Emilio Argiroffi

Parola e Mito in Emilio Argiroffi. Di Maria Allo

Parola e Mito in Emilio Argiroffi

di Maria Allo

Mi rifugio in te
Isola parola
Cerco la strada
Ardua sul crinale del monte…

 

Emilio Argiroffi ha riassunto nella sua poesia l’aspetto pubblico di uomo impegnato e privato del fine dicitore di versi degli amati classici. Tutta la poesia di Argiroffi è poesia di mito e di luoghi mi­tici. Perciò a volte le sue composizioni sono ripetitive, hanno il sapore delle nenie e seguono un rit­mo incalzante come se tendessero a trasferire suoni e canti della Calabria in una metafora di fatti popolari. Ciò accade perché nella dimensione epica il passaggio delle persone evocate sia e diventi il passaggio di eroi, poiché tali essi sono sia nel positivo che nel negativo, così rappresentati nel ri­cordo di chi li ha conosciuti. Quando si è finito di leggere Gli usignoli di Botonusa rimane l’eco di sillabe dolci e sospiri, unita a echi lenti, lontani aritmici: è la storia, l’epos storico che risale. Il mito roboato sonoramente da tanti verseggiatori è fatto rivivere dalle cose e dai sentimenti, rinasce con­cretamente e dolentemente nel poeta, che porta con sé secoli e secoli. Una poesia popolata di capi­telli, di luoghi archeologici, di morti del passato di canti lontani, di echi biblici. Anche in Madrigale siciliano con alfabeti e tamburi si evidenzia l‘attenzione per il mito, Epicèdio per la Signora che si allontana dedicato all’amatissima madre Caterina Olga Argiroffi Raber, in La grotta di Endimione riprende il celebre mito del giovane che, per aver mancato di rispetto ad Era, dorme un sonno perpe­tuo in una grotta visitato da Selene che di notte lo bacia.

Parmenide

Parola del dio
Sonnecchia sotto l’olivo grigio
Di pietra
Il mare è d’argento e di lavagna
E il castello d’oro
Ha merli di sasso tra le nuvole
E stanze nere nella montagna
E radici infinite
Nel golfo dalle dieci falci
A palinuro…

Questa poesia si pone in bilico fra diversi piani temporali, creando un gioco di rimandi e di richiami non solo al passato in sé, ma anche all’immaginazione del passato, alle sue figure magiche che rivi­vono nelle crepe della modernità, che riaffiorano come fantasmi ancora vivi nella nostra contempo­raneità.

… Canti
Come ritorni
D’anni dispersi
Nella pioggia stasera
A bocale

La voce della poesia, il canto del poeta non può far finta di nulla, persino la luce della luna, a Boca­le, ne è stata contaminata, anche nel ritmo. La passione è il primo motore della poesia, una passione che spesso travalica in indignazione oppure s’impenna nei toni aspri, acri del sarcasmo. E allora alla pietà per le vittime, alla solidarietà per gli oppressi, si mescola l’invettiva, lo sberleffo, il sulfureo sogghigno per i tiranni di ieri e di oggi.

A volte i pupi sembrano
Uomini vere e donne di carne
Ma solo legni tarlati
Ballano su tavole sconnesse
La storia
Del dente per dente
Orlando furioso d’amore
Galopperà sulla luna
Per raccattare sassi neri
E frammenti di fiori di latta
Smarriti da distratti pellegrini

A prima vista, ingannati o affascinati dalla fluidità, dalla sonorità e dal ritmo dei suoi versi, si po­trebbe scambiare Argiroffi per un semplice poeta lirico effusivo. Certo la grande tradizione della poesia lirica, a cominciare da quella greca che, in lui, prima ancora di una acquisizione culturale sembra essere un connotato biologico, non gli è estranea: Argiroffi è poeta colto, anche se riesce a mascherarlo con grande disinvoltura.

