Emiliano Ventura

Emiliano Ventura, Intervista a Sotirios Pastakas

Sotirios Pastakas, foto di ©Dino Ignani

La poesia è la più aristocratica delle arti».
Intervista a Sotirios Pastakas

di Emiliano Ventura

 

Sotirios Pastakas è uno dei maggiori poeti greci, la sua opera è tradotta in molte lingue (quindici) ed è apprezzata in varie nazioni e continenti; la sua raccolta Trilogia (Food Line) è stata tradotta negli USA nel 2015. Nello stesso anno gli è stato assegnato il premio Annibale Ruccello. La sua opera poetica viene edita in Italia dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzhaimer 2017. Per le prestigiose edizioni dei Quaderni del Bardo (Lecce, 2018), esce la raccolta Jorge; mentre Monte Egaleo, forse la più saccheggiata, è del 2009. Pastakas è anche psichiatra, attività che ha svolto per decenni e che inevitabilmente si riflette sulla sua opera. Nello svolgere un lavoro critico sulla sua poesia ha avuto la cortesia di farmi leggere alcuni suoi racconti editi e tradotti anche in italiano. Queste prose appartengono alla raccolta, Il Dott Ψ e I suoi pazienti, pubblicato nel 2015, da “Melani” editore, Atene. Più che racconti sarebbe meglio definirli “piccoli poemi in prosa” (come le prose di Baudelaire), è come se fosse rimasto fedele al dettame del poeta francese “sii sempre poeta anche in prosa”. Questa breve intervista è debitrice alla sua poesia ma anche ai piccoli poemi che ci ha donato.

1.D) Cosa si prova ad usare la stessa lingua di Omero, Esiodo, Eschilo, soprattutto ad essere capiti usando quella stessa lingua? (non è proprio così ma semplifico per rendere l’idea). Come se io potessi usare il latino, la nostalgia del latino, ed essere compreso da tutti senza sembrare nostalgico, elitario o pazzo. Il greco è una lingua senza nostalgia?

1.R) Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato ad usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

2.D) Oltre ad essere poeta sei autore di alcune prose, tra queste volevo chiederti di tornare su Allen Ginsberg, il mio Babbo Natale. Qui racconti del tuo viaggio in autostop a Spoleto per ascoltare Allen Ginsberg, nel ‘75. Un evento che non ti piacque perché suonava un aerofono e non ti fecero fumare. Mentre lo avresti apprezzato, anni dopo, nel ’79 al festival di Castelporziano, quando calmò i tafferugli del pubblico con la recitazione delle sue poesie, l’Om e l’accompagnamento musicale. Volevo chiederti una testimonianza su quell’evento del ’79, il secondo momento traumatico per la poesia italiana, il primo è l’omicidio Pasolini. Dopo questi fatti la poesia italiana si chiude nell’autoreferenzialità, è divenuta ancor più elitaria perdendo la capacità, o volontà, di essere popolare.

2.R) «In our sleep, which cannot forget falls drop by drop upon the heart until, in our own despair, against our will, comes wisdom through the awful grace of god». [Nel nostro sonno, che non può dimenticare, goccia a goccia cadente sul cuore finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, arriva la saggezza, come una terribile grazia di Dio]. Parole di Robert Kennedy per la morte di Martin Luther King, sono i versi 179/183 tratti dall’Agamennone di Eschilo, il poeta più amato da Kennedy. La cultura Italiana non ha potuto piangere Pasolini. Un processo di lutto necessario per andare avanti, ci sono state reazioni sentimentali vuote di senso, di fatto nulle. Se Pasolini fosse stato pianto veramente a suo tempo avremmo avuto un’altra cultura, un’altra poesia, forse, in Italia. La negazione del lutto ha creato tutta questa poesia da pettegolezzo condominiale, caro alla Commedia all’italiana, ma non alla poesia alta di Sereni, Saba, Penna. La rimozione poi del Festival di Castelporziano ha creato mostri di rappacificazione. Poeti italiani, anziché aprirsi al mondo si sono rintanati nella piccola Italia di Arbasino. Dimenticando il giorno dopo Yevtushenko, Tomas Gorpas, Gregory Corso, Amelia Rosselli, cito apposta nomi a caso dei partecipanti, per far capire che Castelporziano e stato un momento magico per il pianeta terra e non solo per l’Italietta di Fantozzi. Io partecipo a vari festival poetici in Italia e fuori, quello che non mi convince, nei poeti italiani, è il modo di recitare i propri versi: leggono tutti inspirando la voce, lì dove dovrebbero aspirare, mi fanno pena veramente, per dirne una… Come si fa, caro mio, a porsi di fronte a un pubblico popolare recitando da improvvisato Memè Perlini?

