Edoardo Sanguineti

I poeti della domenica #262: Edoardo Sanguineti, #3 (da “Stracciafoglio”)

stracciafoglio-poesie-1977-1979

3.

vivo da topo: (vivo da vero topo): (che si mastica le
.                              croste): (con le sue dure
gengive): (che si smaltisce, di questi tempi, questo
.                              plateau Settecento, non so,
tra Restif e Rousseau):
.                              e in data 8 c.m., ci risalta lì fuori,
.                              un’altra volta, il problema
della felicità: ritorno a predicarti per il precetto è:
.                              nuotare naturalmente dentro
la storia: (ossimoricamente detto, dunque): (come quel
.                              giorno che ti ho perduto a Pisa,
alla stazione): (in quella prefigurazione patetica): (con
.                              te tra i giovinastri,
tra gli addii):
.                  (così, tra il principio del piacere e la
.                              razionalizzazione, tra
il desiderio e la falsa coscienza): ma ancora naturalmente
.                              (cioè secondo natura
umana): (cioè secondo il lavoro): (nel quotidiano):
.                                                                            ti ho
.                               sentito molto emozionato,
una domenica mattina, al telefono: (eccessivamente
                               emozionato): (eccessivamente, per me,
emozionante): (e: me ne posso andare, mi sono detto):
.                                (e a te ho detto, invece: ma su,
coraggio): (navigando nell’inconcevable labyrinthe):
.                                (e tutto questo da un Duomotel
di Milano): (du coeur humain):
                                            (e ho parlato con Maria,
.                                 poco fa): (al telefono): (evoco,
invoco): (durante una cena solitaria): (e: soffro di
.                                 solitudine, se vuoi saperlo, da
sempre): (e: per sempre): (e: mastico e sputo):
.                                                                     (mi aspetta,
                                 me lo sento, la mia trappola):
(di quella da cantina, con il chiodo, per il cranio):
.                                                                          (e lì,
.                                  così, poi, zàc, cràc):

da Stracciafoglio (Poesie 1977-1979), Milano, Feltrinelli, 1980

I poeti della domenica #261: Edoardo Sanguineti, “in te dormiva come un fibroma asciutto…”

opus metricum

in te dormiva come un fibroma asciutto…

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuolte la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
.                             senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse,
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache

da Erotopaegnia, in Opus metricum, Rusconi e Paolazzi, 1960

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

Poesie per l’estate #15: Edoardo Sanguineti, 6 (se mi stacco da te)

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

sanguineti

6

se mi stacco da te, mi strappo tutto:
.                                                        ma il mio meglio (o il mio peggio)
ti rimane attaccato, appiccicoso, come un miele, una colla, un olio denso:
ritorno in me, quando ritorno in te: (e mi ritrovo i pollici e i polmoni):
tra poco atterro a Madrid:
.                                        (in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,
gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,
agitatamente ridendo):
.                                   vivo ancora per te, se vivo ancora:

(da Edoardo Sanguineti, Corollario, 1997)

Reloaded – riproposte natalizie #4 – ADRIANO SPATOLA “L’OBLÒ”

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

oblo

Si è già detto in altre occasioni che il 2013 è stato un anno di grande pubblicazioni e ristampe. Se, per esempio, la Mondadori si è dedicata alla pubblicazione di importanti Oscar, come quello di Nanni Balestrini, case editrici più specialistiche hanno mostrato il mai cessato interesse per il romanzo sperimentale, e soprattutto per quegli atti del convegno di Palermo del 1963, che raccoglievano tutti gli interventi della neoavanguardia nell’ambito della narrativa: per l’Orma infatti è uscito Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi.
 A fianco, però, dell’interesse per il dibattito, cosa che ha sempre appassionato tutti gli ammiratori dell’ultima avanguardia storica del Novecento, va rilevata una mancanza di circolazione della letteratura primaria. Ancora introvabili restano i grandi classici della narrativa sperimentale di quegli anni. Vero è che Il giuoco dell’Oca di Sanguineti è rintracciabile, se pure con un po’ di sforzo. E vero è che, grazie, innanzitutto, alla casa editrice DeriveApprodi, anche i romanzi di Nanni Balestrini sono rimasti nel circuito. Pure l’opera di Corrado Costa può essere sfogliata, grazie soprattutto all’interesse di Marco Giovenale e Mariangela Guatteri, che, nell’ambito del gruppo GAMMM, e poi per la casa editrice Benway, hanno ristampato, e (prima, con estrema fatica) trascritto L’educazione sentimentale dello scrittore dell’autore sopraccitato, testo dedicato al “miglior mugnaio”, ovvero Adriano Spatola. È pur vero però che, al momento, a fronte di questi interessi, resta comunque molto difficile avere la possibilità di leggere testi comePartita di Antonio Porta, oppure, cosa di cui si parlerà in particolare in questa pagina L’Oblò di Adriano Spatola. Se “si ristampi” è il titolo della rubrica che abbiamo deciso di inaugurare, l’invito è tautologico: Adriano Spatola, L’Oblò, la cui unica edizione è del 1964 per le Comete Feltrinelli, si ristampi!

(altro…)

Come una lettera (inedito)

di Luciano Mazziotta

foto ps

non est extrinsecus malum nostrum: intra nos est, in visceribus ipsis sedet.