Accanto alle citazioni antiche come il frag. 105 di Saffo

Saffo_frammento

[trad. di Salvatore Quasimodo:

Come la mela dolce rosseggia sull’alto del ramo,
alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.
No, certo non la scordarono: non poterono raggiungerla.]

o Pianto de la  madonna  de la Passione del Figliolo Jesu Cristo di Iacopone da Todi, o anche Emiky Dickinson 1862, lettera ai coniugi Holland, Argiroffi pone il frasario quotidiano con il suo linguaggio retto e colloquiale, accanto ai personaggi del mito pone quello dei fumetti, della cronaca, come l’appello al Governatore dello Stato dell’Indiana del poeta spagnolo Rafael Alberti, poeta dell’impegno civile, simbolo dell’antifranchismo per chiedere la grazia per Paula Cooper, la sedi­cenne di colore condannata alla sedia elettrica per omicidio.

Alberti_testo

Ma il poeta vuole andare oltre il quotidiano, oltre l’effimero del tempo, vuole spezzare la catena dei morti, senza tuttavia che in ciò vi sia un approdo stancamente religioso, dove le morti avrebbero una spiegazione scontata e ritualistica. Tutto questo testimonia il coraggio di chi guarda la realtà senza gli infingimenti retorici delle convenzioni chiesastiche. Argiroffi non ama gli uomini politici, pur essendo egli uno di loro. E ciò appare una contraddizione perché a leggere i suoi versi, gli uomini politici non amano la poesia. Ma egli non è soltanto un uomo politico, è soprattutto un poeta. «Non so che effetto hanno avuto i suoi discorsi sui senatori dell’emiciclo di Palazzo Madama, ma sono certo che se egli avesse parlato in versi, ne avrebbe scosso almeno l’apatia», dice di lui Antonio Spi­nosa.  Prendendo avvio da motivazioni percettive, il polo tematico si configura come punto di riferimento di un procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati che hanno il lo­ro significante nella duplice sfera del privato e dell’inconscio collettivo. Il linguaggio estremamente colloquiale che Argiroffi utilizza lungo l’intero arco dell’avventura poetica esprime una significa­zione in bilico, a metà strada, e in termini di forte efficacia espressiva tra rimembranza, si diceva, e realtà: ne consegue una forte tensione spirituale verso le vittime della Storia, e al con­tempo una im­plicita condanna del protagonismo della storia stessa.

Non una lacrima si vide
Nel mare
Il dolore è chiuso
Nello scrigno di pietra.

È come un lavacro primitivo, nelle turbolenti acque di un fiume in piena. E c’è di tutto in quelle ac­que: ciuffi di erba strappata ai margini, fiori morti, tronchi d’albero. Poeta della parola e dell’immagine, trasferiva nei disegni le impressioni della realtà coniugando in modo sorprendente nei suoi versi splendide metafore con temi sociali. Argiroffi, come dice Dario Bellezza, appartiene a un tipo di cultura in cui la diversità e l’emarginazione non solo sono un fatto sociale ma anche un fatto sacrale, poiché il profondo ideale di questo poeta va ravvisato nell’adattarsi alla classe sacra del povero, inserirsi nel suo essere, dove sposando il partito della diversità viene considerato come primogenito l’uomo del negativo.

«In realtà io ho lavorato per lunghi anni in un posto della terra tuttora condannato alle stigmate e al­le violenze dell’ancestrale, dove bisogna piegare le presunzioni accademiche a uno spessore etnico dell’ambiente nel quale vanno inventate operazioni d’intervento tanto lontane dalle grammatiche della scienza da obbligare a ruoli sciamanitici».