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Su “Dire” di Fabio Michieli (di Emiliano Ventura)

DIRE di Fabio Michieli (ed. 2019)

di
Emiliano Ventura

 

Anche l’essere lettore è soggetto al karma, il mio è in uno stato di grazia, evidentemente, visto il cospicuo numero di bei libri in cui continuo a imbattermi. Una spiegazione più prosaica sarebbe ricondurre il fatto a una acquisita e raffinata capacità di selezione, ma sarebbe pur sempre una spiegazione prosaica. Così come per la scrittura, anche per la lettura è giusto parlare di uno stato di grazia, questa è infatti un’attività tutt’altro che passiva, contrariamente a quanto si crede. Dopo un’ottima lettura il pensiero tende all’astrazione e all’argomentazione, si schiarisce alquanto l’ombra dell’idea (direbbe Bruno); e la conseguente azione è diretta, pulita, raramente imprecisa. Come se lo stile poetico ‘provocasse’ un’azione dalla precisione chirurgica, da ricondurre lo stilo che incide la parola.
Questo accade dopo la lettura di Dire, la raccolta poetica di Fabio Michieli che L’arcolaio riedita in questi giorni (2019) in una nuova veste. È raro trovare una poesia che sia al contempo giusta misura e leggerezza; ciò che è troppo leggero sfugge via, così come ciò che troppo pesa cade e Michelstaedter ci ha insegnato che “il peso pende”:

seppi volare un giorno questo cielo:

distesi le ali in sogno-[1]

Si noti la doppia leggerezza, e la maestria, del verso “distesi le ali in sogno”. Per Dire di Michieli sarebbe meglio parlare di leggiadria, di sottile eleganza del verso, più distici che terzine o quartine, un dire che vuole farsi aforisma; ci sono filtri alla voce poetica e sono dettati dal corsivo alternato, dalla pagina bianca e da Euridice stessa. Siamo abituati a ‘sentire la voce’ di Orfeo mentre Michieli lascia dire alla seconda voce del mito. Non si può evocare Orfeo senza ritrovarsi in compagnia di Édouard Schuré, Angelo Poliziano e Dino Campana, eppure le atmosfere di Michieli non sono infere ma acquoree, la presenza di Venezia si attesta nell’idea di maschera e di carnevale, appaiono anche le gondole.
È leggiadro questo Dire perché tanto ricorda quel dantesco “Poscia che amor m’ha lasciato”, anche per il pathos, dall’amore al lutto, è necessario sia anche ethos. A un corretto sentire corrisponde un corretto agire, ecco la leggiadria dantesca; solo così amore che mi ha lasciato potrà tornare da me, ora che ne sono degno.
Ci si aspetterebbe, da un poeta contemporaneo, un agone in atto con il mondo, mentre Michieli trova la misura in sé, e se agone c’è stato è più interiore che esteriore. (altro…)

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas, di Emiliano Ventura

Corpo a corpo con Sotirios Pastakas

di
Emiliano Ventura

Sono passati molti anni da quando Mario Luzi mi parlava di Kostantinos Kavafis; oggi è Isabella Vincentini a parlarmi della poesia di Sotirios Pastakas; è sempre un poeta italiano, o una poetessa, a condurmi verso la Grecia.
Il maggior poeta greco è venuto a Roma, il 29 giugno scorso, per un incontro-lettura sulla sua poesia, introdotto da Elio Pecora e Marinella Linardos della Comunità ellenica di Roma.
Si registrano le solite, attese, defezioni. Mentre l’accademia è intenta a costruire carriere sull’algoritmo di indicizzazione, la stampa italiana si bea dei suoi maestri (Biagi, Montanelli, Barzini) senza capire che chi cerca ancora maestri rimane per sempre allievo. Nessuno presta attenzione all’evento di poesia greca, e non solo, lo si lascia passare inosservato senza un riscontro adeguato, opportuno, dovuto, mentre si celebrano le chiacchiere e le cronache sentimentali dell’ultimo letterato à la page. Fortunatamente risponde il pubblico dei cultori, degli appassionati e amanti della poesia.
Conto i decenni da cui un incontro con un grande poeta non fa notizia, una ventina dall’indifferente accoglienza delle Operette morali, una quindicina dal processo a I fiori del male. Eppure la modernità agonica del poeta si declina da quei nomi da due secoli. In questo il Corpo a corpo di Pastakas non fa eccezione, ma gode di ottima compagnia.
L’incontro è stato organizzato grazie alla volontà di Isabella Vincentini e di Marinella Linardos (comunità ellenica di Roma), dalla disponibilità di Pastakas e dalle comuni risorse personali. In Italia le cose migliori vengono sempre fatte dalla volontà dei singoli, finché ce ne sono, e non più dalla responsabilità delle istituzioni, ma tant’è, ne dobbiamo prendere atto con attonita lucidità.
Elio Pecora è in gran forma nel presentare la poesia di Pastakas, ci racconta delle cinquanta poesie perfette di Sandro Penna, mentre il poeta greco, da par suo, non si risparmia nella lettura in greco della sua opera e ricorda la necessità di Walt Whitman di esprimersi in versi liberi. I due poeti sono legati da amicizia ed Elio Pecora è stato particolarmente generoso, sia nei commenti che nel fornire nuovi spunti di letture e approfondimenti.
L’evento, al Book store del Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, supera le due ore senza che nessuno se ne accorga, grazie alla poesia ironica, quotidiana, ma così enormemente straripante di vita vissuta.
Sotirios Pastakas parla perfettamente italiano, ha studiato a Napoli e a Roma, ha vissuto a lungo in Italia e ha iniziato prima come traduttore dei nostri poeti, Penna, Sereni, Pasolini, Saba. Solo in un secondo momento è nata la sua poesia che oggi è tradotta in dodici lingue.
Mentre Einaudi pubblica le poesie di Eugenio Scalfari, la poesia di Sotirios Pastakas viene edita dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzheimer (Inedito).
Egli stesso si definisce «psichiatra fallito alcolista»[1] e afferma: «Sono cattivo e lo sapete tutti […] sono un felice uomo cattivo».[2] Il sorriso di Aristofane mentre scrive, ne Le rane, l’agone tra Eschilo e Euripide deve essere stato simile a quello di Sotirios mentre legge e commenta le sue poesie, non credo sia solo un personale pregiudizio filologico, ma una semplice affinità somatica.
Scrivere di un poeta contemporaneo, che abbia solo trenta anni di poesia alle spalle, consegna inevitabilmente pochi strumenti critici su cui fare affidamento, una ancor meno nutrita storiografia. (altro…)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza (rec. di Emiliano Ventura)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza. Prefazione di Sotirios Pastakas. Postfazione di Elio Grasso, La Vita Felice 2018

