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I poeti della domenica #194: Roberto Bolaño, Ho sognato

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Ho sognato che stavo sognando, avevamo perso la rivo-
luzione ancora prima di farla e decidevo di tornare a casa.
Quando volevo mettermi a letto ci trovavo De Quincey
che dormiva. Si svegli, don Tomás, gli dicevo, è quasi l’alba.
deve andarsene. (Come se De Quincey fosse un vampiro.)
Ma nessuno mi ascoltava e uscivo di nuono nelle strade
buie di Città del Messico.

*

14

Soné que estaba soñando, habiamos perdido la revolu-
ción antes de hacerla y decidia volver a casa. Al intentar
meterme en la cama encontraba a De Quincey durmiendo.
Despierte, don Tomás, le decía, ya va amanecer, tiene que
irse. (Como si De Quincey fuera un vampiro.) Pero nadie
menescuchaba y volvía a salir a las calles oscuras de México
DF.

*

da Roberto Bolaño, Tre, traduzione di Ilide Carmignani, Sur 2017

Chris Bachelder, L’infortunio

Chris Bachelder, L’infortunio, traduzione di Damiano Abeni, Sur 2017; € 16,50, ebook € 9,99

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I rituali, le abitudini, ripetere alcuni gesti all’infinito, sono modi per sopravvivere? È forse per questo che le tradizioni sono così dure a morire? E non è per questi motivi che le religioni sopravvivono più di ogni altra cosa? Il conforto che la gente trova nella preghiera, o nell’andare a una funzione religiosa, si compie già nella ripetizione. Non è il testo del rosario che salva ma il fatto di poter ripetere quei misteri tutte le sere di maggio alla stessa ora con persone che condividono la stessa fede. Non si spiega altrimenti perché ripeteremmo il Natale come se fosse una rappresentazione: stessi cibi, stessi invitati, stesso albero e, molto spesso, gli stessi regali. Potrei fare decine di esempi in cui la ripetizione di un’azione viene vista come l’unico rimedio al disagio o alla solitudine, allo sprofondare nei guai. Rifaccio questa cosa e per un’ora mi scordo del mio divorzio, dei problemi al lavoro, dei guai di mio figlio. Per molti di noi anche rimettere a posto una tazza sempre sullo stesso scaffale significa ripristinare un ordine e a quell’ordine aggrapparsi.

Erano testimonianze di desiderio. La gente tocca le finestre, pensò, in cerca di rassicurazione. A controbilanciare la narrativa dell’espansione c’era una altrettanto importante narrativa del contenimento.

Chris Bachelder ne L’infortunio (tradotto dal sempre ottimo Damiano Abeni) ci racconta una tradizione alla quale forse nessuno di noi avrebbe mai pensato: 22 uomini ogni anno si ritrovano in un Hotel a due stelle da qualche parte negli Stati Uniti per ripetere una partita di football americano, non una partita che hanno giocato da ragazzi ma una partita storica, che tutti conoscono o ricordano, quella in cui il fantastico quarterback dei Redkins subì un gravissimo infortunio che mise fine alla sua carriera. Per cui i 22 si ritrovano soprattutto per ripetere quell’azione specifica. Chi sono i 22?

Intanto non sembrano neppure così amici, o forse qualcuno tra di loro lo è stato; più che altro sono persone che si sono incontrate per via di una passione e per una serie di altri motivi ripetono – come su un palcoscenico – la stessa scena da parecchi anni.

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Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)

Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

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Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, Sur, 2016, € 15,00, ebook € 9,99; traduzione di Silvia Sichel

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Ti prometto una strada radiosa. Ti prometto più uccelli che auto. Ti prometto che rideremo. E se poi ci sarà da piangere, piangeremo.

 

Non conoscevo Andrés Neuman prima di leggere Le cose che non facciamo. Non lo conoscevo, colpevolmente, perché in Italia sono usciti altri suoi tre libri, tutti editi da Ponte alle Grazie, rimedierò. Faccio questa premessa perché questi racconti brevi (alcuni brevissimi) mi hanno folgorato, appassionato, divertito ed emozionato; per cui non averlo letto prima mi è parsa una perdita di tempo. Neuman ha il talento per il breve. Condensare moltissime cose in pochissimo spazio mi pare che sia, per lui, una specialità, e, naturalmente, un’ambizione. Neuman ha il dono dell’accelerazione mentale, quel particolare e raro talento che Brodskij assegnava alla poesia. Neuman è, non per caso, anche un poeta. Poco meno di trenta racconti, divisi in sei sezioni e con una interessante parte finale. Cominciamo da quella. Nelle ultime pagine, intitolate Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, Neuman intelligentemente, e con molta ironia, scrive quattro prontuari, da dodici regole ciascuno, su cosa dovrebbe fare o non dovrebbe fare uno scrittore di racconti, su come dovrebbe o non dovrebbe essere una storia breve. La prima regola è «Raccontare un racconto è saper tenere un segreto». È questa forse una delle prerogative più importanti per un racconto, molte volte abbiamo letto (e siamo stati d’accordo) che in una storia breve conta ciò che si lascia fuori, esattamente come quello che si descrive, è questo il segreto da tenere? Ma poi regole sul ritmo e sulla punteggiatura, sull’armonia, sui tempi verbali, sulla capacità di ridurre, sulle emozioni da trasmettere, sul soggetto che non si spiega e così via. La mia preferita è l’ultima: Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;. E quindi non finire, non del tutto, lasciando un’apertura, altro spazio, se non alla storia alla capacità d’immaginazione di chi ha letto. Il punto e virgola al posto del punto amplifica la forza percettiva, o forse no, o forse è soggettivo, o forse è meglio leggere senza capire troppo.