Argiroffi era poeta e medico, aveva costruito la sua vocazione sociale e il suo impegno civile a fian­co delle raccoglitrici di ulive della Piana, a fianco dei poveri e aveva collocato tali casi a fianco dei diseredati del Sud America, aveva elevato a misura universale i dati della sua esperienza quotidiana, così come Pirandello coniugava i casi della Sicilia con la dimensione europea di Bonn.  Come l’esistenza di Orfeo è popolata di belve, di serpenti, di leoni, così lo è anche la poesia di Argiroffi. E del resto una delle sue precedenti raccolte, non poteva avere titolo più esplicito, mi riferisco a I grandi serpenti miei amici. I serpenti sono ancora nel mito del tulipano e ne sono i protagonisti.
Da I grandi serpenti miei amici, che fu la prima raccolta poetica, a Le stanze del Minotauro, fino al­le ultime raccolte, egli ha trasferito nella parola il barocco quasi sfinito e struggente della sua origi­ne siciliana, il senso della morte che nel barocco si annida nella dimensione europea. Ne I grandi serpenti esiste qualcosa d’altro: una dimensione asiatica, il mito non solo greco ma indoeuropeo, come ne Le stanze del Minotauro. Sono le due raccolte che amo di più. Il rapporto col mito è lì in­tenso e carico di allusivi significati, indaga nell’inconscio individuale e collettivo, giunge nel sotto­suolo per riemergere nella realtà putrefatta a tratti ma rinnovata da quel sentimento civile che era il Leitmotiv preciso del riscatto individuale e collettivo.

Figlio
Decidi di andar via
Lo so
Ma non dimenticare il pane
Da spezzare all’ingresso
E il vino non scordare
Da versare
Un sorso per la vita nuova

La memoria poetica di Argiroffi segna la fine di un’epoca, di una civiltà e, in questo crollo, anche le categorie di ordine, di bellezza, di memoria sono destinate a bruciare e a dissolversi, come ne I po­meriggi d’inverno:

I pomeriggi d’inverno

Nella pianura
Ad ascoltare il fiato
Dei simulacri d’argilla
Che affiorano dalla città sepolta
Sotto la foresta
D’argento e di pece degli olivi
Il tempo è bianco di nebbie
Tutto si è spento
Negli abissi
Il fragore di scudi
I tamburi che calarono
Lungo la via sacra del crinale
Il tinnare dei timpani d’epizefiri
Le tube di guerra
Gli zoccoli dei cavalli d’arabia
Il cozzare di daghe
Il vociare accaldato
Dei mercanti d’oriente
Il bramito dei cervi reali
Il chiocciare dei tacchini selvatici
Il grugnito dei cinghiali
L’ululato dei lupi di roghùdi
Le invocazioni d’aiuto dei bimbi sepolti…

Parlando di morte, il poeta celebra la vita, descrivendo la strage di Punta Stilo fa intuire un acuto struggimento per albe bagnate o per paesaggi assolati.
Se questo è il timbro, la temperatura della sua poesia, essa si materializza in costruzioni verbali spesso ardite, qualche volta addirittura spericolate. Queste composizioni sono tagliate per lo più in strofe brevi che si inseguono, s’incalzano con un ritmo ossessivo, che può rastremarsi nella secca scansione di singoli vocaboli, ma per riprendere subito dopo il suo andamento vorticoso, incalzante, e in questo delirio verbale s’insinuano metafore scintillanti, echi di varie culture.La solarità della poesia rispondeva all’elemento greco della sua condizione di poeta, l’oscurità del mito asiatico alla dimensione globale mediterranea della sua natura.
La grazia della sua poesia, come dice Roberto Pazzi, è sospesa fra una tensione pedagogica di natu­ra morale e una resa dell’incanto della bellezza di natura estetizzante.
E nei versi d’amore, Valpadana e Io ti amo, la rutilante ricchezza delle immagini e delle metafore sul filo di un retrogusto dannunziano.

Io ti amo

Dunque
Il pensiero
Turgido penetrante

Cigolante
Gòmena di filibuste
Nelle nebbie

Sulla tolda
Il trinchetto
L’olandese vola
Nei venti della fantasia

Turgidi capezzoli di polene
Fendono ignoti oceani

Il desiderio
Rotola dalla montagna

Ma tu t’arrovelli
Sui minacciosi scheletri
Serrati nel tabernacolo
Dei comandamenti

E la mia carne
Grida…

Si direbbe che in Argiroffi convivano due anime: una solare, mediterranea; l’altra lunare e notturna. Lo sforzo costante e spasmodico era quello di riportare tale contraddizione nella lingua e nella paro­la, e di renderla feconda. La poesia di Argiroffi non è poesia regionale, ma piuttosto universale. E proprio questa sua universalità induce il poeta a immergersi sul terreno affascinante della magia e della speranza.