Isabella Vincentini ha da poco pubblicato una raccolta poetica dal titolo Il codice dell’alleanza, edizioni La Vita Felice (2018). Bisogna esserle grati, in quanto Isabella ha scritto un libro necessario, come pochi altri, ha tracciato la via per una cura, il codice di Vincentini è salutare.
Partita dal mito modernismo della scuola di Giuseppe Conte, lo ha totalmente superato nella fusione tra logos e mythos; la sua poesia gioca una partita essenziale, è il pensiero e il fondamento europeo più autentico ad essere in ballo, è attestato il destino ettorico della sconfitta, ma è consapevole di aver affrontato Achille.
La Gloria che si fa memoria e canto, una qualità della luce, si ottiene dalla perdita senza sconfitta: «Io Ettore e mai Achille, io sconfitta sulle mura di Troia,/ io nel Tartaro a cercare la luce, io “maniacale”,/ io paziente, tu dottore, tu…»
Mai come in questa raccolta la poesia si fa cura e salvezza, consapevole che dove finisce la poesia inizia la preghiera (lo attestava anche Mario Luzi) «dentro il piccolo astuccio c’è la preghiera?/ Mezuzà, preghiera…/cosa c’è scritto nella preghiera?».
Prima dell’incarnazione di Cristo la salvezza appartiene alla filosofia, alla cura dell’anima, così come per la prima volta la vede Socrate, nelle sue ultime parole un rito di ringraziamento ad Asclepio “dobbiamo un gallo ad Asclepio”, ovvero “sto per morire ma la filosofia ha salvato la mia anima e ringrazio il dio per avermi guarito”. Vincentini non dimentica di citare Epicuro :«Vano è il discorso di quel filosofo che non cura le passioni dell’uomo», ci ricorda proprio la prossimità tra medicina e filosofia, ci si ritrova nella familiare tradizione stoica, da Zenone a Marco Aurelio, passando per Epitteto e Seneca.  «Furono respinte tutte le dottrine e tu, Scolarca, cosa potevi promettere a chi chiedeva da te protezione e benessere? Non lo chiesi, ti raccontai le parole dei Sapienti: “ciò che si muove deve giungere alla meta prima che al termine del tragitto”. Noi non avevamo meta e la meta era il tragitto, ma l’antica dicotomia di Zenone celava che ogni attimo e ogni spazio sono uguali solo a se stessi e la freccia di Achille non raggiungerà la tartaruga».
Il tratto distintivo e dominante dell’Europa è la filosofia, come per l’Oriente il sacro. Anche la ‘prepotenza’ della tecnica e il predominio delle scienze provengono dal logos dei filosofi greci; un pensiero che attraversa il Mediterraneo, arriva a Roma dopo essere stato in Nord Africa e in Asia minore, nelle varie polis e scuole della Magna Grecia. Come ha affermato Heidegger, citando Hölderlin: «dove maggiore è il pericolo cresce anche la salvezza». Quindi che la filosofia torni ad essere cura dell’anima, preghiera come salvezza, logos come farmaco: «Ma se mescoli il bene e il male/ senza il farmaco omeopatico/ che Avicenna prescrisse ad Antioco/ che ne sarà del mio male». (altro…)

La serie TV “I Medici II”, senza Poliziano e Machiavelli (di E. Ventura)

