edizioni tracce

Lorenzo Poggi, Mentre cammino

Poggi

 

Lorenzo Poggi, Mentre cammino, Edizioni Tracce 2014


Nota di lettura di Anna Maria Curci



Conosco da qualche tempo e affermo, senza timore di esagerare, di frequentare quotidianamente la poesia di Lorenzo Poggi. Sono doni dell’alba i suoi, frutti talvolta aspri, ma sempre lontani dal carattere di insapore cosmesi  che hanno i prodotti di serie. Non perdono mai il contatto con la terra, su cui sono ben piantati i piedi di chi scrive; questi, tuttavia, sa volgere lo sguardo sia al rigagnolo maleodorante che gli scorre accanto, sia al cielo in perenne mutamento di colori e segni.
Poesia nata e sviluppatasi in età matura, è tuttavia ben lungi da toni epigonali e stanche ripetizioni, da sperimentalismi nati già rugosi di qualsiasi sorta. È la poesia di chi prosegue un cammino intrapreso per scelta, ma non dimentica mai il pericolo imprevisto di soste obbligate, deviazioni, frane, oscuramento della meta: in altre parole,  il principio di realtà, troppo spesso ignorato altrove in nome di una strombazzata e mendace creatività, termine vuoto, velo glitterato a coprire imbarazzanti nudità di senso. Non è un caso, dunque, che la sua recente raccolta, pubblicata dalle Edizioni Tracce in questo anno 2014, porti il titolo Mentre cammino.
“Poesia onesta”, come afferma Plinio Perilli nella bella prefazione, richiamandosi a Saba, poesia che si cimenta con misure e impianti diversi, con “pagine” e “paesaggi” di varia natura, e che presenta alcune forme e figure ricorrenti, utilizzate con coerenza e consonanza al contenuto: la struttura anaforica con il ricorso al modo infinito o al condizionale,  oppure ancora  al tempo passato prossimo – che fa pensare alla lezione di Thomas Brasch nel componimento Il bel 27 settembre – l’aggettivazione puntuale e appuntita, l’uso della sinestesia (“prati saporiti”) che manifesta un amore quieto e durevole per la natura.
L’osservazione della realtà si affianca spesso alla protesta, non tanto vaga invettiva, quanto piuttosto esortazione a non perdere mai di vista il rischio di inganni e mistificazioni. A rendere la poesia civile di Lorenzo Poggi originale e meritevole di attenzione intervengono le immagini e gli accostamenti,  che spaziano tra il mondo rurale  e i concetti di ampia e intenzionale astrazione.
Ha ben presente la valenza formativa del cammino, l’io poetico, che dichiara di sé: «ho imparato a sorridere affacciato/ alla finestra del mondo». (amc)

* * *

 

C’è qualcosa che mi sfugge

Scorrere lungo pareti pronte a esondare
travalicando campi inondati da escrementi di mucca
e dischi rotti a marcare i tempi delle stagioni.

Confondersi tra papiri e canne inesistenti
di paludi sospirate e mal conosciute
tipiche di chi sta in città.

Ridisegnare sanpietrini dai gomiti smussati
per sentire ancora i passi marcianti
come avvisi di morte.

Ritornare indietro per dare un senso al presente,
ascoltare le voci sibilanti nel bosco di pioppi
o rovistare a lungo nella madia del tempo.

Cucire orli a giorno per tende
a coprire la luce e mischiare il tutto
nell’ombra indecisa della mente confusa.

(p. 15)

.

*

Le piume dei merli

Ciondolando tra me e me
alla ricerca d’un qualcosa da credere
mi sono arrampicato fin sopra la torre
e sparso le ali per terra.
Ho gridato l’urlo del falco
vomitando la rabbia che ho dentro.
Ho toccato le piume dei merli
e le guglie più alte del monte
ma non sono riuscito a carpire
il segreto di chi sa dove andare.

(p. 42)

.

*

Paesaggi  

Una vela a supporto
d’un’alba tagliata
da nuvole sparse.

Prime luci argentate
trapelano da sotto il merletto
inaridendosi in deserti di pace.

