elisabetta bucciarelli

Festlet #4: Umano

George Saunders (al centro) a Palazzo Castiglioni

Saunders ci dice immediatamente che Lincoln, all’apice della sua notorietà, era anche un uomo all’apice della sua sconfitta. L’uomo che negli anni sessanta dell’800 diceva che ogni guerra era civile perché riguardava l’uomo, doveva «coniugare l’immane dolore della perdita di un figlio piccolo con il dovere di mantenersi saldo nel suo ruolo». Marco Malvaldi, che lo intervista a proposito del suo romanzo (appunto Lincoln e il Bardo, dove il Bardo è il luogo buddista di intervallo tra la morte e la rinascita), gli domanda come sia riuscito anche lui, da autore, a gestire una contraddizione: quella di poter scrivere su registri commoventi senza perdere mordente negli inserti di ironia. Saunders risponde che dovrebbe sempre essere, nella scrittura, come con la bicicletta: saper pendere da un lato e saper riequilibrare dall’altro. Nel caso di Lincoln aveva cominciato, continua, in un tono troppo tragico, e solo dopo qualche lettura ha deciso di iniettare delle dosi di ironia. Come del resto da giovane, quando «tendevo a togliere ogni passo ironico quando volevo essere tragico e in altri casi a far ridere a ogni costo: non avevo capito che il segreto era l’equilibrio». (altro…)

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

*

n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

(altro…)

Il Disegno di Milano

12834564_10156730099920347_1346565517_n

Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

(altro…)

Questo Natale #12: Elisabetta Bucciarelli, Travestimenti di Natale

berlino, foto gm

berlino, foto gm

TRAVESTIMENTI DI NATALE

 

È Natale!

Dal paesello sono arrivati i parenti, perché Natale sembra più Natale al Nord. Sulla tavola c’è il cappone come si fa a Milano e il capitone con il sugo rosso, come si fa al paese. I bimbi sono già a nanna, aspettano Gesù.

“Natale svegliati, è mezzanotte!” bisbiglia la mamma al suo bambino. Natale apre gli occhi, li stropiccia e si alza. La festa è doppia. Nasce Gesù e nasce anche lui, Natale, Natalino. Al paesello chi nasce di vigilia lo chiamano così. I regali sono pochi, ma Natalino si diverte ugualmente. Infila le scarpe della mamma e tutti ridono. Si stappa lo spumante: “Poco a Natalino!”. Lui fa le boccacce, il vino è amaro.

Che Natale!

Dopo tanti anni ci pensa ancora. La stanza è buia, il letto cigola, fa freddo. Tira le coperte fino al mento e si gira su un fianco. Alle sue spalle una sagoma si muove. Chiede che ore sono. Natale risponde: “È quasi mezzanotte”.

La sagoma si alza, accende la luce. Natale chiude gli occhi. La sagoma si infila i pantaloni, annoda la cravatta e dice: “Com’è che ti chiami?”.

“Lina, mi chiamo Lina”.

“Beh Lina, buon Natale… te li lascio qui”. Poi va via. Tariffa doppia stanotte.

Natale apre gli occhi e si veste: la guêpière, la gonna corta, i tacchi alti. Spazzola i capelli e aggiusta il trucco.

Natale è mezzanotte se ti sbrighi riesci a fare un altro cliente e a Natale lo sai, la festa è doppia.

*

© Elisabetta Bucciarelli

Nota: L’autrice precisa che il racconto che avete letto è il primo da lei scritto, che al tempo aveva vent’anni, che lo scrisse per un concorso indetto dal quotidiano La Repubblica, che il racconto venne poi pubblicato dal quotidiano, che il premio furono un paio di Levi’s 501, che ancora indossa.

Una frase lunga un libro #31: Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio

bucciarelli

Una frase lunga un libro #31: Elisabetta Bucciarelli, La resistenza del maschio, NN editore, 2015. € 13,00, ebook € 6,99

*

Dimostramelo, le parole non possono tutto, servono le azioni, quando si arriva a questo non c’è già più niente, solo scambio, do ut des. Sesso al posto di amore, amore al posto di qualcosa che sia fisico, dove la ragione e le emozioni sbattano ogni giorno. Non bastiamo noi, non siamo capaci di stare, restare, tenere lo sguardo alto senza ripiegarci sulla mancanza.