La serie TV “I Medici II”, senza Poliziano e Machiavelli

La Rai ha trasmesso, dal 23 ottobre al 13 novembre, la seconda stagione de I Medici, serie tv che racconta l’ascesa al potere dei giovani Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Il successo di ascolti ha replicato quello già ottenuto dalla prima stagione. Questo ha fatto sì che si iniziasse a lavorare alla terza stagione fin dal mese di agosto del 2018.
La serie è stata prodotta, in parte, da Rai Fiction, ma è stata ideata e scritta dagli autori statunitensi Frank Spotnitz (X-Files) e Nicholas Meyer (Star Trek, Sommersby, Houdini). La critica non ha lesinato di fare appunti, soprattutto per via di vari errori storici e anacronistici; Philippe Daverio afferma che «non è permesso falsificare la storia». Le esigenze narrative e televisive portano, inevitabilmente, a delle libere interpretazioni dei fatti storici e degli eventi che realmente accaddero. Un filologo non sarà mai d’accordo con un narratore. Trattandosi di fiction è naturale che sia così. Il compito di una serie tv, o di un film, è di intrattenere, non di insegnare, sebbene si possano fare entrambe le cose (certo sentir parlare Lorenzo il Magnifico di democrazia fa un po’ accapponare la pelle), ma questa non è la politica di Netflix, la piattaforma che distribuisce la serie all’estero (non lo è neanche di History, ex History Channell, che produce documentari).
I due autori, Spotnitz e Meyer, si sono formati nei vari MFA (Master of Fine Arts), le scuole di scrittura creativa che si tengono nei campus Universitari statunitensi. Hanno imparato bene l’importanza del diagramma di Freitag, l’arco narrativo, all’interno di un testo di fiction, la forza del plot e la necessità di un subplot. La tecnica di scrittura e di narrativa, per un autore di X-Files o di Star Treck, è naturalmente importante, perché si tratta di creare ex novo, una trama avvincente, ricca di intrighi e personaggi credibili e fascinosi. Ed è esattamente quello che hanno fatto nella serie sulla famiglia di banchieri fiorentini.
Il problema vero, al di là degli anacronismi e delle libertà, è che la materia storica che avevano a disposizione non aveva e non ha bisogno di ‘aggiunte’ di plot, né di intrighi. La storia del potere politico economico dei Medici, è ricca di complotti, ascese al successo e rovinose cadute, circondata dal fascino di personaggi carismatici ed unici come Botticelli, Poliziano, Pico della Mirandola, Ficino o Brunelleschi, per citarne solo alcuni, da non aver bisogno dell’aggiunta di alcunché. (altro…)

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi, a cura di Emiliano Ventura

A tanta impresa inettissimi. La congiura de’ Pazzi secondo Angelo Poliziano e Niccolò Machiavelli – a cura di Emiliano Ventura, Collana Damnatio Memoriae, Arbor Sapientiae Editore, Roma 2018

Introduzione

Firenze 26 aprile 1478. Nella cattedrale di Santa Maria del Fiore vengono assaliti Lorenzo de’ Medici, signore della città, e suo fratello minore Giuliano; un attacco estremamente sanguinoso e violento. Giuliano viene ucciso, Lorenzo invece riesce a respingere i colpi degli assalitori e a salvarsi. In città seguono rappresaglie durissime. Vengono impiccati o decapitati quasi tutti i congiurati. La famiglia dei Pazzi viene quasi sterminata, mentre i Medici salvano e ampliano la propria influenza sulla scena politica della penisola italiana. L’evento violento e brutale è rimasto nella storia come La congiura dei Pazzi; sull’esempio di Sallustio è Poliziano a intitolare il suo commento con questa formula che ancora usiamo.
Il termine suggerisce che il complotto di assassinare i fratelli de’ Medici fosse limitato alla famiglia dei Pazzi, che per la nobiltà, le ricchezze e il parentado era considerata una delle famiglie più importanti della città.
Oltre ai Pazzi, furono  coinvolti il pontefice Sisto IV, il re di Napoli Alfonso II, il duca di Urbino Federigo da Montefeltro, l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, un famoso umanista, un cardinale, un vescovo, qualche capitano e un gran numero di soldati mercenari.
Dopo il fallito tentato omicidio a scapito di Lorenzo, il pontefice e il re di Napoli dichiarano guerra a Lorenzo e Firenze, la guerra dura due anni ma alla fine Lorenzo è ancora a capo dello stato.
Non mancano le narrazioni dell’evento nella storiografia fiorentina. È molto breve il periodo che intercorre tra l’attacco del 26 aprile e le prime opere edite sulla congiura. I fiorentini inventano e creano canzoni e poesie sull’argomento. (altro…)

Un Montale per tutte le Occasioni (di Emiliano Ventura)

Un Montale per tutte le Occasioni

di Emiliano Ventura

 

Abstract

Essere montalisti è un diritto o un delitto? è la domanda, ma anche il tema, che soggiace a tutto lo scritto. La pubblicazione di tre saggi critici su Eugenio Montale e la sua poesia sono l’occasione per approfondire alcuni aspetti del poeta stesso. Per Montale (2013) di Emerico Giachery e Montale antinomico e metafisico (2014) di Andrea Gareffi, sono gli scritti di due critici maestri; a Giachery devo l’interesse per i luoghi poetici, Recanati e Pienza, a Gareffi il gusto per il manierismo e la metafisica. Seminario Montale (2011) è di Fabrizio Patriarca al quale sono legato dagli anni universitari e delle prime pubblicazioni. Questi gli spunti per approfondire alcuni aspetti della poetica montaliana, l’ironia di Satura e la reiterata formula negativa della sua ‘epistemologia’, con quel ‘non’ che ricorre come ospite indiscreto. Si cerca di rispondere al perché della fortuna critica del poeta degli Ossi.

