Elio Grasso

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza (rec. di Emiliano Ventura)

Isabella Vincentini, Il codice dell’alleanza. Prefazione di Sotirios Pastakas. Postfazione di Elio Grasso, La Vita Felice 2018

Isabella Vincentini ha da poco pubblicato una raccolta poetica dal titolo Il codice dell’alleanza, edizioni La Vita Felice (2018). Bisogna esserle grati, in quanto Isabella ha scritto un libro necessario, come pochi altri, ha tracciato la via per una cura, il codice di Vincentini è salutare.
Partita dal mito modernismo della scuola di Giuseppe Conte, lo ha totalmente superato nella fusione tra logos e mythos; la sua poesia gioca una partita essenziale, è il pensiero e il fondamento europeo più autentico ad essere in ballo, è attestato il destino ettorico della sconfitta, ma è consapevole di aver affrontato Achille.
La Gloria che si fa memoria e canto, una qualità della luce, si ottiene dalla perdita senza sconfitta: «Io Ettore e mai Achille, io sconfitta sulle mura di Troia,/ io nel Tartaro a cercare la luce, io “maniacale”,/ io paziente, tu dottore, tu…»
Mai come in questa raccolta la poesia si fa cura e salvezza, consapevole che dove finisce la poesia inizia la preghiera (lo attestava anche Mario Luzi) «dentro il piccolo astuccio c’è la preghiera?/ Mezuzà, preghiera…/cosa c’è scritto nella preghiera?».
Prima dell’incarnazione di Cristo la salvezza appartiene alla filosofia, alla cura dell’anima, così come per la prima volta la vede Socrate, nelle sue ultime parole un rito di ringraziamento ad Asclepio “dobbiamo un gallo ad Asclepio”, ovvero “sto per morire ma la filosofia ha salvato la mia anima e ringrazio il dio per avermi guarito”. Vincentini non dimentica di citare Epicuro :«Vano è il discorso di quel filosofo che non cura le passioni dell’uomo», ci ricorda proprio la prossimità tra medicina e filosofia, ci si ritrova nella familiare tradizione stoica, da Zenone a Marco Aurelio, passando per Epitteto e Seneca.  «Furono respinte tutte le dottrine e tu, Scolarca, cosa potevi promettere a chi chiedeva da te protezione e benessere? Non lo chiesi, ti raccontai le parole dei Sapienti: “ciò che si muove deve giungere alla meta prima che al termine del tragitto”. Noi non avevamo meta e la meta era il tragitto, ma l’antica dicotomia di Zenone celava che ogni attimo e ogni spazio sono uguali solo a se stessi e la freccia di Achille non raggiungerà la tartaruga».
Il tratto distintivo e dominante dell’Europa è la filosofia, come per l’Oriente il sacro. Anche la ‘prepotenza’ della tecnica e il predominio delle scienze provengono dal logos dei filosofi greci; un pensiero che attraversa il Mediterraneo, arriva a Roma dopo essere stato in Nord Africa e in Asia minore, nelle varie polis e scuole della Magna Grecia. Come ha affermato Heidegger, citando Hölderlin: «dove maggiore è il pericolo cresce anche la salvezza». Quindi che la filosofia torni ad essere cura dell’anima, preghiera come salvezza, logos come farmaco: «Ma se mescoli il bene e il male/ senza il farmaco omeopatico/ che Avicenna prescrisse ad Antioco/ che ne sarà del mio male». (altro…)

Pas de deux # 3

berlino 2011 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il terzo numero della rubrica Anna Ruotolo ed Elio Grasso  hanno tradotto una poesia di Marc Chagall.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::La redazione

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Comme un barbare

Là où se pressent des maisons courbées
Là où monte le chemin du cimetière
Là où coule un fleuve élargi
Là j’ai rêvé ma vie
La nuit, il vole un ange dans le ciel
Un éclair blanc sur les toits
Il me prédit une longue, longue route
Il lancera mon nom au-dessus des maisons
Mon peuple, c’est pour toi que j’ai chanté
Qui sait si ce chant te plaît
Une voix sort de mes poumons
Toute chagrin et fatigue
C’est d’après toi que je peins
Fleurs, forêts, gens et maisons
Comme un barbare je colore ta face
Nuit et jour je te bénis

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Marc Chagall (1930-1935), Poèmes, Cramer éditeur, Genève, 1975

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Come un barbaro

Là dove si affollano case ricurve
Là dove sale il sentiero del cimitero
Là dove scorre un ampio fiume
Ho sognato la mia vita
Di notte, un angelo vola nel cielo
Un bagliore bianco sui tetti
Mi predice una lunga, lunga strada
Lancerà il mio nome più oltre le case
Mio popolo, è per te che ho cantato
Chi lo sa se il mio canto ti piace
Una voce esce dai miei polmoni
Tutta dolore e fatica
È secondo ciò che sei che dipingo
Fiori, foreste, genti e case
Come un barbaro coloro il tuo viso
Notte e giorno io ti benedico

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*************************************Traduzione di Anna Ruotolo

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Come un barbaro

Dove premono case inarcate
Dove sale la via al cimitero
Dove scorre un fiume esteso
Là ho sognato la vita
Di notte, un angelo attraversa il cielo
Un lampo bianco sui tetti
Mi predice una lunghissima strada
Lancerà il mio nome sulle case
Gente mia, per te ho cantato
E chissà se ti piace il canto
Una voce sorta dai polmoni
Colma di dolore e fatica
Dopo di te dipingo
Fiori, foreste, genti e case
Come un barbaro ti coloro la faccia
Notte e giorno io ti benedico

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::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::traduzione di Elio Grasso

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Marc Chagall nasce a Vitebsk il 7 luglio 1887. Pittore russo d’origine ebraica, dopo varie vicende difficili vissute tra la  Russia e la Francia, nel 1923 si trasferisce per un periodo significativo a Parigi con la moglie Bella e la figlia Ida, acquisendo la cittadinanza francese nel 1937. È in questo periodo piuttosto felice che pubblica le sue memorie in yiddish, scritte inizialmente in lingua russa e poi tradotte in lingua francese dalla moglie Bella ma anche articoli, racconti e vibranti poesie.

Durante la Seconda guerra mondiale, gli Chagall fuggono da Parigi. Si nascondono a Marsiglia poi si dirigono verso la Spagna e il Portogallo. Nel 1941 si stabiliscono negli Stati Uniti. Nel 1944, Bella, compagna amatissima, soggetto frequente nei suoi dipinti e nelle sue poesie, muore. Due anni dopo Chagall fa ritorno in Europa e nel 1949 si stabilisce in Provenza.

Esce dalla depressione, causata dalla morte della moglie, quando conosce Virginia Haggard, dalla quale ha un figlio.

Chagall si risposa nel 1952 con Valentina (detta “Vave”) Brodsky. Viaggia molto tra la Grecia, Israele e la Russia ma non tornerà mai più nella natìa Vitebsk.
L’ormai famosissimo Marc Chagall muore a novantasette anni, a Saint-Paul de Vence, il 28 marzo 1985.

Marilena Renda – Ruggine

Marilena Renda – Ruggine*


Può fiorire anche la ruggine se un albero è vicino,
se foglie, spighe e cardi spingono e straziano
di una macchina la muscolatura; è questa
propulsione che ricorda allo scheletro teatrale
quando le sue estremità si provavano a toccare.


Qual è la cosa che più amate di questi luoghi
che non conoscete? Quale anemia vi coglie
se intrecciate le mani alla trama screziata
di strade e piazze partorite domani?
Questa città è un nuovissimo sedimento


che non nasconde nulla a gru e scavatrici,
e non trattiene pietre impolverate, collane
ossidate, cucine corrose, lenti sbeccate,
piatti e quaderni, lavatrici e coltelli.
Acqua di palude, germe di malaria.

*

Gibilterra è una città a trasferimento totale,
dove le fondamenta illuminano una luce
di fango. La sua lingua somiglia a una patina,
un bagno elettrolitico da applicare
all’arancia di tufo se smette di splendere.


Lo scanto è una pietra opalina, gemma
di liquirizia, germe della mirra. Paura delle bestie,
e le onde sono il muco degli infortunati.
Lo scanto passa tra le corde delle streghe,
e da gramigna si fa liquore di spiriti selvatici.


L’inverno da queste parti lascia uno scampo.
Imperversi pure la lancia orizzontale
dello strazio, il succo di spighe d’oro
cucite a tradimento sui drappi della festa.
L’inverno vive qui perché non ha una casa.


Il germe dell’andare è una lucertola volante
su un suolo ocra che smotta e marcisce.
«Imparate una lingua e comprate una valigia,
un altrove», fu il richiamo dei sordi, l’antidoto
della violenza alla vendetta, alla ribellione.

*

L’io ricostruito è un pomo secco, smangiato,
e il compimento dell’opera è un sacco bucato.
I neonati bevono muco e gas propano,
gli uomini rovesciano le pieghe delle uova,
le donne partoriscono un letto dal ventre.


