effigie

Le parti del grido, di Lorenzo Chiuchiù

parti

Lorenzo Chiuchiù, Le parti del grido, Effigie 2018 – 10 €

Dopo aver letto questo libro, ho voluto sceglierne alcune parti: istanti, nei quali sentirsi chiamati a vivere. È l’autore che ci fa sentire questo. Essere lì dentro, come una necessità e come un desiderio.
Riportare qui i frammenti di un testo così importante assume dunque il significato, da una parte, di porne in evidenza la bellezza; dall’altra è il segno della gratitudine che all’autore va espressa.
De Angelis, nel suo scritto di postfazione, sottolinea quanto Chiuchiù «ci interpella con quel “tu” ossessivo che percorre tutto il libro e che di volta in volta è il lettore o l’autore, sono io o il primo venuto». Ha pienamente ragione nell’affermarlo.
Eccoci: l’invito è a entrare.

Sei tu, o sono io:
«Ma l’azzurro è in vena, la riva nascerà con te»;
«scegli una tempesta a caso, sono io».

Tu:
«tu fondi temporali/ e vorresti la grafia dei lampi».

Tu che con me senti:
«nelle meningi terra nera come dopo un temporale».

Io e te, insieme:
«Come se la vita fosse intera/ illuminata, ferita e per te»;
«lo sai: la ferita come la benedizione/ vuole solo l’altra parte».

Quindi noi:
«la storia è la sezione/ e noi, cuore siderale, la verticale»;
«Eravamo incomprensibili e feriti, eravamo feriti e volevamo il vino nero e le stelle a sorte. Così siamo diventati segreti».

Noi, nella verticale della scrittura:
«La sillaba scava come il bisturi/ non illuderti che questa musica/ ti assolva: hai il quaderno/ che lentamente affonda nel petto».

Di nuovo tu, o io:
«hai perso/ un orologio amato/ o perché hai mancato la terra»;
«sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso/ colpa e notturno cardiaco».

Così siamo stati, tramite l’elogio del frammento, dentro un libro che è esaltazione dell’ascesi e della “caduta”, un libro carico di stelle e di distanze. Dal cielo, da ogni presunta idea di perfezione e di stabilità. Sono tensioni che Chiuchiù ha avuto modo di portare in un vasto campo di meditazione, in Atleti del fuoco (“undici studi tra arte, tragedia e rivolta”), edito da Mimesis. Da Celan a Camus, tra arte e destino, rivolta e Cristianesimo.
Nuovamente grazie all’autore, dunque, per tutto questo lavoro.

Cristiano Poletti

 

I poeti della domenica #166: Christine Lavant, Se mi lasci entrare

Christine Lavant, fonte pubblico dominio

Christine Lavant, Se mi lasci entrare, trad. di Anna Ruchat, in Poesie, Effigie 2016

*

Se mi lasci entrare, prima che si sveglino i tuoi galli,
starò al tuo servizio nella casa di ossa
batterò il tamburo del cuore, respirerò per te
e per tre volte innaffierò la rosa sacra
al mattino, a mezzogiorno, la sera.

Se mi lasci entrare, prima che gli occhi brucino,
scioglierò in me il tuo riflesso
per renderlo sovrano sopra gli angeli
e lo proporrò a Dio come sua copia
piena di fede, di speranza, di amore.

Se mi lasci entrare, prima che le mie ali si spezzino
decapiterò per te la morte con la serpe nove volte
estirperò la radice della pena e la mangerò
poi prenderò per te dal plesso solare
il pane, il vino e la colomba.

*
Wenn du mich einläßt, bevor deine Hähne erwachen,
werde ich dienen für dich in dem knöchernen Haus,
will die Herztrommel schlagen, den Atem dir schöpfen
und dreimal die geistliche Rose begießen
am Morgen, am Mittag, am Abend.

Wenn du mich einläßt, bevor meine Augen verbrennen
schmelze ich drinnen für dich dein Spiegelbild frei
und mach es zum König über die Engel
und schlage es Gott als sein Ebenbild vor
voll Glauben, voll Hoffnung, voll Liebe.

Wenn du mich einläßt, bevor meine Flügel zerbrechen,
köpfe ich neunmal für dich mit der Schlange den Tod,
grab die Gramwurzel aus und esse sie selber
und hole dir dann aus dem Sonnengeflecht
das Brot, den Wein und die Taube.

