

 

La Ragione e la Forza si presentarono un giorno davanti al tribunale della Giustizia per risolvere una lite furiosa. La Giustizia si dichiarò in favore della Ragione. La Forza allegò le sue glorie che riempiono la storia e la sua innegabile preponderanza universale in tutte le epoche; ma la Giustizia si mostrò inflessibile.
— I tuoi trionfi, per me, non significano altro che barbarie; sentenzierò in tuo favore solo quando ti troverai in accordo con la Ragione, le disse.
Le due contendenti si ritirarono, ognuna per la sua strada. Durante il cammino, alla Forza capitò di incrociare l’Ipocrisia e si mise a raccontare della disfatta che aveva appena subito.
— Hai dichiarato le tue ambizioni con troppa franchezza, le disse l’Ipocrisia. Se ti fossi vestita degli attributi della tua nemica, il risultato sarebbe stato diverso.
La Forza approfittò del consiglio. Attese che la Ragione si addormentasse o si distraesse, trafugò i suoi paramenti, camuffandosi con questi, e adottando le sue maniere e il suo linguaggio, si presentò alla Giustizia con il suo memoriale alla mano.
— Leggetelo, signora, le disse. Tutto ciò che chiedo è in nome della Patria, dell’Umanità, della Religione.
La Giustizia, che non vede a un palmo dal naso, inforcò gli occhiali, appose il visto sul documento e impresse il sigillo augusto del suo ministero.
La Forza se ne andò a cercare l’Ipocrisia. (altro…)

proSabato: Joaquín Pasos, L’angelo povero

Joaquín Pasos
L’ANGELO POVERO

Traduzione di Emilio Capaccio

 

I

Aveva un’espressione serena sul viso sporco. Uno sguardo invece assai tormentato nei suoi occhi chiari. La barba di molti giorni. I capelli ravvivati solo con le dita.
Quando camminava con il suo passo stanco, le punte delle ali si trascinavano per terra. Jaime voleva spuntargliele, perché non si sporcassero alle estremità che erano già pietosamente sfrangiate. Ma temeva come chi teme di toccare un angelo. Lavarlo, pettinarlo, sistemargli le piume, vestirlo con una bella camicia da notte di seta bianca, invece del vecchio camice che lo copriva, questo desiderava il bambino. Infilargli, al posto dei grossi e sporchi scarponi neri, dei sandali di raso lucente.
Un giorno trovò il coraggio di proporglielo.
Il povero angelo non disse nulla, fissò Jaime e se ne andò in giardino ad annaffiare i suoi piccoli roseti giapponesi.
Tutte le volte che si preparava a svolgere questo compito tirava su le ali e le intrecciava alle punte. C’era in quel gesto qualcosa del rimboccarsi le maniche dell’educata sguattera.
In realtà, poco gli servivano le ali nella vita domestica. Qualche volta le adoperava per attizzare il fuoco della cucina. Altre volte, le agitava con straordinaria velocità per rinfrescare la casa durante i giorni di caldo. Quando lo faceva accennava un sorriso in un modo strano. Quasi tristemente.
È chiaro che gli angeli dimostrino la loro età dalle ali, come gli alberi dalle loro cortecce. Ciò nonostante, nessuno sapeva che età avesse quell’angelo. Da quando era arrivato nella casa di Don José Ortiz Esmondeo, più o meno due anni prima, aveva lo stesso viso, lo stesso vestito, la stessa età indefinibile.
Non usciva mai, neanche per andare a messa la domenica. La gente del paese si era abituata a considerarlo come uno strano uccello celeste che viveva nella casa di Ortiz Esmondeo, rinchiuso come in una nicchia di una chiesa.
I ragazzi che giocavano sul ponte furono i primi a vederlo quando arrivò. Al principio gli lanciarono delle pietre, poi si spinsero fino a tirargli le ali. L’angelo sorrise e i ragazzi compresero dal suo sorriso che era realmente un angelo. Muti e timorosi, seguirono il suo passo posato, triste, quasi claudicante.
Entrò nel paese, con lo stesso camice, le stesse scarpe e con un berretto sulla testa. Con lo stesso aspetto di angelo umile e povero, con lo stesso sorriso misterioso.
Salutò con un gesto delle mani sporche, calzolai, sarti, falegnami, tutti gli artigiani che increduli interrompevano il lavoro nel vederlo passare.
E arrivò così alla fastosa casa di Don José Ortiz Esmondeo, circondato dalla gente curiosa del vicinato.
Donna Alba, la signora, aprì la porta.
— Sono un angelo povero – disse l’angelo. (altro…)

