edizioni transeuropa

Luca Pizzolitto, Il silenzio necessario

Luca Pizzolitto, Il silenzio necessario, Transeuropa edizioni, 2017

Ho letto più di una volta Il silenzio necessario, la raccolta più recente di Luca Pizzolitto: la parola che trasporta la ricerca schietta, quella che non nasconde l’affanno sotto il cerone, richiede attenzione raddoppiata. Eccomi allora qui, dopo rinnovata lettura, a dire del disarmo e del disincanto, dalle cui postazioni si sporge questa poesia. La postazione è mobile, perché l’altalena di rabbia e di speranza è percorsa come un tragitto, quello da Torino a Pordenone (nella poesia Torino-Pordenone in questa raccolta), che attira e che lacera, e perché è pur sempre su un abisso che ci si sporge. L’amata solitudine è scossa, turbata – vuole esserlo, sembra – dagli incontri, con gli umani, con il cielo, con quel che vive, scivola, si trascina, sorvola sulla terra; il pensiero corre, allora, al ‘se’ delle altre vie e delle altre vite percorribili e mancate. Si sporge, sì, e da quella sospensione può scorgere quello che non tutti riescono a scorgere, fiori blu e fiori appassiti, il futuro che già si sa irrealizzato e l’epilogo già pervaso di nostalgia (e viene da pensare alla poesia Trockne Blumen, “fiori secchi”, di Wilhelm Müller, divenuta poi il diciottesimo dei Lieder del ciclo Die schöne Müllerin musicato da Franz Schubert).
L’amore è l’amore delle “notti trasandate”, è l’Amore, come potrebbero pensarlo i parlanti di quelle lingue in cui il sostantivo per designare l’amore è di genere femminile. Sono incontri che hanno i connotati, a volte, dell’epifania, come avviene nella Notte di dicembre, che porta lo stesso titolo di una celebre poesia di Alfred De Musset, nella quale viene svelata l’identità della persona “vestita di nero” che appare all’io lirico, a cadenzare le fasi della sua vita, come affine, “fratello”, come presenza enigmatica e familiare allo stesso tempo. Se nell’omonima poesia di De Musset, dunque, la ricorrente apparizione svela, alla fine, la sua identità, nella Notte di dicembre di questa raccolta lo slancio e il mistero si concentrano su un “tu” che resta senza nome.
Disarmo, disincanto, resa, rabbia, speranza sono vissuti, tutti, nella dimensione dell’attesa, sulla quale il poeta insiste con la consapevolezza del più che probabile fallimento dell’impresa e, ciononostante, con notevole tenacia. Quell’attendere, la pazienza o il dolore bruciante, aprono la porta a un’ipotesi, vale a dire che il silenzio sia necessario, come rivela il componimento finale, che ribadisce, nonostante l’incanto-vortice del nulla, un sì alle parole-cose-sentimenti che non si possono, non si vogliono sopprimere. Allora, forse, quell’avvento che si ripete ossessivamente e che non fiorisce in un Natale, potrà trasformarsi nell’elenco, in positivo, delle “piccole cose” (nella poesia Le piccole cose), che richiama apertamente la poesia Piaceri di Brecht e che si riveste, tuttavia, dell’universo del “se”, dell’ipotesi, della promessa, della ricerca di pienezza.

© Anna Maria Curci

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Avvolto in un’alba di luce e rovina

Avvolto in un’alba di luce e rovina
precipizio e salvezza per l’anima
che mendica un tozzo di quiete
– la porta dell’attesa, mancano
argomenti non c’è parola necessaria
per scandire l’infinito per tracciare
il confine del nulla col nulla.

Disincanto che avanza nel disarmo
inesorabile, cieli infranti e
inesprimibile nostalgia.

Amo perché non conosco
amo perché sono folle incosciente
amo come si inciampa,
esondo nel mondo e divento
i tuoi occhi.

Sii per me riposo risveglio preghiera.

Riconoscerò la tua voce
e sarò pronto alla danza.
Corpi gratitudine pelle su pelle
alla deriva degli sguardi ti sfioro
appena e tanto mi basta.

Hai destato in me la veglia e il canto.