I poeti della domenica #165: Christine Lavant, A ogni osso

 

A ogni osso

A ogni osso della mia spina dorsale
il dito del sole pone una domanda diversa –
io non lo ascolto, abito sotto al giorno
perché al centro delle mie orecchie risuona
uno strato dopo l’altro la campana incorporata a pezzi
e rigetta la salma del tuo nome.
Da tempo invecchia nell’ospizio la mia volontà
sul tetto si scioglie l’ultimo fiocco
del freddo sapere e penetra nel legno.
Le domande sulla sofferenza del raggio di sole
portano alla luce molte cose dal fondo del pozzo.
Lì dentro non guardo mai, guardo nella fossa
del mondo stravolto, dove ci siamo incontrati
e conto gli ossicini del tuo nome
mentre i miei sotto il colpo di sole
si ravvivano. Ognuno arriva a se stesso
e sa quello che è stato ed è, e predice il futuro.
Solo le ossa del cranio schivano ogni cosa
sentono il calore del sole come un puro trivellare
verso il segreto nascosto tra le mie orecchie.

*

An jeden Knochen meines Rückgrats stellt
der Sonnenfinger eine andre Frage –
ich hör nicht hin, ich hause unterm Tage,
denn in der Mitte meiner Ohren gellt
von Schicht zu Schicht die eingesprengte Glocke
und wirft den Leichnam deines Namens aus.
Mein Wille altert längst im Armenhaus,
auf seinem Dach zerschmilzt die letzte Flocke
des kalten Wissens und es sickert ein.
Die Pein-Befragung durch den Sonnenschein
bringt viel zu Tage aus der Brunnenstube.
Ich schau nie hin, ich schaue in die Grube
der Aber-Welt, wo wir zusammenkamen,
und zähl die Knöchelchen an deinem Namen,
während die meinen unterm Sonnenstich
ermuntert werden. Jeder kommt zu sich
und weiß was war und ist, und sagt voraus.
Der Schädelknochen nur weicht allem aus,
er spürt die Sonnenwärme nur als Bohren
nach dem Geheimnis zwischen meinen Ohren.

da Christine Lavant, Poesie, trad. di Anna Ruchat, Effigie 2016

Claude Royet-Journoud, Le nature indivisibili

nature

Claude Royet-Journoud, Le nature indivisibili, trad. Domenico Brancale, Effigie 2016, € 12,00

 

Sezione La storia in serie

*

affinché ciò resista

 

lei accoglie l’indistinto

non avrei mai voluto

si fanno i conti nel buio
un calore senza fine

tavolo era la parola
——
un nodo racchiude il fuori
altri raggiungono il tavolo per morire

——

il silenzio è una forma

——

aria che definisce impercettibile
nessuna separazione
l’area dell’animale

——

verticalità della fame
madre più vicina

——
una manciata di blu nell’angolo

——

è nella stanza che respira

 

a dirla tutta
l’aria lascia una macchia rossa

un po’ di febbre nell’intersezione
la fine dell’evento

s’impossessa di colui che è solo
——

il punto che designa il margine
la prossimità dell’acqua
——

scrivevo la parola paura

——

senza staccare lo sguardo dal tuo nome

——

(altro…)

Mariella Mehr: un’introduzione alla lettura

Non conoscevo quest’autrice di prosa, teatro e poesia; non sapevo quanto la sua vita fosse entrata nella sua opera. Si parla spesso di autobiografismo e di scrittura come cura per il sé: io credo che il caso di Mariella Mehr sia duplice e che la sua storia rappresenti entrambe le facce della medaglia, testimonianza e arte, ma in un solco doloroso e profondo e di enorme, sconfinata sensibilità. Ringrazio Anna Poma, responsabile scientifico del Festival dei Matti di Venezia per avermi avvicinata alla Mehr, soprattutto alla sua poesia. Gli esiti di Mehr richiamano alla mia memoria molte voci conosciute, direi Amelia Rosselli e Alda Merini, che condividono – seppur in modo laterale rispetto all’autrice svizzera -, la vicenda dell’internamento psichiatrico, subendo la follia. C’è in particolare un tema che ritorna spesso, ed è quello del lupo, che non può non farci ricordare quel testo famosissimo di Maxine Kumin, Dopo l’amore; in Mariella Mehr, il lupo non è archetipo della “donna selvaggia” (ben codificato in quel famoso volume di Clarissa Pinkola Estés Donne che corrono coi lupi), ma è associato al tema della “solitudine” (e ben lo spiega lei stessa, in una delle interviste che segnalo) probabilmente con molteplici significati di “fuori e dentro sé”, e anche “abbandono” e soprattutto “cortocircuito culturale”. Anche in Kumin, mi verrebbe da dire, riecheggia un solo-stare tutto femminile. Con questo post intendo raccogliere qualche informazione per fare accenno a quest’autrice sulla quale spero di ritornare, fare una ricognizione di materiale per (ri)diffonderla oggi e per invitarci a (ri)leggerla da domani.