Tre poesie da “Princesse Amande” di Lucie Delarue-Mardrus

Lucie Delarue Princesse Amande copertinapiatta

Lucie Delarue-Mardrus (1874-1945), Princesse Amande
Traduzione di Emilio Capaccio, LietoColle 2017

 

Cheveux coupés

J’ai coupé mes cheveux afin que mon visage,
sous sa coiffure d’autrefois,
ne puisse me montrer la déchirante image
du temps aux implacables doigts.

En changeant de coiffure on croit changer de tête.
Il me semblera vieillir moins
sous la courte toison rejetée en tempête
où je puis enfoncer mes poings.

J’ai, de même qu’au temps où les belles prêtresses
sacrifiaient aux morts élus,
comme sur un tombeau consacré mes deux tresses
a ma jeunesse qui n’est plus.

 

Capelli tagliati

Ho tagliato i capelli perché il mio viso,
sotto la piega di una volta,
non possa mostrarmi la straziante immagine
del tempo dalle implacabili dita.

Cambiando piega sembra di cambiare testa.
Crederò di invecchiare meno
sotto il corto tosone rigettato in tempesta
dove posso conficcare i miei pugni.

Così come un tempo le belle sacerdotesse
sacrificavano le morti elette,
ho come su un sepolcro consacrato le due trecce
alla mia giovinezza che non c’è più.

 

Tempête

Toi si douce, si bleue au bout de tout chemin,
mer, tu n’es plus ce soir qu’une ombre qui déferle
dans l’orage couleur de perle.

J’entends au loin crier, la bouche à leurs deux mains,
les millions surgis de sirènes mêlées
de tes vagues échevelées.

Veux-tu de moi? j’irai jusqu’à toi, cette nuit.
Tes passions avec leurs dégâts et leur bruit
ne grondent pas plus que les miennes.

J’irai! Ce souffle rauque est celui qu’il me faut,
et vous vous souviendrez des râles de Sapho,
fureurs méditerranéennes! (altro…)

Mario Quintana, Poesie tradotte da Emilio Capaccio

Mário Quintana (Alegrete, 30 luglio 1906 – Porto Alegre, 5 maggio 1994) è stato un poeta, scrittore, giornalista, traduttore; uno tra i più amati artisti brasiliani. Soprannominato “il poeta delle cose semplici” per la capacità di fare della sua poesia una continua confessione autobiografica, traendo ispirazione dalle piccole cose quotidiane, pubblica i suoi primi versi, su una rivista di Porto Alegre, già all’età di tredici anni. Tra le sue raccolte più significative si ricordano: O Aprendiz de Feiticeiro (1950), Espelho Mágico (1951), Caderno H (1973), Apontamentos de História Sobrenatural (1976), A Vaca e o Hipogrifo (1977), Esconderijos do Tempo (1980), Baú de Espantos ((1986), Preparativos de Viagem (1987), A Cor do Invisível (1989), Velório sem Defunto (1990).

Come traduttore si devono a lui le pubblicazioni in lingua portoghese di oltre centotrenta opere, tra le quali: Parole e Sangue di Giovanni Papini, Alla ricerca del Tempo Perduto di Marcel Proust, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Lord Jim di Joseph Conrad.