Prati saporiti di primavera,
viali alberati e rocce a picco,
lagune un po’ ottuse
grigie di aria e laghi
dai bordi sfrangiati
col sole che scende
e la notte che sale
su spiagge infinite
e palme lasciate
su distese marine
e tramonti pezzati
d’incontri proibiti
in boschi nascosti.

Alzandomi in volo
da montagne incantate
su laghi gelati e savane
sperdute in alberi soli
ritrovo geroglifici sparsi
dietro voci argentine
e cascami di case
senza perché.

(p. 50)

.

*

Pagina nuvola

Vorrei che questa pagina fosse una nuvola
per portarla nel cielo come aquilone,
vorrei che restasse chiara come una luce,
vorrei non riempirla di parole assurde
come suoni d’arpa nella tromba delle scale,
vorrei non violentarla con il trucco di scena,
vorrei tanto imboccare il sentiero
che si perde all’orizzonte senza toccare terra.

Poi, insieme, recuperare i cocci
della nostra identità perduta
e metterli in vaso sul davanzale mortificato
del nostro apparire quotidiano.

(p. 52)

.

*

Passeggiata

Certo non è facile uscire da soli
senza voltarsi ad ogni passo
per vedere chi è rimasto attaccato
alle logore vesti dei sogni d’un tempo.

Si lasciano tracce sparpagliate
su rombi inespressi di memoria
e ventagli di desideri senza cornice
come fumo tra le mani.

Piccoli residui multicolori
si rapprendono in fretta
su tappeti falsamente esotici
ad ogni angolo di ponte.

S’intuisce un odore:
qualcuno sta fabbricando
aria di natale e le luci
si fanno strada nella mente.

(p. 56)

.

*

Vestire le ore

Se i giochi annunciati son già trascorsi,
non serve stendere ricordi sul filo della memoria.
Anche se ancora ti sembra di vivere
un bambino che fa a corse col tram,
le ore che passano senza vestiti
non lasciano segni, accumulano anni,
prosciugano fonti mentre preparano il conto.
Allora ho imparato a cucire vestiti alle ore,
ho imparato a non mettere da parte ricordi,
ho imparato a gustare i momenti,
ho imparato a sorridere affacciato
a torso nudo sulla finestra del mondo.

(p. 72)

.

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Lorenzo Poggi è nato a Roma, dove vive tuttora,  il 21 marzo del 1943.
Laureato in scienze politiche, è stato per oltre venti anni capo redattore e responsabile di produzione della “Guida delle Regioni d’Italia” un grosso annuario di informazioni anagrafiche sulle principali strutture regionali in tre volumi e oltre 4000 pagine.
Successivamente, per dieci anni, è stato direttore responsabile della “Guida ai Governi Locali”, pubblicazione tutta incentrata sugli organigrammi politici e amministrativi di regioni, province e comuni.
Dismessa questa attività, è tornato alla sua vecchia passione: la poesia, che già aveva rallegrato la sua prima gioventù. L’attività poetica è iniziata (o ripresa dopo cinquant’anni) nel dicembre del 2009 e si è concretizzata nella produzione di oltre 1000 poesie pubblicate su vari siti: Poetare, Poetry & Literature, Cantiere poesia e, da ultimo, con un’assidua presenza su facebook nei siti e gruppi poetici.
Per soddisfazione personale ha dato alle stampe quattro raccolte contenenti le sue poesie più amate: Sassi sparsi, nell’ottobre 2010, Sussurri e grida, nel febbraio 2011, Il cielo che aspetta, nel settembre 2011 e La luna nel pozzo, nel febbraio 2012.