© Alessandra Trevisan

2013-01-12 17.59.06

Mein Mund erwärmte sich
am Licht, er formte Widerworte.
Ich sang mein Leid und Lieb,
ich flog, mit Perlen
schwer behangen, in Glück
gewandet dem Gestirn entgegen,
das seines Schmucks bedurfte,
um für die nächsten Nächte
zu genesen.

La mia bocca si scaldava
alla luce, plasmava obiezioni.
Io cantavo il mio cruccio e l’amore,
volavo, pesantemente
adorna di perle, rivestita
di felicità, incontro agli astri,
che dei loro gioielli abbisognavano
per le notti a venire,
per guarire.

(traduzione inedita di © Anna Maria Curci, tratta dalla raccolta in tedesco e romanès Widerwelten (Contromondi), 2001)

Ci sono molte parole che tornano alla mente quando si legge Mariella Mehr, soprattutto se si leggono le sue poesie; mi riferisco a (r)esistenza ma anche libertà e bellezza. E poi impegno, costanza, immaginazione. La sua vita è stata un’esistenza-resistenza di “esilio e sradicamento”, due delle condizioni più difficili che un individuo possa attraversare, poiché si tratta di atti che investono attivamente e portano con sé conseguenze (in)volontarie.

Mariella Mehr nasce a Zurigo nel 1947, nel dopoguerra quindi, in una famiglia di etnia Jenische, nomade ma si presume anche in parte ebrea, la cui vera provenienza mista (i genitori erano polacchi) non è mai stata chiaramente riconosciuta. Allontanata subito dalla madre, entra da bambina nel programma eugenetico “Enfants de la grand-route” (o Pro Juventute) portato avanti dal governo svizzero tra il 1926 e il 1974, un capitolo controverso della storia del suo paese  e da molti considerato un genocidio taciuto, che è proseguito ben oltre quello “progettato” per eliminare gli “zingari” durante la Seconda Guerra Mondiale. Risanamento, ricovero coatto, elettroshock, carcere, terapia chimica, abuso: fino ai trent’anni quasi Mehr subisce tutte queste pratiche, passando dalle case famiglia alle cliniche psichiatriche, attraversando a pieno corpo l’orrore, la perdita della dignità individuale e soprattutto forse il confine dell’(a)normalità e della violenza.

Sopravvissuta, testimone rara e unica, dagli anni ’70 e dopo un percorso di reinserimento sociale e di studi, inizia la propria denuncia; la sua rivalsa è in primo luogo politica, affrontata da una cittadina vittima di una grave forma di segregazione forzata; la formazione della sua coscienza, i termini pratici, e giornalistico-letterari, si considera a partire dal primo libro, del 1981, steinzeit. Oggi conosce sei lingue, e in almeno tre di queste parla e/o scrive (il tedesco, l’italiano, il romanès, la lingua dei rom). Vive in Italia dal 1996. La sua vicenda, complessa e stratificata , è narrata in alcuni suoi libri (tradotti in moltissime altre lingue e diffusi nel mondo) e da lei stessa raccontata in alcune interviste. Ne segnalo almeno due di significative: una a cura di Luciano Minerva, e si può leggerla qui; ben condotta e recentissima, comparsa in rete, è invece «La lupa di Lucignano», dialogo a cura di Serena Raggi, che potete leggere qui o qui. Dell’intervista di Minerva esiste anche un video, qui. Voglio riportare un passo da questo dialogo, in cui Mehr affronta molti altri aspetti riguardanti la sua vita e la sua creatività e anche quelli dolorosi della segregazione che segna per sempre un percorso di perdita dell’Identità; tuttavia il suo sguardo-somma acutissimo sul passato ma ancorato al futuro, è segno di un’indipendenza vitale e poetica assieme: «Io sono nata in un mondo molto violento. Era la prima cosa che ho conosciuto quando ero piccola. È normale che io mi preoccupi di quello perché ha formato la mia vita, la mia forma di pensare e tutto quello. Ma oggi quella non è più la mia vita; io non scrivo più autobiografico, così. Tutti questi libri sono finzione. Oggi mi interessa la violenza in tutto il mondo perché come si potrà cambiare tutto quello, tutta questa violenza, in una forma di discutere insieme, di parlare insieme, di vedere i problemi che abbiamo assieme.». Diceva Hannah Arendt: «La libertà dev’essere rimessa al mondo ogni giorno»; quale miglior auspicio per leggere Mariella Mehr.

