Elio Pecora

Francesco Ottonello, inediti

C’è un elevato tasso ironico nella poesia di Francesco Ottonello, un’ironia profonda, unitamente a un grado alto e doloroso di percettività, e a una per nulla celata oralità, altrettanto profonda e direi costitutiva del suo verso.
In particolare nelle prime due poesie qui presentate. La prima reca un titolo strano e difficile, soprattutto giocoso: Le domandi più facile. Uno direbbe che l’autore si è sbagliato, che intendeva forse scrivere: “le domande più facili”. Invece no, è un effetto volutamente “distraente”. Poi, nella medesima direzione, si noti l’assenza o quasi di punteggiatura: nella prima poesia solo quattro punti interrogativi, corrispondenti a quattro domande-cardine del testo, mentre nella seconda, intitolata Servizio di pulizia, vediamo comparire soltanto il punto in chiusura di stanza, per ciascuna delle tre stanze.
È un voler lasciar fare al respiro, essenzialmente. La lettura del testo avviene infatti seguendo il respiro non privo di affanno con cui l’autore l’ha costruito. Ed è singolare che anche in questo secondo testo Ottonello giochi con le parole, che sappia legare così bene il vorticare confuso della sua “poesia-movimento”, così la definirei, a un’idea di poesia come gioco.
Ad esempio, il termine “rivertente” è un neologismo (seppure anche qui sembra si tratti di un errore di scrittura): il prefisso “ri” iterativo si unisce al significato etimologico del latino “vertere”, cioè “volgere”, e quindi “rivoluzionario”. Di qui, entrando inoltre in collisione linguistica con formulazioni di carattere commerciale, nella mente dell’autore si produce l’idea di una pulizia universale, tanto desiderata quanto necessaria, che possa e debba riguardare l’esistenza tutta, che possa togliere di mezzo l’agonia e la noia.
La terza poesia, invece, è un’estrapolazione da un quadro poematico, più ampio, di cui qui si dà solamente un brano, strappato appunto da un testo più lungo e complesso. Siamo su un treno diretto a Poznań, dove «…il cielo / come me non ha memoria del nome», e ognuno  di fronte a sé ha il compito di sempre: la costruzione di una propria grammatica (Cristiano Poletti)

F.O. 4.4.2017


Le domandi più facile

Le risposte più difficili sottostanno
«chi sei» «che hai» quante volte
ho dovuto tacere quante volte spremere
senza imbrogliare mai questo groviglio
nel cranio e nulla nulla ma «come stai»
«che fai» «forse che – dai – a cosa stai
pensando» ora? Non so pensare…
non posso cedere a non pensare
e in tutto ciò i secondi sbiancano
e esangue si fa anche il nome
e il cuore «è rosso» è fornace
di primo sangue intravisto?

Le finestre – aperte chiuse – a cosa serviranno?
Eppure mi han detto «non si parla degli assenti»
e avrei dovuto ascoltare dare «risposte» «non
attendere» ma ormai è tardi a dir cos’era…
«ancora-presto-ancora-presto» riverbera?

:

Servizio di pulizia

Volevo essere pulito garantito
quindi ho comprato uno “sgrassatore
universale” al limone verde
due volte concentrato mi sono
sulla testa ma ho inciampato sulla pianta
del piede prima del risciacquo
e ho sbattuto la testa
che era secca e il mio unico piatto
che volevo estinguere mangiando.

Così è passata l’agonia – perché
ho dimenticato… poi è tornata… noia
scontata “formula originale”.

Non sapevo più dove comprare
qualsivoglia prodotto rivertente
e così tra le mani resta solo un pc.

:

Riconoscenze

Il treno per Poznań,[1]  e non ha senso
parlare, non ha senso guardare
sangue di giovane polak[2] riempire,
far rosse le guance. Il vagone è fermo,
o si muove . C’è un uomo che guarda
o finge un film, separato in uno schermo,
donne senza aggettivo che rubano il ciuccio
a bimbi senza lamento e il cielo
come me non ha memoria del nome.