 

Un poeta malgrado

Eugenio Montale, in una intervista del 1975 a Giorgio Zampa,[1] curatore del testo Sulla poesia[2] che raccoglie articoli e interviste, consegna alcune affermazioni importanti; una è la famosa metafora dell’avere scritto un solo libro, prima si è dedicato al recto poi al verso, dichiarazione che ricorda molto quella heideggeriana secondo cui «ogni pensatore pensa un unico pensiero».
Si riferisce naturalmente alla sua non enorme produzione, nello stesso anno nel discorso tenuto per il Nobel a Stoccolma farà un bilancio delle sue cose scritte: «sei volumi, innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa».
Questo è stato uno dei modi in cui il poeta è stato visto e giudicato, ha scritto poco, come se la quantità avesse in sé il valore della qualità. È uno dei cliché che lo ha accompagnato insieme all’essere il poeta del ‘negativo’ e del ‘miracolo’, il poeta della vita al cinque per cento’, tutti veri ma tutti allo stesso tempo molto limitanti.
Più avanti scorgiamo altre definizioni che segnano un carattere e una vita, scopriamo che un suo professore, il professor Mannucci: «diceva che avrei potuto scrivere sulla “Domenica del Corriere” ma non più su, però», in questo annuncio di un piccolo fallimento si trova al contrario la realizzazione di una persona nella poesia.
Montale è poeta schivo e chiuso, un carattere che sembra stridere con l’importanza che ha assunto negli anni per la poesia italiana da quel libriccino Ossi di seppia fino al Premio Nobel.
Secondo Mario Luzi, Montale porta in sé una sorta di paradosso, essere stato ‘estraneo’ e ironico verso il mondo accademico e culturale delle lettere, per finire, grazie anche a Contini e al Nobel, per essere uno dei maggiori rappresentanti della poesia italiana.
Poeta schivo e orientato alla distanza, all’inappartenenza. Non solo nella poesia in cui dichiara, apertis verbis, di non avere verità da comunicare né mondi da aprire, ma anche nelle dichiarazioni e negli atteggiamenti che da lì in avanti terrà sempre:
«Non ci fu mai in me una infatuazione poetica, né alcun desiderio di specializzarmi in quel senso. In quegli anni (1910-20) quasi nessuno si occupava di poesia».
Parole confermate trent’anni dopo quando l’intervistatore gli chiede:
«La tua diffidenza verso la categoria è rimasta?», e lui risponde:
«Come categoria sì. Ma ci sono le eccezioni. Non so se io ne sono una».
Montale non segue un iter ‘tradizionale’ per un poeta o un letterato di inizio secolo che lo vorrebbe frequentare materie e studi classici, lui segue scuole tecniche, si avvicina alla filosofia grazie agli interessi della sorella. La sua passione era il canto:
«Ambizioni più concrete e più strambe mi occupavano. Studiavo allora per debuttare nella parte di Valentino, nel Faust di Gounod»,[3] l’espressione in versi, la poesia, è arrivata in seguito, forse per questo si sentirà sempre altro rispetto al circolo letterario.
La sua diffidenza ad assumere in pieno il ruolo di poeta e di letterato nasce da questa ‘differenza’ iniziale, il sentirsi altro rispetto alla poesia e alla cultura in cui si forma e in cui esordisce, l’essere quasi a suo malgrado un poeta.
Mai stato impegnato in un’ideologia o in politica, come altri hanno fatto, ha assunto semmai il profilo del filosofo stoico, dell’agire bene in ogni circostanza e in ogni situazione, l’adempimento a un dovere nonostante tutto o tutti. Ciò non vuol dire che si voglia elogiare il disimpegno (tutta una cultura orientale, quella del Tao è basata sul principio del non-agire, tanto per sottolineare l’importanza), semmai mettere in risalto una caratteristica che lo ha contraddistinto da altri pensatori e poeti. Anche se non antifascista della prima linea ha avuto i suoi guai, la firma del manifesto antifascista gli è costata la sospensione della nomina al Gabinetto Vieusseux.[4]
Questa caratteristica del rimanere in disparte, nel procedere a un lento distillato di poesia, distante dalla chiacchiera vuota o dal salotto letterario, non è stata certo una penalizzazione o una mancanza, è stata la forma particolare in cui la poesia montaliana si è manifestata nell’arco di quasi sessant’anni, ha attraversato questo secolo difficile con la forza e le risorse di cui disponeva.
Si parlava di lentezza nella scrittura, un lento decantare dell’esperienza prima che possa divenire poesia, questa caratteristica è l’opposto della velocità e del mutamento tipico del Novecento, una lentezza necessaria anche per accogliere la prosa e gli stilemi filosofici, quasi a ruminare pensieri e lettura, usando una metafora di Nietzsche.
L’attesa del miracolo, il momento che possa schiarire un fenomeno e aprirsi a una conoscenza (l’idea che pemane alla base delle Occasioni) trova corrispondenza nel Kairos dei greci, termine importante per la filosofia e che si può tradurre nel ‘momento opportuno’ o ‘adatto’.
In una cartolina postale del 1926 Montale riassume così i suoi temi:
«I miei motivi sono semplici e sono: il paesaggio (qualche volta allucinato, ma spesso naturalistico: il nostro paesaggio ligure che è universalissimo); l’amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le “intermittenze del cuore” (gergo proustiano che io non uso) e l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico (“Cerca la maglia rotta”, ecc.). Talvolta i motivi possono fondersi, talora sono isolati».[5]
La consapevolezza di non avere più, a differenza della poesia precedente, verità da consegnare (il famoso poeta del negativo come si diceva nell’elencare i clichè su di lui) lo confina nel tempo della ‘crisi’ della metafisica, in un percorso che partendo dal Nichilismo[6] di Nietzsche approda alla ‘scuola del sospetto’ fino a confluire da noi nel ‘pensiero debole’ di Vattimo.
Con la sua voce inconfondibile, Montale si inserisce in una linea che inizia con Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, i suoi «magri ulivi», e che continua con Mario Novaro, Giovanni Boine e Camillo Sbarbaro, con il loro rifarsi al mare come a termine di un rapporto di valore eterno. Anche in Murmuri ed echi di Novaro, del 1913, si trova un paesino «róso dalla salsedine»; vi s’incontra «la ruvida foglia/ nervata, mezzo accartocciata»; vi compaiono i «muri a secco di pietra forte/ che reggono l’arida terra in Liguria». In Boine (Il peccato è del 1914) si erge «il muretto irto di cocci puntuti a difesa». Recensendo Trucioli di Sbarbaro nel 16 novembre 1920, Montale scriveva: «Il centro della ispirazione qui è l’amore del resto, dello ‘scarto’, la poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano». (altro…)

