Elio Germano

Reloaded – riproposte natalizie #11: NULLA AL VER DETRAENDO (Martone, Leopardi e la Leda)

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

 

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.

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Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

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Le cronache della Leda #28 – Le mie amiche, la mia pazienza e “Il giovane favoloso”

XXVIII – A SE STESSO

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

(Giacomo Leopardi – I canti)

I critici, quelli che recensiscono in maniera positiva e quelli che recensiscono in maniera negativa, per non parlare del pubblico trasformato in tifosi, dimenticano sovente che quando si parla o si scrive di un film, è di un film che si sta scrivendo o parlando. Anche se il film in questione è basato su avvenimenti storici, o, come nel caso del film che siamo andate a vedere ieri sera io e quelle tre sciagurate delle mie amiche, racconta gran parte della vita di un poeta come Giacomo Leopardi (il più bravo? Raboni sosteneva bisognasse amare Manzoni almeno quanto Leopardi, io preferisco il marchigiano), rimane un film. Uno spettacolo che prevede da parte dello spettatore lo sforzo di uscire di casa, di scegliere il cinema e l’orario a lui più comodi, di aspettarsi molto o molto poco, di vedere una storia raccontata sullo schermo, di vedere volti, espressioni, occhi che si illuminano, costumi, di ascoltare il suono delle voci e di godersi i silenzi, di guardare tutto fino alla fine, fino ai titoli di coda, e poi bestemmiare o sospirare. Prima, però, di dirvi del film, devo dirvi di quelle tre, andare al cinema con loro è ormai molto problematico. La Luisa non ci voleva venire: «Non ti sono bastati tutti gli anni in cui ci hai avuto a che fare?» La Wanda, a sorpresa: «Io vengo, ma vicino a te non mi siedo, sai troppo di Leopardi potresti influenzarmi.» Non ho capito (nemmeno il giorno dopo) su cosa avrei dovuto influenzarla, dato che io quando sono al cinema nemmeno respiro per non disturbare. L’Adriana: «Mi siedo io con te, basta che quella rompiscatole della Luisa si sieda distante da noi.» Stavo quasi per rinunciare e andare per fatti miei, ma mi sono armata di pazienza e siamo andate tutte e quattro.

La Wanda si è presa un posto laterale, tre file più avanti rispetto alla nostra. La Luisa, munita di popcorn e di disappunto, si è seduta nell’ultima fila, alle spalle mie e dell’Adriana. Mentre passavano gli spot pubblicitari ho pensato di ammazzarle e ho anche pensato che Martone avrebbe potuto riprendere noi, per girare un film sul disagio sociale e la permalosità nelle signore anziane. Per fortuna Il giovane favoloso è cominciato e le ho dimenticate.

Il cinema dunque, la narrazione che seppur fatta di biografia deve essere in grado di superarla, di farla splendere. Martone ci è riuscito: Leopardi qui splende. Splende non solo per la luce che ha negli occhi il bravissimo Elio Germano, che dice (mai recita) le poesie come vanno dette accompagnato da un moto interiore che passa attraverso lo schermo e ti inchioda alla poltrona. Leopardi splende con la sua forza e volontà di ribellione. Splende per lucidità, per sprazzi di ironia, per l’intelligenza superiore alla media. Splende perché fa apparire, ancora una volta, il pessimismo (parola vuota, come l’ottimismo) qualcosa di inevitabile, di conclusivo nell’analisi della condizione umana. Splende, quando nella scena del bar di Napoli, si rivolge con autorevolezza e cattiveria verso chi attribuisce la malinconia dei suoi testi alla sofferenza fisica. Splende perché il medico gli vieta di mangiare i gelati e lui non smette, anzi pare goderseli di più. Leopardi splende perché voleva amare e dell’amore conosceva le sofferenze. Leopardi splende quando liquida qualcuno con quella battuta su Alessandro Manzoni: un car uomo. Leopardi splende perché anche al cinema la bellezza delle sue poesie va oltre ogni cosa. Splende come il vulcano che erutta e come la ginestra, e lascia quattro vecchie in lacrime sulle poltrone fino alla fine dei titoli di coda.

Quando siamo uscite nessuna ha parlato, nessuna parola è stata pronunciata fino ai saluti e oggi non le ho ancora sentite.