Nina Maroccolo, Malestremo

MaroccoloMalestremo

Nina Maroccolo, Malestremo

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Il percorso che tocca Sedici viaggi nell’Altrove – così recita il sottotitolo di Malestremo, terza e conclusiva  tappa della trilogia che Nina Maroccolo ha iniziato con le poesie di Illacrimata (2011) e proseguito con  il romanzo Animamadre (2012) –  è introdotto da un testo, Cambio l’incipit, il quale porta con sé, mescola, dosa, modula, alterna i due movimenti principali di riconoscimento e capovolgimento che ne animano la composizione. Letture che provengono da un’età nel quale appare spontaneo il processo di identificazione con gli eroi, umani e ferini, duettano con classici non più innocui, con miti della modernità occidentale e con la sapienza orientale conosciuta e misurata. Colei che compie i viaggi nell’Altrove padroneggia saldamente la barra del timone e le forme molteplici di cui narra le manifestazioni; il ‘ma’ avversativo mette in guardia da sbrigative semplificazioni circa le modalità espressive: «Una femmina sola, tigresca, un peach blossom purpureo. Scrivo→ma canto. Canto→ma scrivo. Scrivo→ma disegno. Teatralizzo la parte migliore di me stessa » → ma sono quel che sono. Dunque, prendetemi così, sincera e imbarazzante. Comune neorealista, nostalgica rétro. […] Figlio tigrottini→ ma poi mi manco di spirito urbano.» Così, l’invettiva di Karl Moor ne I masnadieri di Schiller diventa qui lucida constatazione e punto di partenza: «Uno schifo di secolo: s’oscurerà il pianeta per protesta». Del Faust contemporaneo afferma: «Non c’è Dio che tenga. Faust piange.»
Delirio? Suggestivo sperimentalismo? Eterea fluttuazione? Gioco di veli sollevati e sipari calati? Niente di tutto questo, ché accontentarsi dell’epidermide è fare il gioco dell’impostura e commettere l’errore di prendere alla leggera la dichiarazione di neorealismo palesata nell’incipit. La esemplarità di vicende – Beslan ne Il giorno della conoscenza, la scomparsa di Ettore Majorana e le responsabilità della ricerca scientifica in Malestremo – e di figure, storiche – Jeanne Roques in Musidora, Sarah Winchester in Winchester House – e archetipiche – Andromaca e la cognizione del dolore in Malestremo, Perceval e la quête perenne nel racconto omonimo – contribuisce a rendere più acuta e veritiera l’energia visionaria che sprigiona da questi viaggi. Qual è l’approdo? Non certo una deriva consolatoria, una deviazione nella terra dei Lotofagi, ma, al contrario, la consapevolezza dell’irreversibilità del processo di conoscenza del «malestremo chiamato identità»; chi lo ha guardato in faccia, non può negarne l’esistenza, circondarsi di cesellate chicchere e imbottirsi di vane chiacchiere in tranquillizzanti tè dalla raffinatezza narcotica: «le verità castigano l’innocenza».

©Anna Maria Curci

PROLOGO

Beslan, Ossetia del Nord,

(Cecenia 2004).

Si chiamava Sergej. Aveva otto anni.
Quel mattino Sergej camminava sul marciapiede costeggiando il muretto che separava il parco-giochi dalla via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina, come si rinchiude l’ombra nera di qualche mostro.
Ed ecco che il cielo si fece basso per proteggere la terra in una stretta intima e silenziosa: Sergej guardava la sua mano bianchissima intrecciarsi a quella materna. Pallide mani da cui sorgeva qualcosa di simile alla gioia.
Sergej dondolò Gioia, dondolò mani di cielo e mani di terra fino a quando il pensiero non mise parola.
Mani di terra, a quel pensiero non fece caso.
Madre e figlio camminarono fianco a fianco. Arrivati all’edificio, il bambino si voltò ripetendo la stessa frase:
“Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto tardi…”
*
Lei, Anja, ventiquattro anni, era una delle maestre di Sergej.

Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo, i
suoi cavernosi avvallamenti.
Il diritto alla contemporaneità si identificò nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza; simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.
Mi sentii piagata dal vento.
Era il giorno della Conoscenza, il primo giorno di scuola.
Per molti bambini il primo nutrimento.
Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il sangue. L’occhio ferreo che chi muore non nasconde ma langue soltanto.
Presagivo mausolei privati. Così sarebbe stato, affinché mezza verità negasse l’altra mezza.
Ci avrebbero fatti saltare in aria, probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari speciali.
Con fare ineluttabile del Cremlino.

Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore; salvare il salvabile era un atto necessario non sempre lecito.
I nostri amorini alati: troppa luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione.
Il solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità, la riconsegna alle famiglie, anche se queste ultime rigettavano qualsiasi soluzione armata.
Ma l’irruzione dei soldati russi era pressoché certa.
Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle, aveva il sapore del cloroformio.
«Sempre con la bocca chiusa!» urlava mia madre.
«Dalla tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria!»
E gemevo con la voglia di essere dimenticata.
Lei era stata uno zoccolo scalpitante della rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo si lasciò invecchiare lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia traviata, quella dei versi spinati, dal divenire imperfetto:
«Perché, saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?! Feudatari dei GULag, vergognatevi!»
Prendevo le sue mani bianche, le serravo a ogiva:
«La rivolta in una preghiera, madre».
«Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato!».
Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.
“Maestra… Non lo faccia…” disse Sergej.
“Fare cosa?”Anja rimase sorpresa. Cercava di non capire la precisione sensorea di quella domanda.
“Lo sa, maestra… Torneremo molto tardi stasera…”
Con ginocchia devote all’inchiostro mi strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei carcerieri. Avevo sete.
Lo guardai per ricevere l’assenso.
Avrei bevuto la mia stessa urina.
Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita: proprio come Madre Russia. Dichiarai di non esserne figlia: Perché tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.
«Il denaro è la stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?!».
Mia madre, ladra nel nome di Lenin.
«Noi del popolo, noi illuminati siamo la conoscenza della privazione, il rigore del nostro sangue!».
Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi. Vennero a generarmi, i demoni.
«Eppure taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno prega per te, solo tua madre… ».
Mi sentii una valvola inceppata.

Ci scucimmo.
La nostra libertà non aveva sede di salvezza, un perimetro consolatorio. Ebbe solitudine da bisbigliare.
Il colonialismo, suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna votata alle più sincere intenzioni, descrisse la Cecenia nucleo stellare morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.
Fu quello scatto, il non-ritorno.
“Maestra… Non lo faccia…” disse nuovamente Sergej.
“Torneremo a casa, stai tranquillo piccolo mio…”
Cielo plumbeo.
I miei roditori stavano giocando d’astuzia. Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare, febbrile; ormai volontà povera, questa mia. Uncinata e santa.
“Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a trattenere” poi, il boato.
L’universo sintetico equipaggiò scandali umani: c’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.

Impietrirono i giorni nostri, e i taccuini di stelle, le vertebre planetarie gemettero come tragici sassi privi di parole e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?
“… maestra… non mi lasci…” disse Sergej, ferito.
“Sono molto, molto cattiva!”
“… non l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto!”
Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua innocenza.
“Molto cattiva…”
“… io muoio per te…”
Per salvare le madri.
“Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.
“Il bambino, dov’è il bambino?”
Disertai contro la mia santità. Vi rinunciai.
Rinunciai a esplodermi.
“Respira! Respira!…” continuò il soldato.
“… dov’è il bambino? Sergej…”
Disertai contro la causa.
“Parla!… Non chiudere gli occhi! Dimmi il tuo nome, dimmi il tuo nome!…”

“…mi chiamo Grozny…”

(Nina Maroccolo, Il giorno della conoscenza, in: Malestremo. Sedici viaggi nell’Altrove, edizioni Tracce, 2013, pp. 77-82)

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Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004.
Scrittrice, cantante e performer, autrice di testi teatrali, interprete, artista visiva.
Fa parte dell’“Atelier LiberaMente”e, dal 2009, del CREATIVE DRAMA & IN-OUT THEATRE (Roma), compagnia teatrale che trova in Grotowski, Moreno, Erikson, Langs i numi tutelari e i padri teorici.
Lavora a recital, perfomances, improvvisazioni, azioni sceniche, teatralizzazione di testi. Sono i “Canti per voce nuda”.
È membro della Factory AL-KEMI lab; redattrice dei blog collettivi “La Poesia e lo Spirito” e “NEOBAR”.
Nel maggio 2011 ha fondato le “Edizioni d’Arte Musidora”, umile remake delle “Arts and Crafts” di fine Ottocento.

Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999); Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), con prefazione di Alda Merini; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004), a cura di Eric Toccaceli; Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann -(testo drammaturgico tratto dalla silloge di teatro contemporaneo “Qui e ora”, con Marco Baliani, Serena Maffia, Giuseppe Manfridi, Nuova Cultura, Roma 2008), con prefazione di Fabio Pierangeli e Roberto Mosena; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008); Illacrimata (Ed. Tracce 2011), con saggio introduttivo di Paolo Lagazzi; Un angelo di farina – Cinque liriche e una ballata – (Lepisma 2011); S’impalpiti materia – Omaggio a Giacomo Manzù – libro-oggetto d’arte a tiratura limitata (Edizioni d’Arte Musidora 2011). Contributi letterari del gruppo sinestetico “perIncantamento”. Introduzione di Marcella Cossu, Direttrice della Raccolta Manzù di Ardea, e saggio critico di Plinio Perilli; Animamadre (Tracce 2012), romanzo: prefazione di Fabio Pierangeli, postfazione di Ubaldo Giacomucci.

Qui per proseguire la lettura delle note bio-bibliografiche.

Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo) (post di Natàlia Castaldi)

Interruzioni, transfert, derive – (uno sguardo su Illacrimata di Nina Maroccolo)

“[…] parlare (scrivere), equivale a non pensare più soltanto in vista dell’unità, e a fare delle relazioni verbali un campo essenzialmente dissimmetrico dove vige la legge della discontinuità; come se, una volta che si sia rinunciato alla forza ininterrotta del discorso coerente, si trattasse di identificare un livello di linguaggio dove si possa acquistare il potere non solo di esprimersi in modo intermittente, ma di far parlare l’intermittenza, con una parola che non unifichi, che accetti di non essere più un passaggio o un ponte, una parola che non pontifichi ma sia capace di superare le due rive separate dell’abisso senza colmarlo e senza ri-unirle (senza far riferimento all’unità)” (Maurice Blanchot)

Certo, ci sarebbe da intenderci sul significato della parola intermittenza, o meglio ancora di quelle che lo stesso Blanchot definisce: «interruzioni». Le interruzioni sono anche quelle zone franche in cui l’io narrante crea – consapevolmente o inconsapevolmente – uno spazio atto a ricevere l’altro, una sorta di luogo ove l’altro possa venire all’io. Un luogo ove relazionarsi, anche e soprattutto verbalmente e letterariamente. Nina Maroccolo, conscia di queste necessità, non solo mette in opera l’io e l’altro, ma si concede il lusso di creare una nuova figura che deriva da una sorta di transfert. L’uso, talvolta spiazzante, della prima persona (un uso al neutro, avrebbe detto Blanchot, perché restituito da un terzo) le permette difatti di divenire Antèlami o Eichmann (i personaggi a cui sono riferite due delle sezioni del libro), o meglio di far sì che il divenire letterario si costituisca attraverso un corpo fisico (il suo) impegnato a restituire le «intermittenze» di altri due corpi, quelle per così dire forzate del discorso “processuale” tra Eichmann e i suoi accusatori, e quelle mistiche che arrovellano Antèlami. Da qui (e da tanto altro) la mancanza di linearità propria dell’opera.

Ci sono testi che hanno bisogno di note, chiarimenti, riferimenti e altri invece che viaggiano da soli senza bisogno di guide. E ci sono anche testi che – per la loro ricchezza e complessità – sono naturalmente destinati a spalancare porte, creare punti di fuga.

Questi ultimi sono i testi la cui funzione – più o meno salvifica; ma questo dipende dalle singole sensibilità – è principalmente quella di evocare, di moltiplicare le strade da battere, di creare delle situazioni letterarie dove il gesto dell’autore pretende un gesto di ritorno da parte del lettore.

Testi come Illacrimata possono avere dei risultati altalenanti nel gradimento soggettivo, ma non possono creare una situazione di indifferenza.

In ambito letterario questo è sicuramente un pregio.

Attraverso un processo che è allo stesso tempo estensivo e intensivo, l’asse paradigmatico di quest’opera – pur possedendo precise connotazioni – più che ancorarsi saldamente a stili, tradizioni e riferimenti sembra perennemente impegnato a spezzare qualsiasi tipo di catene, per meglio consegnarsi alla deriva. Forse perché in una situazione di deriva diviene naturale sospendere e rinviare piuttosto che fissare e definire. Forse perché la deriva presuppone una sorta di abbandono. Ma non un abbandono totale. La deriva consente di restare nei pressi della cosa. Ecco allora che Maroccolo disegna una distanza che le permette di tenere sotto controllo il suo parto e di indirizzarlo verso vie sempre più strutturate e articolate. (Enzo Campi)

***

 

V’è qui reale:

lo allevamento di crocifisioni, li derelitti.