(Seneca)

 

 

Quando scrivi “rinunciavamo”
è chiaro, caro, che altro che
di rinunciare parli e chiara
è la distanza tra il te di ora
…………………………………..e il te di allora.
Ma questo scacco, questo balzo,
il metro di chi vuole avere cura
nel futuro del presente e la rinuncia
del passato la tratta con pietà
io non lo capisco, non ce la faccio,
Gianni.
…………Non era la rinuncia, quella,
la forma, sola, dello stare al mondo
per stare al mondo e basta?
Non era la rinuncia
una sopravvivenza? Perché mai
dovremmo adesso ripudiarla
con la maturità?

Firmiamo la resa senza pietà.

Senza suicidio, certo,
ma senza compassione:
il morto dal superstite si aspetta
che muoia anche lui presto e non racconti
com’è che sono morti
gli altri. Se c’è da morire morire
si deve, non puoi opporti, Gianni,
non posso io e se anche lo potessi
non vorrei.
……………..Qui c’è la nebbia, c’è
da adeguarsi alla fine
continuando a rinunciare, Gianni,
al bene non meno che al male:

io ho già dimenticato i compleanni.

Si ristampi #3: Adriano Spatola “L’oblò”

di Luciano Mazziotta

oblo

Si è già detto in altre occasioni che il 2013 è stato un anno di grande pubblicazioni e ristampe. Se, per esempio, la Mondadori si è dedicata alla pubblicazione di importanti Oscar, come quello di Nanni Balestrini, case editrici più specialistiche hanno mostrato il mai cessato interesse per il romanzo sperimentale, e soprattutto per quegli atti del convegno di Palermo del 1963, che raccoglievano tutti gli interventi della neoavanguardia nell’ambito della narrativa: per l’Orma infatti è uscito Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Col senno di poi.
(altro…)

PMP (Piero Manzoni e la Poesia)