La farfalla ortogonale si schiera a difesa delle
stanze del presente, fermo, stretto ai cancelli.
La prima cosa è una fontana, la seconda una
macchina, poi vengono la cucina e il disinfettante
della piaga, sui fili che tengono il moto costante.


Gibilterra l’incompiuta, la rosa di nessuno.
L’acquattata, che cova l’utopia come
ramo di fico in pirtuso della ruggine,
nella macchina che mangia la luce
per restituirne il gambo intero.

*

Il labirinto indica la direzione del cerchio.
Un dio della differenza ci ha regalato queste
bussole di ruggine per il campo minato
della solitudine tra le astronavi fitte,
questi pupi-vedetta per non farci sperdere


nel vuoto quieto di finis mundi e silenzio.
Non si può camminare in questa solitudine,
non si può differenziare questa incertitudine,
nessuno può restituire ciò che un giorno
fu sottratto per colpa di nessuno.


Non vogliamo vivere lontano dai pozzi della luce,
vivere lontano dallo stesso, dalla ronda di faville,
dallo stesso muro e geranio di pietra,
fanale di marce notturne, tigre della memoria,
scenografia di case dirute, tabernacolo assente


di abitanti tristi di grazia perduta.
Tomba grigia al sole, tomba coperta d’erba,
coperchio grandissimo ai tifoni della specie,
buccia di resti inghiottiti dalle serpi
nel passo furibondo di chi ti ha lasciato indietro.

*

Le colline sono declinate in una lingua nuova.
I suoi verbi sono ali bianche che ripetono i nomi
dei dominatori nuovissimi del vento.
Essi non vedono quante ferite sono sparse,
che male sboccia la roccia sulle colline.


Sulle rocce ballano i topi. Da molti anni
conoscono il grigio gramigna che è la base
del pane, le pietre che nutrono i pistacchi,
poi che la sete è la loro balia
e i frutti del deserto sono spicchi asciutti.


Ma il cretto non è deserto, né roccia rossa
permutata in burrone. Eppure tra le sue anse
scivola il fuoco, crepitano i bordi del cemento
sottile, l’acqua sospira, scottano i passi
di quelli che cercano il proprio dolore.

*

C’è un respiro di tregua lieve sopra le montagne.
Accosta i soffioni alla luce, la borragine all’erba-
madre, avvicina il nome alla gota di chi
ha lasciato la presa sugli angoli perduti.
Una corona di rovi alla bocca delle strade.


C’è una luce di soffioni che cresce intatta
sulla bambina di latta e temporale.
Alla luce rammenda le attaccature
degli arti, ricuce i fori che l’aria ha aperto,
imbastisce un discorso ai pertugi stretti


in mezzo alle ferite, alle valli scavate
tra gambe e braccia, tra clavicole e glutei.
La luce dura il tempo dello strappo,
l’annodatura dei fili alla superficie
della stoffa, il tremore dell’ago.

*

Per Proserpina il tempo è un ragazzo mercuriale,
una balena bianca di sangue lunare,
trova sangue e bacche, lena per aumentare.
Qui, i tre lati del tempo crescono
sotto la musica delle macchine veggenti


che disegnano mobile il presente, modulando
ferro e carta in insetti anchilosati,
in fanciulle ruggenti che sognano rinascita
prima che il vento cambi ancora direzione
e la morte deponga ai piedi la sua canzone.


La distanza antisismica ha fatto una luce
senza ombre, perché i cuscini dei corpi
non facciano schermo alla luce diritta
dal cielo alla polvere, al fuoco al sottosuolo.
Non osino gli autofagi unire ciò che la paura


ha voluto separare, dilatare come schiera
lontana da febbre, da richiamo di cerbottana.
Le matite dei saggi hanno tracciato
un disegno di noi, in questo tempo dove
il vetro degli specchi si macchia di nebbia.

*

Se porti la parola nella casa dell’ombra,
poggiala piano sulla soglia che accoglie.
Traduci cosa non più tua, affondi la foglia
in un ordine antico, in una lingua cieca,
siedi su una faglia che non sveglia il sangue.


Siamo nel buio, nel bosco, in questo passato
che è un masso erratico, un museo per insetti,
una casa malata. Un tempo erano amate le case
crepate, i morti che avevano il sonno negli alberi,
gli spacchi visibili fasciati dal tempo.


La trama del luogo, se la guardi rasoterra, è una fuga
di punti impastata di sassi, incrostata alla madre,
una distesa di segni che ruggisce al tatto.
Non gli leggi le radici, non gli mordi la miseria,
non tocchi la pena che sta sotto il perdono.


