Eleonora Santamaria

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

#PoEstateSilva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante

PoEstate Silva #1: Eleonora Santamaria, Un manichino elegante (Perrone, 2017; € 12,00)

*

Clementine. Mignolo destro su occhiali

Queste manine le riconosco.
Ritorno ad essere la protagonista dell’allegra favoletta.
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Non voglio far resoconti, ma che me ne importa! Solo per
ora, lasciatemi dipingere le mani di blu per imbrattare il
mondo, lasciatemi ridere.
Da grande voglio fare il pirata, la ballerina e l’ostaggio.
Voglio un gatto con le ali e una foca blu.
Una gran pernacchia ai “devo crescere”. Sono inciampata
in tutti gli sbagli, sì; ho bruciato un pezzo di carta per vedere
le fiamme alzarsi, ho colpito chi mi voleva bene, ho giocato
a nascondino chiudendo gli occhi al centro di una stanza, ho
perso tutto, mi sono sbucciata le ginocchia e ho mangiato la
crosticina cinquantasettequattromila volte, ma, solo per stasera,
sono innocente.
Ho deciso di partire, da sola, come sempre.
Con i miei otto anni e il fazzoletto pieno di bambole e soldatini
in spalla, parto per l’avventura, alla ricerca dei giocattoli
perduti. E, ve lo dico, se trovo un megabignè lo mangio
senza tovagliolo.
Voglio vedere se mi fanno fare il capitano di nave, è facile
arrivare al mare se c’hai i soldatini che ti dicono «Eh hop
hop, uno, tre, hop hop!».
Un alberone? Che ci fa qui?
Canticchio perché nessuno può dar la colpa a me oggi.
Sì, ma non si vede nulla.
Ho scordato gli occhiali, uff, torno a casa. Allora facciamo
che vado all’avventura domani.
Che manco si vede la luna.
«LUNAAA!» no, vedete, non ci sta!
«Dillo a zia Rodi
Dillo a zia Rodi
La la la la la, la la la la la».
Mi permetto di fischiettare ed essere una bambina, solo
per un altro po’, fino alla fine della strada.

*

Parco dei drogati

Quella mattina, Jacques venne svegliato dalle spazzole del camion dei rifiuti.
«E spostati!» urlò dal finestrino e da dietro ad una sigaretta il tizio dei rifiuti.
Pareva così determinato a passare che Jacques si inorgoglì di tanto zelo.
Per questo, si mise in piedi, si scrollò di dosso la nottata e si spolverò il giacchetto consumato per incamminarsi verso la nuova mattina.
Si ritrovò più curvo di almeno tre centimetri.
La vita attorno sapeva ancora di sonno e possedeva quella brillantezza di colore propria di chi è appena nato.
Un solo cinguettio accompagnò il viaggio ben definito di Jacques.
Per il passero, il barbone sotto di lui stava girovagando senza meta, allora lo lasciò andare dopo cinque note.
Avrete capito che si trattava di un passero distratto, perché Jacques era un fiume, stava seguendo il suo corso inarrestabile
e maestoso, non vi era argine che lo trattenesse.
Destra. Sinistra. Dritto dopo la fontanella.
E finalmente il cancello del ridente “Parco dei drogati” lo invitava ad accomodarsi con il cigolio che lo contraddistingueva.
Rimase col naso all’insù verso la volta del cancello; si sentì molto basso ed entrò.

Lo accolsero sterpaglie e vecchie siringhe, piante imponenti, lucertole spaesate e giostre abbandonate.
A pelle, Jacques sapeva cosa stava cercando, sempre senza pretese.
Percorse quello che un tempo era un vialetto e si sedette sull’altalena immobilizzata dalla ruggine, al centro del carosello
della decadenza.
Il suo peso minò l’equilibrio dell’intera struttura. Fermò a fatica l’altalena accanto che si attorcigliò su se stessa. E scorse
lui sullo scivolo sudicio.
In realtà, l’uomo rimaneva appeso allo scivolo solo dal ginocchio; il resto del corpo era spalmato sull’erba con i
quattro capelli sulla fontanella semiaperta che gli facevano da vaso. Con impegno, si poteva scorgere anche il segreto che tratteneva la mano sotto l’ascella. La sua perla se ne stava a suo agio con il suo scudo umano, conficcata nella terra verdina.
Facendosi aiutare da tutta la lentezza accumulata nella vita, rivolse la testa verso Jacques che già lo stava osservando.
Lo fissò come un santo che fa l’amore per la prima volta, pentito e appagato, ma Jacques lo perdonò, strizzando gli occhi.
La sua risposta fu un rutto imponente e grato che fece tremare l’altalena.
Rutto su scivolo.
La ruggine dell’altalena inamovibile permise a Jacques di vincere la lotta contro la gravità ed aggiungere l’uomo alle persone eternamente nel piede.
Si fece solleticare dai raggi solari e dal suo nuovo amore che cercava di alzarsi come un sasso che cerca di galleggiare.
Sospirò a lungo.

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