Elsa Morante

proSabato: Sandra Petrignani, Elsa Morante: madre barbara e carnale

«Tutte le volte che l’arte, oltre a farci conoscere le cose, ci dà il superiore benessere di riconoscerle, vuol dire che ha toccato e sfiorato qualche grande immagine primitiva, anche se non sa dircelo il nome. E sono lì immagini affidate ai miti e poi alle favole». Giacomo Debenedetti scriveva queste parole a proposito di Elsa Morante in un saggio raccolto nel volume Intermezzo (Milano, 1963), sottolineando quanto la scrittrice «ci attira a cercare il nocciolo della sua verità nei domini del mitico». La grande immagine primitiva che torna in ogni libro di Elsa Morante ha un nome imponente e preciso: si chiama Madre, e come nelle favole, assume le sembianze a volte di madre-fata, a volte di madre-matrigna, a volte di fata e matrigna insieme. Nessun altro scrittore ha saputo sondare l’inferno/paradiso del materno con altrettanta lucidità, disperazione e ferocia. I miti sono feroci ed Elsa Morante è stata narratrice crudele nello svelare, senza addolcimenti di maniera, il contenuto profondo, barbaro e violento della maternità.
Nel 1970 in un saggio introduttivo a un volume su Beato Angelico che intitolò Il beato propagandista del paradiso (in L’opera completa dell’Angelico, Milano, 1970) dice lei stessa: «… i santi dell’arte mi si fanno riconoscere perché portano sul corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti. Solo per aver scontato in se stessi, fino alla consumazione, la strage al comune, i loro corpi hanno potuto, a differenza dei nostri, rendersi al colore luminoso della salute». Cos’è la «croce materna» e perché «inchioda noi tutti»? Tutti, uomini e donne, abbiamo un’esperienza comune la separazione dal corpo della madre, la cacciata dal limbo. E «fuori del limbo non v’è eliso», recita il verso di una poesia introduttiva a L’isola di Arturo (Torino, 1957). E in Aracoeli (Torino, 1982): «Vivere significa l’esperienza della separazione».
La «croce» è dunque quell’antico abbandono, il tradimento originario che dobbiamo tutta la vita scontare. I romanzi di Elsa Morante sono drammatizzazioni di quell’evento indicibile. In tante variazioni possibili, attraverso diverse incarnazioni del rapporto madre/figlio siamo chiamati a confrontarci con la nostra ferita primordiale, con l’abbandono e la separazione iniziali, iniziatici.
Che il rapporto sia idilliaco e appassionato, carico di odio e incomprensione non fa differenza. L’esistenza è comunque un’illusione destinata provvisoriamente a velare la verità della morte; la bellezza è illusione, maschera temporanea della putrefazione del cadavere; la giovinezza è illusione, aspettativa leopardianamente vana di una festa che non verrà o verrà deludente o mortuaria. Forse nessun altro scrittore, se non Kafka, aveva voltato il pugnale nella piaga con altrettanta crudezza e senza mediazioni.
L’originalità della Morante su questi temi, rispetto agli scrittori che sempre si citano per lei, appunto Leopardi, Kafka, Schopenhauer, sta proprio nell’aver ricondotto lo strazio e la contraddizione insiti nella condizione umana a un moderno carnale «trauma della nascita». E questo senza indulgere a didascalici psicologismi semplicemente mostrandoci il girare a vuoto dei suoi invasati passionali personaggi, il loro vano tormento, lo scacco delle loro umili ho sproporzionate ambizioni. Ricorriamo ancora ad Aracoeli, straordinario romanzo finale in più sensi (oltre una lacerazione e una rivelazione tanto definitive quale strada ancora avrebbe potuto percorrere la Morante?): «Per troppi anni non ho voluto riconoscere, nei giri monotoni della mia canzone, il tema ossessivo di un destino necessario. E finalmente vedo adesso tutta la ridicolaggine di certi miei contorcimenti assurdi, nei tentativi ripetuti di uscite dalla mia pelle. E dalle tante camminate e rincorse e accattonaggi di me che andavo mendicando risposte d’amore contro ogni riconferma spietato della Necessità. E le attese incalcolabili di una smentita. E le ricadute. E i sorrisi confidenti davanti a facce fredde. E le povere gratitudini per concessioni svogliate. E i brividi e le presunzioni irrisorie. Niente. Nessuna risposta. Da quando ho perso il mio primo amore Aracoeli mai più mi si è dato un bacio d’amore».
Manuele il protagonista del romanzo ha avuto un’infanzia felice: è stato amato teneramente dalla madre Aracoeli d’un amore avvolgente, totale, esclusivo. La sua fortuna non l’ha però messo al riparo dalla «croce materna». Aracoeli s’ammala e lo rifiuta, fugge e lo abbandona, muore e lo lascia definitivamente e per sempre. Comincia il suo destino di reietto. Se nemmeno la madre ha saputo conservare l’affetto e proteggerlo dalla crudeltà della vita, chi mai potrà farlo? L’esperienza del rifiuto viene rivissuta in mille altre variazioni possibili attraverso la crudeltà di «carnefici» diversi e diversamente motivati. Manuele crede di sapere la ragione della sua infelicità: è brutto e sgradevole, Aracoeli l’ha amato finché era un bambino bello e riccioluto che suscitava l’ammirazione dei passanti. La favola del brutto anatroccolo è qui offerta capovolta secondo un procedimento tipicamente morantiano. Pensiamo alla fiaba del carbonaio in Menzogna e sortilegio (Torino, 1948), dove il principio cristiano «gli ultimi saranno i primi» è ribaltato: gli ultimi resteranno gli ultimi. E la legge dantesca del contrappasso viene ironicamente corretta: il signore che non faceva nulla in vita continuerà a sollazzarsi da morto, il macellaio che sgozzava sarà sgozzato, il carbonaio che bruciava gli alberi per fare carbone sarà straziato è bruciato. (altro…)

