elezioni

Nadia Terranova – Scusi lei ha votato?

MIlano Rogoredo - foto gm

Nadia Terranova

Scusi, lei ha votato?

 

Signora, cosa le offriamo? Prosecco, grazie. Snack dolce o salato? Salato. Taralli o biscotti al rosmarino? Rosmarino. Ora mi chiede se il rosmarino lo voglio cinese o biorganico, sembra quelli che ti sfiniscono di domande sulla pizza al taglio: la taglio o la piego, la mangia qui o in piedi, camminando o seduta, vuole un tovagliolo o un vassoio? Il giorno in cui perdemmo l’assertività. Signor Romanov, mentre ci prendiamo il Palazzo d’Inverno preferisce accomodarsi in salotto o nella stanza degli ospiti? Tra bolscevichi e menscevichi vinse il carrello della carrozza business. Un altro prosecco non ce l’ha, intendo: avete solo questa marca? Sorride e mi riempie il bicchiere. Scusi, sa, devo ancora votare. Di dov’è, ah siciliana, e arriva fin laggiù? No, torno soltanto a Roma, ero fuori per lavoro. Anche perché scusi, sa, ma se andassi fino in Sicilia arriverei alle quattro di mattina e i seggi sarebbero già chiusi. Il giorno in cui scoprimmo che chi ti faceva lo scontrino non sapeva l’aritmetica. Accendo il mio tablet, tanto spartano che i miei amici l’hanno battezzato Tabliet, il tablet sovietico. Tabliet dice che abbiamo preso la Grecia e perso la Francia, e dice pure di ricordarmi la cultura del sospetto, che il ragazzo con il carrello avrà votato Grillo. Scusi, lei cosa ha votato? Io non voto, signora. No, scusi, perché, quanti anni ha, così giovane e già così sfiduciato. Sono del ’70, signora. Ma è più vecchio di me, smetta subito di chiamarmi signora. Ho detto sette volte scusi. Il giorno in cui mi era rimasta solo la buona educazione, e non mi faceva compagnia. Sono seduta in direzione contraria a quella del treno, potrei vomitare il prosecco. Ho mai vomitato qualcosa di cui non mi sono pentita? Mi sono mai pentita di qualcosa che ho votato? Il primo voto non si scorda mai. Storia della sinistra in Italia: first we take l’attacco al cuore dello Stato, then we take pista ciclabile. Ho votato per la prima volta negli anni Novanta e il giorno dopo sono partita per la gita della maturità, la scuola ci portava a Praga. Mi piaceva un ragazzo e in pullman mi addormentavo tutte le mattine. Mi ricordo il giorno che siamo stati a Karlovy Vari. Mi ricordo che una sera mi è caduto il phon nel lavandino e ho pensato che in quella stanza saremmo morti tutti. Mi ricordo che quando il preside al microfono, in pullman, ci ha comunicato i risultati dello scrutinio, la guida ceca ci ha rimproverati perché avevamo fatto vincere i comunisti che nel suo paese avevano fatto tante brutte cose. A quell’affermazione i ragazzi fascisti hanno battuto le mani e invece i ragazzi comunisti hanno fischiato. Io, fresca di lettura dei Manoscritti del ’44 e della mia giovane e secondo me originale convinzione che non fosse un libro politico ma un romanzo straordinario, ho detto solo: ma di cosa parlate, guardate che ha vinto Prodi, però non mi ha sentito nessuno. L’ultimo voto non si scorda mai. Per due mesi: voi state governando con Alfano – no, siete voi che sapete solo stare all’opposizione con l’orecchino. Poi arrivava Napolitano e faceva finire la ricreazione. First we take presidente della Repubblica, then we take aperitivo business. Mi alzo, mi sgranchisco, vado alla carrozza ristorante. Ce l’ha un prosecco in bottiglia piccola? Sì, ecco. Ma è una bottiglia grande! È la più piccola che abbiamo. Vabbè, mi dia un bicchiere. Si può sedere, se vuole. Mi accomodo e sparpaglio le mie cose sulla tovaglietta blu di carta. Tabliet dice che in tv c’è Gabriel Garko, mi telefona l’uomo che amo: “in televisione c’è…” “lo so”. La distanza tra il primo voto e il prossimo voto è un pullman in un’epoca senza cellulari e una business class con uno schermo portatile tutto tuo, senza che tu sia diventata più ricca. Scusi, e lei mi dica, almeno lei ha votato? Sì, signorina, ho votato stamattina, e lei? Sto andando a votare adesso. Eh, votare è importante. Grazie per avermi chiamato signorina. Scusi, lei se lo ricorda il primo voto? Ah no, era molto tempo fa, mica sono giovane come lei, signorina. Grazie per il giovane, sa, io mi ricordo anche prima del primo voto. Tabliet non lo sa, ma a quindici anni appena compiuti mi sono presentata a un gazebo di partito e sono stata molto assertiva: ciao, mi chiamo Nadia, firmo la vostra protesta (ricordarsela, la protesta), e poi mi fate anche la tessera. Mi hanno detto che potevo firmare l’importantissima protesta ma per la tessera niente da fare, ero piccola. Ho detto che non ero piccola per niente e un minuto dopo avevo in mano il modulo e la penna. Qualche mese dopo serviva qualcuno che andasse a Frattocchie, non voleva andarci nessuno e ci andai io. First we take scuola estiva di partito, then we take signorina. Scusi, sa, signorina fa tanto zitella, forse era meglio signora. Due anni dopo avevo restituito la tessera e fatto casino di dissidenza, credo non se ne ricordi nessuno.