copertina del primo numero di Azimuth

Copertina del primo numero di Azimuth

In uno scritto del 1957 dal titolo “Prolegomeni a un’attività artistica” comparso sul catalogo di una sua mostra, Piero Manzoni esordisce così: Oggi i concetti di quadro, di pittura, di poesia nel senso consueto della parola non possono più avere senso per noi…”. Il termine “poesia”, inserito nel contesto, rischia di passare inosservato se non fosse che, effettuata una ricognizione nell’ambito dell’intero percorso artistico di Manzoni, la forma artistica poesia gioca un ruolo non secondario che val la pena approfondire. Per fare ciò mi sembra utile partire da una mostra che viene inaugurata Il 26 maggio del 1990 a Ravenna. Se si sfoglia il catalogo di quell’esposizione, ciò che colpisce immediatamente è il fatto che oltre all’introduzione di C. Spadoni (oggi direttore artistico del Museo d’Arte città di Ravenna) siano presenti, per scelta esplicita dei curatori, testi di tre poeti che in maniera diversa sono stati legati a Manzoni: Nanni Balestrini, compagno di liceo (come Vanni Scheiwiller, editore e critico che seguirà l’avventura dell’artista), Elio Pagliarani che fu invitato a partecipare alla breve ma intensa esperienza della rivista Azimuth (1959) e Antonio Porta con uno scritto presentato in occasione della Biennale di Venezia del 1984.i La scelta nasce evidentemente dall’esigenza di abbandonare la didascalia e spesso la retorica di una già scarsa e superficiale critica post mortem che insieme ad una storiografia limitata avevano riassunto il lavoro di Manzoni nella nauseante definizione di quegli stereotipi che hanno poi soffocato la sua straordinaria e eterogenea ricerca attorno alle opere più eclatanti (la «Merda d’artista» per esempio). La forma “poesia” si presenta quindi esplicitamente come atto critico e non esclusivamente come forma d’arte che trova una vicinanza “poetica” alla ricerca di Manzoni. Il rapporto d’amicizia e di collaborazione tra Manzoni e i “Novissimi” ha lasciato esempi interessanti che aprono una serie di riflessioni su quanto sia stata profonda la traccia lasciata dall’artista e come il suo pensiero abbia coinvolto personaggi che trasformeranno il panorama poetico e critico dell’Italia degli anni 60. Non è questo però il luogo dove affrontare la storiografia di un’amicizia o gli eventuali paralleli critici e filologici con i Novissimi (il gruppo 63 nasce proprio nell’anno della morte di Manzoni) che risulterebbero poco utili. Quello che interessa adesso è capire quanto la forma poesia possa avere influenzato il lavoro di un artista che ha sintatticamente riportato il “silenzio” nell’arte figurativa (“…non c’è nulla da dire, c’è solo da essere, solo da vivere.”). Per questo trovo interessante partire da un catalogo che ripercorre coi contemporanei e solo apparentemente attraverso il ricordo, il percorso creativo di un Piero Manzoni, che è costellato di incontri e collaborazioni con la poesia e la scrittura, complice senz’altro anche la frequentazione del braidense bar Giamaica, uno dei “covi” delle avanguardie artistiche milanesi e luogo d’incontro eterogeneo che come altri (l’Oca d’Oro di Pomé, il Genis, le sorelle Pirovini, La Parete…) ha visto ospiti personalità come Cattafi, Bianciardi, Anceschi, Buzzati, Sinisgalli.
Manzoni frequenta anche l’ambiente artistico di Albisola, a pochi chilometri da quell’altro “covo” che è Cosio d’Arroscia. Arriverà a incontrare Asger Jorn e Ralph Rumney, e pur mantenendo un inevitabile distacco dalla “poetica” situazionista di Simondo e Gallizio non resterà indifferente davanti ad alcuni testi di Debord e in particolare alla ricerca psico-geografica che avrà il suo ruolo poi nelle celebri «Tavole d’accertamento» edite da Scheiwiller nel 1962.
Per tornare a ragionare su una possibile accezione “critica” della poesia, non si può non evidenziare come da parte di Manzoni ci sia una ricerca tanto ossessiva quanto precisa della “scrittura” come complemento alla creazione e diffusione dei suoi eventi; basta sfogliare i cataloghi, gli inviti che accompagnano le prime mostre proprio al bar Giamaica o nelle gallerie di Milano e Albisola. E’ in questo contesto che si osserva come il rapporto con il linguaggio poetico arrivi ad assumere una doppia valenza; sia essa espressione artistica e in contemporanea, espressione critica del lavoro artistico. Non si spiegherebbe altrimenti il suo legame con Emilio Villa e la collaborazione programmatica e operativa con Vincenzo Agnetti, poeta donatosi anima e corpo prima alla critica e poi definitivamente all’espressione artistica. Sarà lui, su esplicita richiesta di Manzoni il redattore e la firma di presentazioni, cataloghi e l’autore dell’introduzione alle già citate «Tavole d’accertamento». La collaborazione con Agnetti si può dire che nasca nel 1959 con l’uscita del primo numero di Azimuth: più che una rivista d’arte, un vero e proprio manifesto del cambiamento in atto, che si presenta senza una linea ideo-logica, nel sovrapporsi e susseguirsi di artisti che hanno poco in comune tra loro alternati e accompagnati da scritti critici e poesia, vi partecipano infatti Balestrini, Pagliarani, Sanguineti.
Manzoni, sembra fidarsi solo del linguaggio poetico come strumento critico; nella sua corrispondenza con Agnetti sono frequenti le richieste di una scrittura che vada aldilà del “paesaggio e del colore”: è evidente la tensione per la necessità di una critica che sia complice e compagna nel cambiamento, non posteriore e meramente analitica. E’ interessante in questo senso l’ipotesi espressa da E. Grazioli in un suo testo su Manzoni, che vede tale collaborazione come la necessità di dare una voce al forte cambiamento in atto attraverso una sorta di “atmosfera e collaborazione”. C’è un’instabilità tale per cui non può esistere una critica in grado di affrontarne la precarietà e allora ben venga l’intuito del poeta in sostituzione ad una critica di analisi. In aiuto ci giunge poi la figura di Emilio Villa. Tra i due ci sarà un vero e proprio scambio creativo. Villa  dedica a Manzoni un saggio dei suoi: multilingue, colloquiale, provocatorio, dove (forse unico esempio) non può non comparire il milanese, vero e proprio codice delle avventure braidensi. Quel saggio sarà inserito negli ”Attributi dell’arte odierna”. Manzoni gli risponderà degnamente con quel PMP (Piero Manzoni Pirla) intestazione di un libro self-made di Achromes.  C. Subrizi, in una nota contenuta nella nuova edizione degli Attributi, definisce con precisione i contorni di quella “atmosfera “ e riferendosi a Villa infatti scrive: “...Egli non soltanto segue ma affianca gli artisti e l’arte del suo tempo, scegliendo di porsi non accanto al panorama complessivo delle ricerche e della sperimentazione, ma al suo interno: da artefice…” e continua “…Proprio perchè affronta l’arte non da critico ma da poeta – ovvero da artista a sua volta – usa la critica come strumento di indagine sui processi creativi, in modo non diverso da quello con cui la sua parola poetica… esplorava le lingue antiche e moderne”. Villa, quando esce il primo numero di Azimuth, dirige la rivista di critica Appia Antica, il 22 aprile 1961 sarà “firmato” da Piero Manzoni; un anno e mezzo dopo, Piero Manzoni muore nel suo studio per un infarto.

© Iacopo Ninni

Bibliografia:

  • E. Grazioli, Piero Manzoni, Bollati Boringhieri, Torino 2002
  • C. Subrizi, E. Villa o l’estensione del punto di vista critico, contenuto in: E. Villa, Attributi dell’arte odierna 1947/1967, nuova edizione ampliata a cura di Aldo Tagliaferri ed. Le Lettere 2008
  • (A cura di) E. Castellani – P. Manzoni, Azimuth, EPI Milano 1959
  • AA.VV. Piero Manzoni, Edizioni Essegi, Ravenna 1990
  • AA.VV. Piero Manzoni Milano et Mitologia – Fondazione MudimaFondazione Mazzotta Milano 1997
  • F.Pola, Piero Manzoni e Albisola, Quaderni dell’archivio Opera Piero Manzoni, 2006


Ringrazio:
La Fondazione Opera Piero Manzoni di Milano nella persona di Rosalia Pasqualino di Marineo, per la documentazione e la bibliografia.
S. Sardella,  C.Subrizi. A. Cortellessa,  A.Inglese per suggerimenti, consigli e disponibilità.
—————————————————————————————————————-
Nota

i – La Biennale del 1984, con Maurizio Calvesi alla direzione artistica, presenta una “Sezione Poesia per Arte allo Specchio”. Alla lettura poetica che chiude la Biennale sono invitati Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

In Apulien #3: Brindisi

In Apulien #3: Brindisi

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien
(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.
La terza tappa è a Brindisi “grec’oriunda brunda”, più precisamente al “suo porto corna cervo di sicurezz’adriatica terno” nei versi di Nadia Cavalera.