Un uomo sta tornando a casa, a tarda notte, accompagna la guida e la strada elencando le misure, le altezze dei palazzi che incontra. Non sappiamo ancora nulla di lui, siamo solo alla prima pagina, eppure già stiamo riflettendo. Pensiamo che sia un metodico, che potrebbe essere uno fuori di testa, un ingegnere, uno con la passione per la matematica, probabilmente un solitario. Lui snocciola cifre e io penso che ovunque stia tornando non ci sia nessuno ad aspettarlo. Ho fatto un sacco di pensieri e associazioni mentali dopo aver letto qualche frase, alcuni si sono poi rivelati pertinenti, altri no. Questo non conta, conta come Elisabetta Bucciarelli abbia pensato di portare il lettore dentro la sua storia. Vuole che il lettore segua da subito il suo ritmo e che percepisca qualcosa di impersonale, di meccanico se vogliamo, mentre legge di un uomo di cui non sa nulla. Bucciarelli lo fa per un motivo, per abituarci a tenere il tempo e per abituarci al controllo. Il controllo sarà una delle chiavi di lettura del libro. Prima, però, c’è l’incidente.

Tre donne sedute in una sala d’attesa di uno studio medico, attesa abbastanza lunga, quasi inevitabilmente cominciano a parlare, se nelle prime pagine abbiamo percepito qualcosa di freddo, qua notiamo l’opposto: una specie di calore, un riconoscersi atavico, la voglia di raccontarsi. Si respira da subito un’aria di comprensione e una sorta di nervosismo empatico.

(altro…)

Festivaletteratura: Romanza #FestLet

Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande. Grazie @CasaLet per la fotografia.

Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande. Grazie @CasaLettori per la fotografia.

«Uno dei primi complimenti che ho ricevuto sui miei libri è stato: non scrive come una femmina». Esordisce così Elisabetta Bucciarelli, che con Paolo Colagrande è chiamata a riflettere sulla possibile differenza tra scrittura maschile e femminile. Ci ha messo un po’, aggiunge, a rendersi conto che si trattava di un complimento – che la mancanza di un timbro sessuale voleva dire una vittoria, significava la purezza che è solo dell’androgino, sognato, per fare appena un nome, da Virginia Woolf. «Peccato che poi hanno detto» chiosa «che scrivo come un maschio».
Moderati dallo scrittore ed editore Afro Somenzani, Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande parlano di cosa renda specifica, ammesso che lo faccia, la scrittura di una donna e quella di un uomo: è forse la voce, l’angolatura, la scelta dei temi? Una questione di contenuto, di sistema di pensiero, o anche soltanto di sintassi? Quanto c’è di genetico, quanto di sociale, quanto di falso in ogni possibile risposta?
Argomentate e convincenti, a volte discordanti, le riflessioni di Elisabetta Bucciarelli e Paolo Colagrande vengono dalla loro esperienza di lettori e di costruttori di storie. Per il suo ultimo romanzo, La resistenza del maschio (NN edizioni 2015), Elisabetta Bucciarelli ha dovuto vivere «a bordocampo», per assorbire la fisicità, i gesti e quella sorta di parlato mentale con cui ha dato voce al suo protagonista. Lo strumento della lingua, quindi, la vocazione che rende credibile una figura molto prima di qualsiasi forma di trama.
Colagrande, che chiacchiera con noi (e presto lo farà anche qui) del suo ultimo romanzo Senti le rane (Nottetempo 2015, finalista al Premio Campiello), parte da un assunto fondamentale preso in prestito da Lady Morgan: «Il talento è asessuato». Anche se, racconta, per Čechov ogni donna è una potenziale scrittrice. Archiviato il talento si potrebbe parlare di contenuti, e chiedersi se l’uomo tenda, ad esempio, a schivare i sentimenti, o soltanto a dare loro, appunto, una diversa vocazione. Forse il segreto è nella sintassi, nelle donne più flessuosa: ma allora, si chiede Colagrande, la morbidezza di Balzac?
Più che della scrittura – di ciò che fa testo, come il genere, i temi, il soggetto – tutto sembra gravitare attorno a quella parlata che, lei sì, possiede differenza; la parlata maschile e quella femminile, che non è detto si incarni nell’uomo e nella donna né che, una volta assorbita, sia impossibile da imitare.
Se dovessi dire che siamo venuti a capo della questione mentirei. Se dovessi dire che mi piacerebbe un mondo dove poter venire a capo di una questione (appunto) del genere, mentirei due volte. Abbiamo imparato, però, che ci possiamo aspettare i complimenti più improbabili, che “le rane sono le sorelle brutte e buone delle sirene belle e sanguinarie” e che a spingere gli scrittori a scrivere, maschi o femmine che siano, sono forse gli spingitori di cavalieri di guzzantiana memoria. Ce lo suggerisce Afro Somenzani, e io la adotto come verità provvisoria per un’altra questione di cui è un po’ difficile venire a capo.

© Giovanna Amato