L’angelo necessario

E verrà l’angelo
Perché egli è necessario
Perché l’angelo è già qui
Dentro di noi

Basterà che ciascuno
Spieghi le ali
Con un gesto d’amore
Con una parola
Con un sorriso…

© Maria Allo

Emilio Argiroffi (Mandanici, 1922 – Taurianova, 28 maggio 1998) è stato un medico, poli­tico e poeta italiano. Senatore del Partito Comunista Italiano per tre legislature; relatore del­la legge sull’inquinamento da rumore e sulla istituzione de­gli asili nido; sindaco di Tauria­nova dal 1993 al 1997. Autore di numerose raccolte di poesie; premiato al Premio Stre­ga; vincitore di numerose rassegne regionali e nazionali.

Emilio Argiroffi, poeta corale e visionario – di Maria Allo

Emilio Argiroffi . Foto di Marcellino Radogna

Emilio Argiroffi . Foto di Marcellino Radogna

 

Emilio Argiroffi, poeta corale e visionario

di Maria Allo

 

Risalire la fiumara del nuovo cammino
l’aspra fiumara del destino

E. Argiroffi

 

Dice di lui Maria Luisa Spaziani: «uomo politico inesauribile parlatore, brillante narratore conviviale, amante delle sorprese e dei paradossi, e lettore raffinato di quanto di meglio vi sia da leggere.»
Avevo poco più di vent’anni quando conobbi personalmente Emilio Argiroffi, in occasione del Premio Casentino, a Poppi (Arezzo), presieduto da Carlo Bo.
Ricordo che appresi delle sue origini siciliane e ne fui piacevolmente sorpresa soprattutto quando scoprii di conoscere un suo cugino omonimo, di Mandanici (Messina).
Ebbi la fortuna di entrare in amicizia con lui, stabilimmo anche un rapporto epistolare e in quel periodo incominciai a raccogliere segretamente i miei versi in un fascicoletto. Da allora divenne il mio maestro, ricco di insegnamenti e di umanità. Custodisco gelosamente le copie omaggio delle sue pubblicazioni con la dedica dalla grafia svolazzante, decisamente fuori moda nell’era digitale, a metà fra il segno e la scrittura, il graffito, il disegno e la secentesca missiva e mi lascio contagiare ancora, come allora, dal magma incandescente dei suoi versi.
Un percorso di vita emblematico quello di Emilio Argiroffi, cuore di cantastorie, dalla ricchissima produzione in versi all’impegno civile, una delle figure più alte della poesia italiana della seconda metà del  Novecento.
Siciliano dagli echi tomasiani per nascita (Mandanici, 2 Settembre 1922) e derivazione etnica, inseguito da rovelli mitteleuropei per parte di madre, calabrese per adozione rivoluzionaria (Taurianova, 28 Maggio 1998). Si trasferì in Calabria nel 1949. Umanista, poeta, pittore, autore di numerose raccolte di poesie per le quali ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, fu anche finalista al Premio Viareggio con la silloge I grandi serpenti miei amici (Casa del libro); medico molto amato e apprezzato, soprattutto dalla povera gente, dai braccianti agricoli, per i quali c’era sempre. Ha curato la regia di venti brevi documentari sui paesi della provincia reggina. Senatore del Partito Comunista Italiano per tre legislature, fu relatore della legge sull’inquinamento da rumore e sulla istituzione degli asili nido  pubblici, strumento importante, questo, che consentì a milioni di italiani di poter garantire un’educazione pubblica ai propri figli – nell’Italia di quel periodo erano in pochi a poter permettersi di dare istruzione ai propri bimbi. Argiroffi fu sindaco di Taurianova dal 1993 al 1997. Tutti, anche gli avversari politici, riconoscevano l’estensione della sua cultura, la consistenza umana dei suoi contenuti, la determinazione con cui si dedicava alle battaglie per l’affermazione dei diritti umani, per il riscatto del mezzogiorno e per affrancare l’uomo dalla misera e dalle dittature.
Come disse Giuseppe Neri, nella prefazione di una sezione della silloge Gli usignoli di Botonusa, una poesia come quella di Argiroffi non genera dal nulla, ma ha dietro di sé l’esperienza di Majakoswki, di Paul Éluard e delle avanguardie storiche che seppero infondere nuova linfa, nuova vitalità a un discorso consunto.
Da I grandi serpenti miei amici, che fu la prima raccolta poetica, a Le stanze del Minotauro, fino alle ultime raccolte, egli ha trasferito nella parola il barocco quasi sfinito e struggente della sua origine siciliana, il senso della morte che nel barocco si annida nella dimensione europea.
Ne I grandi serpenti esiste qualcosa d’altro: una dimensione asiatica, il mito non solo greco, ma indoeuropeo, come ne Le stanze del Minotauro. Il rapporto col mito è lì intenso e carico di allusivi significati, indaga nell’inconscio individuale e collettivo, giunge nel sottosuolo per riemergere nella realtà putrefatta a tratti ma rinnovata da quel sentimento civile che era il leit-motiv preciso del riscatto individuale e collettivo.
Alla fine del suo viaggio ne Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, poema postumo, summa poetica della sua ricca produzione in versi, con introduzione di Walter Mauro, Argiroffi ammette che la ricerca della verità è irraggiungibile perché la mente è corrosa dal dubbio, dall’eterno divenire, dall’ansia del divino. La vita non è altro che un andirivieni nella ricerca delle verità.
Ma «ciò che conta, in definitiva, è ritrovare in sé il canto degli usignoli, come accade a me di udire sui fitti rovi del piccolo torrente di Botonusa. Forse ciascuno di noi li ha ascoltati, almeno una volta, altrimenti – io credo – prima o poi li ascolterà, quando meno se lo aspetta» (E. A.).
Nelle sue liriche, come in un gioco di luci e di  ombre, rivivono infatti miti capaci di intercettare la voce degli umili e degli oppressi, dei dimenticati, così come la dimensione onirica che s’intreccia al realismo degli aspetti viscerali della vita e dell’uomo, in una perfetta sintesi dove parola e impegno civile furono un tutt’uno.