Leda

Video – poesia, poeti

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Poeta dell’immaginazione, Keats. Per eccellenza, in grado com’è di offrirci l’abbraccio dell’indefinito. «Voglio volare verso di te… / …sulle ali invisibili della Poesia»: risuonano ancora questi versi di Ode a un usignolo. Non chiusa tra i confini dell’ordinario, non limitata a quanto si lascia captare con facile sguardo, la sua poesia risuona appunto con un volume teso a superare la soglia del visibile e porta a svincolarsi dal tempo, conducendo nel territorio dell’ignoto.
Il poeta, certo, «la più impoetica di tutte le creature»; senza “io”, intento in vita ad animarsi in altri corpi, sa che di sé resterà solo il Canto. Già, non contano tanto il corpo, la vita, e certamente più del giorno la notte gli è compagna. In Bright Star, bel film del 2009 diretto da Jane Campion, “al termine della sua notte”, ben oltre lo sfondo della sua caducità (Roma, fine febbraio 1821), eccolo là in alto, Keats, a brillare sul mondo, testimoniando il respiro della sua luce, come la Stella “così vivere sempre – o altrimenti venir meno alla morte”.
L’io in scomparsa: potremmo chiamarlo così il segreto espresso anche dal Je est un autre rimbaudiano o ribadito nel Novecento da queste splendide parole di Eliot: «What happens is a continual surrender of himself… The progress of an artist is a continual self-sacrifice, a continual extinction of personality».
Ecco, ci si chiede come sia possibile raccontare davvero tale segreto in un film. Non l’ha saputo fare Total Eclipse di Agnieszka Holland, pellicola del 1995, con le pagine della complicata relazione sentimentale tra Verlaine e Rimbaud che nulla restituiscono del veggente, in termini di poesia. Cosa aspettarci ora da Il giovane favoloso, film di Mario Martone in corso di realizzazione, con Elio Germano protagonista nei panni di Giacomo Leopardi?
Certo è che si immortala più facilmente la vita breve, di chi è caro agli dei, chi ha saputo “superarsi”. Biografie anche intriganti, ma nelle quali vi è insita una connaturata insufficienza.
Verrebbe da chiedersi, in questo senso, quale reazione avrebbe scatenato in Baudelaire l’ingresso in società del cinema (figuriamoci poi un film su poesia e poeti), se a proposito della fotografia scriveva, nel Salon de 1859: «È sorta in questi deplorevoli giorni una nuova industria che ha contribuito non poco a distruggere ciò che di divino forse restava nello spirito francese. … La folla idolatra richiedeva un ideale degno di sé e conforme alla propria natura… Un Dio vindice ha esaudito i voti di questa moltitudine. Daguerre fu il suo Messia. E allora essa disse tra sé: “Giacché la fotografia ci dà tutte le garanzie d’esattezza che si possono desiderare (credono questo, gli insensati!) l’arte è la fotografia”. Da quel momento, l’immonda compagnia si precipitò, come un solo Narciso, a contemplare la propria triviale immagine sul metallo. Una follia, uno straordinario fanatismo s’impadronì di tutti questi nuovi adoratori del sole. Strane abominazioni si manifestarono… ».
E ancora: «…Se si concede alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa presto la soppianterà o la corromperà del tutto, grazie alla alleanza naturale che troverà nell’idiozia della moltitudine».
Basterebbe del resto l’ironia di Szymborska a evidenziare il problema. Ecco alcune sue parole tratte dal discorso per il Nobel ricevuto nel 1996: «I film sui pittori riescono a essere spettacolari nel loro ricreare ogni fase dell’evoluzione di un dipinto famoso, dal primo tratto a matita alla pennellata finale. Nei film sui compositori, la musica aumenta gradualmente di volume: le prime battute della melodia che risuona nelle orecchie del compositore finiscono per emergere nella forma sinfonica dell’opera compiuta. Certo, tutto questo è piuttosto ingenuo e non spiega lo strano stato mentale universalmente noto come ispirazione, ma se non altro c’è qualcosa da guardare e da ascoltare. Ma i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe il coraggio di guardare uno spettacolo del genere?»
Come fare incontrare dunque pagina e schermo, evitando la riduzione a biografia e il genericamente “poetico”? Forse accostando davvero poesia e video, restando tuttavia fedeli all’essenziale, cioè la pagina scritta, dove risiede il cuore di ogni possibile immaginazione.
Videopoesia quindi: videoarte che sa muoversi a partire dal testo poetico e del testo, affrontandolo profondamente, esibisce traccia visiva o acustica.
A lungo in questa direzione si è lavorato nell’ambito del festival TreviglioPoesia (trevigliopoesia.it). Sei anni del premio “La parola immaginata”, vinto nella sua prima edizione da uno tra i migliori interpreti di oggi, Stefano Massari.
Molta strada è ancora da fare nel campo aperto della videopoesia, per scrutarne più a fondo i confini, scoprirne la frontiera.

Cristiano Poletti