Attraverserò la notte
per regalarti un’altalena. (altro…)

La divisione della gioia. Italo Testa

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La luce bacia il tuo seno pieno,/ offerto per quando aspetteremo/ un frutto a questo lungo amore,/ per quanto in una sala d’attesa/ starai ferma e in una strana luce/ dirai che è il momento, che viene/ l’ora di alzarsi, andare, dividere/la gioia e la pena, farsi altri,/ lasciare che una maschera nuova/ ci guardi, mentre noi commedianti/ ci stringiamo nell’ultima scena. Il tema della gioia è presente con discrezione – come conviene a un sentimento limite, che mostra le cose nella loro originaria gratuità – nella poesia italiana degli ultimi decenni, basti solo ricordare il “partigiano della gioia” Giorgio Cesarano e il “noi che eravamo per la gioia” del De Angelis di Somiglianze. Forse perché essa rimanda ad un accordo segreto tra il nostro esser finiti, le nostre aspirazioni e l’ordine del mondo, accordo che, se mai c’è o c’è stato, si presenta nel lampo indelebile di un attimo. Inoltre, la presenza della gioia nella poesia, è dovuta allo statuto inquietante di questo stato, infatti ciò che sgomenta di più l’uomo e quindi anche il poeta, non è semplicemente il dolore o il dolore cieco, ma il dolore in rapporto alla possibilità della gioia o alla memoria di una gioia irrimediabilmente perduta; è questa perdita o possibilità estrema della gioia, in relazione a una realtà che puntualmente la smentisce, che rende la condizione umana il luogo del negativo, della disperazione, dell’infelicità, il luogo in cui i commedianti, privi di quella gioia che sanno esistere, si stringono nell’ultima scena.
I versi di La divisione della gioia di Italo Testa (Transeuropa, 2010) colgono quest’inquietudine, infatti, sono al tempo stesso il luogo di un’epifania, l’attimo della gioia che fa sì che tutto ciò che si mostra non sia più coperto dalla patina del già visto, e di una perdita, perché quell’attimo è irripetibile e si mostra solo in una mancanza incolmabile. Quindi la tonalità emotiva che attraversa le poesie del libro non può che essere un pacato sgomento e, al tempo stesso, un’accettazione sofferta di scoprirsi un niente, una fibra del mondo (abbandonarsi, lasciarsi andare/ tra le erbe matte sul terreno/ essere così, per sempre accolti,/ confusi in quel brillio indistinto:), macchie nere su di un ponte tra due sponde sfocate, sentirsi, essere, quel bilico sul baratro del nulla (appoggiarsi alla balaustra/ con tutto il peso affacciarsi sul mondo/ dall’arcata di un ponte sospeso/ tra due rive, e dire che sì, è vero,/in quel punto non siamo più niente/ solo macchie nere nell’aria,/ anche se gli alberi si piegano/ al vento, solo questo, e nient’altro: ) e di condividere questo stato di creaturalità attonita con un tu, con il tu, con l’altro, la persona amata, la deuterantagonista del dramma dell’esistenza (non lasciare, così mi hai detto,/ che io sia solo mia e mai d’un altro,/ che il tuo volere mi allontani/ da quando un giorno mi hai promesso:), senza la quale le parole dette e il nostro stesso stare al mondo non avrebbero alcun senso (eppure quando ti sei seduta/ nella prima fila e hai visto/che tutto questo non è per noi, che esser due nella platea vuota/ è un caso, un giro di ruota). Per essere quel che