Ma l’offerta del 25% scadeva domani!
«Prenota prima che finisca»; «è partita
l’offerta» e quando nevica la vita
o piove e ci vendono gli ombrelli
all’angolo alcuni africani e la luce perde
amore e tu non vedi «scrivi» non puoi più
comprendere le offerte e le persone
non sai se le persone ci sono, sono
o solo tu grato d’essere
o no… le offerte… così
cedono, scadono, le offerte cadono,
ma tak tak[3] un biondo ragazzino
dice  – a me? mi riconosce? – e alla vita
strappa forse un sorriso, se è un sorriso,
il mio, e s’io sorrido il suo
e la città.

:

[1] Poznań: “città conosciuta” o “città riconosciuta”, dal verbo polacco poznać, significante “conoscere” o “riconoscere”.
[2] Polak: “del campo”, connesso con lo slavo pole (“campo”, “pianura”). Termine in lingua polacca per indicare “polacco” come persona (nominativo singolare maschile).
[3]Tak tak”: “sì sì”, in lingua polacca.

:

Francesco Ottonello (Cagliari, 1993) è laureato in Lettere classiche con lode all’Università di Cagliari. Ha studiato recitazione presso la Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari. Sue poesie sono state pubblicate nelle antologie di poesia curate da Elio Pecora Viaggi di Versi, Poeti Contemporanei (93), Frammenti. Vive, studia e lavora a Milano.

proSabato: Sandro Penna, Un piccolo fatto di cronaca

cose comuni e straordinarie penna

Un piccolo fatto di cronaca

…..Un giorno X, dopo aver vagato tutto il pomeriggio in città, si ritrovò, all’imbrunire, quasi in campagna, là dove le case sono ormai sparse e finiscono le corse degli autobus.
…..Quando fu la sera, ancora in quel punto della periferia, e trovandosi casualmente in compagnia di Y, egli fu fermato dalle guardie. Le quali domandarono a X, fra l’altro, perché si trovasse proprio in quel punto della città. X spiegò che, dopo aver girovagato molto e senza un fisso itinerario, era in quel punto che si era trovato, proprio in quel punto così senza ragione. Le guardie si accontentarono della spiegazione, come parve a X, ma poi domandarono a Y la stessa cosa. E Y disse che abitando in campagna aveva l’abitudine, quando poteva e con la sua bicicletta, di fare delle corse verso la città.
…..Le guardie allora si guardarono con espressione. Domandarono come si erano conosciuti, X e Y. X e Y risposero quasi in coro la naturale cosa: trovandosi insieme sullo stesso metro quadrato di globo, si erano prima parlati a proposito del tempo, poi dell’autobus che passava loro vicino, eccetera, eccetera. Avevano così fatto un poco di amicizia e, parole su parole, era venuta quell’ora.
…..Ma a questo punto le guardie persero la pazienza. E il loro capo disse: «Sentite, signor X, a chi volete dare da bere che dalla vostra casa di via Mazzini, girovagando e girovagando siete capitato qui, e proprio qui a cinque chilometri e più di strada? E a chi volete dar a intendere che proprio qui, e per caso, avete incontrato Y che viene dalla campagna e con la bicicletta per caso, anche per puro caso, proprio qui si ferma?»
…..Rispose X: «Ma vi assicuro, signora guardia, che è la pura verità. Potevo capitare in qualsiasi altro posto. E anche Y poteva capitare, come credo, in un altro posto qualsiasi. Solo, allora, non ci saremmo conosciuti. Anzi, non avremmo nemmeno incontrato voi guardie. Io avrei incontrato un’altra persona, Y un’altra, o forse nessuno, se voleva, nessuno.»
…..Ma, com’è facile immaginare, una tale spiegazione parve infantile a tutte le guardie e specialmente al loro capo che infuriò: «Signor X, ma per chi mi avete preso? Ma se voi stesso mi state dando la conferma delle vostre bugie! Ma come: voi andate girando per tanti chilometri e vi ritrovate in questo, in questo punto; Y viene dal lato opposto e si trova in questo, in questo punto. Voi non vi conoscevate e fate la conoscenza, voi due fra milioni di persone, proprio voi due, e dove? In questo punto! Signor X, non dico che questo sia un assassinio, ma vi porterò in cella tutti e due per punirvi delle vostre bugie.»
…..E il giorno dopo, nella sua cella, e già sapendo che la sera stessa sarebbe stato messo il libertà, il signor X pensava languidamente alla bellezza di quell’avventura. Soltanto, nemmeno lui sapeva perdonarsi quelle assurde bugie. Sentiva bene, adesso, come si fosse diretto tutto il giorno verso quell’incontro. Rivedeva, del resto, Y approdare dolcemente verso di lui con la sua bicicletta fino al palo dei fili elettrici, dove anche lui si era fermato. La campagna era bellissima da quel punto e l’ora del crepuscolo era senza dubbio quella fissata.