IL PORTO DI BRINDISI

L’emozione dell’identificazione seppure lontan’arcana
gemma la confusione sovrapposizione
un’immagine propaggine doppiata
una filigrana memoriale ch’impania cald’irradia
in un centro dentro fulcro silente di salamare salento
E Brindisi spunta subito grec’oriunda brunda
il suo porto corna cervo di sicurezz’adriatica terno
(: nerv’abbraccio raggio maggio senza tema di sfilaccio)
D’obbligo da ritir’esilio il giro mai usufruito proibit’ambito
E mentre dalla consorteria capitaneria sbircio in calme palme
il corso levantino sopra il canale della mena reale
Ecco la marina nugol’uccelli voli la scalinata virgiliana vicina
La colonna romana che vedova puntella il pelo del cielo
al prolasso da inquinato collasso (: haimé uomo sempre lasso basso)
L’altra decapitata catturata deportata
per un santo d’insan’impianto lontana
Nelle reti dell’occhio le sciabich’apriche le cavallett’amiche
le strighe le spighe l’antiche sfide sfighe
Tra viuzze gradinate che rivolano all’acqua madre matrigna
che vita dà e striglia (: chiglia in quadriglia)
Accanto galleggiano sornioni i bastioni svevi maestosi
il verde casale col gatto timone mammone
il ross’alfonsino barbiglio bambino alle pedagne di gabbiani ragne
presso la tettoia paleoindustriale e la spiaggia sepolta di sant’apollinare
sotto lo strapiombo di villa ponticelli coi suoi fantasmi fratelli
che di notte gareggiano in cori di mugugni
col mare già font’ancestrale monte pont’arconte
ora ridotto agl’incubi attuali di contenitore spappolato
al rigassificatore per stranier’interessi crocefisso votato
E per me il viaggi’amor’analogico retaggio
s’è spent’appestat’ammarat’accecato
(: fioccheranno altre piaghe al suono dell’oligarchica danza)

(da: Puglia in versi. I luoghi della poesia, la poesia dei luoghi, a cura di Daniele Maria Pegorari, Gelsorosso, Bari 2009)
Qui è possibile ascoltare la voce di Nadia Cavalera che legge versi dalla raccolta Vita Novissima

Nadia Cavalera è nata a Galàtone, in provincia di Lecce, e vive a Modena. Vissuta per alcuni anni a Brindisi, ha dato vita nel 1988 in quella città a un bollettario quadrimestrale di letteratura, “Gheminga”. Il progetto editoriale, che si proponeva di accogliere e mettere in evidenza la produzione letteraria della città, può “offrirsi come una delle chiavi interpretative dell’esperienza poetica” (Anna De Macina) di Nadia Cavalera, anche nelle parole di Diego Sessa, redattore della rivista quadrimestrale di scrittura e critica: «Gheminga è un progetto sempre aperto, sempre in movimento e sempre in cerca di nuovi spazi e di nuovi orizzonti con i quali confrontarsi. Questa è la vera caratteristica e il più grande punto di forza: non arrivare mai a una meta se non per ripartire verso un’altra. Fare autocritica, verificare e verificarsi, mantenere il buono del già fatto senza mai dimenticare che è nel ristagno delle idee l’apatia dell’uomo» (D. Sessa, Editoriale n. 9, 24 ottobre 2006, sul sito di “Gheminga”).

Sul suo sito, qui, Nadia Cavalera ha pubblicato quello che lei stessa definisce un “racconto/testimonianza” sulla nascita di “Gheminga” .
Con Edoardo Sanguineti Nadia Cavalera ha fondato l’Associazione Culturale “Le Avanguardie” e diretto la rivista “Bollettario“, organo dell’associazione.

Hanno scritto di Nadia Cavalera, tra gli altri:
Anna De Macina, La sperimentazione antagonistica di Nadia Cavalera, in: Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008, a cura di Ettore Catalano, Progedit, Bari 2009, 303-307;
Niva Lorenzini, Il presente della poesia, Il Mulino, Bologna 1991, 55;
Francesco Muzzioli, Poesia e conoscenza nei testi di Nadia Cavalera, in “Bollettario”, n. 22-23, Anno VIII, gennaio-marzo 1987;
Giuseppe Panella, Poesie civili per una terra ormai diventata in-civile, recensione di  Spoesie  di Nadia Cavalera su Retroguardia, quaderno elettronico di critica letteraria a cura di Francesco Sasso e Giuseppe Panella.

Tappe precedenti:
In Apulien #1: Taranto
In Apulien #2: Passaggio in ombra

Daniele Poletti – poesie (post di Natàlia Castaldi)

La poesia: leggerne tanta, tentare di dirne, e ritrovarsi ogni volta al punto di partenza, indifesa, come davanti al mistero della vita stessa.

Questa la sensazione che provo ad ogni nuova lettura che non assomigli ad un cliché già conosciuto, metabolizzato, ma anche la sensazione più bella: l’irrinunciabile sfida per mettermi alla prova, cercando di scardinare l’ordine stabilito di ciò che mi somiglia, rispetto a quanto, in fondo, altro non fa che comunicarmi qualcosa. Ma cosa, e come?