siamo, dobbiamo poter condividere anche la lontananza che ci separa da chi ci è vicini, l’ombra che divide in due la stanza che ci ha uniti alla donna amata e che ci divide da lei (o l’ombra che di spalle divora/ il fianco, il vano di luce/ che ti assale e a morsi ritaglia/ nell’agone della stanza, ritta/ e in attesa, le braccia lungo il corpo,/ i piedi a contatto del suolo,/ la figura messa di traverso/ a misurare il grigio e il bianco,/ a fissare il lampo negativo/ che separa la stanza dal tempo:), che divide la stanza dell’amore dal tempo esterno, uguale e banale, divide la gioia provata con l’altro in cui noi ci rispecchiamo in un attimo irripetibile. Dove l’autenticità è data dalla condivisione della solitudine profonda e strutturale dell’esistere, il silenzio che parla nelle cose nei luoghi che ci circondano (anche così si annega l’ansia/ nello specchio marmoreo di un tavolo,/anche quando la vita si piega/ tra le imposte, sull’impiantito/ verde. O dietro la ghigliottina/ che separa il tempo dalla stanza:). È come se lo stare al mondo fosse una richiesta inesausta e inesaudita di un’origine in cui dimorare (ancora una volta non resta/ che questo aspettare a mani giunte/ farsi inquadrare senza opporre/ resistenza, disarmati/ andare incontro alla luce che viene,/ci disegna e nega, ci assorbe/ in un giorno qualunque, ci dona/un luogo, tra le cose immote,/ o un istante da abitare/ fermi sulla sponda di un balcone,/ di sbieco su una sedia, dormendo,/ pensando, facendo ogni cosa:). Non è un caso, dunque, che la prima sezione del libro sia ambientata all’alba, in un viaggio attraverso paesaggi naturali e postindustriali, un viaggio nell’alba delle cose, nel momento dell’inizio, in cui tutto ha ancora il primo smalto della creazione, per dirla con Pasternak, in cui tutto è ancora possibile e per questo è ancora più angosciante (ogni cosa dalla macchina in transito/ si mostra incomprensibile e chiara:/ la pietraia e i banchi di ghiaia,/ la tua testa assonnata, la mia vita/ guidata oltre il vetro tra le cose/ abbandonate sulle dune erbose:). E come l’alba è un tempo soglia, il Delta, che dà il titolo all’ultima sezione del libro, è un luogo soglia, reale e metaforico, il luogo in cui si incontrano due regioni dell’essere e dove ogni cosa assume una luce particolare, sospesa, sospesa in un luogo che è anche una cifra, un rimando a un che di altro, assente ed enigmatico (verso non so che cielo o sfondo bianco/ di coste smaltate nella sabbia,/ di acque distanti, gelide e infeconde,/ (…) e non avremo imparato niente/ su queste rive eterne/ la stessa onda è nuova/ e l’altra luce non ci sfiora.). L’enigmaticità è amplificata dal suono di fondo di questi versi, che è caratterizzato da una nota costante e ossessiva, come una canzone dei Joy Division, al cui nome il titolo del libro si ispira liberamente. In ultima analisi, le poesie di quest’opera colgono il paradosso tragico della vita e di tutte le cose, che la gioia, se c’è, è intatta e indivisibile, divisa dalla pena, è una solitudine perfetta, un lampo negli occhi per chi sa comprendere il silenzio, l’unica condivisione possibile (e poi saranno gli altri a contarci, a dire/ che bastava guardarsi/ aver taciuto/ nel momento esatto, fermi a ripetere/ mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:).