Traduzioni di Emilio Capaccio

 

NO SILÊNCIO TERRÍVEL DO COSMOS

No silêncio terrível do Cosmos
Hà de ficar uma última lâmpada acesa
Mas tão baça
Tão pobre
Que eu procurarei, às cegas, por entre os papéis revoltos,
Pelo fundo dos armários,
Pelo assoalho, onde estarão fugindo imundas ratazanas,
O pequeno crucifixo de prata
— O pequenino, o milagroso crucifixo de prata que tu me deste um dia
Preso a uma fita preta.
E por ele os meus lábios convulsos chorarão
Viciosos do divino contato da prata fria …
Da prata clara, silenciosa, divinamente fria — morta!
E então a derradeira luz se apagarà de todo …

(O Aprendiz de Feiticeiro, 1950)

NEL SILENZIO TERRIBILE DEL COSMO

Nel silenzio terribile del Cosmo
Deve restare un’ultima lampada accesa.
Ma così tenue,
Così povera
Che cercherò, alla cieca, fra le carte sparse,
Sul fondo degli armadi,
Per la soffitta, dove staranno fuggendo immonde pantegane,
Il piccolo crocifisso d’argento
— Il piccolissimo, il miracoloso crocifisso d’argento
Che mi hai dato un giorno
Attaccato a un nastrino nero.
E per lui le mie labbra convulse piangeranno
Viziate dal divino contatto dell’argento freddo …
Dell’argento chiaro, silenzioso, divinamente freddo — morto!
E allora l’ultima luce si spegnerà del tutto …

 

(altro…)

Emilio Capaccio, poesie da Voce del paesaggio

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Inventatevi un oroscopo

Inventatevi un oroscopo. Qualità e tare ereditarie,
somiglianze con fratelli e sorelle.
Brevettate un modo di comunicare,
un sorriso indecifrabile.

Parlate dell’ambiente che vi ha ispirato,
del mare che vi ha affievoliti,
della montagna
che ha dato fibra e risolutezza.

E i venti diranno di avervi conosciuto
in luoghi che eternamente si contrastano,
dove le montagne
– lanterne antiche sull’acqua –
sono tutto quello che si acquisisce.
Il mare,
quello che si disperde!

 

*

Breve autunno

Una volta le foglie in assonnati moti cadevano.
Ora, uno dopo l’altro, si susseguono gli uragani.

Le mattine si congiungono alle sere.
I tenui pomeriggi dell’ora solare
staccandosi a metà arco del giorno
hanno lasciato un freddo nastro di oscurità.

Non c’è più il calmo fluttuare delle foglie
e per tingersi di giallo
non c’è tempo.
– Il tempo s’adegua al tempo che portiamo! –

Solo un rude strappare e un correre a un’altra
stagione.
Sotto gli archi ramati dei tigli del parco
non ci sono indizi di memorie.

Le foglie sono subito terra!

*

Chi mi aspetta

Vado con volto inapparente.
La casa è lontana.
È dove si nasconde il treno del ritorno.
Mi mobilita il tempo.
Mi dirigo come un fantasma.
A tratti, ad ogni istante,
appaio in posti più vicini
prossimo al risveglio.
La casa è sommersa
dove l’azzurro dell’arrivo cola altre tinture
e manda cartoline agli uccelli.
All’uscita della stazione una bimba
mi aspetta tutte le sere
su un manifesto sgualcito che dice:
«Scomparsa il 6 dicembre».
Mi sorride blandamente.
Pensa:
«Che stupidi! continuano a cercarmi
ora che è facile incontrarmi
in ogni preghiera!»

*

Storie sull’autunno

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole.

Non si vede più un cane per strada
un essere libero
di rovistare nell’immondizia
o sognante sotto i portici.

Non escono la sera.
Restano impressi sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia.

Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione.

La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori.

– La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia. –

Le foglie ancora incerte
non sanno
se andare a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale.

Io mi sono sbagliato.
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno!

*

L’attesa

C’è immobilità nell’aria.
Vegeta un nulla raggrumato
sulla carcassa del giorno.

Nel fogliame tra la pervinca
sfrega il ragno esili zampe
che intessono l’attesa.

*

Corrispondenza

Con calligrafia di solitudine
vorremmo scrivere lettere al Cielo
a un non ben definito companheiro
per parlare con lui da uomo a uomo.

Ma dopo il “Caro Gesù…”
e i nostri figli, che in altri nidi sono andati,
apponiamo una croce da analfabeta
sopra un’interminabile dormita.

 

Emilio Capaccio, da: Voce del paesaggio. Prefazione di Massimo Sannelli, Kolibris 2016