La perdita dei gioielli è una profezia che si avvera
da sé, un ritorno della minaccia pregressa
del tempo che l’ardore si faceva culla.
«Partorirai gemme con grande dolore e poi,
dopo un anno o due, le abbandonerai».

*

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di chi
   cammina la terra che non trema. 

Marilena Renda è nata a Erice nel 1976 e vive a Palermo. Insegna, scrive e traduce.

*Nota di Elio Grasso a Ruggine

Nelle letterature italiane l’Epica vissuta nella carne ha perso da gran tempo la sua cognizione, e i poeti vandali del proprio animo continuano a starsene zitti con parole conformiste e servizievoli. Zitti, appunto, con le loro stesse parole, a parte rari e strampalati esempi. Ora in queste bassure accade che una minoranza si scontri e s’incontri con il passato che vuole smetterla d’essere soltanto ornamento. Marilena Renda cammina (fisicamente) dentro le mura di un evento non tanto remoto dal sentirci assolti e non complici dell’assurdo futuro venuto poi. Muove consistente dentro le mura che gemellano Gibellina e Gibilterra, e contro una dolcezza estranea al popolo che subì, estranea ai nomi che abitavano quella faglia in movimento in deragliamento in scostumata esibizione. Tanto da atterrare i figli e far perdere i suoi stessi confini. 1968, come eravamo e come saremmo stati dopo? Che poesie si scrivevano in quell’anno? Ha soprattutto importanza che un poeta oggi porti il sentimento e il risentimento dentro una lingua e con forme che non di sbieco taglino in due un’epoca? E trattino l’evento, quell’evento tellurico, in modo non impressionistico ma del tutto aderente ai fenomeni? Non acrobazie occorrono per rendere visibili quei mostri che sciolgono in acqua i corpi martoriati e le case accatastate. Occorre un’Epica. Renda ce l’ha data. La lunga serie di stanze, ciascuna composta di cinque versi, accentuano secondo una regola, quasi una disciplina data in controtempo, le voci che salgono mescolate alla polvere e ai colori disordinati dai colpi del terremoto. L’aiuto patriota di Mandel’štam, l’Osip che venne sciolto nei ghiacci siberiani, giunge alla gola proprio di Renda, questa poetessa che senza preavviso schiude l’attenzione poiché come abitante di baracca, come sguardo allucinato fra i due poli di Gibellina e Gibilterra, sa smuovere la lingua lungo le fratture. Mandel’štam come un cuneo infilzato nel resto d’Europa, e che ancora trasporta la propria (ma di tutti) notte irreparabile fin dentro questo Sud postumo che ruggisce e che senza simbologia avrebbe bisogno di un capo d’opera. I corpi cadono nelle voragini ma qui vengono riconquistati, tirati su a forza e trasformati in vite resistenti, bilanci di furori per niente astratti. Era l’altro secolo, e si aspettava ancora la fine delle battaglie, pochi sapevano a quale sconsacrazione si andava incontro, eppure il terremoto riempiva le pause e ribaltava l’esistenza dei sopravissuti. La stessa carne dell’autrice nasce da lì, senza programmi per il futuro, ma picchiando sulla roccia la capacità del volare sul fango, infangandosi, restituendo quello sguardo riconosciuto e che si alza sulla mano a proteggere la bocca. Ruggine ha mille spuntoni dentro il corpo, potenzia senza bagnare, alza alla vita quel nulla che di per sé non avrebbe fretta di esibirsi, ma che qui viene smascherato come il più forte inganno. Ripetere senza danni è un’azione di scoperta, per Renda, sapendo la lezione del Novecento e costeggiando le diverse posizioni del tempo quando colpisce con inaudita violenza: ha il suo bel daffare in questa azione dove i bambini sanno fare gli adulti e gli orfani prendono in braccio il resto degli abitanti. Scaraventarsi in quelle onde sismiche fa paura, anche dopo decenni, così si sente come l’aggirarsi nel Grande Cretto di Burri deponga a favore della perdita, e come senza nascondere uno sguardo impaurito si sfiorino le crepe dell’opera e l’abrasione dei venti e delle piogge. La giustizia sta nelle narrazioni inserite lungo il poema, ne fanno il canto principale, la ripresa di una grazia nella voce dei sopravissuti. Intorno stanno le serpi, le erbacce, le madri stese sul ventre, le cascate di ruggine sui muri, le tigri contrarie, sulla via delle rovine: Renda fa scottare i suoi passi lungo i bordi di cemento del Cretto. Ruggine adempie al tempo dell’Epica.