In pentola il romanzo! (di Edoardo Pisani)

Edward Morgan Foster

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo.
Roberto Bolaño

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Nel 1927, anno delle conferenze a Cambridge che comporranno il saggio Aspects of the novel, Aspetti del romanzo, Edward Morgan Forster confessa a Virginia Woolf di sentirsi impreparato, poco colto, invero non un gran lettore di romanzi e di certo non un critico, ignorando o quasi autori classici quali Defoe e restando deluso dal Gide dei Falsari e poco convinto dall’Ulisse di Joyce, in fondo soltanto un common reader, come lei, che tuttavia gli risponde di detestare i romanzi, compresi i propri, dichiarando che suonano falsi e che ormai non pensa di scriverne più, nonostante sia l’anno di Al faro, congratulandosi con lui per le conferenze riprese dal quotidiano Nation, che non avrebbe mai saputo scrivere. Di lì a un anno però Virginia Woolf pubblicherà Orlando, la biografia trasposta e romanzesca di un’impossibile Vita Sackville-West, sua musa in fuga, uomo e donna e amante inafferrabile, e quattro anni dopo sarà la volta di The Waves, Le onde, con i monologhi alternati di Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis, che ruotano intorno alla vita e alla morte, alla parola e ai sentimenti, all’amore, una polifonia di voci che si fa racconto, storia, romanzo appunto, raffrontandosi anche all’impossibilità di scrivere, di mettere letteralmente in scena, cioè sulla pagina, tutto lo scibile del sentire umano: di raccontare l’uomo.
“Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato” dice Bernard ne Le onde, “non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi…”
Non mi servono le parole, dunque, né gli impasti narrativi dei romanzi tradizionali, soltanto voci e visioni e onde e movimento, soltanto stile, questo sembra dirci Virginia Woolf con Bernard che galoppa contro la morte o Clarissa Dalloway che spalanca la finestra e Septimus che si siede sul davanzale e aspetta fino all’ultimo momento prima di buttarsi di sotto, prima di uccidersi, lui che vuole vivere, lui che non vivrà. In Aspetti del romanzo Forster prende a esempio la prosa woolfiana, definendola “fantasista” e riportando un paragrafo de La macchia sul muro, un racconto del 1917; e la macchia è una chiocciola e la vita un pasticcio, scrive Forster, e così la realtà e la scrittura che la ritrae, che la contempla e la ricrea o cerca di ricrearla e la scavalca, la abbandona, la scrittura romanzesca che sfugge al mondo o lo scompone per raccontarlo, per ricrearlo, un filo ipnotico che si tesse a perpetuità, la narrazione, i pensieri e i fatti. E quindi cos’è quel segno sul muro? Un chiodo? Un buco? Un petalo di rosa? Una crepa nel legno? La narratrice divaga e si sperde nei meandri della propria immaginazione, fra pesci che nuotano controcorrente e alberi e la “sensazione intima, asciutta di essere legno”, per un attimo albero anch’essa, albero Virginia Woolf; pensa all’ordine indefinibile eppure reale di ogni cosa, della natura, della sua stessa stanza, a una tempesta e ai rami folli che cadono ovunque finché nella sua mente “tutto si muove, cade, scivola, svanisce” – e la macchia è soltanto una lumaca che striscia sul muro e la narratrice, Virginia Woolf, smette di scrivere, di osservarsi scrivere, e conclude il racconto: “Ah, il segno sul muro! Era una chiocciola.”
Scrivere è innanzitutto osservarsi, “tentare di sapere ciò che si scriverebbe se si scrivesse”, come afferma Marguerite Duras in Scrivere, ovvero interrogarsi sul senso stesso della scrittura e sul silenzio che lo circonda, che prepara il linguaggio e la realtà che lo circoscrive, che lo definisce o da cui è definito, cioè narrato. Scrivere è raccontare, certo, ma raccontare sentendo, non solo vedendo, sentendo e cogliendo le parole e il ritmo che diviene linguaggio, vita, smuovendo l’ordine naturale delle cose e frantumando la realtà e la narrazione che la intrappola, che la osserva intrappolandola. È l’abisso che ci portiamo dentro, la nostra scrittura, l’abisso fatto parola e perciò riesumato in narrazione, in linguaggio e in sentimento o in follia e in solitudine. È il nostro sfogo e la nostra condanna, una prigione. “È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” annotava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, nel 1946, quattro anni prima di suicidarsi.
Forster scrive anche de I falsari di André Gide, uscito due anni prima delle conferenze di Cambridge, romanzo composito che comprende il diario del protagonista, Édouard, alter ego dell’autore alle prese con un libro intitolato per l’appunto I falsari, storia di Bernard e Olivier e dello stesso Édouard, scrittore in erba che fa e disfà teorie sullo scrivere lungo tutto il romanzo, sul raccontare, con la narrazione che si travasa in più matrioske interlacciate l’una nell’altra e che si osserva dall’interno, che si fa dialogo, azione, racconto infine, raffrontandosi alla tirannia dell’intreccio o dei personaggi e perdendo la linearità del romanzo tradizionale, divenendo scrittura. “Quanto all’intreccio, in pentola l’intreccio!” esclama energicamente Forster in Aspetti del romanzo. “Farlo a brandelli, metterlo a bollire!” E Gide, o Édouard, si sperde nel proprio diario, nel romanzo in crisi con se stesso che deve raccontarsi, cercarsi sulla pagina, e cosa scrivere, come andare avanti, come finire e ricominciare e quindi finire di nuovo, come narrare insomma, se l’intreccio va a brandelli e i personaggi divengono reali, vivi, un capitolo via l’altro, voci autentiche che vibrano e si raccontano in una molteplicità di punti di vista, di sguardi e di parole, di linguaggio – come narrare se scrivere è perlopiù fallire, posto che di vero scrivere si tratti, posto che nel Novecento, fra capolavori troncati o interminabili e autori morti in corso d’opera e talora uccisi dall’opera stessa, o dall’impossibilità di concluderla, si possa scrivere davvero. (altro…)