Io e Vittorio Sereni (di Emiliano Ventura)

Vittorio_Sereni

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Scrivere un profilo su Vittorio Sereni vuol dire tornare indietro di qualche decennio, Diario d’Algeria è, insieme a Ossi di seppia, la prima raccolta di poesie che ho cercato e letto nella sua interezza. Era l’edizione degli Oscar Mondadori dei primi anni novanta. Allora non sapevo ancora dell’importante ruolo svolto da Sereni nella Mondadori e della creazione della collana degli Oscar, una sua iniziativa che ha rivoluzionato l’editoria del secondo dopoguerra.
Cerco questa edizione del Diario d’Algeria nella mia libreria che però è stracolma e non riesco a trovarla, alla fine devo riconoscere che non è qui, è rimasta nella libreria della casa dei miei. Sono affezionato a quella copia per cui faccio di tutto per trovare il tempo di recuperarla; una volta in mio possesso sprofondo nel poeta che ho conosciuto e apprezzato a lungo venti anni fa, lui e gli altri poeti di quella incredibile generazione.
Giovanni Raboni presentava nell’introduzione a La scatola nera di Giorgio Caproni quella cerchia di poeti che in modi e tempi diversi vestirono anche i panni dei critici, i critici-poeti appunto:

«Quella razza particolare e a parere mio non solo (si vedano al proposito, per esempio, le osservazioni finemente motivate di Pier Vincenzo Mengaldo nell’introduzione ai suoi Poeti italiani del Novecento) particolarmente pregiata di critici che nella cultura letteraria italiana di questo mezzo secolo sono stati, appunto, i critici-poeti, penso alle Letture preliminari di Sereni, alle Aritmie di Bertolucci, al Discorso naturale – e, ora, alla Naturalezza del poeta – di Luzi.»[1]

Naturalmente la lista potrebbe essere più lunga, si pensi ai nomi di Fortini, Solmi, Pasolini e Montale, ma nei quattro testi citati da Raboni sembra assistere a un dialogo tra scrittori che, a distanza, si citano e si recensiscono, tra rispetto e nostalgia; forti del legame che unisce una generazione travagliata, di chi ha vissuto totalitarismi e guerre, disperazioni e speranze. Raboni continua:

«La vicenda e la situazione di una generazione di poeti amici, di poeti che si ammirano, si riconoscono, si amano, incarnando una diversità quasi scandalosa sia rispetto ai poeti della generazione che li ha preceduti e che è stata una generazione di poeti rivali, di poeti nemici, sia, temo, rispetto a quelli delle generazioni successive, che sono – con poche eccezioni, e forse, chissà, non senza ragione – poeti che si ignorano. Io ho un ricordo molto intenso e preciso di un incontro a Parma, una sorta di convegno-festa in onore di Bertolucci al quale fra tanti altri estimatori, parteciparono appunto Caproni, Luzi, e Sereni.»[2]