Fra tante nominanze Tu, cinghiato da l’odissea

verso l’alto. Ché qua giù, ne lo basso insaziato,

mica s’ascende! Per lo sepolcro terragno

quel ch’eravam varca ‘l confine,

s’inerpica d’intorno la testa,

vuole per ‘l nostro vuoto trafitto

schiodarti, sì far molle quel braccio crollato

arresa cagion di carezza. Che Madre Tua accolse

del dolore lo atto, la stretta notte.

Carezza che, onde a vista fece allungar mano,

a vista inumata si fece.

*

V’è qui certezza:

più tosto volli manifesto ‘l marmo.

Lo scalpello picchiai a scroscio movendolo.

Fu suo lo battito, fiume di vene,

come d’ira l’arteria.

Mentr’io battea

soffersi li occhi tuoi,

anima sovr’altra anima

come traesse vita

la tua da la mia.

Non v’era nulla di vero.

Non v’era più fiato.

E da la Croce,

ov’io urlai Cristo germoglia!,

deposi gl’arnesi. Smettendo ‘l core

di dire, l’Equatore intravidi.

E tu, per un nido superno

venisti.

*

V’è qui lo abbraccio:

in figura di cuore scosceso.

Parea tuo vero quest’avvinto padre

con sì grande amore.

Era Giuseppe peregrino, misero

d’Arimatea. Che amò lo midollo

divino fondamento con medesima lingua.

Ma quando li sonni suoi divennero

d’un romor stupiti, poter fuggirsi vento

anzi ch’esser tramortito di presso

‘l tuo crudo petto,

ch’egli sostenne quasi mancando.

Or che gl’occhi s’insalino

di lacrime nove

Giuseppe torni tacito figlio

per l’increspature del costato.

Vicino ti patisca.

In fine, com’estinto lamento

lo pullular s’aggiri de l’afflitto.

Quivi lasciasse vento

‘l divenir.

*

E l’albero di duecento catene ebbe allucinazioni,

forse illuminazioni. C’aveva, l’albero, una saggezza

che abbracciava tutti, pure i ciottoli di Aci Trezza:

 

Né prima né dopo né altrove

perché notte non riedifichi giorno

né addenti il sole insaccato

o mi perderò tra ciclopi dissepolti

– ospiti marini scroscianti visioni

quanto una folla di spettri,

nel passo turbinante d’un cieco

nello strillo acuto del calcagno.

Palpito sfiorito

dove crudeltà è più verde.

L’accanito tramonto

– un coperchio.

*

L’albero di duecento catene pianse nuova linfa alle gemme origlianti

e alle zagare intristite. Ebbe a dire che la Natura ce l’aveva con

l’Uomo e che Natura e Uomo dovevano, invece, allearsi:

 

Sfiatano gli addii i canti dei pescatori

ammarrati come barche

alle pietre di Aci Trezza.

Discendono gl’occhi – le stille

non s’acquetano.

Troppa tristezza per galloriare.

*

L’albero di duecento catene terminò la sua intima preghiera al

mondo. Insieme ai Malavoglia, Natura e Uomo lo ascoltarono:

 

Trattenetemi innervato

alle branchie increspate dell’Etna

bendato da questa luce granitica

che pesa ­– pesa

come la deriva d’un respiro di corda,

accasciato tremulo pesce

alle reti.

Vita alla pietra.

***

[…]

