edoardo bennato

Hai paura del buio? (reloaded) – Una recensione che tipo è una cosa nazionalpopolare

di Luciano Mazziotta

hai paura del buio
Quando è uscito Hai paura del buio c’erano ancora TMC2, Roxy bar, Red Ronnie non aveva fatto campagna elettorale per la Moratti a Sindaco di Milano ed esisteva Rifondazione comunista. Insomma: pochi dati che mettono in evidenza il fatto che questo disco appartiene ad un altro secolo. Su TMC2, alle 18, Red Ronnie presentava i gruppi emergenti e tra questi, tra quelli che ricordo, comparvero i Tre allegri ragazzi morti e gli Afterhours, chiamati a cantare il singolo Male di miele.
Sarebbe di lì a poco scoppiata la guerra in Kosovo, con il pieno appoggio del governo D’Alema che avrebbe sancito il lungo cammino del PCI, a DS con falce e martello, a DS senza falce e martello, a PD negli anni 0.
Hai paura del buio è stato dunque un disco scritto sui resti del Muro di Berlino, o della Mura. Un disco scritto, in più, prima che Manuel Agnelli compisse il suo viaggio in India di cui ha dato testimonianza poi nell’album Quello che non c’è.
Queste premesse, storico culturali, leggere e senza approfondire né l’uno né l’altro aspetto, che potrebbe quasi sembrare un film di P.I.F. sulla mafia, ma con la piena consapevolezza di non voler, in questo frangente, assumere nessun impegno politico-sociale, se non una reminiscenza dei miei anni adolescenziali, mi portano a dire che, forse più personalmente che in forma condivisa, la rimasterizzazione di Hai paura del buio è “tra tutte le rimasterizzazioni, l’unico reloaded giusto”.
Perfino i Negramaro che intonano il ritornello di Rapace non appaiono del tutto immotivati: certo, siamo anni luce dalla versione originale, ma probabilmente, questa collaborazione può essere annoverata tra i cimeli storici un po’ fantasy.
Tutti i musicisti che ripercorrono questo album non potrebbero che essere i più appropriati: Mark Lanegan canta Pelle, e Il teatro degli orrori cantano Dea. Quest’ultima, del resto, si presta molto bene all’interpretazione del gruppo di Pierpaolo Capovilla, tanto che sembra una canzone scritta da loro per loro, da accostare, ad esempio,  a pezzi come E lei venne. 
In questo caso, non essendo io esperto di musica, pecco di ammirazione per quel gruppo post-rock (si dice così, no? L’ho sentito in diversi bar, mentre si parlava della nuova scena musicale e io bevevo il mio amaro del capo). Ma potrei andare ancora più a fondo, cioè potrei cadere ancora più in basso: Piero Pelù che canta Male di miele mi è parso inimitabile. Male di miele, così, la canzone che a 12 anni suonavamo nei gruppetti punk, insieme a Zombie dei Cramberries e Smells like teen spirit dei Nirvana, si improvvisa canzone dei Litfiba, con delle sonorità che in parte ricordano Terremoto o Mondi sommersi, altro, per me, grande album di fine Novecento, a ridosso dello scioglimento di Renzulli e Pelù (“ci ricordiamo tanti deeeeeing e tanti uh” – per citare Elio e le storie tese).
Samuel dei Subsonica canta Voglio una pelle splendida: splendida.
Sempre personalmente, perché questa, appunto l’ho ripetuto più volte, non è una recensione ma qualcosa di più, uno sfogo personale che forse qui non dovrebbe neanche starci, i Ministri che cantano Sui giovani d’oggi ci scatarro su mi sono parsi ineccepibili. Il suono sembra meno sporco e più compatto. Più compatta la scatarrata sui giovani d’oggi di ieri che adesso sono quarantenni disoccupati che continuano ad andare il sabato in barca a vela e lunedì al Leoncavallo – o chi per lui.
Solo una pecca mi va di rilevare: il testo prosaico intonato da Bennato nell’intro di 1.9.9.6. in sostituzione della bestemmia mi pare un po’ troppo political correct. Quell’incipit più catartico di ogni teorizzazione aristotelica lo avrei salvato e anzi gridato con più forza. Verrebbe da dire: “A Edoà! Porco Cristo, Offenditi! Questo è l’1.9.9.6…tarararà!”.

Roberto Ciotti: No more blue(s)

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“Se dovessi voltarmi indietro, e guardare in faccia la mia vita fino a questo momento, sorriderei. Un sorriso lento e cosciente che si farebbe spazio tra la mia barba. Una smorfia a occhi chiusi, seduto comodo su una sedia, con le gambe stese e le braccia intrecciate. Le direi: non ti ho mai tradita, sono sempre rimasto fedele a me stesso. Lei, calda e sensuale, dura e nervosa. Lei, che si è sempre fatta sentire fin dentro lo stomaco. Malinconica e potente spinta vitale, orgoglio e fatica, gioia e pena. Nessun compromesso, nessun interesse, solo amore, solo passione. Io c’ho creduto. Detta così, la frase sembra banale, ma vi giuro che crederci sempre, anche quando sei solo e fuori è buio, non è mai facile.”

 

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Sono queste le prime righe di Unplugged – Una vita senza fili, l’autobiografia uscita sei anni fa. Roberto Ciotti voleva fare il calciatore e, invece, è diventato un grande chitarrista blues, sempre controcorrente. Avesse giocato a calcio, oggi si parlerebbe di lui in tutte le televisioni e in tutti i bar. Era conosciuto e apprezzato anche all’estero. Per dirne due, negli anni ottanta fece un tour di quasi due anni con Ginger Baker, il bassista dei Cream, e a maggio ha suonato di nuovo in Senegal.

La sua carriera è iniziata quarant’anni fa, fondando i Blue Morning. Ricordato soprattutto per la colonna sonora del film di Gabriele Salvatores Marrakech Express e per le collaborazioni con Edoardo Bennato e Francesco De Gregori, Roberto Ciotti ha diviso il palco con gente del calibro di Chet Baker, Bo Didley, Joe Cocker e Billy Cobham.

Pochi mesi fa ha pubblicato il disco “Equilibrio precario”; lo stesso che possiamo trovare in molte sue canzoni, tra la precarietà della solitudine e la maturità di una musica che non smetterà mai di emozionare.