© Sandro Penna, Un piccolo fatto di cronaca, in Cose comuni e straordinarie, a c. di Elio Pecora, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2002. Il racconto proposto è datato «7 aprile ’41-v.Brescia ore 1-1,30 (0-mezza), pubblicato su un quotidiano non identificato nel 44/45» [nota del curatore].

Poeti a scuola #1: intervista a Elio Pecora e Franco Buffoni

Questa che segue è la prima di due interviste doppie in cui quattro poeti italiani raccontano delle loro esperienze con il mondo della scuola. Un modo vivo per osservare i diversi approcci, le domande, i nodi che caratterizzano un momento importante: l’incontro dei ragazzi con la poesia. 

Quali sono le fasce d’età con cui vi capita, nei vostri incontri con le scuole, di rapportarvi più spesso? E quali sono, se ci sono, le differenze o semplicemente le accortezze di cui bisogna tenere conto per stabilire un dialogo?

Elio Pecora

Elio Pecora

Elio Pecora: Da trent’anni vado nelle scuole. Ho cominciato dai licei  e sono stato poi chiamato in molte scuole elementari e medie. In tutta Italia, da Sondrio a Catania. In tutte ho trovato e trovo attenzione, ragazzi e ragazze particolarmente dotati, insegnanti a volte increduli ma presto entusiasti. Dai primi anni Ottanta, prima come consigliere poi come presidente dell’Unione Lettori, che peraltro gestiva un premio annuale di poesia, sono andato nelle scuole a parlare di poesia contemporanea e dei poeti che annualmente proponevo alla lettura e alla votazione di cinquanta fra istituti superiori ed elementari. Non ho visto né usato differenze di tono o di metodo. Con i giovani e giovanissimi è sufficiente uscire dagli schemi scolastici e avvicinarsi ai testi come a organismi vivi e prossimi.

Franco Buffoni: La mia ultima esperienza è stata con una classe terza, la III I del Virgilio; ero convinto sarebbe stata una classe di maturità, e invece si trattava di giovanissimi sedicenni. Io, che ho insegnato per trent’anni all’università, ho dovuto complicare e semplificare, sentirmi un nonno che viene a trovare e parla di Coleridge, Wilde, Cardarelli, Montale, e di ritmologia, del confine in poesia tra la musica e la prosa. Nell’ultimo incontro abbiamo letto Jucci, e lì è stato gratificante: si è vista la presa di un libro che è quasi un romanzo sul cuore di un sedicenne.

Se io avessi avuto l’opportunità di passare un’ora in classe con un poeta, mi sarei accorta con le giuste tempistiche che il poeta non è creatura di lauro ma carne e ossa. Si è mai avvertito questo momento di sorpresa?

E.P. Presentandomi, come da sempre mi presento in carne e ossa, ovvero privo di maschere e di atteggiamenti, ma certo di quel che do, non ho avvertito sorpresa, piuttosto un’ammirazione impastata di affetto e di vero interesse. Non andavo e non vado coronato di alloro, pure è accaduto in più di una scuola che uno e più alunni riferissero all’insegnante, o addirittura mi scrivessero, di avermi visto circondato da una luce. Tuttora sorrido di simili dichiarazioni, ma rimane che i più giovani, privi come sono di pregiudizi e di stretture mentali, riconoscono la poesia quando  e dove si palesa.

F.B. Si è avvertito molto. Una ragazza, ad esempio, ha commentato: “È entrato imponente come Farinata degli Uberti, all-black-dressed“. E poi Farinata nero è diventato un nonno.

Avete una modalità preferita per far incontrare i ragazzi con la poesia? Ad esempio la lettura di testi propri o altrui, la conversazione, o altre?

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

Franco Buffoni, Foto di Dino Ignani

E.P. Non ho modalità. Per lo più parlo per un poco della poesia come educazione ai sentimenti, come parola esatta, distillata, destinata a durare, e come possa la poesia, e la memoria della poesia, giovare alla conoscenza di noi stessi e del mondo. Rispondo in tutte le scuole, minori e maggiori, a molte domande tutte vive e vitali, chiarisco come una poesia va letta rispettandone i versi e il ritmo, chiamo gli studenti a leggere. Niente di più.