Ogni scrittura è un gioco di estroiezione, una proiezione verso l’esterno; nell’attimo in cui leggo, più o meno consapevolmente, divento parte di un tessuto, di una trama di ruoli, cui posso scegliere di sottrarmi, o partecipare. Quando ho ricevuto il pdf con i lavori di Daniele Poletti, la sensazione di smarrimento è stata fortissima, così come la tentazione di sottrarmi, di fuggire dal ruolo che mi spettava. Lo sforzo da fare per entrare in una scrittura apparentemente complessa come quella di Daniele, può causare questa sensazione di rifiuto, di comodo diniego, ma farlo sarebbe stato un peccato, oltre a un fallimento; dunque ho cominciato un percorso, non ancora concluso, di lettura e ascolto. Ho detto “ascolto” non per una caduta di stile che richiama frasi fatte come “disposizione all’ascolto”, “l’ascolto dell’altro”, e banalità similari da prefazione del peggior poetese, ma perché l’ascolto vero e proprio, la messa in gioco del corpo e dei suoi sensi: vista, udito, tatto, gusto, odorato, in questi testi è una componente fondamentale; difatti il corpo, artaudianamente inteso, costituisce l’elemento carnale, oscuro, di questa scrittura del rifiuto, del grido esasperato, del consapevole confino.

In un breve scambio di parole, ho scritto a Daniele, che la sua poesia è “furore”, e in effetti quella prima sensazione non può che essere da me confermata; Daniele opera attraverso una sperimentazione “archeologica” del linguaggio, un estremo atto di rifiuto e di lotta; in ogni testo si sente pulsare la coporeità della parola: densa, ricomposta, spezzata, rilegata, pulsante, viva, che lotta per la sua stessa esistenza. Quello che in parole povere tento di dire, è che questa poesia svolge una duplice funzione: un atto di lotta e denuncia contro il reale, e nello stesso tempo una riesumazione di un linguaggio altrimenti dimenticato, impoverito, appiattito, per enunciare il suo rifiuto e la sua volontaria emarginazione.

Sono pochi, oggi, i casi in cui questo tipo di azione e lotta riesce a spostarsi dal senso al significante, ne cito alcuni, che seppur con profonde e peculiari differenze, la lettura dei testi di Daniele ha rievocato: Marina Pizzi, Francesco Marotta, Augusto Blotto. Non a caso cito Blotto, avendo conosciuto Daniele – come si evince dal link inserito – proprio come studioso e paziente diffusore della poetica blottiana, autore negligentemente taciuto dalle nostrane e patrie lettere mondane.

Tra le chicche scoperte tra le righe di Daniele, vi è una nota di Edoardo Sanguineti per il suo Ipotesi per un ipofisario, che troverete dabbasso quale introduzione alla selezione di testi espunti – appunto  – da Ipofisario; inutile dire come tentare di argomentare qualcosa sulla poesia di Daniele, quantomeno mi provochi un pizzico di “ansia da prestazione”! Tuttavia, ancora due righe le voglio spendere, per spiegare la scelta dei testi da me operata.  Inizio col dire che la raccolta affidatami da Daniele era estremamente corposa, scegliere tra i testi è stato dunque come compiere un necessario sacrilegio.

Per poter offrire un’idea più completa della sua produzione ho deciso di pubblicare solo tre poesie da Ipotesi per un ipofisario, tre inediti e una sostanziosa selezione di “laminette” dalla silloge “Defexiones”, che ho particolarmente amato per il grado di concretezza espressiva e per la perfetta calibratura nella ricerca di suono, significato e significante, che impressiona e trascina fin dentro la dammatizzazione corporea della condizione di apolide confino che l’opera descrive, grida, mette in scena.

Sperando di aver contenuto il danno per la mia noiosa introduzione, vi lascio ai testi di Poletti, augurandovi una buona lettura.

nc

_______

Daniele Poletti è nato a Viareggio nel 1975. Quest’anno mi ha fatto dono del suo libro Ipotesi per un ipofisario, edito, senza indicazione né di luogo né di data, presso Marco Del Bucchia. In quarta di copertina si legge: “Scotopoeta e performer, prefigura, attraverso la radicata glossopatìa, un universo di neoplasìe danzanti”. Il volumetto ha una settantina di pagine (e di poesie). Che mi hanno entusiasmato. Ha scritto anche un libretto, Proceeding of the sphenoid, per la musica di Antonio Agostini, ancora inedito, di cui ha anche apprestato una redazione inglese, “che tenta –mi ha scritto- di attuare una strategia fonetica che sfugga dalla pura traduzione letterale”. Gli ho chiesto di inviarmi una decina di poesie inedite, per questa rivista. Di Corpulto da camera mi informa che “nonostante sia nata per il libretto” dell’opera, crede che “possa vivere anche del suo unico respiro”. Per Defloratori in Freudlosegasse – Wien mi ha confidato che “è una poesia giocosa abbastanza vecchia”. Non è forse superfluo che io dica, di mio, che tutto è da spiegarsi in relazione al famoso film di Pabst (1925), -come si legge nel testo- girato in 34 giorni e ricavato da un romanzo di Hugo Bettauer, interpretato, fra gli altri, da Greta Garbo, Asta Nielsen, Werner Kraus, Marlene Dietrich: e le sequenze di Asta Nielsen furono amputate per rilevare al massimo la parte della Garbo, che in quell’anno, per il suo successo, passò a Hollywood. Poletti mi ha infine scritto che le Due poesie allografe terminali “rappresentano, non un tentativo visivo, ma piuttosto un’indicazione autoritariamente prosodica e, nel caso soprattutto di Mussitazione, anche una sottolineatura di rimandi interni al testo”.