Il treno è entrato in stazione, torno a posto, tiro fuori dalla borsa la tessera elettorale, c’è la firma di Alemanno, ci sono tre timbri, chissà dov’è quella vecchia, quella siciliana, la mia storia è una storia di timbri e dolore. Il manager di fronte alza gli occhi e per la prima volta mi guarda. Ha la faccia di uno che ha sempre votato bene e vorrei supplicarlo senza ironia, scusi lei ha votato? Cosa ha votato? Mi sento smarrita, sono depressa oppure non me ne importa nulla, so che stavolta voglio copiarlo. Il suo sguardo dice solo: questa business in offerta a trentanove euro, accessibile davvero a tutti, comincia a essere un serio problema del paese.

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© Nadia Terranova

LETTERA APERTA DI UN CITTADINO AL SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO, PIERLUIGI BERSANI

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Gentile segretario Pierluigi Bersani,
chi Le scrive è un semplice cittadino Suo elettore, accorto e memore di quanto la storia di questo Paese gli ha riservato nella sua politicamente trista esistenza. A mano a mano che si rincorrono voci, senza smentite, intorno alle strategie che Lei sta mettendo in atto al fine di eleggere il nuovo Presidente della nostra Repubblica, aumenta il mio disgusto nei confronti della modalità strategica e tattica del partito per cui ho votato e che Lei guida.
Non Le è sufficiente che lo schieramento, sfrangiato e convulso, del Movimento 5 Stelle proponga un nome che, se non erro, ha ricoperto la carica di presidente del partito in cui affonda le sue radici la formazione di cui Lei è attualmente, transitoriamente e ancora per poco leader? Sul nome di Stefano Rodotà convergono non soltanto consensi, ma anche speranze, da parte di chi sa riconoscere la limpidezza e l’autonomia di giudizio, la tutela dei valori costituzionali, l’etica personale fattasi pubblica, l’assoluta assenza di ambiguità, la marcata esperienza personale. Lei si ostina a trovare un accordo così detto “di larghe intese”, escludendo a priori la possibilità che le larghe intese si facciano con un movimento che rappresenta un terzo dell’elettorato italiano e che urla il suo disagio rispetto proprio ai tatticismi e alle trovate old style in cui Lei si sta rivelando magistrale, come il Suo referente più vicino, Massimo D’Alema. E’ abbastanza scandaloso che, al netto di qualunquismi a cui, in quanto intellettuale, non partecipo, ci si ritrovi a ragionare intorno a ex socialisti antiabortisti che effettuarono un autoritario e per nulla autorevole prelievo forzoso e diretto dai conti correnti degli italiani, oppure a una figura angosciantemente legata a un passato che il popolo dei Suoi votanti rigetta come scarto dell’ultima rovinosa stagione democristiana.
Che Lei non chiuda da subito la partita sul nome di Stefano Rodotà è una ragione di più per astenersi dal votare il partito che Lei, tra qualche mese, fortunatamente o meno, smetterà di guidare, e rispetto al quale lascia tuttavia una premessa imprescindibile: una sorta di angoscia e ambizione corrosiva che si esplica in ritologie asfissianti e ormai postume. La Sua figura esprime talvolta una rudimentalità simpatica, spesso invece una abominevole consustanzialità con tecniche che non hanno nulla dell’avanguardia sociale e sono bensì votate a esprimere una sentenziosità reazionaria e stomachevolmente imbelle. Si legge secondo i segni di un qualunquismo, che appartiene a segretari che L’hanno preceduta alla guida del partito (mi riferisco al signor Walter Veltroni), la consultazione di parti sociali sincronica a quella dello scrittore Roberto Saviano, non interpellato quanto alla cultura, della quale il partito è evidente non sa che farsene, bensì quanto alla legalità, con mossa apparentemente furbetta e invece patentemente populista, generica, superficiale e dannosa. Spiace per Lei e per i Suoi ragionamenti che una parte della popolazione non sia così intrusa di feltro nei lobi cerebrali da non capire le strategie di sopravvivenza che Lei e i Suoi alleati interni di partito state mettendo in atto.
Le chiedo di ravvedersi, di ascoltare i Suoi alleati, di compiere una scelta che non ci faccia morire democristiani e berlusconiani, di arrischiare un atto di coraggio che i Suoi simpatizzanti realizzano in carne e ossa e sangue ogni dì, mentre i Suoi vicini di scranno no: scelga il nome di Stefano Rodotà e dia una prospettiva di futuro a questo Paese stremato e indocile, bellissimo e assai contestabile, inquieto e a suo discapito tragico.
Cordialmente,
lo scrittore Giuseppe Genna