Non occorre certo uno specialista di vivisezioni per cogliere in questo libro elementi di classicità antica e di lingua medioevale da Jacopone a Dante, allusioni all’alta letterarietà neoclassica (l’illacrimata di Foscolo) come allo scabro verismo verghiano o all’espressionismo novecentesco, comprendendo in quest’ultima categoria anche, magari, le torsioni sintattiche e semantiche di Zanzotto o di Amelia Rosselli. Attraverso un tale intreccio, spesso fitto come una selva oscura, ciò che riusciamo anzitutto a cogliere è l’emergere, nel cuore del magma, del mistero e del caos, di alcuni nodi di senso aguzzi come punte, pietre, rocce, scogli o frammenti d’osso. Queste punte assumono la forma di coppie oppositive, di parole, immagini o idee in contrasto reciproco: vita/morte, alto/basso, notte/giorno, visibile/invisibile, conoscibile/inconoscibile… Grazie a queste, e altre, linee di tensione il tessuto testuale si dispiega come un tormentoso incontro-scontro tra forze lampeggianti e cieche, cosmiche e storiche, sacre e malefiche, umane e divine… Per creare l’«odissea verso l’alto» della Crocefissione, Antèlami abbatte sulla pietra uno scalpello pesante d’ira, rabbioso come un ingorgo di vene o uno spasmo della carne, mentre le figure zoomorfe create da lui stesso o dai suoi allievi sul Battistero di Parma guizzano come “vuote illusioni”, “lemuri mentitori” o “scimmie su e giù per la schiena” del tempo (quasi come in una visione di Burroughs da LSD) schiudendo, paradossalmente, degli spazi di verità. In modo simile e diverso, un eucalipto radicato sulle pendici dell’Etna dialoga col fuoco e la lava del vulcano, col sentimento dell’esilio o dell’infermità, col vento, le zagare e l’anima dei poveri per testimoniare ciò che vive “dove crudeltà è più verde”, ciò che muore quando la voce della guerra chiama. Tutto è se stesso e altro da sé: le parole fiottano come frecce, gridi, invocazioni, squilli, preghiere o paure; s’inarcano e si flettono, si rattrappiscono o s’impennano per cercare di dire qualcosa che nonè contenibile in nessun linguaggio, e che potremmo, forse, indicare come il cuore stesso, infinito del sacro: il battito insondabile del mondo nel miracolo del suo continuo rigenerarsi attraverso e oltre lo scandalo della morte e del male.

[…]

La modernità come l’autrice la intende è anzitutto il rischio di un’impasse linguistica: se da una parte l’Etna mangia la voce dell’albero – coscienza inerme di un trapasso storico a cui può solo assistere, anima del mondo in esilio –, d’altra parte il processo ad Eichmann evidenzia come si possa “morire d’una morte / lessicale”, come, cioè, il linguaggio, strumento di ogni ideologia, possa distruggere la vita, terribile e ottuso come un’arma senz’anima. (dalla prefazione di Paolo Lagazzi)

***

Fate parlare il Tempo!

 

Nudo d’una nudità impertinente, il Sole, Signore della luce

Infinita, proliferò come elemento devozionale: custodito,

sorvegliato, vigilato, benvoluto da tutti.

Nell’universo intero apparve il riflesso eternato, immortale.

Scintillante trono di Loto.

Secondo il patto di velocità, l’astro divenne padre; in divenire,

figlio.

Divenuto, rinacque bambino: Loto d’Oro, il piccolo Buddha.

Terra Madre ne fu felice. Ma era stanca, molto stanca per godersi

quella bella novità cosmica.

Prima di addormentarsi ebbe solo la forza di sussurrare:

“Per oggi ho camminato abbastanza…”

***

Nina Maroccolo, Illacrimata, Edizioni Tracce, Pescara, 2011

http://www.tracce.org/Maroccolo.htm

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Nina Maroccolo è nata a Massa nel 1966. Cresciuta in Sardegna da bambina, approdata a Firenze nel ’75 – dove ha studiato Arte e Musica – vive e lavora a Roma dal 2004. Scrittrice, performer, artista visiva – è curatrice di libri e antologie. Ha fatto parte della casa discografica CPI (Consorzio Produttori Indipendenti, Firenze), responsabile dell’Associazione Culturale “Il Maciste”. Ha partecipato a trasmissioni su RAI1, RAI2 ed altre emittenti televisive. Pubblicazioni: Il Carro di Sonagli (City Lights Italia 1999), con prefazione di Alda Merini; Annelies Marie Frank (Empirìa 2004 – 2a ed. 2009), postfazione di Eleonora Pinzuti; Firenze-Roma (Pulcinoelefante 2004); Documento 976 – Il processo ad Adolf Eichmann (Nuova Cultura 2008), a cura di Fabio Pierangeli; Malestremo (Le Reti di Dedalus 2008), a cura di Marco Palladini; Nitrito d’Argento (Neobar 2009). È presente in numerose antologie.