Credo superfluo dire che Poletti è, per eccellenza, un poeta corporeo, anzi anatomico, che si affida a un lessico specialisticamente raffreddato e congelato, e squisitamente selezionato. Gli ho detto, dopo aver esplorato la sua Ipotesi, che poteva essere descritto, paradossalmente, come una specie di postmontaliano esasperato, ma quello giovanissimo, premontaliano, che andava in estasi di fronte ai versi di Govoni. Tutto questo si sposava rigorosamente con una sintassi e una metrica abnormi, totalmente inventate. Da molto tempo non mi accadeva di trovarmi di fronte a versi così belli e così nuovi, mettendo tutto insieme, tra libri e manoscritti. Lo dissi a Poletti, e, se non sono indiscreto troppo, mi disse (mi scrisse, più veramente, il 20 febbraio) che la categoria del bello, e non dell’interessante, lo colse di sorpresa. Così, non sorrise al mio giudizio, ma, “colto di sopresa”, appunto, pensò di aver manifestato “(ma non potevo osservarmi), piuttosto un’espressione preoccupata”. Era colpito infine dal non aver sentito “parlare di cripticismo, estetismo…”. Per questa volta, non aggiungo altro. Per chi ha interessi analitici (sto pensando a Savinio, è ovvio), la sua macchina da scrivere non ha battuto la parola “cripticismo”, ma “cripticsmo”. A me, sembra fatalmente nitido (ma, avverto, io sono un groddeckiano).

Edoardo Sanguineti

In dormiveglia con agata

.

Hanno già potato la generosità

dei platani, sul suo corpo intuìto

depongo monili viola gettati alle spalle

grani di sale grosso per alleviare

il sapore morituro dei cavoli fiore.

Sul labbro fiorito a novembre

un sigillo di colchico, le mani ancòra

gelate s’affamano su una stretta

cintura di nei. Semino tralci di glicine

attorno ai polsi sepali di clematide

dimenticati sulla punta delle dita.

Nel petto gli occhi soggiacquero al sole

a lungo, con una bussola d’agata

inumidisco la sua valvola mitrale.

per C.M.

.

*

L’indicazione

.

La lingua gravida che strozza

per i veleni del dire tra l’una diruposa

parete e l’altra verde ferrigna

un ponte, una mobilità di piccioni sterpigna.

Sono fiossi da ballerina poggiati alla pietra

le tue dita puntate alla terra, la veste dismessa

dall’autunno la frangia nera polline di pensieri.

Col petto gonfio di tempo, restituitemi l’attesa

l’attesa  l’attesa  del semaforo rosso rotto

o schiaccerò il piccione che ho tra le mani

o taglierò il ramo giovane della quercia.

Nell’ombra del sole basso informicoliti

i tendini sulla melagrana caduta di fresco,

pietra preziosa spaccata per metà in luce

prodiga dentizione vermiglia di nascituri.

Noi nascondiamo la luna tra le nuvole

o facciamo ruggire il mare ondoso

noi che travediamo ansia nel ramo nodoso.

Lo sguardo tendine del braccio sinistro

il dito informicolito

l’indicazione

.

*

Defloratori in Freudlosgasse  –  Wien

.

Nel cesso fatiscente 2 metriquadri

di luce rossa sputata su 80 chili circa

di spirali fumose, mi fa pisciare sangue.

Tra le pareti ipertese dal sudore

deodorato di seconda mano, sono schiacciato

dal tanfo di RONDINAX e piscio d’asparagi

già digeriti che titilla la bocca-di-ceramica.

.

Nella camera oscura

del tuo sesso piscioso

si dischiude la baia di afrodite.

Il RONDINAX funziona!

Non è ancora scaduto.

.

Vienna 1925. Sulla via senza gioia.

Una baia di lacrime e sudore:

selciato rovente, latte di schiene a schiera

innestate, col ciuffo raccolto, su ferrei

defloratori arquati, con cappella a gemme

d’asparago, un tempo usati per i cavalli.

Giorno e notte i gemiti delle vergini

di culo e di fica riempono l’aria

come si riempe una sputacchiera.

Densità viscosa fissazione. Georg Wilhelm

Pabst rimarrà ammaliato dalle urla

delle novelle sirene di fiume, e nella notte

del riposo delle vergini, scriverà la sceneggiatura

de LA VIA SENZA GIOIA, volendo fortemente

la GARBO nel ruolo di attrice principale.

.
*** *** ***
.

POESIE INEDITE:

.

Visura

.

Spiovuto si cammina alla cieca

i riflessi   strizzare d’occhi   un arrugare

ai bozzali che duplicano il cielo

in sciepi, trovatura di nuvole

l’occultà degli incroci e delle strisce

pedonali. Con gesti armillari classifichi

le ombre per ripararci dall’ombra

hanno tagliato tutti i rami istituito

il catasto delle aree aduste non

vi sarà apocatastasi perché un giorno

fu detto che il sole è una stella

e se ne perse l’uso. Lo sgretolo

della luce nell’oggi vero di sempre

preme in basso la terra che porto

nelle tasche di nuovo    il tentativo

di invertebrare il tempo. L’acqua

nel mortaio pestare le nuvole

il celeste intenso .. esiguo .  rinsecchito.

.

*

.

Gemitìo quatriduano

Hic quem Creticus edit

Daedalus est laberinthus

de quo nullus vadere

quivit qui fuit intus

ni Theseus gratis Adriane 

stamine iutus

(Duomo di S.Martino – Lucca)

per Edoardo Sanguineti

Luogo è questo, dove non si ebbe mai la lingua stucca

tegumentale boccale nullus vadere quivit se non

attraversando gli ontaneti del chiericato.

Il sangue è cattivo per mescolarsi alle ore e le dita

quattro foglie d’abbandono preterite

ossità siamo nei giorni lo sfrido del tempo.

Non forte il vento ma così freddo sulla fronte

affaticata dall’ombra si imprime il rosario della vecchia

cieca che sgrana i fagioli

scritti benedicendo l’incerto poi.

.

Annusi in un sottoscala di parole le lontananze

non date ancora, sfiorati ogni giorno gli aneti sfiorati

e densi abissi di palpebre laberinthus nel balbettio dell’occhio.

Qui fuit intus non poté uscirne che per un tiro di lettere

si dipana in retta il labirinto, il filo a piombo non indichi

le pareti ma la direzione  ………. spiaggiatura

fetiposto irraggiamento.

.

*

.

Lampisteria

.

Nel fatuo atteggiamento del fruscio

dalle ore la pelle rischiara e scompare.

Solo il contorno delle scale il ballatoio

e all’indietro nella calandra del buio.

Basta un anulare di mosche per passare

il giorno    un girocollo di bile

per affrontare la notte.

Sul tavolo di decantazione i capelli

disparsi rimarginano i contorni

dell’essere qui  dove il mio nome

ha un vago ricordo di dadi e il tuo

di un’albicocca troppo matura.

I telai dell’abbraccio premarranno

al tessuto delle nostre dita esilianti

pur continueremo a ignorare la cicoria

e a digerire il fanè dei finocchi lessati

da due giorni. Ho rischiato di diventare

cannibale    le vostre labbra irredentiste

ma in silenzio due volte in più

rendendomi ai vostri occhi immortale

con la spegnita dei lampioni in pieno

sole depositerò     nel gorgoglìo

della vasca le cronache del fare.

.

*** *** ***
.

Defixiones

(crepuscociti)

.

defixiones  termine utilizzato dagli epigrafisti per indicare le laminette di piombo, databili dalla seconda metà del VI secolo a.C. al pieno Cristianesimo, con iscrizioni inerenti a maledizioni di carattere privato rivolte ad una persona ritenuta pericolosa o nemica.

“Quando in sé stessi si è consumato il divorzio da sé stessi,

diventa del tutto superfluo assistere alla propria fine”

(rielaborazione da Emile Cioran)

.

Queste defixiones crepuscolari non sono rivolte a qualcuno o qualcosa in particolare, rappresentano una condizione.

.

Dichiarazione

.

Seviziale di ore a scadere simile

diverso nel prodigo odio dell’altro

dell’andare d’ambio delle naumachie.

Nel prodigo amore dell’altro proditorio

serviziale dell’istante immutabile, ma così sia

ammansitore per l’avvento sventato.

A che pro non so dire, chiedi alla terra. IPSE DIXIT.

.

Protrusione

.

Malededico

.

Una foglia ingrandinata bocca

strappata che sta finché sta ridevole

uncolo in contro al canto del Titruendo

Falalella, ma cadaveroso per primo

mi lego al radicario del leccio per poi

maledire il prossimale e il prossimano

perché siamo della stessa decidua sostanza.

Il flusso acquigeno del cesso è coscienza

d’ogni giorno, una dissenteria di stato

sotterra il piombo della misencordia

con l’augurio del peggiore dei mali

azzero e nomino una possibilità di tempo.

Dalla pietra la misura anulare del ciò

l’ulna porosa vi si spacca   resistere

all’ascesa vulnerario del male.

.

1.

Appressatomi in flemma di laude

i nervi si tesero

con quell’inverosimile

forma di cacio spappolai il cranio.

Non sporcò neppure per terra.

.

2.

Zigomi gonfi di sonno sulla bocca

serrata       sbadigliosa    disserrata

grado per grado

uno spalancarsi

squarcio

di gote

gonfie

era sbocciata una rosa di glottide.

.

6.

Distesa su un fianco riverberata

la coccolai

tra le braccia protesa al cielo come di domenica.

Leccai le cispe

del non ritorno morta sul catrame d’agosto.

.

8.

Narciso. Le sue carni sudate.

Narcifluo pene carpito in semicerchio tra le gambe verso l’ano.

Sul bracciolo

a     don do lo                                                    coitò

sangue ancora vergine.

.

13.

Stai leggendo le righe della destra

di uno senza orecchie narici gambe genitali

con un occhio. E ti dico

sono fortunato

come spesso dissero a me.

.

16.

L’ulceroso giallore d’uovo schiacciato

sul cretto negro sandalo e sbigottito.

Nausea in 7/8

solitudine in 71 grammi.

.

17.

Fuori le ossa dalle tombe ingrassiamo

i cani con nuovi defunti.

Non c’è più posto per i cimiteri.

.

32.

Muri corroborati

dal nero

di città

scaracchi di vecchio

sfondi palinsesti.

.

42.

Mi gozzovigli alle spalle

assapori in uno schiocco di frusta.

Senti ora

la mia frusta

che eviscera

per la bourguignonne.

.

43.