F.B. Ci sono vari modi, dipende dai tipi di scuola e dal bagaglio culturale dei ragazzi. Ma a volte meno bagaglio vuol dire anche essere più naïf, e qui si può arrivare più direttamente al sentimento. Bisogna tornare a un linguaggio comune in base alla scuola di appartenenza, quindi ai programmi, e all’età. 

C’è una poesia che ho molto amato quando mi ci sono scontrata per caso, e di cui purtroppo non ricordo l’autore. Cominciava polemizzando con quella frase che sempre si dice a scuola: cosa voleva dire qui l’autore, come se il poeta volesse dire qualcosa di diverso. Il che è vero: ma quel voleva fa violenza, spinge verso la normalizzazione, e il poeta rischia di venire dipinto come un incapace a dire che complica per puro gusto il gioco in tavola. Vi viene in mente un’occasione, un aneddoto, in cui si è dovuto fondare un linguaggio tutto nuovo per spiegare l’artigianato del poeta?

E.P. Ripeto anche qui quello che vale per ogni arte e anzitutto per la poesia e per la musica. La poesia non va capita, va sentita. Per questo viene ritenuta difficile da chi pretende di spiegarla e di interpretarla. Ho assistito a molti esiti felici di questa mia visione della poesia. In molti casi sono stati gli studenti, anche i più piccoli, a dimostrare quanto un verso e un’immagine potessero dare di emozione e di percezione. Il poeta, se è tale, non è mai incapace. Troppo spesso l’incapace è chi legge e non possiede gusto ed è stretto nelle sue stretture.

F. B. Vexata quaestio: il testo è autosufficiente o per conoscere è necessario sapere la biografia dell’autore o addirittura una spiegazione della poesia? Tutti questi atteggiamenti possono essere condivisibili se non portati all’estremo. Che il testo sia dogmaticamente autosufficiente è un’illusione. Per contro, dovrebbe essere autonomo. Ma è necessaria, specie a una certa età, una mediazione.

Chi avreste voluto per un incontro in classe ai tempi del liceo, e perché?

E.P. Negli anni del mio liceo non usava invitare a scuola autori di nessun genere. Comunque erano numerosi i poeti che avevo conosciuto e amato nei libri e che leggevo anche fuori dei programmi scolastici. Allora poi, oltre che  da Leopardi, ero preso- e dura ancora- dai poeti greci e latini: e quelli mi visitavano  di continuo nel silenzio della mia stanza ogni volta che tornavo ai loro testi.

F.B. Pasolini, che ho conosciuto più tardi, negli anni ’70. A scuola ci avevano portato a vedere il suo Vangelo secondo Matteo. Ma anche Sereni, e la Rosselli.


Elio Pecora (Sant’Arsenio, 1936) è poeta, saggista, traduttore e autore di testi teatrali, racconti, romanzi e letteratura per l’infanzia. Ha collaborato con diversi quotidiani, riviste e programmi Rai. Tra le sue ultime raccolte figurano Tutto da ridere? (Empiria 2010), Nel tempo della madre (La vita felice 2011), In margine, congedi ed altro (Oedipus 2011), Dodici poesie d’amore (Frullini edizioni 2012). Sue anche numerose curatele ai poeti Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Dario Bellezza (quest’ultima per Poesie 1971-1996, Mondadori 2002). Dirige la rivista internazionale Poeti e poesia.

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è saggista (L’ipotesi di Malin, Marcos y Marcos 2007), traduttore (Poeti romantici inglesi, Mondadori 2005), narratore e poeta. Presentato su Paragone nel 1978 da Giovanni Raboni, tra i suoi ultimi lavori figurano Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). Ha insegnato per trent’anni letteratura inglese e letterature comparate. Nel 1989 ha fondato e dirige Testo a fronte. Il suo lavoro è stato raccolto in Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012).

Elsa Morante: poesia come “Alibi”

elsa gatti 2_thumb[1]Le poesie di Alibi di Elsa Morante furono pubblicate nel 1958 su spinta di Nico Naldini per Longanesi, in una collana di poesia inventata e improvvisata – creata lì per lì – in cui uscirono anche Croce e delizia di Sandro Penna e l’Usignolo della Chiesa cattolica di Pier Paolo Pasolini. Garzanti ripubblica questa raccolta nel 1988, poi nel 1990 nella collana “Gli elefanti”, mentre oggi la si trova in Einaudi (2004, Supercoralli, e 2012 ET Poesia).
Nel ’58, la raccolta fu accolta da Caproni ed altri critici, che ne parlarono con interesse e spinta, e poi fu dimenticata per trent’anni. Nel ’90, l’attenta prefazione è di Cesare Garboli, che dopo i dovuti mea culpa per aver trascurato la poesia della grande autrice in precedenza, si inoltra in un’analisi appassionata, che qui terrà conto di alcuni punti salienti (è la stessa nelle ripubblicazioni Einaudi). Innanzitutto siamo in presenza di versi «che trasudano e respirano stile libero, musica interna, onda e movimento interiore»* con un linguaggio molto poco novecentesco, abbondante di riferimenti alti, dalla tradizione greca dei miti alla nostra poesia italiana dell’Umanesimo (mi viene in mente a tal proposito Angelo Poliziano, per il “subitus calor” qui sotteso), barocca e anche settecentesca, riferimenti che nutrono e si nutrono di una storia letteraria ampia, come sottolinea lo stesso critico Garboli. Ma Alibi è soprattutto una raccolta che fa perno sull’amore, come osserva la critica tutta, tema precipuo dell’opera e della vita dell’autrice stessa; un amore che però non può mai essere corrisposto perché è solo lo specchio di sé stesso: «Ogni amore è un amore perso. Non infelice: perso, invivibile.» Garboli afferma che l’amore espresso da Morante in queste poesie – e che qui si “dice” nei testi che riportiamo – sia proprio quello che l’autrice metteva in campo con accanimento nella vita, sia quello che difendeva sopra ogni cosa, anche sopra la sua poesia. Un amore che è anche appunto, già nel titolo, “pretesto” e motore di scrittura e/o motivo dell’essere “altrove”, letterariamente soprattutto. Morante resta tradizionalmente ancorata in un tempo letterario diverso, dominato da un sentire che “sta fuori”: «Elsa era tutta nell’immaginario. La sua grande passione per la realtà si spiega anche con l’impossibilità, in lei, di trovare una resistenza, un limite alla finzione»*
C’è in Morante questa forza ancestrale dell’amore, che è un’esperienza anche misteriosa e animale, che spinge fuori da un vocabolario censibile nel Novecento poiché si tratta di un “sentimento” (o un modus vivendi?) “altro”, che si presentifica come «raro, elevato, prezioso, “spettacoloso”», estraneo al suo secolo.
Non voglio ridurre qui il mio focus su questo argomento per quanto cruciale, poiché la poesia di Morante è stratificata e complessa*; eppure, sempre Garboli, nel riferirsi a Morante autrice-donna affermava: «Il volto paffutello, gli occhi dolci e un po’ torbidi, esperta di ogni civetteria e fondamentalmente innocente, era condannata a una misura di superiorità che le toglieva la gioia di sentirsi amata, o la costringeva all’impossibilità di esserlo»*. Ci dice però lei stessa nella nota d’introduzione del 1958, che queste poesie sono solo un coro o un’eco delle prose pubblicate; come già nella poesia di Ortese pubblicata qui la scorsa settimana, v’è un altro “abbassamento” non necessario, ma che fa storia nella nostra letteratura da tempi immemorabili.
La mia scelta è andata ad operare su testi non contenuti né in Menzogna e sortilegio né in L’isola di Arturo, per tentare di restituire una lettura che sconfini e sia diversa ma certo non priva di legami con queste opere. Così, secondo Garboli, nella poesia a Minna riecheggia un ritmo d’adagio alla Saba mentre nella poesia Alibi (che uscì nel gennaio 1957 sulla rivista «Tempo Presente») i riferimenti molteplici sono a L’isola, ma anche alla contemporanea relazione con Luchino Visconti, in una ricerca, redenzione, di sé donna-autrice, anima-fanciulla(/o), riflessa in uno specchio come Rimbaud, sempre attenta a “dire” quel «lirico mistero di cui le vicende umane sono il riflesso» (Paolo Milano)*. Se la vita per Ortese era tutto, per Morante è il “riflesso letterario della vita” ad essere tutto: «Tu hai il dono della riflessione fuori di sé, della contemplazione, in altre parole della fantasia creatrice… ma sei infelice, della infelicità del tutto, della tragicità della carne e dell’apparenza breve, brevissima delle cose» le scriveva infatti Goffredo Parise. Inoltre, questo suo “declassarsi” si può intendere come un’operazione simbolica, che ci permette di apprezzare poesie rare e certo, divertenti, come lei stessa afferma, che trovano linfa forse nei Racconti dimenticati pubblicati da Einaudi nel 2002.
Una nota interessante ma subito smentita da Garboli, ci riporta all’inizio di questa breve introduzione, ossia alla parentela non solo geografico-letteraria dei tre poeti della collana Longanesi bensì alla loro “appartenenza letteraria di sangue”; Penna, Pasolini, Morante, sono più di una triade d’autori accorpati a caso, perché li si aveva sottomano in quell’istante, dal momento che – si sa – la loro frequentazione e interazione in quegli anni era vivissima (pubblico a piè pagina alcuni documenti significativi, per una ricognizione). I tre erano molto amici, e dunque ancora una volta l’amore, «malattia mortale», si rende chiave d’accesso ai testi. Quella di questi versi pare dunque una sfida aperta, tenace, come l’amore ostinato per se stessi ma in maggior misura per gli altri.