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

proSabato: Cesare Garboli #2, Crisi della dialettica

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Crisi della dialettica

Ci sono due modi di sentire e concepire il mondo, che stanno da sempre in aperta, fatale e insolvibile contraddizione. Si possono riassumere in due formulette. Esiste, da una parte, un’attitudine profondamente religiosa, un sentimento contemplativo e creaturale della vita, per il quale non c’è altro valore o bene, non c’è altro idolo da adorare che non sia la Vita. Generalmente questa attitudine la si appiccica ai santi, ai poeti, o a nature magnanime e sublimi. Il dono della musica, il piacere della libertà, la perdizione di se stessi sono attributi essenziali di questa perfetta imitazione evangelica. E spesso, per ritrovarla, non c’è bisogno di richiamarsi a campioni di stoffa suprema, basta scendere tra comuni creature, tra pochi felici che consumano esistenze splendide di una loro vile magnificenza, vissute senza risparmio dell’anima. Scioperata ed errabonda, umile e peccatrice, assomiglia, la vita di queste persone, all’esistenza randagia degli animali, a quella lussuosa dei fiori. Vite di poveri, ma capricciose come e più di quelle dei ricchi. I gigli dei campi, gli uccelli del cielo esprimono lo stesso tipo di religiosità: qualcosa di simile all’idea “decadente” della poesia, sublime accettazione della “vita” da una parte, rifiuto e indifferenza del “mondo”, dall’altra. Per essere tra costoro, bisogna essere insieme adulatori e peccatori, vittime e ribelli. Bisogna sentire la vita come ciclo di perpetua lode ed eterna distruzione. Bisogna opporsi al falso razionalismo, alla falsa vernice della “realtà”. Sarebbe un errore chiamare “mistici” questi pochi felici, dotati di spirito francescano, maledetto e “poetico”. Li incontriamo ogni giorno. Siamo, costoro, noi stessi.
   Così, nel suo accento profetico, al cospetto dell’eterno, Tolstoj poteva scrivere, un giorno, che «bisogna amare la vita, amarla anche nel dolore, perché la vita è tutto, la vita è Dio e amare la vita è amare Dio». Ma c’è un altro modo, altrettanto religioso, e dicono più severo, di concepire il mondo. Quello che insegna a non adorare per niente la vita, ma, al contrario, a disprezzarla, e a metterla, nel conto degli oggetti che ci appartengono, come la cosa più ottusa e più vile. La vita è stupida, inesistente, pasticciona: una donnetta isterica, a mezzo servizio, che non merita idolatrie o sacrifici. Altro che amarla. Bisogna tenerla a distanza, invece, cercare, tutt’al più, di utilizzarla, trattandola come una materia servile, come uno strumento, cercando di sostituire ai suoi falsi e peribili valori illusori un bene ancora più chimerico, più illusorio, ma eroico e prometeico: bisogna darle un senso, inseguire finalità costruttive, inventare la bussola della Realtà. Così San Paolo poteva scrivere: «Se compri un oggetto, compralo come se tu non lo comprassi; se ti sposi, sposati come se tu non ti sposassi». Per essere nel vero, bisogna vivere senza vivere. Alle premesse dell’amore, si devono sostituire le premesse della politica. Stabilire con la vita un rapporto tattico, tenersi sulla diffidenza. È su queste premesse, insieme calvinistiche e gesuitiche (quale stretta di mano si sono dati, i due grandi antagonisti!) che è sorta, o almeno si è solidificata per sempre, sembra, di successo in successo, la società borghese, la civiltà industriale e moderna. È giusto prendersela con la tecnologia, col neocapitale, col benessere, con la follia rimossa dei funerei istituti “borghesi”? È giusto, ma soltanto a patto che si riconosca che siamo, questa civiltà, noi stessi.
   Nel calderone della storia c’è stato sempre spazio, si sa, per tutti gli opposti, la civiltà occidentale è dialettica. Qualche filosofo medievale si sta ancora chiedendo, nella tomba, se sia da preferire la vita attiva o quella contemplativa. Mentre santi e poeti creavano i perpetui modelli dello Spirito, mercanti o pionieri volgari scoprivano continenti e inventavano motori. È vecchio dilemma faustiano, come Leonardo che dimenticava volentieri tele e cartoni, per darsi tutto a pensare come potessero bonificarsi le paludi pontine. Temo che la dannazione dell’uomo sia proprio in un paradosso, nel fatto che vivere significa smentire a ogni passo l’unilateralità dei due opposti modi di sentire. Appena si comincia a vivere, si comincia a costruire tutto ciò che non ha valore. Ma ci si può anche chiedere, come fa Elsa Morante nella sua Canzone degl F. P. e degli I. M., da che parte stia la felicità.
   Elsa Morante non ha dubbi. Trascinata da un impeto dantesco, con una voce straziata ma piena di grazia, con un istinto del gioco sorridente che non trova oggi uguali, divide il mondo in reprobi ed eletti: da una parte i Felici Pochi, le cui «contraddizioni non esistono finalmente – altro che nei nostri pettegolezzi provvisori», e dall’altra i meschini Infelici Molti d’ogni paese. Anticipatrice dei beats addirittura negli anni Cinquanta, sorella di Antonio Delfini, la Morante non si sente di convalidare la dialettica della civiltà occidentale. La vive invece in termini di alternativa, di crisi. Felici, bellissimi e allegri sono soltanto quelli che hanno imparato a perdersi. E mentre li commemora, come è strano e naturale, la voce del poeta si intenerisce, si riempe di tristezza. Poi sale a note più alte, stridule: la canzone si trasforma in un poemetto arrabbiato, in un urlo di protesta.
   Ho letto da qualche parte, o ho sentito dire, che la Morante possiede un cervello virile. Può darsi. Ma quello che di veramente virile colpisce in lei è un dono superiore e diverso, e lo si vede anche da questa canzone, che sa ridere di se stessa. È quella grazia, quella leggerezza buffonesca, quella gentilezza e capacità di lazzo irriverente, che così raramente le donne possiedono. Di mettersi i pantaloni, qualsiasi donna è capace. Di prendersi gaiamente sotto gamba, nel più vivo dolore, nessuna.