© Francesco Filia

Articolo pubblicato su Nellocchiodelpavone l’11 maggio 2012

Che una poesia infantile può non essere indifesa: su “La sottrazione” di Marilena Renda

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La sottrazione di Marilena Renda (Transeuropa 2015; su Poetarum già commentato qui) è un libro scritto dal basso, recuperando quella prospettiva che abbiamo conosciuto nei primi anni della nostra vita. Lo sguardo infantile coinvolge direttamente un problema di tecnica, di strategie discorsive (lo vedremo tra poco). La prima poesia ci porta subito dentro questa regressione consapevole, voluta e inevitabile: “Le correnti d’aria/ muovono in levare/ e in avanti/ (ma verso il basso, poi)” (p. 9). Non è soltanto il rovesciamento paradossale di altre inevitabilità molto più conclamate, tutte relative all’essere adulti, all’agire da adulti, al parlare come adulti. La prospettiva dal basso diventa infatti il necessario lasciapassare per un certo fare poetico, che è fin qui l’approdo della ricerca espressiva di Marilena Renda. Siamo in fondo lontani dagli inermi fanciullini pascoliani, che in quella poesia erano piuttosto tematizzati e osservati dall’esterno di un rimpianto adulto. In Renda l’infanzia diventa davvero voce.
Per spiegarmi meglio, propongo il confronto con un grande libro precedente della stessa autrice, Ruggine (Dot.com Press 2012; su Poetarum già commentato qui e qui). Anche lì avevamo a che fare con una regressione potentissima, ma di tipo piuttosto magico e rituale. Nella rievocazione visionaria del cataclisma (il terremoto nella Valle del Belice del 1968), il linguaggio si sviluppa attraverso un tessuto fittissimo di metafore in praesentia, che rendono quindi espliciti entrambi i termini della comparazione. Nel mondo crivellato dal sisma, cosparso di vuoti, ferite e crepe, bisogna colmare ricreando e rinominando la realtà, tramite connessioni inaudite e sorprendenti: “La carne è acqua per i sogni dei mostri” (p. 16); “La speranza è una protuberanza verde/ su un corpo lebbroso” (p. 17); “Il nome di Riccarda è una foglia di alloro” (p. 22); “La casa-madre è un’ostia lasciata digerire ai cani” (p. 34); “La notte era un bubbone screziato, una piaga ilare” (p. 62), e moltissime altre ancora. È il grande fascino e la potente bellezza di questo libro, e a tratti forse anche il suo limite: l’insistenza del rito produce a volte, in termini retorici, un eccesso formulare, una pesantezza nel dettato (questa vis metaforica, molto anglosassone, conferisce al tempo stesso una musicalità straniera ai versi della Renda). La sottrazione sarà invece fin dal titolo il contrario dell’accumulo, nel segno del levare, dell’omettere, del rinunciare.
(altro…)

Italo Testa – La divisione della gioia – Ed. transeuropa

Italo Testa – La divisione della gioia – Transeuropa, Massa – 2010

Partendo dal titolo, che è la traduzione letterale del nome della band Joy Division (molto amata da Testa), potremmo azzardare che la divisione della gioia, di cui parla l’autore nel poemetto centrale del libro, è il riconoscere che la fine di una passione, sia già scritta nel suo apice, nel punto più alto della sua eplosione. Le stanze centrali di questo libro, nella loro lirica bellissima, si dispiegano in un ritmo serrato, incalzante e musicale. In un continuo gioco di sponda i due attori del poemetto: si cercano, si trovano, si abbandonano, si perdono, si guardano proiettati in un “senza l’altro”, si ritrovano.  “Come il giorno che stesa sul letto / ti sei girata, tranquilla, e hai visto / le grate che spartivano il vetro, / e alzandoti di scatto hai detto / che non sarebbe successo niente, / che tutto era ancora intatto / e mentre ti guardavo in silenzio / sei sparita nell’angolo cieco: /. I posti di Italo Testa  sono urbani: stanze da letto, finestre, luci, vetrine, panchine: ‎”ma forse anche noi abitiamo / luminose stanze esposte al sole, / forse questo è testimonianza / di ciò che accadendo rimane / come il tuo corpo magro, eretto, / non ha pudore di essere qui / nell’abbraccio di un mattino a caso,/.  Oppure le architetture surreali di Marghera (nella prima sezione: Cantieri) che nel racconto del poeta diventano magiche e, nei loro colori metallici, splendide. “La luce più di tutto, e le cisterne / bianche allineate al mattino // come un gregge disperso all’azzurro // e poi le gru che girano l’ombra / sul muro e lustre emergono dall’acqua / a colmare i vuoti tra le nuvole: /.  Andando avanti nella lettura pare davvero, in sottofondo, di sentire la musica dei Joy Division, o di passare attraverso la luce dei quadri di Hopper, quest’ultimo citato dall’autore in esergo. La divisione della gioia, è un libro acclamato, fin dalla sua uscita, nell’autunno dello scorso anno, leggendolo ci accostiamo, come raramente accade, alla Poesia, quella che ci tocca e resta dentro di noi. Italo Testa è anche saggista e traduttore, ha poco meno di quarant’anni, questo ci fa sperare e affermare che la poesia c’è, qui e adesso. La lezione dei grandi maestri dell’ottocento e del novecento è lì in bella mostra, ma la poesia non finisce con loro, continua grazie a poeti dei nostri tempi. Poeti come Italo testa. “non lasciare, così mi hai detto / che io sia solo mia e mai d’un altro, / che il tuo volere mi allontani / da quanto un giorno mi hai promesso: / .