© Alessandra Trevisan

 

Minna la siamese

Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna.

Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia,
e ciò che lemetto nella scodella, beve.

Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme,
tale che mi dimentico d’averla. Ma se poi,
memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio
le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.

Se penso a quanto di secoli e cose noi due livide,
spaùro. Per me spaùro: ch’essa di ciò nulla sa.
Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro
l’iridi sue celesti, l’allegria mi riprende.

I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa,
di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni.
Perché celebri anch’essa, a pranzo le do un pesciolino;
né la causa essa intende: pur beata lo mangia.

Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti:
ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra.
Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi,
processo io non ne avrei, né inferno, né prigione.

Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo,
ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale.
Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei,
ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla…

(1941)

Amuleto

Quando tu passi, e mi chiami,
assente son io.
Per lunghe ore ti aspetto,
e tu, distratto, voli altrove.
Ma tanto, il mezzano serafico
del nostro amore,
il sultano dello zenit
che muove sul quadrante le sfere
con le dita infingarde e sante,
ha già segnato l’istante
del nostro convegno.
Molli si volgono i miei giorni
a quella imperiosa stagione.
Candida e glaciale essa risplende
alta salendo, come fuoco.
Ah, nostra incantevole stanza!
Che importa a me, infido spirito,
dei tuoi diversi pensieri?
Il presagio inchina già la fronte
all’annuncio. Sorte e amore
ti congiungono a me.

(1945)

 

Lettera

Tutto quello che t’appartiene, o che da te proviene,
è ricco d’una grazia favolosa:
perfino i tuoi amanti, perfino le mie lagrime.
L’invidia mia riveste d’incanti straordinari
i miei rivali: essi vanno per vie negate ai mortali,
hanno cuore sapiente, cortesia d’angeli.
E le lagrime che mi fai piangere sono il mio bel diadema,
se l’amara mia stagione s’adorna del tuo sorriso.

Stupisco se ripenso che avevo tanti desideri
e tanti voti da non sapere quale scegliere.
Ormai, se cade una stella a mezzo agosto,
se nel tramonto marino balena il raggio verde,
se a cena ho una primizia nella stagione nuova,
o m’inchino alla santa campana dell’Elevazione,
non ho che un voto solo: il tuo nome, il tuo nome,
o parola che m’apri la porta del paradiso.

Nel mio cuore vanesio, da che vi regni tu,
le antiche leggi del mondo son tutte rovesciate:
l’orgoglio si compiace d’umiliarsi a te,
la vanità si nasconde davanti alla tua gloria,
la voglia si tramuta in timido pudore,
la mia sconfitta esulta della tua vittoria,
la ricchezza è beata di farsi, per te, povera,
e peccato e perdono, ansia e riposo,
sbocciano in un fiore unico, una grande rosa doppia.

Ma la frase celeste, che la mia mente ascolta,
io ridirti non so, non c’è nota o parola.
Ti dirò: tu sei tutto il mio bene, ad ogni ora
questa grazia di amarti m’è dolce compagnia.
Potesse il mio affetto consolarti come mi consola,
o tu che sei la sola confidenza mia!

(1946)

 

Alibi

Solo chi ama conosce. Povero chi non ama!
Come a sguardi inconsacrati le ostie sante,
comuni e spoglie sono per lui le mille vite.
Solo a chi ama il Diverso accende i suoi splendori
e gli si apre la casa dei due misteri:
il mistero doloroso e il mistero gaudioso.

.         Io t’amo. Beato l’istante
.         che mi sono innamorata di te.

Qual è il tuo nome? Simile al firmamento
esso muta con l’ora. Sei tu Giulietta? o sei Teodora?
ti chiami Artù? o Niso ti chiami? Il nome
a te serve solo per giocare, come una bautta.
Vorrei chiamarti: Fedele; ma non ti somiglia.

La tua grazia tramuta
in un vanto lo scandalo che ti cinge.
Tu sei l’ape e sei la rosa.
Tu sei la sorte che fa i colori alle ali
e i riccioli ai capelli.
La tua riverenza è graziosa come l’arcobaleno.

Sono i tuoi giorni un prato lucente
dove t’incontri con gli angeli fraterni:
il santo, adulto Chirone,
l’innocente Sileno, e i fanciulli dai piedi di capra,
e le fanciulle-delfino dalle fredde armature.
La sera, alla tua povera cameretta ritorni
e miri il tuo destino tramato di figure,
l’oscuro compagno dormiente
dal corpo tatuato.

Tu eri il paggio favorito alla corte d’Oriente,
tu eri l’astro gemello figlio di Leda,
eri il più bel marinaio sulla nave fenicia,
eri Alessandro il glorioso nella sua tenda regale.
Tu eri l’incarcerato a cui si fan servi gli sbirri.
Eri il compagno prode, la grazia del campo,
su cui piange come una madre
il nemico che gli chiude gli occhi.
Tu eri la dogaressa che scioglie al sole i capelli
purpurei, sull’alto terrazzo, fra duomi e stendardi.
Eri la ballerina del lago dei cigni,
eri Briseide, la schiava dal volto di rose.
Tu eri la santa che cantava, nascosta nel coro,
con una dolce voce di contralto.
Eri la principessa cinese dal piede infantile:
il Figlio del Cielo la vide, e s’innamorò.

Come un diamante è il tuo palazzo
che in ogni stanza ha un tesoro
e tutte le finestre accese.
La tua dimora è un’arnia fatata:
narcisi lontani ti mandano i loro mieli.
Per le tue feste, da lontani evi
giungono luci, come al firmamento.
Ma tu in esilio vai, solo e scontento.
.               Il mio ragazzo non ha casa
.               né paese.

La bella trama, adorata dal mio cuore,
a te è una gabbia amara.
E in tua salvezza non verrà mai la sposa
regina del labirinto.
Per il sapore strano del bene e del male
la tua bocca è troppo scontrosa.
Tu sei la fiaba estrema. O fiore di giacinto
cento corimbi d’un unico solitario fiore!

La folla aureovestita del tuo bel gioco di specchi
a te è deserto e impostura.
Ma dove vai? che mai cerchi? invano, gatta-fanciulla,
il passaggio d’Edipo sul tuo cammino aspetti.
O favolosa domanda, al tuo delirio
non v’è risposta umana.
Riposa un poco vicino a chi t’ama
angelo mio.

Quando mi sei vicino, non più che un fanciullo m’appari.
Le mie braccia rinchiuse bastano a farti nido
e per dormire un lettuccio ti basta.
Ma quando sei lontano, immane per me diventi.
Il tuo corpo è grande come l’Asia, il tuo respiro
è grande come le maree.
Sperdi i miei neri futili giorni
come l’uragano la sabbia nera.
Corro gridando i tuoi diversi nomi
lungo il sordo golfo della morte.

Riposa un poco vicino a chi t’ama.

Lascia ch’io ti guardi. La mia stanza percorri spavaldo
come un galante che passa
in una strage di cuori.
allo specchio ti miri i lunghi cigli
ridi come un fantino volato al traguardo.
O figlio mio diletto, rosa notturna!
Povero come il gatto dei vicoli napoletani
come il mendico e il povero borsaiolo,
e in eleganza sorpassi duchi e sovrani
risplendi come gemma di miniera
cambi diadema ogni sera
ti vesti d’oro come gli autunni.

