Elisa Biagini

Quattro inediti di Elisa Biagini

courtesy Anne Sastre

dalla serie Maieutica

.
se altrove si aprono
cassetti
e serrature,
qui è il momento
che la bocca
torni a schiudere:
restituisca l’aria
presa in prestito,
una boccata durata
una vita.

 

*
la tua pupilla è ora
spugna che gronda,
esonda la tazza
dell’occhio

(e poi tutto ti torna
in mente all’
improvviso,
quel primo riempirsi
dei canali, l’entrare del
mondo nei pori.)

 

*
questo tuo mordere è
per acchiappare
il mondo, tentare
di portarne un pezzo
via con te.

 

*
non c’è prenotazione
a questo viaggio:
si nasce
prenotati ed è
un continuo
fare e disfare
di valige, controllare
che fra le mani
le carte
siano tutte.

.
.
© Elisa Biagini

Cosedicasa

 

…Esiste però un’altra definizione della poesia, o meglio del poetico: perché qualsiasi arte, dalla architettura alla musica al cinema può essere poetica, quando si struttura attraverso dei
ritmi. E non solo le arti, ma anche un paesaggio, una persona, uno sguardo quando creano dei ritmi e delle situazioni che toccano l’essenza delle cose, anche in questi casi si tratta di poetica…
[Dall’introduzione di Alessandro Mendini]

 

 

 

 

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.


Sacrificale

Solo sotto, oltre la radice del muro
dove ci attraversano gli anni
resta ancora quella crepa sottile
che ti ha lasciato
ed è più possibile un tremore.
Procederai un giorno allo scavo
fino a dove la terra si fa concava
per decifrare la Lineare
delle ombre nella malta
e rinnovarsi così,
perché un giorno le pareti si mescolino
ancora al latte

 

Inverno

L’inferno comincia nel giardino
ricordo di averlo letto da qualche parte
o forse ne abbiamo solo parlato
sfogliando a tavola
un catalogo di piante possibili.
Potevamo mettere delle ciliegie rare
o delle orchidee, mi dici
mentre richiudo il cancello
dietro il nocciolo
prosciugato dai rovi

© Iacopo Ninni, Cosedicasa, Milano, Dotcom press,  2017

             

© Fernanda Scianna               © Fulvia Mendini                           © Antonio Odiardo

 

 

Su “L’ospite” di Elisa Biagini (di D. Campanari)

Elisa Biagini, L'ospite (Einaudi, 2014)

Elisa Biagini, L’ospite

di Daniele Campanari

.

Un detto popolare dice che al terzo giorno di permanenza nello stesso spazio anche l’ospite più prestigioso puzza. Si tratterebbe dello stesso odore clandestino prodotto dal pesce abbandonato in frigorifero.
Anche L’ospite (Einaudi, 2014) di Elisa Biagini emana un odore. Sia chiaro da subito, non si tratta dello stesso cattivo odore di cui sopra, ma di un sorprendente profumo che arriva al punto più alto dell’emozione.

Tra noi la voce non
conduce e arriva, come
phon dentro l’acqua
ma si ferma come d’interruttore […]

Soltanto qualche verso dopo c’è il blackout, per una logica sentimentale prima che di tecnologia.
In questi versi, gli stessi che appaiono sulla copertina del libro, la Biagini introduce l’ospite che vive l’intera raccolta. Volendo essere curiosi, si chiede quale sia la sessualità dell’ospitato. Ebbene, questo sembra essere l’unico desiderio esaudibile alla richiesta: potrebbe trattarsi di cugina, madre o sorella; comunque è una donna.

A noi ci lega
un altro ramo
di questo albero
[…]
Ho i tuoi pezzi di
corpo
[…]
certo te, ma non tutta […]

La poesia di pagina 67 è stata fatta volutamente a pezzi – e non è un crimine –  per capire come alcuni passaggi poetici, seppure divisi, abbiano un legame. Lo stesso legame di cui parla l’autrice quando vede – oppure immagina – l’albero che ha di fronte. Che questo albero assuma sembianze umane, poi, è soltanto una ridefinizione usuale della natura.

Se ogni volta che
sudo ti perdessi sarei
a buon punto:
non torneresti in
gola la mattina ma
sindone di te nel mio
lenzuolo

In quest’altro caso tracciato l’autrice offre una perla rara, un’immagine ancora una volta corporale guardando il sudore che cadendo diventa persona. E prosegue trasformando questa essenziale fonte in sacralità ricordando il volto di Cristo spalmato sul famoso lenzuolo.
Quella di Elisa Biagini è una dedica continua, a una voce sola, che spesso ha a che fare col cibo: fra noi, come/ la panna del/ latte, la pausa/ troppo lunga/ di ghiaccio che/ cede, il bianco/ che ci beve.
Niente di strano pensando a questo come elemento fondamentale per la sopravvivenza tenuta in casa, all’ospite come soggetto ambientato tra le stesse quattro mura.
L’Ospite non è quindi un’intimità segreta che svolazza su luoghi insicuri. Tutt’altro, l’Ospite di Elisa Biagini è una precisa certezza.

 

Estratti

ed io che sono
senza vista ai
raggi x, dovrò
sfogliarti per
vederti davvero,
dovrò
sbucciarti
per trovarti
la polpa.

.

*

mi hai fatta
a maglia,
per
questo il mio
biancore, il
non reggermi in
piedi, no anemia:

per vedermi meglio
dentro, per entrarmi,
attraverso queste maglie
troppo larghe.

.

© Daniele Campanari

L’importanza di essere piccoli (quinta edizione)

l'importanza-di-essere-picc

 

La poesia che viene al mondo vi giunge carica di mondo.
P. Celan

Microliti, ed. Zandon

 

comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli

rassegna di poesia e musica nei borghi dell’appennino

V edizione dal 3 al 6 agosto

un progetto associazione arci  “SassiScritti”

LA POESIA CARICA DI MONDO

riabitare il luoghi marginali con la poesia e la musica

con

CRISTINA DONA’, ELISA BIAGINI, DIODATO, EMILIO RENTOCCHINI, FRANCESCO DI BELLA, GUIDO CATALANO, DELLERA, ANDREA LONGEGA, ANNALISA TEODORANI

L’importanza di essere piccoli è un festival di poesia e musica nato nel 2011 da un’idea di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli che hanno creduto di poter riabitare “poeticamente” il paesaggio allacciando una relazione autentica con chi lo cura e vi dimora. La complicità che nasce tra i musicisti, i poeti e i cittadini, l’affluenza di un pubblico eterogeneo e vivace che proviene da tutt’Italia, sono tra i punti di forza di una rassegna “minuta” che dal 3 al 6 agosto ritorna nelle valli, nelle pievi, nei castelli, nei borghi dell’Appennino tosco-emiliano con un passo volutamente più lento di quello preteso dal mondo odierno. Questo legame con le storie e i luoghi ‘minori’ è rafforzato dal gemellaggio che quest’anno lega L’importanza di essere piccoli a due storici festival che arrivano da lontano sia spazialmente che temporalmente: inizia infatti un colloquio per consonanza di intenti, poetiche e modi con l’XI edizione del CABUDANNE DE SOS POETAS, festival di poesia che si svolge a  Seneghe, provincia di Oristano in Sardegna, e con la XXII edizione del festival STAZIONE DI TOPOLÒ/POSTAJA TOPOLOVE, in provincia di Udine, al confine con la Slovenia. Questi tre festival, sparsi per l’Italia e diversi per linguaggi e paesaggi, hanno sentito un’aria comune che li ha portati a dialogare sia per quanto riguarda le scelte artistiche che sostenendosi nella promozione, partendo dal presupposto che la marginalità è la ricchezza che più li caratterizza.

(altro…)

Elisa Biagini: Da una crepa. Una lettura

da-una-crepa-elisa-biagini

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

La terza raccolta di Elisa Biagini, Da una crepa (Einaudi, 2014, da cui è tratta anche la poesia che apre questo post, e già presentata lo scorso aprile da Jacopo Ninni, qui) prosegue la scoperta della relazione tra corpo e linguaggio che caratterizza le precedenti raccolte, come ben dice la quarta di copertina. Nel 2012 Biagini ha pubblicato anche alcuni testi in Nell’osso. Into the bone. In den knochen (Damocle edizioni), da cui si proporrà un testo proprio perché strettamente connesso a quelli dell’ultimo volume edito. La traduzione in altre lingue (inglese e tedesco) avvicina l’autrice ai due più importanti autori di riferimento, Emily Dickinson e Paul Celan, messi in dialogo in Da una crepa proprio all’interno dei versi (Celan) o in controluce al testo (Dickinson).
(altro…)

Elisa Biagini – Da una crepa

Elisa Biagini, Da una crepa (Einaudi, 2014)

 

Esce oggi la nuova raccolta di Elisa Biagini e noi, per sua gentile concessione ne pubblichiamo un breve estratto.

.

* * *

mi scrivo tra le
crepe, nei nodi
del legno, nella
polvere sotto il tappeto:
il buio, che aspetta
d’entrare, s’aggruma
d’occhiaie.

.

* * *

come su foglio
accartocciato
che si liscia
resta il
segno
crepa
a colarci
l’inchiostro.

(noi ci imbeviamo
d’infiniti spigoli.)

.

* * *

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

.

* * *

e la schiena si
crepa, astuccio
di semi
che spingono,
che s’aprono in rami,
cespuglio di dita
che mai giunge a toccare,
che taglia l’aria d’unghia.

.

* * *

controvento

.
Mi rigiro la carta tra le mani,
mi riannodo il respiro nella gola:
guardo le lettere con tutte quelle lame,
come le ombre delle cose poi mai dette.
Faccio buio e dopo accosto il foglio
la tua parola piú scura mi fa luce,
pulsa nel palmo tutto il suo silenzio.
È questo un seme che mai si consuma.

Controvento le parole
sono solo richiami,
saliva che ti torna
in bocca

 

© Elisa Biagini 2014

La lingua delle Pinne.

283744_10150919441022471_579849696_nSophie Curzon arriva dall’Australia, amante della lingua e della cultura italiana. Nel corso della sua formazione ha scelto di fare dell’italiano la sua lingua poetica. Per realizzare questo suo obiettivo-sogno ha chiesto “aiuto” ad Elisa Biagini decidendo così di trasferirsi temporaneamente in Italia e farsi seguire nella realizzazione di questo progetto che si è poi concretizzato nella pubblicazione del suo primo testo. Ho incontrato Sophie a casa di Elisa e sono rimasto colpito dalla lucidità con cui necessariamente affronta il testo scritto e lo scambio critico in una lingua che non è la sua. A fine maggio Sophie ha presentato a Firenze il suo testo e Marco Simonelli, poeta e traduttore, che con Sophie e me ha seguito una parte di questo “cammino di formazione”, ha introdotto la presentazione del libro. Ho chiesto a Marco di “girarmi” il suo testo e ritengo sia importante riportarlo così come è.

(jacopo ninni)

pinneSophie Curzon-Siggers
Autoritratto con le pinne
Firenze, Gazebo, 2013
***
Sophie è una giovanissima scrittrice australiana che ha deciso di usare la sua seconda lingua, l’italiano, per esprimersi in versi. Qualche tempo fa le ho chiesto: “come mai hai deciso di scrivere in italiano?” Lei mi ha risposto: “È l’italiano che ha scelto me.” Più tardi mi ha inviato una sua nota di poetica in cui dichiara di aver iniziato recentemente a sognare in italiano. Per un poeta la scelta della lingua è fondamentale: nella storia della poesia del Novecento italiano abbiamo avuto un poeta come Amelia Rosselli che grazie al suo trilinguismo ha contribuito non poco ad esplorare le possibilità espressive di questa lingua. Per un poeta, la lingua è sempre una terra straniera, una terra sconosciuta, da esplorare e da mappare, forse un luogo da colonizzare, un luogo in cui insediarsi, conquistandolo centimetro dopo centimetro, verso dopo verso. Entrando più nello specifico del testo: che cos’è l’autoritratto del titolo? Per realizzare un autoritratto è necessario uno specchio che riproponga un’immagine del soggetto che desidera ritrarsi – e sono portato a credere che in questo caso lo specchio che Sophie usa sia proprio la lingua italiana, una lingua essenzialmente liquida. Mi chiedo se la superficie in cui Sophie si specchia non sia tanto quella di uno specchio da parete quanto quella di uno specchio d’acqua: nel suo ritrarsi infatti Sophie non si limita a fotografare i lineamenti che vede ma riesce a percepire ciò che si rivela dietro la sua stessa immagine, proprio come quando ci guardiamo in una pozza e siamo in grado di vedere sia noi stessi sia il fondo di quella pozza, sia il cielo dietro di noi. In uno dei versi più belli di questa compagine Sophie si definisce “palombaro della lingua”.

Cosa sono invece le pinne? Le pinne ci parlano di una creatura acquatica e se è proprio questa creatura colei che si raffigura è lecito supporre che sia una creatura anfibia. E difatti la voce che parla in queste poesie si muove in più elementi subendo ogni volta un processo di metamorfosi e trasformazione (in alcuni casi di ibridazione e/o fusione fra soggetto ed elementi)

prendo il treno,

tutte le sedie diventano

frasi (prime parole)

facciamo la rosa dei venti noi stessi (rosa dei venti)

se una mette la bimba nell’acqua termale

tutti i giorni, quella compie 18 anni e le spuntano le pinne. (autoritratto con le pinne)

Con questi testi Sophie sembra suggerirci che all’interno del viaggio di esplorazione della lingua non è tanto il poeta che si appropria degli elementi (storia, paesaggio, risorse naturali) quanto gli elementi che colonizzano spontaneamente scrittura e identità poetante, rendendole altro.

 C’è un dato biografico molto interessante che l’autrice condivide con noi: in passato ha avuto esperienza di oratrice pedagogica e al liceo voleva fare la pastora. Io non so in che accezione sia da leggersi il termine pastora: potrei immaginarmi una situazione bucolica e agreste e pensare alle pecore oppure sfruttare la metafora religiosa e immaginare una folla di fedeli, una congregazione che si riunisce e si riconosce tramite un rito di condivisione. Qualsiasi accezione io possa scegliere non posso che identificare la pastora come colei che scrive e le pecore e i fedeli come le parole (sempre a rischio di dispersione e di perdita di senso). Poesia può essere anche questo: la cura e la responsabilità di un gregge di sillabe da guidare e da cui essere guidati. Nell’organizzare i suoi discorsi, l’oratore richiama a sé le parole (e i significati e i suoni che esse comportano) conducendole nell’organizzazione (in un gregge) di un discorso. L’oratore lascia che le parole si nutrano di senso in pascoli erbosi.

Vorrei concludere questo intervento con l’analisi di una poesia. È l’ultimo movimento di una suite che si intitola “alcune lettere pasquali da un’australiana all’Italia” e si trova a pagina 20. È l’ultima di 4 poesie che si scostano leggermente dalla matrice figurale dell’intero lavoro: se in tutta la raccolta il procedimento metaforico scatta ibridando la realtà e contaminandola, nel descriverla, con elementi stranianti, in questa zona lo sguardo sembra insistere sul territorio e la difficoltà antropologica di accettare la differenza come valore. È un testo nettissimo che scaturisce dall’osservazione e da una riflessione storica elementare e tuttavia affascinante. Lo leggo:

nel reame del Papa

si compra il pane e un buon vino

nel giorno di cui morì Gesù sulla Croce

eppure da noi, non si fa niente

a causa delle chiusure –

per legge, è una giornata sacra

e stiamo ancora pentendoci,

un paese di immigrati

da carceri e campi profughi.