Probabilmente Raboni scrivendo questa introduzione intorno alle generazioni dei poeti aveva come punto di riferimento il saggio di Oreste Macrì Le generazione della poesia italiana del Novecento. Il brano si chiude definendo questi quattro autori «i maggiori poeti d’una generazione»,[3] una generazione che ha condiviso la guerra e la dittatura fascista negli anni della gioventù, le mille difficoltà e le rare gioie. Maurizio Cucchi, poeta classe 1945, parla in un’intervista con Francesco Napoli[4] di quella stessa felice generazione di poeti: «Eppure guarda che generazione, anche sul piano della poesia: è quella di Sereni, Luzi, Bertolucci, Caproni.»[5] Affinità elettive e differenze, ricordi e recensioni quasi sottovoce e con discrezione circondano i saggi raccolti in volume nel corso degli anni. Così Luzi ricorda Caproni e Sereni, Caproni[6], a sua volta, compone felici intuizioni sulla poesia di Luzi o Sereni, Bertolucci[7] ricorda Sereni e uno scambio epistolare con Luzi.

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Stieg Larsson, Je suis Expo! – di Emiliano Ventura

Per la critica c’è sempre qualcosa di colpevole nel successo, un retaggio elitario che porta a considerare l’adesione di massa come sinonimo di mediocrità o di banalità, non si può negare che a volte sia stato così, ma né si può accettare questa regola come un a priori.
A tal proposito c’è un caso di un noto e famoso scrittore di successo svedese che è bene sottolineare.
Stieg Larsson non è Dan Brown, né J.K. Rowling, e questo sia detto con il massimo rispetto per ogni autore e lettore.
Prima di essere un noto scrittore, Larsson è stato un profondo conoscitore di organizzazioni di estrema destra e neonaziste, per questo motivo ha fondato a Stoccolma la rivista antirazzista EXPO; grazie alla sua conoscenza di questi movimenti di neonazismo è divenuto anche consulente di Scotland Yard e corrispondente dal Regno Unito e del Ministero della Giustizia svedese.
Nel 1983 diventa grafico e poco alla volta si orienta verso il giornalismo diventando critico letterario; già da ragazzo scrive racconti polizieschi che vengono pubblicati su piccole riviste. L’anno di svolta è il  1995, momento in cui avviene l’attentato omicida che uccide cinque ragazzi a Stoccolma per mano di estremisti di destra.
Larsson decide che è giunto il momento di fondare la rivista trimestrale, EXPO, con il chiaro intento antirazzista, la rivista e Stieg saranno schierati in prima linea contro il ritorno neofascista in Svezia e  in difesa degli ideali democratici.
La battaglia del giornalista contro razzismo, fascismo ed estremismo di destra è totale: nel 1991 scrive, insieme a Anna-Lena Lodenius, Estremismo di destra. Dieci anni dopo pubblica a quattro mani con Mikael Ekman Democratici svedesi: il movimento nazionale.
Kurdo Baksi è amico e collaboratore di Stieg Larson, occasionalmente finanzia la rivista EXPO e lo aiuta nelle sue battaglie.
Per questo aiuto, Kurdo Baksi viene minacciato con tre colpi di fucile contro il suo appartamento che mandano in frantumi le finestre; è il 1999, un anno terribile che vede la morte di un giornalista amico e collaboratore di Larsson (la sua auto viene minata e fatta saltare).
Insieme a Baksi, Larsson comincia a tenere conferenze in tutto il mondo, Londra compresa, dove viene invitato da Scotland Yard a collaborare.
In più occasioni riceve minacce di morte, sulla sua segreteria si trovano ripetute minacce, “morirai sporco ebreo!”; è costretto a non mettere il nome sul citofono della propria abitazione e a non sposare la compagna di una vita, Eva Gabrielsson, per non metterla in pericolo, per non creare un tangibile legame che possa ricondurla a lui.
Per tornare a casa scende dall’autobus una fermata dopo, o prima, e prosegue a piedi. Il tutto nel tentativo di non essere seguito ma è una vana precauzione. (altro…)

Una nota su Sergio Corazzini e Dino Campana (di Emiliano Ventura)