Passa la cacciatrice lunare coi suoi bianchi alani…

Dormi.
La notte che all’infanzia ci riporta
e come belva difende i suoi diletti
dalle offese del giorno, distende su noi
la sua tenda istoriata.
I tuoi colori, o fanciullesco mattino,
tu ripiegasti.
Nella funerea dimora, anche di te mi scordo.

Il tuo cuore che batte è tutto il tempo.
Tu sei la notte nera.

Il tuo corpo materno è il mio riposo.

(1955)

 

141554166

Giulietta Masina, Elsa Morante, Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini e Anna Salvatore
16 giugno 1958

Penna, Morante, Debenedetti e Carlo Levi

Segnalo con un (*), nel mio testo, le citazioni tratte da un contributo di Giorgio Di Costanzo con una bella recensione di Elio Pecora apparsa sul “Il Mattino” di Napoli all’uscita del volume Garzanti di Alibi; la si può leggere qui. Le immagini che qui vedete sono state reperite sul web; la seconda non porta datazione.

*

Elsa Morante (Roma 1912 – ivi 1985). Iniziò da giovane le collaborazioni a giornali e riviste, allontanandosi da una complicata situazione familiare; visse a lungo con lo scrittore Alberto Moravia, che aveva conosciuto nel 1936 e sposato nel 1941, separandosene definitivamente nel 1962. Tra i suoi primi scritti Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1942; nel 1959 edito come Le straordinarie avventure di Caterina). Scrittura per l’infanzia prima, mentre esplicitamente dichiarata nei primi racconti (Il gioco segreto, 1941) è la centralità della fantasticheria di Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957). Poi i volumi Lo scialle andaluso (1963), e la raccolta di versi Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi (1968), anch’esso in versi come già Alibi (1958), quindi La Storia (1974). Infine segue Aracoeli (1982). Articoli, saggi e interventi critici, pubblicati negli anni tra il 1950 e il 1970, sono stati riuniti nel volume postumo Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (1987); sono poi apparsi due volumi di Opere (1988-90) e le pagine inedite raccolte sotto il titolo Diario 1938 (1989). La maggior parte delle opere, qui non specificate, son ripubblicate in Einaudi; alcune si trovano ancora in Garzanti e Adelphi. Ad Elsa Morante è dedicato anche un Meridiano Mondadori. Nel 2012, è uscito per Einaudi un lungo epistolario dal titolo L’amata.

Premio nazionale di Poesia Maria Marino – V Edizione

Comune di Caltagirone

Premio Nazionale di Poesia

“Maria Marino”

V Edizione

21-22 ottobre 2011

La giuria composta da: Maria Attanasio (poeta), Andrea Cortellessa (critico letterario), Elio Pecora (poeta), Francesco Pignataro (sindaco di Caltagirone), Domenico Amoroso (responsabile del premio),

ha decretato i seguenti vincitori:

Sezione poesia edita: Francesco Balsamo, Ortografia della neve, Incerti editori 2010. 

Sezione poesia inedita: Luciano Mazziotta.

Venerdì 21 ottobre

ore 19,30 Museo Civico del Carcere Borbonico

Brut poetry “Versi diversi”

Presentazione della collana delle Edizioni “Il Minotauro”

a cura di Domenico Amoroso

Ore 21,00 READING DI POESIA

Intervengono: Domenico amoroso, Maria Attanasio, Francesco Balsamo, Innocenzo Carbone, Milo De Angelis, Sara Lo Faro, Luciano Mazziotta, Josephine Pace, Salvatore Padrenostro, Antonella Panarello, Elio pecora.

Sabato 22 ottobre

ore 10,30 Incontri con le scuole

Istituti Comprensivi: “Giorgio Arcoleo”, Vittorino da Feltre”, “Alessio Narbone”.

Liceo Classico e Linguistico: “Bonaventura Secusio”.

Partecipano: Francesco Balsamo, Milo De Angelis, Luciano Mazziotta, Elio Pecora.

ore 20,00 Palazzo municipale – Salone di rappresentanza

Cerimonia di premiazione

Introduce Francesco Pignataro, Sindaco, Presidente della Giuria

Lettura di poesie di Domenico Marino a cura di Viviana Nicodemo

Lettura del verbale della Giuria e conferimento dei premi.

Lettura delle poesie premiate e segnalate da parte degli autori.

Ospite d’onore: Milo De Angelis.