Mi rifugio in te
Isola parola
Cerco la strada
Ardua sul crinale del monte
[…]

Quando si è finito di leggere Gli usignoli di Botonusa rimane l’eco di sillabe dolci e sospiri, unita a echi lenti, lontani aritmici: è la storia, l’epos storico che risale. Il mito roboato sonoramente da tanti verseggiatori è fatto rivivere dalle cose e dai sentimenti, rinasce concretamente e dolentemente nel poeta, che porta con sé secoli e secoli (A. Piromalli).
Le Pescatrici del Piano delle Fosse di Argiroffi, pubblicato postumo da Città del Sole, arricchito da un dvd-documentario sul poeta, realizzato dal giornalista televisivo Paolo Bolano, colloca l’uomo, il poeta e la sua opera su un livello più generale e universale di valori condivisi, elevandoli a esempio di integrità morale e impegno civile. Si rivela ancora vivo e attuale in quanto il poeta urla e denuncia i mali di questo e di tutti i precedenti secoli, e indignato leva la propria voce a sostegno di tutti coloro che attualmente, come qualche anno fa nel mondo descritto dal poeta italiano, rimangono muti e ignorati, battuti e beati martiri del nuovo sistema.
Tutta l’opera di Emilio Argiroffi è costruita su uno stile libero, senza punteggiatura, con l’uso della maiuscola all’inizio di ogni verso e la minuscola dei nomi propri. Il linguaggio poetico, calibrato nell’uso dei termini, con ripetuti enjambement, è talvolta più narrativo quando vengono affrontate tematiche scottanti o evocati personaggi di un certo rilievo.

[…] la vendetta non ha compagni di strada
nel duro inverno d’aspromonte
la pietra rotola rossa
di braci infinite
nel mare viola di stesicoro
che lambisce radici di meli cidoni
e d’uve mantoniche
e quiete onde
tiepide di scirocchi
dove si specchiano
i rami grevi dei frutti
dei grandi olivi grecanici
[…] casolari
dove si consumarono
infinite generazioni di sofferenze
partenze […] per sorde megalopoli di ferro
dalle quali non si torna
[…] in un presente
figlio bastardo di un passato
abitato da serpentila vendetta
non ha compagni di strada.

Ne Gli usignoli di Botonusa il polo tematico della memoria, prendendo avvio da motivazioni percettive si configura come punto di riferimento di un procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati che hanno il loro significante nella duplice sfera del privato e dell’inconscio collettivo. Il linguaggio estremamente colloquiale che Argiroffi utilizza lungo l’intero arco dell’avventura poetica esprime una significazione in bilico, a metà strada, e in termini di forte efficacia espressiva, tra rimembranza, si diceva, e realtà: ne consegue una forte tensione spirituale verso le vittime della Storia, e al contempo una implicita condanna del protagonismo della storia stessa (Walter Mauro).
A pagina 29 della straordinaria silloge Gli usignoli di Botonusa e incastonata come una gemma rossa di passione e di sangue, si trova questa poesia dal titolo inquietante, Il grido della vendetta, che può essere considerata la sintesi delle varie tematiche di cui si nutre l’intera opera di Argiroffi: la bellezza aspra e dolce del mitico mare viola di Stesicoro, che accarezza le brune rocce aspromontane come se volesse levigarne le asperità e scoprirne il mistero, i venti del deserto che corrono sulla “sua” piana ricca di ulivi grecanici dove ogni suono e parola che giunge da tempi sconosciuti e remoti dove l’ululato del lupo, il sibilo del serpente incontrano la voce del mare.
Poesia corale dei protagonisti della storia, poesia degli ultimi e delle vittime, ma anche quella del Poeta Veggente il cui sguardo oltrepassa il presente della  storia e lo ripercorre su binari paralleli.
È così che il Poeta sente e vede la sua terra di adozione, quella che ha scelto per vivere e lavorare, la piccola comunità di Taurianova che guarda al mare degli eroi antichi che vi approdarono e di quelli moderni che per fame e disperazione ne fuggirono.
In altro luogo (p. 295 de La grotta di Endimione) dirà:

questa Taurianova
risorta su ceneri e suoni millenari
tra fanghi e rovi impigliati di cento miti
di mille melodie di usignoli
[…] signora dell’antico fiume
dove s’immerse oreste il matricida
[…] dove omero ancora risuona
nelle parole dei vinti
[…] Taurianova signora della piana
è terra di pallade atena
fu qui ch’ella colpiva il suolo con la lancia
ad ogni colpo sorgeva l’ulivo
il grande ulivo gigante
[…] qui fu toante
sposo della regina ipsìpile
qui visse ifigenia
sacerdotessa di artemide […].

Le sue liriche non hanno i toni giambici di Archiloco di Paro, ma quasi quelli della ballata, vibranti tutti di un pathos profondo che dà al verso un andamento spondaico e spesso “colloquiale”,  nonostante la finalità palese di un’accorata denuncia.
A pagina 34 de Gli usignoli di Botonusa si legge:

figli dell’uomo
lasciate che vi chieda
che ne sarà dei bambini
essi sono muti nel dolore
nessuno è più solo di loro
nel mondo in cui viviamo
nel deserto dei mondi
voi che cosa avete fatto
cosa state facendo
perché il loro cuore
non sia trafitto ancora
essi non chiesero di nascere
non chiesero ad alcuno di morire
tendete la mano a uno di loro
a uno soltanto
vi imploro
a uno soltanto.