Sergio Corazzini

Sergio Corazzini

La recente pubblicazione del volume Sergio Corazzini. Tutte le raccolte (Arbor Sapientiae – Fondazione Mario Luzi, 2014) offre l’occasione per riattraversare la breve stagione poetica di uno dei più interessanti poeti del primissimo Novecento. È una nuova edizione delle poesie edite in volume dal poeta romano Sergio Corazzini nell’arco della sua breve vita; si tratta dei libriccini: Dolcezze (1904), L’amaro calice (1905), Le aureole (1906), Piccolo libro inutile (1906), Elegia (1906), Libro per la sera della domenica (1906).
I curatori hanno prestato particolare attenzione anche ad altri elementi compositivi: insieme alle singole raccolte poetiche il testo presenta gli apparati critici, le immagini, un’accurata bibliografia critica, un profilo bio-bibliografico del poeta, un richiamo alla poetica crepuscolare e al periodo storico in cui si manifestò.
Crepuscolari fu l’aggettivo con cui Giuseppe Antonio Borgese definì questo esiguo numero di poeti che si espresse nel primo ventennio del XX secolo e che interpretò in modo particolare la sensibilità del Decadentismo; con loro, secondo Borgese, la poesia italiana si stava spegnendo in un “mite e lunghissimo crepuscolo”.
Il grande movimento della poesia italiana, l’Ermetismo, è ancora lontano. La scena è dominata da Carducci (il grande artiere), da D’Annunzio (il poeta vate) e da Pascoli (il poeta come un fanciullino). Il punto di rottura e di novità dei Canti Orfici di Dino Campana è ancora di là da venire (la prima edizione è del 1914). È in questo breve interstizio temporale, dopo i tre grandi poeti nazionali e prima l’arrivo dell’Ermetismo, che si situa la parabola e la poesia dei poeti crepuscolari.
La metafora del crepuscolo coglie l’essenza del tono poetico di questi giovani infatuati della poesia, il gusto per le sfumature della vita, l’amore per gli aspetti meno appariscenti e meno solari dell’esistenza umana.
Un locale nel cuore di Roma, il Caffè Sartoris, diviene il luogo dei primi incontri letterari di Sergio Corazzini; partecipano a questo cenacolo Alfredo Tusti, Alberto Tarchiani, Gino Calza-Bini, Fausto Maria Martini (di cui si dirà in seguito), Giulio Cesare Santini, Antonello Caprino, Enrico Brizzi, Corrado Govoni. Sono gli stessi giovani poeti che tenteranno anche di fondare la rivista “Cronache Latine”.
Il tempo a disposizione di Corazzini è poco: il giovane è infatti malato, e in pochi anni pubblica tutte le poesie composte, e ora raccolte nel nuovo volume. Il giovane poeta nel 1906, per l’aggravarsi della malattia, viene ricoverato nella casa dei Fatebenefratelli di Nettuno per un grave stato febbrile.
La sua poesia è focalizzata sulle “piccole cose”, dietro le quali non emergono valori segreti, ma si nasconde un vuoto. I versi esprimono un malinconico desiderio per quella vita che la malattia gli negava, dall’altro un nostalgico ritrarsi dall’esistenza presente, proprio perché avara di prospettive future. Come in Gozzano emerge una nostalgia senza desiderio, per usare una formula cara a Luzi, non solo il desiderio e la certezza che il passato sia un’età più felice, una sorta di paradiso perduto, ma la sua visione non conosce possibilità di riscatto, è appunto priva di desiderio.
Nelle poesie di Corazzini si possono cogliere due tendenze, semplicità e ironia: il povero poeta sentimentale che racconta la propria malinconia con un linguaggio semplice e dimesso e il poeta ironico che adotta un linguaggio meno trasparente, più polisemico, a volte anche simbolico.
Nel maggio del ’07 torna a Roma, ma il suo stato di salute si aggrava e il 17 giugno, nella sua casa di via dei Sediari, muore di etisia (tubercolosi).
Viene pubblicata postuma la poesia Morte di Tantalo (è il 28 giugno), considerata il testamento poetico dell’autore, ed è ovviamente presente nella nuova edizione,; eccone alcuni versi particolarmente significativi:

Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.

O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.

E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre. (altro…)

Emiliano Ventura, Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto.

Poe

 

Emiliano Ventura

 

Edgar Allan Poe. Un americano fuori posto

 

 

“La vita è ancora in quei capelli, la morte è nei suoi occhi”.

Edgar Allan Poe, Lenore

Nel 1849 gli Stati Uniti si preparano a dar forma al ‘destino manifesto’, cioè a spingersi verso ovest confidando aprioristicamente nella ‘superiorità’ della civiltà europea (bianca) nei confronti della civiltà dei nativi d’America (gli indiani selvaggi). Nello stesso anno, a Baltimora, un uomo muore appena quarantenne in preda a uno stato d’incoscienza; quell’uomo è un famoso poeta e scrittore si chiama Edgar Allan Poe.
Mentre la giovane nazione statunitense si volta all’ovest, lo scrittore, poeta e giornalista Edgar Allan Poe si volge all’est; Inghilterra, Germania, Francia, Italia e Grecia sono i luoghi dei suoi autori, dei suoi interessi poetici e letterari.
È stato D.H. Lawrence a far notare la profonda differenza tra J.F. Cooper, lo scrittore che crea il mito della frontiera americana (per cui l’ovest) e Poe, tra i più europei degli scrittori americani.
La sua breve vita si articola in un binario immaginario, ma lineare, che unisce Richmond, Baltimora, Filadelfia, New York e Boston; tutte queste città sono posizionate lungo un percorso di una certa linearità, da sud verso nord lungo la costa orientale degli Stati Uniti, il lettore più disciplinato può tentare una verifica su una qualsiasi cartina geografica.
Edgar Allan Poe nasce a Boston, nel nord, ma è il sud con la Virginia e Richmond a segnare il paesaggio indelebile della sua infanzia e adolescenza. Avrà sempre pose da aristocratico fieramente elegante, anche nella povertà, condizione che conoscerà molto bene. Scettico del progresso e della democrazia sarà una delle voci più critiche della sua società, dei suoi poeti e intellettuali.
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