Gianni Montieri

Recensione, precedentemente pubblicata nel numero 5 della rivista QUILIBRI

Anna Lamberti-Bocconi – Canto di una ragazza fascista dei miei tempi

Anna Lamberti – Bocconi : Canto di una ragazza fascista dei miei tempi – Transeuropa 2010

Che soddisfazione regala al lettore questa nuova prova di Anna Lamberti-Bocconi. Arrivati in fondo al poemetto “Canto di una ragazza fascista dei miei tempi” ci si sente come alla fine di un viaggio, una corsa a perdifiato ai lati opposti della Storia, in una Milano che ne sta al centro ma è soprattutto lo strumento attraverso il quale la poetessa tesse la trama del racconto.

“Tu vuoi sapere che cosa ho guardato:

Niguarda che svettava nella notte

o che gravava sotto il sole estivo,

immensa cattedrale di salvezza

e capitello dell’ultimo addio;

mia madre sorridente nella bara

più bella di qualsiasi essere al mondo.”  ( Poetessa pag. 12)

oppure

“A me piace l’inverno di Milano.

Guarda il Gonzaga che ti incombe addosso

come una cattedrale dei Templari

mentre aspetti lontano sui binari

che si palesi un tram, il cinque rosso

per ritornare a casa come un cane.

A me piace l’inverno nella sera

ma che in realtà fa una paura cane

quando sei solo dentro e fuori ancora,

vuoi esprimere qualcosa, e ti rimane

soltanto il freddo o una figura nera

tanto lontana, e tutto va in malora.”  (Poetessa pag. 30)

Dal coro di questo poemetto emerge il contrasto fra le due protagoniste: la ragazza fascista e la poetessa (alter ego di Anna). La poetessa gira per la città , si muove al suo interno. Osserva, parla, si incuriosisce, è attratta dagli “strani”, i solitari come lei (vedi il protagonista del III canto). E’ Romantica e viva.

La ragazza fascista è figlia di tormenti, di gioventù difficili e allo sbando, degli anni duri del terrorismo ma soprattutto della deriva che tutti proviamo da ragazzi, quando un colpo di vento, un sorriso, una parola, qualunque cosa che colmi un vuoto ti trascina da una parte o dall’altra, prima che tu riesca a comprendere.

“Conobbi il movimento a sedici anni

che mi toccavo con le lunghe dita

Giovanni era il più bello del liceo

in primavera aveva già la moto

senza patente ché se ne fregava

conosceva dei dritti quarantenni

parlava di valori e di Ezra Pound” (ragazza fascista pag. 6)

In fondo le due protagoniste, sono due facce della stessa medaglia e a volte pure una faccia sola. A tratti lo sbandare di una si avvicina a quello dell’altra, la differenza la fa (mi pare) il saper trasformare la rabbia che deriva dal perdersi, nel coraggio (o incoscienza) della curiosità.

Il poemetto (salvo rare e, credo, volute eccezioni) è scritto interamente in endecasillabi. Si intuisce che il controllo che la poetessa ha della metrica è tale che potrebbe farne a meno in qualsiasi momento. L’endecasillabo non è una gabbia ma una risorsa. Lamberti-Bocconi prepara il suo congedo dal lettore con un corsivo che vola oltre Milano, come deve fare la poesia:

“Voi vivi, voi borghesi, voi distanti

voi padri e madri, voi gornii passati:

siete la fossa dove abbiam buttato

i soli cuori che ci avete dato”

 

Fine del viaggio, buona lettura.

@ recensione di Gianni Montieri

Nota biografica:  Anna Lamberti-Bocconi è nata a Milano nel 1961. Ha pubblicato alcuni volumi di poesia tra i quali: Sale Rosso (1992) con Stampa Alternativa e Devi Chiamarmi (2005) con Campanotto; inoltre il saggio La forza della preghiera (2000) Con Sperling e Kupfer. Come autrice di testi di canzoni ha collaborato, fra gli altri, con Ivano Fossati (in Discanto) e Fiorella Mannoia (in Gente Comune). Nel giugno 2009 è uscito il suo primo romanzo, Rumeni, ed. Stampa Alternativa. E’ redattrice del lit-blog La poesia e lo Spirito.