Candido lardo

coi capelli bruciati

dall’incuria. Sei una vacca

lamentosa soprapparto uno stupro

non stuprato

che rigurgita le sue frattaglie.

.

44.

Petali di rosaio

non so chi

sono petulato rosario da dietro

petulco

ti macello a bestemmie.

.

47.

Voglio fissare il tuo muso strabico

di potere sottrarti il respiro

a piccoli fiotti del mio sangue giugulare.

.

51.

L’eccesso di galateo

è il rutto che gorgoglia e scoppia dentro.

Cristo crocefisso nel ventre.

.

63.

Pullulanti che spingono devo scorreggiare

premono in foga genitale

devo per forza

scorreggiare

nessuno ancora lo sa.

.

104.

Nell’acqua lercia del lavacro un timido pezzo di merda mi saluta

infantilmente.

.

*

.

Addendo

.

c.

Le sue gote un poco molli

come seni senza capezzoli

ricordano la luna falsa appiccicata

nel cielo abulico delle cinque del pomeriggio

come uno stronzo.

.

d.

Alla ricerca di dio

per l’esecuzione capitale

tappa intermedia

la mozzetta corrotta

agghindata di marcia

presunzione.

.

i.

Guardare la vita in faccia.

Scoperchiato un tegame di faraona cucinata

dopo l’eccessiva frollatura.

Il rigetto

è la comprensione

di quanto puzziamo.

.

l.

Trattenere il piscio

affrettato

sulle foglie di platano

umide                         schiacciate con dignitosa anonimia.

Verso il cesso di casa

riempirsi di piscio per capire

d’essere vivo

voler morire di doglie.

.

m.

Con gli incisivi spezzo piccole parti della lingua

e ve le dono.

Da principio sarò un po’ bleso

arrivato a 1/5 di lingua

le parole avranno perso

di senso. Finché l’estroflessione lo permette

donerò

preparandomi alla trascendenza.

.

___________________

Daniele Poletti - 21042012Daniele Poletti nasce a Viareggio nel 1975. Poesia e performance sono le attività che da più di quindici anni si intrecciano nella sua ricerca. L’esperienza performativa parte da letture pubbliche per arrivare a veri e propri progetti di teatro del corpo.

Sul finire del  1995 pubblica, in edizione privata, la raccolta di poesie lineari Dama di Muschi, con i testi introduttivi del poeta visivo Arrigo Lora Totino e dall’artista Antonino Bove.

Sue poesie e lavori concettuali sono apparsi su varie riviste e contenitori d’artista (Offerta Speciale, Risvolti, Geiger, l’immaginazione, BAU tra le altre).

Nel 2003 è presente nella raccolta collettanea di poesie L’ora d’aria dei cani, per i tipi di Mauro Baroni. Sempre per Baroni ha pubblicato il racconto breve Una giornata particolare.

Sul finire del 2005 pubblica la raccolta di poesie “Ipotesi per un ipofisario”, Marco Del Bucchia Editore.

Nell’aprile 2010 escono 10 sue poesie sulla rivista “l’immaginazione” (Manni editore) con una nota di Edoardo Sanguineti.

È presente ne La vetrina dei poeti del blog Il fiore del deserto con una silloge presentata da Lorenzo Mari.

Promotore del progetto culturale [dia•foria: www.diaforia.org


FUTURE TRADIZIONI – poeti del Novecento nel cuore di poeti contemporanei (rassegna)



Parte da Lunedì prossimo, e avrà cadenza mensile, questa nuova rassegna 
dal titolo: FUTURE TRADIZIONI - poeti del Novecento nel cuore di 
poeti contemporanei. In ogni incontro un poeta contemporaneo parlerà 
e leggerà  i testi del suo poeta preferito che, nella quasi totalità 
dei casi,  è stato attivo anche nella seconda metà del Novecento.  
In ragione della relativa attualità degli autori proposti e anche per 
il  fatto che siano proprio dei poeti a parlarne, dunque da appassionati  
e ispirati ammiratori, il taglio degli incontri sarà informale e non  
accademico. Direttamente al cuore della poesia.

Ecco l'intero programma:


Informazioni:
info@versiumani.it


Per una mozione – Edoardo Sanguineti

Per una mozione

Una mozione (che può essere una prima fase, anche, in un movimento) può rilevare
che:
    può verificarsi questo caso: che una parola (e così, in una parola, una prassi)
è costretta a ritrovarsi (poeticamente discorrendo, adesso) poeticamente custodita
(politicamente discorrendo): (e come il sogno di un sogno, anche, se è necessario):
per attraversare (e inscatolata bene, e a lunga conservazione) il tempo:
                                                                                                             e ammetto
che ho detto, una volta (alla Heller), che la storia può (e ho osato dire, allora,
credo, deve) essere protetta (filosoficamente discorrendo) dentro un involucro
di una filosofia della storia, per essere risparmiata dalla storia: e, per intanto,
dalla filosofia: e, massimamente poi, dalla storia della filosofia): 
                                                                                                      e che:

la parola, storicamente rimossa, ritorna per proporsi come cosa (storicamente
discorrendo, proprio), nel tempo: come spettro (diciamo pure così) postpreistorico:
(e che dunque, in questo senso almeno, è necessaria, oggi, una poesia comunista):

Edoardo Sanguineti, Il Gatto lupesco, Feltrinelli, 2002

Addio maestro: anche io credo che è necessaria oggi una poesia comunista. L.