(1968)

 

© Cesare Garboli, Crisi della dialettica, da La stanza separata, Milano, Scheiwiller, 2008.

Ancora su #Ancestrale: la fatica del lutto

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell'anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Achille e Aiace giocano ai dadi (particolare dell’anfora a figure nere di Exachias; Musei Vaticani)

Assediati giochiamo ai dadi
assediati posiamo le armi
e aspettiamo
L'assedio finirà
giochiamo Aiace
l'assedio finirà

(Goliarda Sapienza)

 

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Se, come scriveva Garboli parlando di Alibi, la Morante era tentata da Achille, Goliarda Sapienza è stata tentata dal cugino Aiace. Sì, perché mentre Achille cercava la morte eroica, inseguendola continuamente, sprezzante degli ordini superiori, del pericolo, di ogni cosa troppo umana, Aiace invece, nonostante la stessa prestanza, la forza, e l’eroismo di certo non inferiori a quelli del figlio di Peleo, la morte se la procurò.
Goliarda Sapienza non fu da meno: si procurò la morte in poesia per poter rinascere in prosa, giocando una sua partita a dadi con la morte; anzi con le morti, nell’attesa che togliessero l’assedio alla sua vita: quella della madre prima, che pervade e percorre tutto Ancestrale; quella del padre, che, seppur anteriore a quella di Maria Giudice, è di segno diverso, quasi simbolo di un rapporto irrisolto e quindi relegata alla fine di questo strano canzoniere, quando tutto deve ritrovare una sua coerenza nella vita; quella dell’amica d’infanzia Nica, che per trasporto ricorda il dolore di Cristina Campo, ancora Vittoria, per la morte dell’amica dei primi anni fiorentini, Anna Cavalletti. E così, come in un rito ancestrale, Goliarda Sapienza ogni volta muore per poi rinascere. Del resto, e lo dissi quando Ancestrale era fresco di stampa, questo libro è una lunga rielabora­zione di un lutto. Ed è un aspetto ancora più evidente se si tiene presente che A mia madre è a tutti gli effetti la prima poesia di Ancestrale, dal momento che Separare congiungere… ha valore proemiale per la sua dichiarata valenza di poetica.
Non diversamente da molti canzonieri in morte che compongono la nostra tradizione poetica, Ancestrale non conosce una parte in vita: si apre con la lucida contemplazione di un lutto da dover superare; Goliarda Sapienza non ci parla, come Petrarca, de «i chiari giorni et le tranquille notti» (RVF, 332, v. 2), ma descrive immediatamente, in A mia madre, «i giorni oscuri et le dogliose notti» (ibidem, v. 10): «notte fonda», «mute le cose», «letto di terra», «silenzio di terra» sono tra le cose che l’attendono al suo ritorno dalla madre, quando non ci sarà nessuno a consolarla «per tutte le parti già morte/ che porta in / con rassegnata impotenza», come a dire che lei non è Orfeo di sé stessa perché Maria Giudice non è Euridice. Goliarda Sa­pienza ha già dentro sé la morte, per sua ammissione. Il suo ritorno sarà là dove la madre l’attende, in quella bara che l’ha accolta. Sicché il sentimento dell’attesa appartiene tanto alla figlia quanto alla madre, che incarna anche l’assenza; e assenza e attesa consegnano al soggetto una maggiore capacità di percepire sia la memoria sia la realtà, elementi di base di ogni canzoniere in morte, che si tratti della Vita Nuova o dei Rerum Vulgarium Fragmenta, o che si tratti di esempi più prossimi agli anni di stesura di Ancestrale, come gli Xenia montaliani o le poesie di Luzi dedicate alla madre morta in Dal fondo delle campagne.
Assistiamo perciò anche in Ancestrale a quella che Francesco Giusti definisce la «risignificazione di qualcosa che è sentito, al presente, come assolutamente insignificante perché violentemente deprivato del suo si­gnificato.»[1] Ed è quanto riscontriamo in quest’altra poesia di Sapienza: «È predisposto./ La tua vita/ in riva al mare/ la mia morte/ in fondo al pozzo./ È predisposto,/ la tavola apparecchiata/ con vetri e con coltelli./ È predisposto/ da tempo/ il tuo tornare al mio/ pozzo d’acqua piovana» (Ancestrale, p. 24); qui i pochi oggetti sono funzionali a una riorganizzazione degli stessi, insieme ad altri sparsi nei vari compo­nimenti,[2] per permettere la rielaborazione del lutto.
Le poesie diventano così l’archivio della memoria, ovvero quel luogo dove, citando nuovamente Giusti, «il soggetto è coinvolto in una ardua negoziazione tra la vita e la morte, tra pezzi di realtà discordanti e la loro trasfigurazione simbolica, affinché possa darsi delle ragioni per un evento irragionevole in se stesso […]. Per distaccarsi da quel legame doloroso, il soggetto prova a vedere in ogni pezzo di memoria richia­mato alla mente e alla scrittura la prova della necessarietà di quella fine»,[3] affidando perciò alla scrittura questa funzione riparativa: «Ancora la memoria m’ha destata/ la notte intorno a me giace in spirali/ s’insinua fra i cuscini chiude gli specchi/ con scialli neri. Lontano/ il giorno tradisce» (Ancestrale, p. 42).
Eppure, in una continua ritualità, necessaria per il recupero di ciò che di più ancestrale appartiene al soggetto, si torna a vivere ogni volta: «Ancora una volta/ raggomitolata/ fra le dune di sabbia/ divoro il mio cadavere/ per aspettare/ il lucore che squarcia/ l’utero del mare» (Ancestrale, p. 44); è la luce che squarcia il buio a simboleggiare la salvezza in queste poesie, e il sole o la luce appaiono di frequente nei testi di Ancestrale, spesso volutamente nello stesso componimento per costruire una paradossale antino­mia, perché comunque Goliarda Sapienza rifiuta tutto ciò che è conformità.
Di fronte a questa poesia innovativa nello stile, nei toni, nei modi e anche nei contenuti, c’è davvero da chiedersi come sia stato possibile che Ancestrale non abbia incontrato un editore sul finire degli anni Cin­quanta.

© Fabio Michieli

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[1] Francesco Giusti, Canzonieri in morte. Per un’etica poetica del lutto, L’Aquila, Textus Edizioni, 2015, p. 101.
[2] In un’altra poesia, poco distante da quella appena riportata, leggiamo: «Un giorno dubitai/ e in piena luce/ cominciai/ a vedere l’albero/ il pane/ il coltello e la forbice/ il legno/ il rame» (Ancestrale, p. 33).
[3] Francesco Giusti, Canzonieri in morte, cit., pp. 124-125. Qualche pagina prima Giusti, riferendosi alla raccolta Birthday Letters di Ted Hughes, osserva che «la narrazione della storia […] aiuta il soggetto ad affrontare la perdita in un’urgenza autobiografica che non si può esprimere senza un certo grado di ri-creazione mitica del fattuale» (p. 118); si noterà come l’affermazione, presa con i necessari distinguo, calzi anche per Goliarda Sapienza, nonostante Ancestrale non sviluppi una vera e propria trama narrativa, ma si avvicini più al modus montaliano degli Xenia.

I poeti della domenica #60: Elsa Morante, Voi, Morti, magnifici ospiti, m’accogliete

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Voi, Morti, magnifici ospiti, m’accogliete

Voi, Morti, magnifici ospiti, m’accogliete
nelle vostre magioni regali,
i vostri miniati volumi
sfogliate graziosamente per me.

Lo so: io, donna sciocca e barbara,
non altro che suddita e ancella a voi sono.
Ma pure il nastro d’oro delle vostre
imprese, e arroganti amori,
orna la mia fronte servile,
o Sultani infingardi.

Altro io non sono che pronuba ape
fra voi, fiori straordinari e occulti.
Ma sulle effimere mie elitre
pur venga una traccia rimane
del vostro polline celeste.
E il vostro miele
è tutto mio!

(1947)

© da Elsa Morante, Alibi, Milano, Longanesi, 1958.

Iniziare morendo: Dario Bellezza

Al capezzale dei giorni insieme vissutiDario Bellezza, Invettive e licenze (1971)
la memoria frenetica s’attacca: lieto
fine delle associazioni involontarie
e covate fino allo spasimo nel letto,
prima di depositarle sulla carta.

Così covo, sempre più sano ormai
dalle morti che ti minacciano, dalle croci
che ti crocifiggono, le mie inermi incertezze
che fingono il tuo mondo giacere
nella notte.

Maturo la scrittura, lo stile, il colpo
di mazza alla verità. Lenta invasione
del Paradiso nel tuo sepolcro dove
s’aggirano i mostri della mia diversità:
avversaria impotente della mia banalità.

Iniziare morendo: Dario Bellezza, la morte e lo spazio
(considerazioni a margine di Invettive e licenze)

12524403_10209017356899004_3275169697655511567_nL’ossessione per la morte pare essere il punto di partenza e l’inevitabile approdo della − più che nella − poesia di Dario Bellezza. Sin dagli esordi il limite estremo e invalicabile della morte ha la meglio sulla vita; vita che ben presto si traduce in vissuto, in sguardo verso il passato, a un tempo che non è mai stato paradisiaco ma pur sempre migliore del contemporaneo.
Bellezza manca volutamente l’appuntamento con la storia; e non lo manca alla maniera di Penna, perché in realtà quest’ultimo pone la storia a cornice (se non in poesia, sicuramente in prosa), bensì per narcisi­smo, perché Bellezza è totalmente prigioniero del suo specchio che è il suo mondo. Paradossalmente centra l’appuntamento con il futuro suo che è il nostro presente: la decadenza cantata nei suoi versi assomiglia più a noi che a lui e ai suoi deuteragonisti, a partire da quella che Deidier definisce «coazione all’eros»[1] e che dal curatore del mondadoriano “Oscar” è ascrivibile a una discendenza rimbaudiana, mossa critica che escluderebbe Penna da una presunta paternità (se non fosse che in Penna la presenza di Rimbaud non va mai esclusa aprioristicamente), con la palese intenzione, tutt’altro che deprecabile, di allontanare Bellezza da letture diventate cliché critici e facili etichette (non affatto diverse dal «fiore senza gambo visibile»[2] che tutt’ora pregiudica la lettura corretta della poesia di Penna).
La sessualità esibita, sbattuta crudamente in faccia al lettore non è altro che la via maestra per la distru­zione, scomposizione e decomposizione, dell’io in un gioco che è inevitabilmente barocco, perché va a colmare quel vuoto avvertito nello slegamento con la realtà: tardi arriva Bellezza rispetto all’onda della contestazione sessantottina che già si sta traducendo nell’ombra del terrorismo; troppo presto arriva per raccontare la deformazione egotica della società, o, per dirla meglio, viene meno al poeta la capacità di descrivere in termini critici, sociali, la trasformazione in atto. Ripiegato su sé stesso, Dario Bellezza narra l’autodistruzione evocata dalla presenza della morte e poi perseguita con le raccolte maggiori fino alla fine dei suoi giorni, senza trasformarsi in un novello Dorian Gray e ancor meno in un Andrea Sperelli del XX secolo, perché Bellezza sa giocare e condurre, almeno all’inizio, il gioco, prima di rimanerne inevitabil­mente prigioniero quando diventerà nel suo quotidiano il personaggio fino ad allora relegato nella teatra­lità della sua poesia. Semmai, e non so quanto io sia cosciente dell’azzardo in cui mi sto per infilare, c’è in questa distruzione dell’oggetto corpo (corpo fisico, e corpo poesia) qualcosa che lega Bellezza a Ton­delli: inseguono entrambi la morte nella scrittura, perché sono figli di un tempo che sta sgretolando quel senso della vita che la morale pubblica vorrebbe fondante. La maschera è tolta, pare dirci Bellezza in sostanza. (altro…)

Tiziana Marini, Lo scatto della lucertola. Lettura di Plinio Perilli

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Celebrazione provvisoria del personaggio-donna. Tiziana Marini, poetessa concreta e immaginaria, quotidiana e astrale.

di Plinio Perilli

La lucertola cui Tiziana Marini dedica il titolo del suo ultimo libro, ovviamente (Lo scatto della lucertola, La Vita Felice, Milano, 2016), è sia concreta che immaginaria, quotidiana e astrale come tutta o quasi la sua poesia.  Niente male per un’autrice capace in soli quattro versi di raccontarci come dall’interno il senso stesso dei miti, antichi o di sempre fa lo stesso:

Migrazione di sogni dagli orli verde-notte.
Piange la Chioma di Berenice
piange stelle tra i rami
dove i nidi fuggono in cerca della luna.

Cabale o invocazioni, trasmutazioni di sorta – Tiziana esce sempre dal Tempo, perché tutto l’immaiuscola e lo contiene, angelico e terrestre come le elegie omeopatiche con cui Rilke si curava, umbratile e innalzato:

Dov’è caduto l’angelo?
Dove cadde la speranza?
Una macchia d’asfalto, l’ombra del cielo
fra le sillabe del bene.

Ricordo ora quasi con tenerezza la prima volta che ci accingemmo a dar veste e lustro editoriale alle “poesie” puntigliose e dolci di Tiziana. Lei scriveva, impennava o carezzava i suoi versi tutti a stampatello (cfr. Solo l’anima vede, Pagine, Roma, 2011) – sì,  proprio come il parlato dei fumetti, e insieme, i titoli strillati d’un giornale, i messaggi cadenzati della pubblicità, se vogliamo anche il dialogo capzioso ed epocale dei quadri appunto di Roy Lichtenstein:

TUTTO AMO DI ME
ANCHE IL DOLORE
SE DIVIDESSI L’IDEALE
DALLA MIA REALTÀ.
E NON NE SON CAPACE,
SOLO PER QUESTO SAREI DIVERSA
E INACCETTABILE AI MIEI OCCHI.
UN IO FELICE
NON GENERA SPERANZA.

Ricordo le facce, più che divertite, turbate delle redattrici editoriali, mentre si accingevano all’opera. Le loro domande leziose (il lezio è una merce abbondante in letteratura, specie oggigiorno): “Ma allora i titoli come dobbiamo metterli? Sempre in maiuscolo o in maiuscoletto? (altro…)

proSabato: Elsa Morante, Prima della classe. Racconto

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Prima della classe

Ero la prima della classe. Le altre bambine mi mettevano in tasca, di nascosto, dei torroncini o dei «coccetti», e cioè delle piccolissime pentole o padelle di coccio. Ma io sapevo che esse non mi amavano e facevano tutto per interesse, affinché io suggerissi e lasciassi copiare i compiti. Nessuna meraviglia, del resto, perché io stessa non mi amavo.
Avrei voluto essere brava in ginnastica e nei giochi, essere grassa e colorita come Marcella Pélissier. L’anima mia si protendeva disperatamente verso tutti coloro che, grassi e coloriti, erano bravi in ginnastica e nei giochi. L’anima mia, nera d’orgoglio e di sprezzo, era in realtà quanto esiste di più avvilito. Io facevo poesie con le rime, che venivano recitate da ragazzini scornati e lamentevoli nelle feste scolastiche. La direttrice mi presentava al pubblico dicendo: − Signori, devo premettere che le poesie che udirete sono state composte dalla bambina qui presente, e non esito a riconoscere, con intensa emozione, che siamo dinanzi a un genio −. Io m’inchinavo, pallidissima, lanciando sguardi lampeggianti di superbia alle modeste compagne. Vedevo i ginocchi delle mie compagne sporchi di terra, i graziosi polpacci rossi di Marcella Pélissier, e me stessa lontana da tutti, in un’ombra nera e piena di lampi, un fenomeno della creazione. Mia madre raccontava, traboccante di legittima baldanza, che all’età di due anni e mezzo, girando intorno alla tavola, avevo composto il mio primo poema in versi sciolti. Ed io covavo un empio rancore contro di lei, che aveva partorito un simile prodigio.
Se credevano di adularmi, con quel rispetto e quelle mosse, come se io fossi stata vicedirettrice, si sbagliavano. E se mi domandavano: − Che farai da grande? − sperando di sentirsi rispondere: «Farò poemi», commettevano un errore ancor più grossolano. Difatti, ad una simile domanda, io dispettosa rispondevo: − A te che te ne importa?
Ancora due cose mi distinguevano dalle altre, cingendomi di un’aureola e additandomi al rispetto universale. La prima era che, da piccola, avevo avuto il giradito. Per questo l’unghia del mio pollice sinistro non era liscia e ovale come le altre, ma pressoché quadra, dura come pietra e tutta striata di bianco. Tutta la scolaresca ammirava quell’anomalia, molte mi chiedevano umilmente di toccare col dito.
Oltre all’anomalia, c’era un’altra cosa e cioè che, quando mi veniva la febbre, avevo l’incubo. Mia madre girava stravolta, con vesciche piene di ghiaccio, e diceva piano: − Elsa ha l’incubo −. Subito i miei fratelli si precipitavano al mio lettino, con viso compunto. Ma sentendo la mia voce rauca gridare: − Sì, Dio, perdonami e conterò tutti i grani di granoturco nei sacchi. Andate via, formiche, via, migliaia. Aiutami, Dio, − e vedendomi slargare le dita nel vuoto e sbarrare gli occhi, si guardavano fissi sbottando a ridere. Sapevano che non si doveva, ma era inevitabile. Mia madre diceva: − Vergogna, disgraziati, − ed essi in preda ad ilarità furiosa si buttavano per terra e si davano pugni. Questo non esclude che il mio incubo fosse oggetto della generale ammirazione. − Com’è? − mi chiedevano le compagne. E di me si diceva con importanza, a bassa voce: − Ha un incubo.
Nella mia classe eravamo tutte femmine col grembiule bianco, fuorché il figlio della maestra, che era maschio col grembiule turchino. Il cognome della maestra, per una gentile coincidenza, era Amore, così che egli sul grembiule portava ricamato a punto erba il cognome Amore. Era grassoccio, corto di gambe, con occhi lucenti e neri, le guance rosse e la testa tutta pelata, perché aveva avuto le croste. Tutte le alunne gli facevano i sorrisi e, come a figlio di maestra, gli empivano le tasche del grembiule di torroncini e di matite. Ma lui a tutte quante preferiva me.
La cosa più dolce era che il motivo della sua predilezione non era il fatto che io fossi un genio, e nemmeno che avessi il giradito e l’incubo. Aggiungerò anzi che egli pareva per natura issato in una sfera ben superiore, in cui tali cose non valevano affatto, ed erano guardate soltanto con una gioviale benevolenza. Il motivo dunque era tutt’altro, e me lo rivelò il giorno in cui guardandomi con lucente occhio arguto e toccandomi estatico mi disse: − Che bei riccetti che hai.
Tutte assumevano nel parlarmi un’aria saccente, e con me discorrevano solo di compiti, di madri e di padri, lasciandomi sempre sola fuori dei loro frivoli capannelli. Ma Amore mi si confidava su cose umane: mi magnificava, ad esempio, la marmellata di sua nonna, ed altresì me ne offriva. Mi guardava e diceva: − Come sei pulita, − rapito, ridacchiando. E mi prendeva per mano andando in su ed in giú e una volta perfino, in segno di estrema amicizia e affabilità, mi carezzò la guancia[1].
Che Dio benedica Amore. Non so come, sentivo oscuramente che costui, dal mio pianeta deserto e corrusco, mi riconduceva per vie segrete alla terra.

[1] Qui «guancia» è correzione autografa per «faccia».

Elsa Morante, La prima della classe in Racconti dimenticati, a c. di I. Babboni e C. Cecchi, prefazione di C. Garboli, Torino, Einaudi, 2002.

Riletti per voi #3 – Elsa Morante, L’isola di Arturo

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Copertina della prima edizione del romanzo, del 1957: particolare di “Ragazzo addormentato” di Guttuso.

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La terza puntata è dedicata a L’isola di Arturo di Elsa Morante, nella lettura di Fernando Della Posta.

Riletti per voi #3 – Elsa Morante, L’isola di Arturo

Una grandiosa epopea del gioco delle parti L’isola di Arturo di Elsa Morante. I personaggi e il loro carattere non cambiano, dalla prima all’ultima pagina del romanzo. Tutti ostinatamente uguali a sé stessi, nonostante Arturo, dal nome della stella della costellazione di Boote, e Nunziatella, sua matrigna, siano poco più che adolescenti. La matrigna, sedicenne, è già pienamente, risolutamente e fermamente consapevole dei propri ruoli di madre premurosa senza ricambio, in quanto giocoforza surrogato della vera madre di Arturo, e di moglie accondiscendente e sottomessa del padre di lui, il misterioso Wilhelm Gerace. Madre e moglie responsabile e inflessibile, compressa nel suo ruolo di servitrice, custode e consigliatrice degli “uomini” di casa. Senza sesso per Arturo, che nel romanzo scopre quasi per inciampo di essere infatuato di lei, una figura che, superficialmente, scambiando la gelosia per disprezzo, ha sempre odiato, sin dalla prima notte della “sposa” nella “casa dei guaglioni”. La casa dei guaglioni, maniero solitario situato ai margini di tutte le contrade dell’isola di Procida, sin dalla sua prima edificazione abitato solo da uomini, prima convento, poi residenza di una coppia la cui moglie morì di parto e poi residenza signorile di uno scapolo cieco, l’Amalfitano, misogino e pieno di soldi, che aveva adottato Wilhelm Gerace presso di sé, anche lui a sua volta vedovo della madre di Arturo per complicazioni di parto.
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Mai più senza #10 – Speciale #2

Un secondo speciale che, come il primo, sta zitto perché a parlare sia solo l’autore. Un altro libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso.

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Al declinare della notte, io cado spesso in un sonno leggero; e nei sogni incontro le medesime persone e la medesima città dei miei ricordi. Molti di questi sogni si ripetono, con particolari quasi identici, per più notti; ma allorché simile monotonia si rompe, e mi visita un sogno nuovo e diverso, io provo una straordinaria commozione.
Dal sonno mi riscuotono voci familiari che, accosto ai miei orecchi, col tono incalzante di quando, ai tempi della scuola, mi si svegliava alla mattina presto, chiamano: Elisa! Elisa! Ma al mio primo aprire gli occhi, mi par d’udire un debole stridio di spavento e di intravvedere, nelle prime luci del giorno, una frotta di esseri effimeri che fuggono confusamente dalla stanza, come uno sciame di tignole all’aprirsi di un armadio polveroso.
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