Einaudi editore

Antonio Gramsci, da: “Note sul Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno”

Curzio Malaparte nell’introduzione al suo volumetto sulla Tecnica del colpo di Stato pare affermi l’equivalenza della formula: «Tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato» con la proposizione: «dove c’è la libertà non c’è lo Stato». In questa proposizione il termine «libertà» non è inteso nel significato comune di «libertà politica, ossia di stampa ecc.», ma come contrapposto a «necessità» ed è in relazione alla proposizione di Engels sul passaggio dal regno della necessità al regno della libertà. Il Malaparte non ha neanche annasato il significato della proposizione.

Nella polemica (del resto superficiale) sulle funzioni dello Stato (e si intende dello Stato come organizzazione politico-giuridica in senso stretto) l’espressione di «Stato – veilleur de nuit» corrisponde all’italiano di «Stato carabiniere» e vorrebbe significare uno Stato le cui funzioni sono limitate alla tutela dell’ordine pubblico e del rispetto delle leggi. Non si insiste sul fatto che in questa forma di regime (che poi non è mai esistito altro che, come ipotesi-limite, sulla carta) la direzione dello sviluppo storico appartiene alle forze private, alla società civile, che è anch’essa «Stato», anzi è lo Stato stesso. Pare che l’espressione «veilleur de nuit», che dovrebbe avere un valore più sarcastico di «Stato carabiniere» o di «Stato poliziotto», sia di Lassalle. Il suo opposto dovrebbe essere lo «Stato etico» o lo «Stato intervenzionista» in generale, ma ci sono differenze tra una e l’altra espressione: il concetto di Stato etico è di origine filosofica e intellettuale (propria degli intellettuali: Hegel) e in verità potrebbe essere congiunta con quella di «Stato – veilleur de nuit», poiché si riferisce piuttosto all’attività, autonoma, educativa, e morale dello Stato laico in contrapposto al cosmopolitismo e all’ingerenza dell’organizzazione religioso-ecclesiastica come residuo medioevale; il concetto di Stato intervenzionista è di origine economica ed è connesso, da una parte, alle correnti protezionistiche o di nazionalismo economico e, dall’altra, al tentativo di far assumere a un personale statale determinato, di origine terriera e feudale, la «protezione» delle classi lavoratrici contro gli eccessi del capitalismo (politica di Bismarck e Disraeli). Queste diverse tendenze possono combinarsi in vario modo e di fatto si sono combinate. naturalmente i liberali [«economisti»] sono per lo «Stato – veilleur de nuit» e vorrebbero che l’iniziativa storica fosse lasciata alla società civile e alle diverse forze che vi pullulano con lo «Stato» guardiano della «lealtà del gioco» e delle leggi di esso: gli intellettuali fanno distinzioni molto importanti quando sono liberali e anche quando sono intervenzionisti (possono essere liberali nel campo economico e intevenzionisti in quello culturale, ecc.).

I cattolici vorrebbero lo Stato intervenzionista in loro completo favore; in mancanza di ciò, o dove sono minoranza, domandano lo Stato «indifferente», perché non sostenga i loro avversari.

È da meditare questo argomento: la concezione dello Stato gendarme – guardiano notturno, ecc. (a parte la specificazione di carattere polemico: gendarme, guardiano notturno, ecc.) non è poi la concezione dello Stato che sola superi le estreme fasi «corporative-economiche»? Siamo sempre nel terreno della identificazione di Stato e Governo, identificazione che appunto è un ripresentarsi della forma corporativa-economica, cioè della confusione tra società civile e società politica, poiché è da notare che nella nozione generale di Stato entrano elementi che sono da riportare alla nozione di società civile (nel senso, si potrebbe dire, che Stato = società politica + società civile, cioè egemonia corazzata di coercizione). In una dottrina dello Stato che concepisca questo come passibile tendenzialmente di esaurimento e di risoluzione nella società regolata, l’argomento è fondamentale. L’elemento Stato-coercizione si può immaginare esaurentesi mano a mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società regolata (o Stato etico o società civile). Le espressioni di Stato etico o di società civile verrebbero a significare che quest’«immagine» di Stato senza Stato era presente ai maggiori scienziati della politica e del diritto in quanto si ponevano nel terreno della pura scienza (= pura utopia, in quanto basata sul presupposto che tutti gli uomini sono realmente uguali e quindi ugualmente ragionevoli e morali, cioè passibili di accettare la legge spontaneamente, liberamente e non per coercizione, come imposta da altra classe, come cosa esterna alla coscienza). Occorre ricordare che l’espressione di guardiano notturno per lo Stato liberale è di Lassalle, cioè di uno statalista dogmatico e non dialettico. (Cfr bene la dottrina di Lassalle su questo punto e sullo Stato in generale, in contrasto col marxismo). Nella dottrina dello Stato → società regolata, da una fase in cui Stato sarà uguale a Governo, e Stato si identificherà con società civile, si dovrà passare a una fase di Stato – guardiano notturno, cioè di una organizzazione coercitiva che tutelerà lo sviluppo degli elementi di società regolata in continuo incremento, e pertanto riducente gradatamente i suoi interventi autoritari e coattivi. Né ciò può far pensare a un nuovo «liberalismo», sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà organica.

Da: Antonio Gramsci, Note sul Machiavelli sulla politica e sullo Stato moderno, Einaudi 1953, pp. 130-132

proSabato: Antonio Delfini

RITORNO IN CITTÀ

Il giorno in cui son tornato in città era tutto grigio.
Dopo aver ammirato dal treno quell’immensa distesa che è la pianura padana, dopo aver passato paesi illuminati nel primo oscurar del giorno, tra il fischio delle locomotive e il tornar dei ricordi in un turbine di pensieri senza freno, ho udito il tintinnio regolare della stazione, le solite voci dei facchini, ho visto il berretto rosso del capostazione tutto filettato d’oro, e l’ingresso fiocamente illuminato del ristorante.
Mi sentivo come quando ero bambino. Di ritorno dal mare. Le valigie da caricare e la bolletta dei bagagli da consegnare. A questo ci pensava sempre un uomo, che mi pare dovesse trovarsi lì tutti gli anni d’ottobre soltanto per noi. E poi c’era la carrozza che io volevo fosse sempre chiusa e con i vetri alzati. Poi si andava chi sa dove, lontano lontano, tra il rumore delle ruote in movimento sull’acciottolato. Invece dopo pochi minuti si arrivava a casa.
La gente delle due botteghe veniva fuori a vedere, davan la buona sera e rientravano. Qualcuno di loro rimaneva: la luce  a gas che illuminava la bottega, portata fuori a metter tristezza nel portico buio. La vecchia portinaia veniva su con noi per aprirci la porta,. Un odor di chiuso e la realtà di ricordi recenti.
Così mi sentivo e avrei voluto, in quel momento, dire agli uomini tutto il mio tormento, avrei voluto udire trombe e tamburi al mio passaggio: avrei voluto qualcosa di cambiato.
Perché riandando il tempo trascorso sento un nodo alla gola e vorrei che qualcosa mi distraesse. Come è poco mutevole il nostro tempo! Sempre quello.
Almeno per che appena uscito dalla stazione, ho guardato in estasi la mia città piena di nebbie e son tornato a dei ricordi senza pensiero e senza perché. Infatti ho preso una carrozza chiusa con i vetri alzati, e vi sono salito con una nostalgia nel cuore di fatti luci e cose passate, che proprio non sono quelle consistenti e piene di pensiero di cui, si dice, si debba parlare nel mondo.
Anche quest’anno la carrozza scorreva rumorosamente sull’acciottolato. Le botteghe del corso, il rumore dei tram, l’orologio del palazzo ducale, la gente che rincasava per l’ora di cena, eran sempre così: illuminavano ad un modo, andavan come sempre, batteva la sua continuità, pensavano alla stessa cena!
Io mi rannicchiavo in un angolo, guardavo il vecchio cuoio della carrozzeria sulla quale incominciava a battere una lieve pioggia, ammiravo la bombetta del vetturini. Di tanto in tanto m’attaccavo col naso al vetro ritmico del finestrino, cercando di riconoscere le facce note della gente che s’affrettava sul lontano marciapiede. Pensavo di una vecchia stampa, mai veduta, ma elaborata nella mia mente. Una vecchia stampa raffigurante dei passanti curiosi, i quali guardando la vecchia carrozza si chiedessero meravigliati: Chi è quel giovane signore? Donde viene?

Pensavo al mondo così sempre eguale.                                                       Chi lo sa se è sempre lo stesso mondo?                                                   Passò accanto un’automobile e chiazzò di fango il finestrino

 

ATTESA

Vieni.
Non penso più come allora alle nuvole bianche a quelle grigie a quelle nere,quelle dei temporali che ci facevano sorridere perchè ci davano l’attesa dell’imprevisto.
No, penso che un giorno avrei potuto avvicinarmi a te.
Ma tutto si allontana.
Sono sempre alla finestra, e le nuovole passano sopra la mia casa.
Guardo giù nella strada la gente che passa, e aspetto che in mezzo al silenzio compaia un ricordo
un ricordo per unirmi a te

È passata una carrozza con dentro un signore ben vestito
un venditore di frutta
una vecchiua che sembrava una bambina
un giovinotto che strascicava i piedi come un vecchio
un teatrino con le scene rosse e i burattini dentro.
Poi sono passati tutti i desideri della mia anima.

Più tardi, a sera, han suonato l’Ave Maria.
Ma io aspettavo che passasse un reggimento con la fanteria per udire una vecchia canzone.
Non lo sai che in questo tempo ho sempre pensato che sarei venuto un giorno sotto le tue finestre, con la fanfara a suonare quella vecchia canzone?

Non lo sai che mi si gonfiava il petto pensandoci?
E ti avrei visto sorridermi come ti ho sognata.
Con un gran mantello scuro
un fazzoletto al collo
un bel cappello largo in testa
mi sarei presentato  a te mentre le note della fanfara avrebbero allietato i nostri cuori.

Non ci hai mai pensato?
Vieni e ci penseremo.
Non voglio più stare alla finestra e, se non vieni tu, mi toccherà di rivedere ogni sera la vecchia, il giovanotto, il venditore di frutta, e quel teatrino rosso.
Ma quando torneremo a cantare – perchè quel giorno prima o dopo verrà – allora verrai.
e potrò chiamarti per nome senza arrossire ché adesso perfino l’aria mi ride dietro quando il tuo nome compare dappertutto perché le mie labbra l’hanno mormorato.

 

 

© Antonio Delfini, Autore ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati, Einaudi, 2008

Coriandoli a Natale #8: Valerio Magrelli, Natale, credo…

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Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ IMU e in più il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia.

 

da Valerio Magrelli, Il sangue amaro, Einaudi, 2014

Dario Fo, Coro da Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

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Dario Fo, Coro da Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

 

Oh, che il mondo è tanto tanto bello
se lo guardi appeso per i piedi!
Capovolto, agli occhi piú non credi
se lo guardi con la testa in giú.

Su nel ciel vedrai volar cavalli
ed i pesci nuotar fra i rami in fiore:
ecco un fiore succhiare le farfalle
e posarsi sopra un calabron.

Vedi un ladro che ti confessa un prete
l’orfanello accoglie suore in fasce,
i ministri riuniti in un comizio
e gli agenti li picchian col baston.

da: Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, in Le commedie di Dario Fo, Einaudi 1966, p. 102

Chiara Valerio, “Storia umana della matematica”

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Chiara Valerio, Storia umana della matematica
Einaudi, 2016, € 18,00, eBook € 9,99.

La dimostrazione arriva alla fine, ed è empirica. «Mia sorella dice Non piangere, altrimenti piange anche lui». Il nipote, appena nato, risponde alla commozione dell’autrice increspando le labbra. Perché questo succeda, ma anche perché «l’intelligenza è una forma d’amore» o, ancora di più, perché intelligenza e amore siano «due possibilità di una stessa attitudine, che credo sia capire», è perfettamente spiegato lungo le pagine del libro intero.
I primi sei capitoli di Storia umana della matematica, libro di Chiara Valerio da poco in libreria per Einaudi, sono intitolati ad altrettanti illustri matematici della storia; eppure sarebbe stato monco se l’autrice si fosse limitata a inserire la propria esperienza di vita e i propri anni di studente – e docente – di matematica solo nell’ultimo, In exitu, anziché fare capolino tra i paragrafi del libro con i suoi aneddoti e ricordi di infanzia, costruendo la lenta, rigorosa relazione tra ciò che è conoscenza e ciò che è esperienza sensibile e affettiva. (altro…)

proSabato: Cesare Pavese, La vigna

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La vigna 

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di settembre. Tutto ciò è familiare e remoto, infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro. Basta pensare alle ore della notte, o del crepuscolo, in cui la vigna non cade sotto gli occhi e si sa che si distende sotto il cielo, sempre uguale e raccolta. Si direbbe che nessuno vi è mai camminato, eppure c’è chi la lavora a tralcio a tralcio e alla vendemmia è tutta gaia di voci e di passi. Ma poi se ne vanno, ed è come una stanza in cui da tempo non entra nessuno e la finestra è aperta al cielo. Il giorno e la notte vi regnano; a volte vi fa fresco e coperto – è la pioggia -, nulla muta nella stanza, e il tempo non passa. Neanche sulla vigna il tempo passa; la sua stagione è settembre e torna sempre, e appare eterna. Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Il sospetto di ciò che deve – che è dovuto – accadere, la mantiene la stessa e risuscita nel ricordo l’infanzia. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più. (altro…)

I poeti della domenica #77: Alda Merini, Toeletta

Alda Merini, Fiore di poesia (Einaudi)

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Toeletta

La triste toeletta del mattino,
corpi delusi, carni deludenti,
attorno al lavabo
il nero puzzo delle cose infami.
Oh, questo tremolar di oscene carni,
questo freddo oscuro
e il cadere più inumano
d’una malata sopra il pavimento.
Questo l’ingorgo che la stratosfera
mai conoscerà, questa l’infamia
dei corpi nudi messi a divampare
sotto la luce atavica dell’uomo.

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[da Terra Santa, in Alda Merini, Fiore di poesia, Einaudi, 1998]

Poesie per l’estate #27: Osip Mandel’štam, Compagna del Petrarca….

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

MandelstamS

Compagna del Petrarca, del Tasso, dell’Ariosto,
lingua del tutto assurda, lingua dolce-salata;
e splendide gemellanze di quei suoni in combutta…
Introdurrò una lama tra le valve dell’ostrica?

Maggio 1933 -agosto 1935

Osip Mandel’štam
(traduzione di Remo Faccani)

(Osip Mandel’štam, Ottanta poesie. A cura di Remo Faccani, Torino, Einaudi 2009, pp. 120-21)

Mario Rigoni Stern, da “Amore di confine”

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Mario Rigoni Stern, da “Amore di confine”

Associo alla scrittura di Mario Rigoni Stern la parola “familiarità” nella sua più ampia accezione: non solo perché la lettura della sua prosa mi accompagna fin dalla prima adolescenza, ma perché ne traggo, da allora – quando intrapresi il percorso seguendo consigli di persone a me care, familiari in senso stretto e non – fino a oggi e per questo nostro immiserito presente, in complessa prospettiva, l’insegnamento che si riconosce a chi è fondamento della propria formazione. Oggi, a sette anni dalla morte dello scrittore, propongo la lettura di due brani tratti da racconti raccolti nel volume Amore di confine. Storie di guerra e pace, di uomini e animali, di boschi e di piante. (Anna Maria Curci)

 

Ogni vicenda che abbiamo vissuto è legata ad altri fatti o vicende che, consciamente o inconsciamente, nel trascorrere del tempo si concatenano e si riallacciano a persone e a luoghi. Per i racconti che ho scritto, molte volte impensatamente ricompaiono, o si fanno vive per la prima volta dopo tanto tempo, persone che il caso discopre, e cosí nella memoria rivivi momenti e sensazioni filtrati dagli anni, come se la fame, la fatica, il dolore, il pericolo si fossero depositati sul fondo della bottiglia della vita e il vissuto decantato resta limpido e malinconico, con tenuissimi colori e profumi.
Nell’estate di molti anni fa eravamo accampati in una valle del Trentino, in un grande bosco di larici, e la mia incombenza di graduato di truppa consisteva nel costruire con la mia squadra le latrine per la compagnia una volta alla settimana e di andare con tre muli nei boschi a raccogliere la legna per le cucine. Erano lavori tutt’altro che guerreschi, anzi pacifici, e dopo la campagna sul fronte Occidentale i giorni trascorrevano tra il reale e l’irreale anche perché ero innamorato e molto giovane, e da quelle montagne vedevo le mie montagne.
Ogni sera libera dal servizio di capoposto o di caporale di giornata scendevo al paese che distava una mezz’ora dall’accampamento. Lí c’erano molti villeggianti che andavano spensierati dai campi di tennis agli alberghi, o che ritornavano dalle passeggiate o dalle escursioni; i nostri ufficiali, con le divise tirate in fino, corteggiavano le signore nei caffè all’aperto dove suonavano le orchestrine e non sapevi se era bene salutarli, o male. Qualche volta entravo nella chiesa che era tutta in pietra viva, di stile gotico-alpino; tutt’intorno, tenuto come un giardino, aveva il vecchio cimitero con lapidi bellissime. Dentro la chiesa un cieco suonava l’organo.
Ma la maggior parte delle ore della mia libertà le passavo nella libreria del centro, che era bella e ben fornita, dove, dopo essermi fatto coraggio la prima volta, ero sempre bene accolto dal libraio.
Il signor Mario mi lasciava girare liberamente tra gli scaffali da dove ogni tanto coglievo un libro con tanto riguardo e timidamente mi azzardavo a sfogliare: poesie, romanzi, racconti e storia mi affascinavano come mi affascinavano certi paesaggi e i boschi. O forse piú. Mi immergevo in quelle pagine e non mi rendevo conto del tempo che passava, e quasi sempre era il signor Mario che diceva: «Ehi, caporale, è ora di chiudere!» Ma era anche cosí buono che provava compassione o rispetto e aspettava che la moglie lo chiamasse da sopra: «La cena è pronta in tavola!»

Mario Rigoni Stern, da Il vino della vita, in Amore di confine. Storie di guerra e pace, di uomini e animali, di boschi e piante, Einaudi, Torino 1988, pp. 27-28

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“Ho desiderato che Maria morisse”: omaggio a Goliarda Sapienza

Goliarda negli anni Sessanta - © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda negli anni Sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Goliarda Sapienza era nata il 10 maggio del 1924. Nel giorno della sua nascita, come redazione, la ricordiamo proponendo una sua pagine tratta dai racconti di Destino coatto (Empirìa, 2002; poi Einaudi, 2011, da dove si cita [p. 91]). Buon compleanno, Goliarda.

*

Ho desiderato che Maria morisse. L’ho desiderato o l’ho sognato? Forse l’ho sognato. L’ho vista distesa sul letto in mezzo alla camera coperta di fiori bianchi. O aveva un vestito bianco? Già, lei si veste sempre di bianco, anche in inverno. «A un certo punto una donna deve sapere qual è il suo colore». Il suo colore, facile a dirsi. A me i colori non piacciono, ho da fare io, e per lavorare che c’è di meglio dei colori che resistano allo sporco? La vorrei vedere dopo una giornata in tipografia. Sì, era un vestito bianco. No, erano fiori bianchi. Una montagna di fiori bianchi la copriva. Si vedeva solo la collana di perle fra i fiori. La collana di Giulio. Siamo andati insieme a comprarla, e anche la borsa di velluto verde che portava ieri, l’ho consigliata io a Giulio. L’abbiamo comprata quando è nato Cesare. Ogni bambino un regalo. Sono tre. Non posso averlo sognato. No, l’ho desiderato: un’altra volta ho desiderato che qualcuno morisse. Recidiva.
Se questa donna che s’avvicina ora morisse? sì, sarei contenta. È bionda e ha gli occhi neri. Forse il biondo non è naturale ma le sta bene. A un certo punto una donna che sia una donna deve sapere che colore di capelli le sta bene. Non porta trucco. Si avvicina, chiede, non trova la strada. Se morisse sarebbe bellissima, senza trucco: neanche gli occhi truccati. «Non conosco quella strada, non sono di Roma» sorride pure. Dietro l’angolo morirà. Sotto un’automobile, un’autobus. Ogni anno muoiono diecimila persone per incidenti stradali, è come una guerra. La guerra, è tanto che non ne fanno un’altra. Io me la sono cavata bene, non avevo paura e stavo attenta. Come ora non ho paura e sto attenta, non mi distraggo quando vado per le strade e traverso sempre dove ci sono le strisce. Io non vado sotto una macchina. Io solo desidero.
Devo stendermi sul letto, chiudere le persiane e staccare il telefono. Qualche pillola di sonnifero e si ferma questo desiderio. Tu hai troppa immaginazione. Finirai male. Certo a ripensarci, tenere fra le braccia la bottiglia dell’acqua calda come se fosse un bambino, aveva ragione Olga: «Tu hai troppa immaginazione». Eppure per me era un bambino. Un bambino mio, e come soffersi quando mi cadde dalle mani quella notte scendendo dal letto. Che dolore! Non ho più sofferto tanto in vita mia. Si fracassò il cranio sul pavimento. Dovevo stare più attenta tenendolo fra le braccia. Starò attenta. Domani è domenica. Giulio è per casa. Devo stendermi sul letto, staccare il telefono e cercare di non pensare. Non pensare e non desiderare niente, che non sia un vestito, un paio di calze.

La finanza appesa a un filo. Francesco Giordani intervista Stefano Massini

massini copertina

Stefano Massini è uno dei maggiori drammaturghi italiani. Le sue opere, sempre attentissime agli snodi più sensibili dell’attualità politica e “civile”, vengono da anni rappresentate con notevole successo sia in Italia che all’estero. Il sua ultimo, ambizioso, lavoro, Lehman Trilogy (Einaudi, pp. 334, € 17,50), ripercorre le vicende di una delle dinastie più importanti nella storia della finanza mondiale, lungo una parabola temporale che dall’Ottocento arriva sino alle crisi e ai tracolli bancari dei giorni nostri, accarezzando, per bocca dei molti personaggi “convocati”, interrogativi di importanza assolutamente non trascurabile. Il testo, dopo essere stato messo in scena in Germania ed in Francia, si appresta a sbarcare, nel gennaio 2015, al Piccolo Teatro di Milano, per la regia di Luca Ronconi, che firma anche la bella prefazione all’edizione in volume.

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Pescando (per punti) nell’amarezza di Valerio Magrelli

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1.

Iniziamo con il fumo.
Leggo, a pagina 11, una poesia con dedica Per Stefano, distratto:

Stefano
sotto la doccia,
la sigaretta accesa,
dentro gli spogliatoi che fumano vapore
tu fumi un altro fumo da quello dell’omino
di fumo, un fumo d’acqua
fumante mentre parli,
e parli dell’altrove,
e parli dell’altrove
in cui fumi ignorando
di fumare.

Confronto questi versi con un testo apparso in Nature e venature, del 1987. E mi meraviglio:

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Meraviglia il ponte costruito da allora a ora e come sull’una e l’altra sponda un’apparentemente semplice “distrazione” nella percezione visiva possa determinare uno “spostamento dell’io”. E con brevissimo scatto spazio-temporale ecco generarsi quell’“altrove” che istantanee dell’inquietudine, come sono queste poesie, rendono enigmatico e oscuro.

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2.

«Per me la ragione / della scrittura / è sempre scrittura / della ragione»: così chiudeva una poesia di Ora serrata retinae. Da sempre Magrelli ragiona, in poesia; ragiona attraverso il monologo, infine esposto e verificato, sapientemente, sulla pagina.
«Io sono ciò che manca / nel mondo in cui vivo,» scriveva in quella sua prima opera. Adesso l’endecasillabo portante di pagina 15 (la poesia riprodotta in copertina) recita: «ma sento che qualcosa è andato perso». Sì, continua a verificare il mondo, Magrelli, vedendosi (verificandosi) tra corpo e mente, che fanno casa all’essere e al tempo, al loro divenire.
Prima ancora che disposta (o deposta) sulla pagina, è una poesia, la sua, che si fa mediante il corpo e che in bocca lascia l’amaro.

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3.

Di Ripetizione e Mancanza – forze che dominano rispettivamente la Vita e l’Amore – ne troviamo in abbondanza. Tra le pagine de Il sangue amaro, l’esistenza, in questa nostra nuova età di mezzo, pare rivelare di quelle forze alcune spine mai così pungenti.
Emblematici in tal senso, a pagina 134, gli ultimi quattro versi, riferiti a piccole stanze d’albergo, ma evocativi appunto di tutta la condizione umana:

«Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione
con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione».

Dalle punture sgorga un’amarezza che va oltre la dimensione del malinconico, avendo a che vedere con uno strato più profondo: un pessimismo fondato, sembra di poter dire, nel solco di una tradizione grande e nobile del pensiero.
Ad esempio in Timore e tremore, traendo spunto in partenza da Kafka e Hrabal, si espone, sempre mediante il corpo, in questa nitida metafora:

«Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più».

Ecco nuovamente lo strato profondo, qualcosa che sempre è stato e ritorna e non si arresta.

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4.

Se penso a quanto spesso ho sentito e utilizzato, perlopiù come suggerimento in chiave negativa, l’espressione “non farti il sangue amaro”, leggendo a pagina 125 i tre versi finali della poesia, ne avverto come fosse nuovo, ora, tutto il significato e il peso:
«Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / È una specialità della casa / sin dal lontano 1957».
Penso in particolare a quel “mi”, tanto riflessivo che nella destinazione di tutto trovo ci sia la considerazione di un: “faccio tutto solo per me stesso”.

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5.

Continuo a pescare, così, a piacimento, nel piatto amaramente ricco di Magrelli.
Natale, il tema del nascere.
Torna anche qui, profondo, il pensiero pessimistico: la vita è un’inflizione cui corrisponde, giusto all’altro capo della fune, la libertà di scelta, di quando e come morire: libertà propria del suicidio, dell’eutanasia, su cui Magrelli, appoggiandosi inizialmente a Montaigne, riflette con ironia (cioè “ricerca”, sofferta e che detta il gioco, nel suo significato più alto).
Se di creazione si parla, si tratta di una “creazione malvagia”. E l’amarezza addirittura può farsi desolante: «detesto vivere», confessa a pagina 33, per poi affermare:  «Ah, potessi convivere senza dovere vivere!»…

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6.

Sciolti o forse no, pesco bellissimi nodi d’amore:

– a pagina 27, un «Amore-clorofilla», che torce un figlio in carrozzina «come la pianta in cui si versa luce», porta il pensiero a una splendida poesia di Krumm, dal titolo Alla mia destra;[1]

– a pagina 33, l’endecasillabo «Insomma, sono ostaggio dell’Amore:» è sintesi di tutto il precedente ragionamento monologante sulla Morte. Scardinandone il senso, con mutata collocazione dei termini-cardine posti in essere all’inizio, scrive: «È lui il tremendo tesoro / che fa argine / sul ciglio del non-essere»;

– a pagina 47, pescando anche qui l’essenziale dalla decima poesia dell’ipertesto: «amore è la distanza che ci chiama» (…) «nel bisogno di essere strappati a noi stessi».

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7.

Rumore vs Silenzio. Torna in mente uno Short di Auden: «Bisognosi anzitutto / di silenzio e calore, produciamo / freddo e chiasso brutali».[2] Con la sezione intitolata Otobiografia si entra nel territorio dell’idiosincrasia principe di Magrelli, il fastidio per il rumore e per suoni “mal collocati”, incontrati per caso, subiti, ingombranti.
A partire da un phon malfunzionante, che è solo un pretesto, una “scusa”, si apre un’immaginazione capace di produrre un vastissimo racconto, ed ecco stagliarsi in piena luce questi versi:

«Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.»

(…)

«Che c’entro, io, con tutto questo sangue,»

(…)

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8.

Il corpo dell’amarezza trova la sua postura migliore – credo – nell’ipertesto sulla crudeltà della lettura. Qui infatti si legano tutti i temi, amore e mancanza, silenzio, vedere-vedersi, abisso e vertigine. A pagina 37, [Matrice]:

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giù
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lì in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato a una vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

Compiuta e struggente, altissima qui l’amarezza insita nella distanza dalla persona amabile proprio per amore di ciò che separa. È l’orizzonte della lettura, ostinata e solitaria, che assorbe tutte altre maschere, altre persone, porta via, in un Vuoto amato: «paradiso perduto che la lettura addita / sul fondo incantato del non-io».
E per lo strano scherzo che a volte lega gli opposti, il tono ricorda L’abbraccio, splendida poesia di amore compiuto, di unione, apparsa in Esercizi di tiptologia. Sì, sembra di sentirne l’eco, l’intensità, la stessa sussurrata intimità.

Cristiano Poletti

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[1] Tratta da Respiro, di Ermanno Krumm, libro edito da Mondadori nel 2005: «A letto ti voglio sempre dallo stesso lato / non perché sia quello che preferisco / del corpo o del volto, ma perché / come i rami di un vegetale / penso verso la luce da quella parte / e a vederti mi sporgo / con gli occhi della giovinezza».

[2] Traduzione di G. Forti.