*

Per una bibliografia delle opere reperibili e tradotte in italiano. Silviasilviosilvana, traduzione di Steinzeit (1981), di Fausta Morganti, Guaraldi Editore, Rimini 1995;  Il Marchio, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2001; per Effigie di Milano Labambina, 2006; Notizie dall’Esilio, 2006; Accusata, 2008; San Colombano e l’attesa, 2010.

Ringrazio Anna Maria Curci per la traduzione inedita che ci concede qui in apertura, tratta dalla raccolta in tedesco e romanès Widerwelten (Contromondi) del 2001.

Tratte invece da Notizie dall’esilio (Milano, Effigie, 2006) le liriche che seguono, con traduzione di © Anna Ruchat. Ho scelto di non postare la traduzione in lingua rom, che trovate nel volume. Dallo stesso, una nota con testi dal blog di Francesco Marotta, che segnalo qui e qui, post in cui mi son imbattuta dopo aver letto la raccolta.

*

Dir blüht noch Laub ums Herz,
und eine frische Prise Salz
haftet dir im Blick.

Von mir will keiner wissen,
wess’ Gewürz ich bin
und welcher Liebe Dauer.

Oft singt mir der Wolf im Blut,
dann wird mir warm
in einer fremden Sprache.

Licht, sag ich dann, Wolfslicht,
sag ich, und dass mir keiner komme,
das Haar zu schneiden.

In fremden Krumen keime ich
und bin mir Wort genug.
Vergänglich, sag ich mir,
denn bald hört jedes Keimen auf,

und einer jeden Stunde Rest läuft ab.

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

*

Mit scheenblonden Worten,
mit Widerworten,
durch Wortadern
in den Morgen gepflügt,
gepeiningt vom Licht alsbald,
und aufgetrennt bis ins Mark.

Stürze in Rufweite
Staub auf den Lippen,
ein Hauch vorübereifernd;
rasendes Gelb überall.

Resthaut, rauh vom Winter.
Die Rauschzeichen hingestreckt,
tatenlos jedes Lanchen,
nie wird mir der Tag Gesang
(oder Gold im Geäder).

Sprich deutlich, Norne,
es fliegt sich leicht ins Verdorrte.
Ich bin mir zur Unzeit geronnene Stunde.

Con parole biondo-neve
con contro-parole
arata nel mattino
attraverso arterie di parole,
di colpo torturata dalla luce,
e scucita fino al midollo.

Cadute a portata di voce,
polvere sulle labbra
un soffio che passa con ardore;
giallo che sfreccia ovunque.

Resti di pelle, ruvida per l’inverno.
I segnali di fumo allungati,
inerte ogni risata,
mai diventa per me il giorno un canto
(o oro nelle vene).

Parla chiaro, Norna,
è facile finire volando nella terra inaridita.
Io sono per me l’ora che scorre nel non-tempo.

*

Haundsrosen,
sagen wir und lächeln,
verschenken einander Entkommen.

Haundsrosen,
Widergänger auf der Pirsch,
in rastlose Stunden versunken, ins Schattenlose,
wo sich der Schmerz vollzieht.

Mönchinnenblau färbt siche in Streifen Himmel,
verlassene Lagerstätten zeugen von Verstörung,
klagen ihr Recht auf unsere Luftwurzeln ein.

Und schau, ein Adlerpaar,
rufen wir uns zu,
und daß ein jeder Traum nach Schwingen giert,
es ihnen gleichzutun.

Ein Herz schlägt mich in Stücke.
Ist es Deines?
Was frage ich?
Es grenzt ein jedes Fragen
Nur an Dich,
bedeckt, zu grauem Staub zerrieben,
die Wunde unsrer Nacht.

Rose canine,
diciamo e sorridiamo,
ci regaliamo l’un l’altro uno scampare.

Rose canine,
controfigura a caccia,
sprofondata in ore senza riposo, in luoghi senz’ombra
dove il dolore si compie.

Di azzurro-monache si colora una striscia di cielo
i campi abbandonati testimoniano il turbamento,
rivendicano i loro diritti sule nostre radici aeree.

E guarda una coppia di aquile,
ci gridiamo l’un l’altro,
e che un sogno non vede l’ora di volteggiare,
di fare come loro.

Un cuore batte e mi fa a pezzi.
È il tuo?
Cosa chiedo?
Ogni domandare confina
solo con Te,
coperta sbriciolata in polvere grigia,
la ferita della nostra notte.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo