Edmond Jabes

Bustine di zucchero #17: Osip Mandel’štam

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Mandelstam

Come vi è un silenzio prima di un rumore o di un suono – un silenzio che però non ne è distaccato, ma al contrario l’anticipa – così esiste una “pre-parola”, una Urwort, una parola originaria che si realizza in quella detta e scritta, e per Mandel’štam l’Urwort è il sussurro. Forse. L’attenzione è quindi veicolata sul prima. Il concetto o l’idea del prima è di fondamentale importanza per chi è acuto ascoltatore della parola e vuole conoscere, capire, auscultare, nonostante le palesi difficoltà, lo stadio prenatale, il vagito originario del vocabolo che, compiutosi nel suono, porta le cose all’esistenza, nominandole. Un atteggiamento simile ricorda un noto racconto tratto dal libro di Daniel Lifschitz, La saggezza dei Chassidim, quando un chassid chiede al Rabbi di Tzanz cosa fa prima di pregare, e il Rabbi risponde: «Prego di essere in grado di pregare convenientemente». Una preparazione, una gestazione. Se da una parte questa ricerca nel primordiale sembra essere votata a un passato arcaico, per noi impossibile da raggiungere, in realtà la riflessione sul prima apre la porta del futuro alla parola perché la configura come volto da conoscere una volta creato, un volto proiettato nel dopo. Il prima diventa allora assicurazione, garanzia per il dopo. Non a caso un altro poeta come Jabès, nella sua opera Il libro della sovversione non sospetta, afferma: «Scrivere è affrontare un volto sconosciuto», quello della parola quando, dalle nostre labbra, arriva a fissarsi sulla carta e nell’orecchio di chi l’ascolterà. Nelle pagine successive Jabès aggiunge: «Il prima della dimora è, forse, un vocabolo allo stato potenziale». Torna il forse in un’espressione calzante con il verso mandel’štamiano, ma l’avverbio non toglie tuttavia certezza al fatto che la parola ha un suo luogo di nascita nel suo perenne realizzarsi. Un mormorio in cammino verso il suono. Il nostro poeta russo dimostra di possedere il dono sottile dell’ascolto e ciò viene confermato in un altro suo libro, Viaggio in Armenia, in cui leggiamo: «In che tempo vuoi vivere? Voglio vivere nel participio imperativo del futuro, forma passiva – nel dovente essere». In una forma analoga al tohu wa-bohu biblico per cui poi si accede alla creazione, così, dal vuoto e informe, un’immagine, un suono o un balbettio scintilla nel buio; nasce allora la parola poetica, come una mano aperta verso il mondo.

Bibliografia in bustina
O. Mandel’štam, Quasi leggere morte. Ottave (a cura di S. Vitale), Milano, Adelphi, 2017, p. 47
O. Mandel’štam, Ottanta poesie (a cura di R. Faccani), Torino, Einaudi, p. 129.
O. Mandel’štam, Viaggio in Armenia (a cura di S. Vitale), Milano, Adelphi, 1988 (2008), p. 67.
D. Lifschitz, La saggezza dei Chassidim (prefazione di E. Bianchi), Casale Monferrato, Piemme, 1995; rist. Milano, RCS, 1997, p. 158.
E. Jabès, Il libro della sovversione non sospetta (a cura di A. Prete), Milano Edizioni SE, 2005, pp. 11 e 49.

Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

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Qui il programma completo del Festival

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Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.

attraversando jabès

Edmond, i libri passano in un attimo, sono bellezza brevemente, esistono parole leggere perché è il silenzio quel che pesa.

Ti chiederei di rimanere ma sono io che continuamente cerco riparo oltrepassandoti, perché adesso abbiamo chiamato il futuro domani per cercarci più in la o per portarci appresso il senza peso dei fogli nella tasca.

E’ da una necessità che ci si manca, dalla banalità della somiglianza.

Ogni interrogazione Edmond si sostiene con le parole che la trattengono, chiedere diventa la costante di un tempo che si fa più fragile per l’impossibilità di pensarsi più lungo, ed è sempre dalla nostra mediocrità che ci avviciniamo alle cose.

Me l’hai insegnato tu che immaginare è un’aggiungere impreciso.

In ogni pronuncia Ed fuggiamo dal volto, fuggiamo per difetto, perché così facendo ci illudiamo che l’esilio sia lo spazio del ritrovo.

Chi si dice senza radici ha già trovato il luogo delle sue parole, e ti ho sentito sostenere che luogo è uno degli altri nomi di Dio.

Credo sia nell’umiltà che non ci si debba sentire “ostaggi del silenzio”.

Credo Edmond che ogni gesto sia un testo all’infinito, ma io per ora del mio niente mi accontento, perché a volte sembra grande ogni piccolo in rivolta.

Mi accontento di un capriccio alleggerito, di una porta con la scritta uscita.

Alessandro Assiri