Alla base di questa poesia c’è la risemantizzazione di due luoghi comuni: l’Italia come “reame del Papa” e l’Australia come colonia penale del vecchio mondo europeo. Usufruire dei luoghi comuni per un poeta è un’operazione delicatissima: è facile scadere nella banalità o scivolare sia nel politically correct sia in involontarie dichiarazioni offensive. Qui mi pare invece che l’operazione di commistione del luogo comune produca un ampio risultato sul termine della riflessione; il punto di collisione e incontro è il concetto di sacro: se da una parte “si compra il pane e il buon vino”, dall’altra i negozi rimangono chiusi in una declinazione del sacro che è pentimento e espiazione. Ad una prima lettura sembra di trovarsi davanti ad una contrapposizione fra un’impostazione cattolica e una calvinista. Ma nell’economia delle quattro lettere pasquali il dato saliente è un rapporto ironico col concetto stesso di religione e differenza: “se incontrassi Dio per la strada/ gli rivolgeresti la forma di cortesia?/ e sarebbe la cortesia di Lei oppure di Voi”? si chiede l’autrice in un dubbio grammaticale che è contemporaneamente una critica e una dichiarazione di buon senso. E chi preferisce declinare il sacro (qualunque cosa sia) col pentimento piuttosto che col pane e il vino? Ciò che rimane da questa precisa dissezione è “un paese di immigrati/ da carceri e campi profughi” ma non sappiamo più se stiamo parlando dell’Australia colonia penale o dell’Italia che vede Sophie oggi. E in questo dubbio non possiamo che identificarci noi lettori, ibride creature umane che sviluppano le pinne per sopravvivere, come “immigrati” e “profughi” in una mappa di trasformazioni.

ms. 23.5.2013

Luce prigioniera

Fine pena mai

Non c’è lieto fine
nella malta che
si sgretola sotto colpi di
luce.
Noi abbiamo seguito
a tentoni
la processione di porte
lasciando brandelli
di pugni
sulla pelle dei muri

              …Bella mia
Ti scrivo da un luogo
che non esiste più
non è un’amnistia di ricordi
solo un rancore dissolto
che si libera
nella sospensione di polvere.

Iacopo Ninni

Sar6Nel 1883, l’antico monastero delle Murate di Firenze, che vide tra le sue “ospiti” Caterina de Medici, poi regina di Francia, è stato trasformato in carcere, diventato poi durante il ventennio e fino alla liberazione di Firenze, luogo di raccolta e interrogatori di prigionieri politici e partigiani.

Un luogo chiuso, segretato alla città, da sempre destinato alla detenzione, il cui nome stesso “Murate” non può concedere altra chance.

Nel 1985, in seguito alla costruzione del nuovo carcere di Sollicciano, il complesso delle Murate che copre un’area di circa 2700 mq tra Via Ghibellina e via dell’Agnolo, venne abbandonato. Solo nel 2001 sono iniziati gli interventi di restauro che lo hanno trasformato in un’area residenziale e commerciale.

Prima dell’inizio dei lavori, 12 fotografi fiorentini furono invitati a documentare ciò che era rimasto della struttura. Le opere furono presentate in una mostra curata da Mauro Magrini dal titolo Luce prigioniera, a cui si aggiunse un gruppo di poeti per commentare le fotografie.

10 anni dopo, il Caffè letterario delle Murate, Mauro Magrini e Elisa Biagini, che ha curato gli interventi poetici, hanno riproposto Luce prigioniera.

Se Milano piange, Firenze non ride

Il 21 marzo si è celebrata la giornata mondiale della poesia; in un modo nell’altro, per dovere o per necessità, ci si ritrova a parlare di poesia, per rileggere poesie note e per proporne di nuove, per ascoltare le voci di altri o per ricordare voci (ahimè troppe) appena andate. Questo accade in un momento in cui a Firenze per esempio, dopo ben nove edizioni che hanno portato poeti italiani e di tutto il mondo a leggere i loro testi dalle Oblate a Villa Romana, dalla Villa Medicea di Castello alla Badia Fiesolana, “Firenze Poesia.Voci lontane-Voci sorelle” rischia di morire. Attenzione però, stiamo parlando di Firenze, città che quanto meno per tradizione, dovrebbe mantenere il ruolo di culla della lingua, città che ospita la Biblioteca nazionale, città che raccoglie centinaia di migliaia di turisti, studiosi e viaggiatori attorno ad un patrimonio storico, culturale e architettonico unico al mondo. Attenzione dunque perchè, se da una parte possiamo provare ad immaginare che un festival perda i finanziamenti per “la crisi” e per la scarsità di fondi, uno può provare a mettersi l’animo in pace, turarsi per un attimo il naso e adeguarsi per un periodo, si spera limitato a quel principio che ha dominato la nostra terra negli ultimi 15 anni tale per cui, la “cultura non porta ricchezza” e provare ad attendere albe migliori. Poi però ti guardi attorno e non solo vedi che sono sparite iniziative molto meno costose come “Ultra”, ma che improvvisamente, udite udite, compare dal cappello di qualche geniale creativo, un’iniziativa chiamata “Il festival dell’inedito” (http://www.festivaldellinedito.it/), una kermesse a cui dovrebbero partecipare autori esordienti selezionati da nomi più o meno legati al panorama letterario. Cito dal sito: “Un anno di Festival, tre giorni di mostra, incontri, presentazioni, per scoprire nuovi scrittori e sceneggiatori, nuovi stili e contenuti inediti.
Diciamola tutta, una sorta di Xfactor della letteratura per un paese dove il merito sta nel voto popolare ma soprattutto nel pollice ritto del benevolo “uomo pubblico del mestiere”, in questo caso personificato da Antonio Scurati.
Forza allora, voi scrittori in erba, poeti, narratori, sceneggiatori, tutti voi talenti incompresi che vi ostinate a mandare i vostri manoscritti a case editrici o a case di produzione che non accettano il vostro capolavoro, (…ma come è possibile: su facebook ho 200 mi piace e tu non mi pubblichi?), approfittate di questa mirabile iniziativa per assicurarvi il futuro e la fama e il tutto dopo un’iscrizione di soli 130 euro (e meno male che con la cultura non si mangia…)
che dà diritto alla lettura dell’opera e ad un giudizio qualitativo. Poi potete sperare di passare la selezione e allora con soli 400 euro potrete avere ADDIRITTURA uno stand dove pubblicizzare il vostro mirabile prodotto.Restiamo però coi piedi per terra, noi poveri illusi della poesia da leggere, noi che prima di scrivere amiamo ascoltare altri poeti e capire, confrontarci. Noi che pensiamo che in questo momento di disagio storico-culturale, la parola poetica sia necessaria come stimolo a un ragionamento sul linguaggio e sulla realtà: noi che crediamo che sia uno spazio di riflessione sociale,  politico ed estetico, non un allontanamento dal reale, ma un essere nel mondo, pienamente e consapevolmente, come sottolinea Elisa Biagini nella sua lettera allarme a proposito della probabile chiusura dell’evento. Ecco noi, per un attimo, valutiamo la realtà per quello che è e proviamo a pensare che in fondo ci troviamo davanti alla classica kermesse a cui siamo abituati, una deviazione di quell’altro baraccone che è il “Festival della creatività”, che se nel primo anno lasciava ben sperare, poi è diventata la fiera del “che si fa oggi pomeriggio?”. Proviamo a riderci su e sperare che forse anche per noi c’è o ci sarà spazio nel portafoglio di questa e altre amministrazioni. Proviamo, ma per farlo dovremmo evitare di leggere chi sono i membri che fanno parte della giuria che selezionerà i futuri letterati, perchè una volta che alla testa del cosiddetto “comitato dei garanti”, leggiamo il nome del sindaco, allora no, allora si capisce che qualcosa si è definitivamente rotto, che c’è veramente poco da ridere.