Versi di protesta che poi si fa accorata preghiera d’amore, perché per il Poeta solo l’amore può salvare gli innocenti, i senza-voce, da un futuro di sopraffazione e di aberrazione. Per dire infine che la sorte dei diseredati di Taurianova e di tutto lo “zoccolo aspromontano” non motivò soltanto l’azione politica di questo moderno aedo loricato, immenso come un Aiace forte e leale che non lotta per sé, bensì per il bene degli altri, ma costituì la fonte primaria della sua poesia, il cui principale merito è quello di avere effettuato coi suoi splendidi versi la compenetrazione profonda del suo pragmatismo socio-politico nel mondo fantastico, mitico e solo apparentemente lontano del dolore umano. Il linguaggio colto, l’alta ispirazione, la potente immaginazione e la finalità umanitaria fanno della poesia di Emilio Argiroffi quanto di meglio sia stato scritto dal decadentismo in poi.

Non una lacrima si vide
Nel mare
Il dolore è chiuso
Nello scrigno di pietra
[ …]

Dice Nantas Salvalaggio «È come un lavacro primitivo, nelle turbolenti acque di un fiume in piena. E c’è di tutto in quelle acque: ciuffi di erba strappata ai margini, fiori morti, tronchi d’albero.»

Nell’autunno del golfo
Quanti azzurri
Giulia
E le parole d’Ovidio.

La solarità della poesia rispondeva all’elemento greco della sua condizione di poeta, l’oscurità del mito asiatico alla dimensione globale mediterranea della sua natura.

Siamo giunti alla meta
che ricercavamo
La città segreta
nelle grotte che nessuno
esplorò
[…]
Abbiamo concluso
il lungo viaggio nell’erta fiumara […].
Io non morrò
Tiranno
Io sono ancora il dubbio e la giustizia
sorgo dalla mia cenere
Il cuore di cantastorie si è fermato, ma non la sua parola.

(da: “Le azzurre sorgenti dell’Acheronte”, Città del Sole Edizioni)

 

© Maria Allo

 

Stato di edizione delle opere

È stata pubblicata postuma nel 2007 dal Rhegium Iulii, noto e attivo circolo culturale di Reggio Calabria, l’ultima fatica letteraria di Emilio Argiroffi, intitolata Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, Città del Sole Edizioni  e, prima della scomparsa della sorella Maria, anche un Compendio delle opere letterarie di Emilio Argiroffi.
A Palmi, presso la Casa della Cultura “Repaci” si è tenuta lo scorso gennaio la cerimonia di consegna delle opere di Argiroffi il cui valore economico supera il milione di euro fra dipinti, statue, specchi e oltre duemila volumi risalenti al 1500 e al 1700, opere che, per volontà della sorella Maria recentemente scomparsa, saranno a disposizione della collettività.

http://www.ilgiornaledellapianadigioiatauro.it/Taurianova%20-%20Emilio%20Argiroffi%20nell’Olimpo%20della%20grande%20Poesia%2002.htm

 

Bibliografia

.

Opere di Emilio Argiroffi

I grandi serpenti miei amici, Reggio Emilia; Roma: Casa del libro,  1981

Epicèdio per la signora che si allontana – trilogia poetica / Emilio Argiroffi, Rosarno – Centro studi medmei 1985

Il cimento della parola sconosciuta, Ediz.Laruffa, Reggio Calabria

Gli usignoli di Botonusa, Soveria Mannelli: Rubbettino, stampa 1991

Trenodia per la morte di Abele, ovvero Alò qui Marcinelle, Reggio Calabria:  Laruffa, stampa 1996

.

Testo monografico

Emilio Argiroffi, Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, a cura del Rhegium Julii, Ravagnese: Città del Sole, stampa 2006

.

Saggistica

Madrigale siciliano con alfabeti e tamburi, Reggio Calabria 1998. Con dedica a Leonida Rèpaci

Compendio delle opere letterarie di Emilio Argiroffi,  Isabella Loschiavo

1968-83 N.400 interventi parlamentari (Disegni di Legge, discorsi in aula e in commissione igiene e sanità, pubblicati negli atti del Senato e nelle edizioni del gruppo senatoriale P.C.I.

Emilio Argiroffi, da una lettera del 1992

Emilio Argiroffi, da una lettera del 1992