Solo 1500 n. 86 – Nel segreto della cabina elettorale

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Solo 1500 n. 86 – Nel segreto della cabina elettorale

Lunedì 25 febbraio, a Milano, un uomo di 41 anni entra in un seggio elettorale alle ore 7,15 in punto. Saluta le scrutatrici, porge tessera elettorale e documento. Dietro richiesta consegna il suo cellulare. Gli danno tre schede e una matita. Gli sono sempre piaciuti i colori delle schede. Entra nella cabina numero quattro. Per prima cosa, non saprebbe spiegare il perché, pensa al cane. Sorride, ai bracchi tutto questo non riguarda. Guarda le schede, le guarda a lungo, nonostante abbia a lungo riflettuto. Vota prima per le regionali. Ambrosoli, senza convinzione ma senza dubbi. Prende la scheda della Camera dei deputati, conosce le liste, conosce i nomi. È di sinistra da sempre, lo è sul serio, conosce la Legge elettorale, teme che al Senato non si ottenga una maggioranza. Col pensiero va a tanti dei suoi amici, ad alcuni familiari, che voteranno il Movimento 5 stelle, li capisce sotto l’aspetto passionale ma non sotto quello della ragione. Capisce chi non voterà PD, capisce i “Ma come si fa?” Pensa che prenderebbe a schiaffi Vendola e Bersani, poi li vota. Lo ritiene giusto. Pensa che un voto diverso non porterebbe a nulla. Piega le schede, le consegna, ritira tutto, saluta e se ne va. Il cuore gli suggerisce da anni di non andare più a votare eppure ogni volta ci va. Nel tardo pomeriggio si accorge che al Senato succede quello che più temeva, comprende il trionfo, inutile, dei  5 stelle, soffre ma non si stupisce più di tanto per la rimonta del centrodestra. Diventa triste e lo sarà per giorni. Poi telefona alla sua compagna e dice: “Sono contento di aver votato.” A quel punto sorride, senza motivo, solo per un attimo.

solo 1500 n. 79 – Il politologo non legge poesia (e manco narrativa)

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solo 1500 n. 79 – Il politologo non legge poesia (e manco narrativa)

Siamo di nuovo in campagna elettorale. Purtroppo. Di conseguenza è aperta la corsa al parere (intervista) al politologo (o sondaggista) di turno. Nei telegiornali funziona così: intervista al politico di uno schieramento, di un altro, rimbalzo da un altro e in mezzo: il parere volante del politologo. L’opinione viene strappata, solitamente, tra le mura domestiche (specialmente se i Tg sono quelli del periodo di festività natalizie). Il nostro politologo si lascerà cogliere in pullover scuro, davanti alla propria libreria. L’aria domestico-chic pare piaccia. Io non ascolto mai cosa dice l’esperto in pantofole ma guardo i dorsi dei suoi  libri. Il politologo non possiede narrativa, non legge poesia. Il politologo dentro casa sua tiene in bella vista soltanto dei corposissimi saggi. Vi pare possibile? A me no. C’è una scena che non vediamo: l’esperto sguinzaglia i figli a nascondere, nella migliore delle ipotesi, i Romanzi, nella peggiore i libri di Fabio Volo. La moglie che corre in bagno con la Littizzetto tra le mani. Le 150 sfumature arcobaleno nascoste sotto i cuscini del divano. Per non parlare del ragù spento per non fare odore. Che si inquadrino soltanto i manuali di sociologia. Solo che non ce li vedo i figli del politologo a nascondere un Pagliarani. Si spera in una libreria in altra stanza a sfavore di telecamera. Da vero illuso non voglio nemmeno pensare che il domestic-chic non abbia nemmeno un Elefante in casa.

Gianni Montieri

Solo 1500 n. 69 – PD (perdio)

Solo 1500 n. 69 Pd (perdio)

Ma quanto è difficile essere ancora di sinistra in Italia? Cosa significa credere ancora in certi valori? La giustizia sociale, la lotta per la parità dei diritti, quella contro la precarietà, la difesa dei salari, l’importanza della scuola: sono ancora i nostri ideali? O sono solo parole da mettersi in bocca o da sentire dal politico o giornalista di turno? Tanto suonano bene. Ogni volta che i partiti di sinistra godono di un qualche vantaggio nei sondaggi  cominciano i giochetti interni, le correnti, la barzelletta delle primarie (perché  a questo la si è ridotta). E allora vai giù di Camper, bus, canzoni, cene, dichiarazioni mai progettuali. Il figlio di Briatore Renzi. Il pacioccone Bersani. Il quasi anziano e con molta meno verve Vendola. Che palle. Gesù, che due coglioni. Ma che deve fare uno di sinistra? Prendiamo Renzi, è inutile. Non mi convincerete mai, somiglia alla brutta copia di un manager. Per come si veste, per quello che dice, per come lo dice. Bersani, preparato in economia, ma si può votare (ancora) uno che ha lo stesso carisma della sala d’attesa di uno studio dentistico? Oppurevendola, infine Vendola, ne ho sempre avuto stima (ma vent’anni fa stimavo D’Alema per dire) ma adesso pure lui è diventato ripetitivo e mi pare che abbia perso quella luce, quella carica. Che palle. Che proprio questi di sinistra abbiano persa la forza di trascinare la gente è insopportabile. Non funziona più perché sono senza idee. Quando ti mancano le idee prima o poi vieni scoperto. Perdio che palle.

Gianni Montieri

SOLO 1500 N. 2- La cotoletta premonitrice

SOLO 1500 N. 2 – La cotoletta premonitrice.

Se solo quel giorno, io e il mio amico Beppe, avessimo almeno intuito che il contenuto dei nostri piatti a pranzo, non era semplicemente cibo ma chiara indicazione di cambiamento di vento. Se lo avessimo percepito, mica avremmo fatto così tante storie per mangiare le nostre due cotolette arancioni. Anzi non le avremmo neppure mangiate, le avremmo incorniciate a futura memoria. Quella particolare impanatura dorata, ci stava indicando di stare tranquilli, di nutrir speranza. Ci raccontavano, le cotolette, che l’arancione di  lì a poco avrebbe preso possesso della città. L’avrebbe colorata ridandole vita. L’arancione l’avrebbe attraversata tutta da Gratosoglio a Corvetto, dai Navigli al Lambro: purificandola. Ci dicevano che presto un fiume di gente in bicicletta avrebbe pitturato ogni strada. Chi meglio dell’elemento classico della cucina milanese avrebbe potuto raccontarcelo? Invece, diffidenti, le mangiammo, trascinandoci a colpi di battute al caffè, pensando già a come descrivere l’episodio su facebook . Anche dopo, risalendo via Torino verso il Duomo, parlammo, credo, tra le altre cose,  con preoccupazione e speranza di quel che sarebbe accaduto alle elezioni. Oggi, con questo splendido colore dispiegato ovunque, faccio al mio amico Beppe (e a me) questa domanda: Non pensi, vecchio mio, a che bel mese tranquillo avremmo passato, sapendo di avere la vittoria in tasca? O ancora: Piuttosto che sfotterla e poi mangiarla, quella cotoletta, non sarebbe stato meglio ascoltarla?

@ Gianni Montieri

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