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Una frase lunga un libro #65: Juan Carlos Onetti, Per una tomba senza nome

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Una frase lunga un libro #65: Juan Carlos Onetti, Per una tomba senza nome, SUR, 2016. Traduzione di Dario Puccini. Revisione di Giulia Zavagna; € 14,00, ebook € 9,99

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«Non voglio costringerla a fissarsi su una cosa o su un’altra; glielo suggerisco, semplicemente. Quando le chiedo di fissare l’attenzione su qualcosa, non l’aiuto affatto a comprendere la storia; ma forse questi miei suggerimenti possono essere utili per avvicinarsi al modo in cui io comprendo la storia, la mia storia».

C’è un regno che esiste solo nelle pagine di alcuni scrittori sudamericani, di quelli più bravi, è il regno in cui la fantasia e la realtà si fondono e si confondono fino a diventare una cosa sola; un posto in cui si vive sognando, si dorme vivendo, si digiuna mangiando, si baciano i morti, si passeggia con i morti, si muore finché si è vivi, si raccontano storie che non esistono e quindi più che mai credibili, si incrociano personaggi straordinari o miseri, tutti favolosi, perché di favole parliamo, perché tutto accade come in un miraggio, ma in quella Fata Morgana accadono le cose della vita, e accadono i racconti. Uno di questi scrittori è Juan Carlos Onetti, uno straordinario creatore di mondi e di storie. Onetti ha diviso la sua esistenza tra Montevideo (dove nacque) e Buenos Aires (dove visse a lungo), e per la maggior parte delle sue storie più note, ha creato un terzo luogo – il regno, appunto – Santa Mária, città, che come nota ottimamente Antonio Pascale nell’introduzione a questa nuova edizione di Per una tomba senza nome, rappresenta per Onetti una sintesi immaginaria tra le due capitali sudamericane.

Tutti  noi, i notabili, noi che ci fregiamo del diritto di giocare a poker al Club Progresso e di tracciare le nostre sigle con pigra vanità in calce ai conti di bevande e pranzi al Plaza. Tutti noi sappiamo com’è un funerale a Santa Mária. Alcuni di noi, al momento opportuno, sono stati i migliori amici della famiglia; e ci è stato offerto il privilegio di vedere la faccenda fin dal principio e, per di più, il privilegio di iniziarla.

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Rodrigo Hasbún, Andarsene

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Rodrigo Hasbún, Andarsene, Edizioni SUR, 2016, trad. di Giulia Zavagna, € 15,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

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Andarsene è l’imperativo che guida i personaggi di questo romanzo di Rodrigo Hasbún; andarsene è quell’esigenza dello spirito mai pacificato, con il mondo e con se stesso: nel moto perpetuo e irrequieto pongono le loro radici mobili Monika e suo padre, poli complementari della medesima evasione.
Hans Ertl, padre di Heidi, Trixi e Monika, è un uomo in fuga, un uomo che tenta di reinventarsi: dopo aver lasciato alle spalle la Germania nazista e il vecchio continente cerca in Bolivia un posto in cui riprendere la vita. Dietro alla macchina da presa nasconde lo spaesamento, dietro un obiettivo chimerico l’illusione di un senso definito e perseguibile. Solo nell’epica dell’avventura folle e fine a se stessa, sotto il vessillo della scoperta pura, Hans può ritrovare un bagliore di identità: marciando tra le foreste alla volta della mitologica Paititì egli si spoglia delle vesti di cineasta propagandista del nazismo e si fa tabula rasa per lasciar spazio all’insorgere di un nuova memoria.

Il futuro è qui, l’avevo sentito dire varie volte negli ultimi giorni, l’Europa ha perso la sua opportunità, è il turno di paesi come questo. Nel nostro paese non era più molto amato e il disprezzo era reciproco, sebbene la cinematografia tedesca gli dovesse tanto. Durante le olimpiadi di Berlino, nella famosa produzione di Leni Riefenstahl, papà era stato il primo cameraman a filmare sott’acqua e a fare delle riprese aeree incredibili, il primo in tante cose. Per anni si era anche dedicato a scattare delle impressionanti foto di guerra. Lo sapevamo tutti e noi meglio di chiunque altro, non per niente eravamo stati costretti a cambiare vita e continente.

L’archeologia è il tentativo di organizzare il ricordo e la visione prospettica del futuro, di rinsaldarli in quel corpo che ne accusa lo scollamento: Hans è l’uomo che ha perso il ritmo della propria esistenza, colui che peregrino colma la perdita attuale con la promessa utopica. Paititì è il fine e la fine di un’archeologia esistenziale che pone Hans faccia a faccia con il fallimento e l’istinto di sopravvivenza: Paititì è il simbolo che muove la ricerca tra le viscere della foresta, tra i meandri psicologici di un uomo reciso. (altro…)

Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore

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Una frase lunga un libro #52: Cortázar & Muñoz, L’inseguitore, Edizioni Sur, 2016 (traduzione di Ilide Carmignani); € 15,00, ebook € 9,99

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E a quel punto ho notato che Johnny a poco a poco si estraniava e continuava a fare allusioni al tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. Ho visto pochi uomini così preoccupati da tutto quello che ha a che fare col tempo, un argomento che lo preoccupa da quando lo conosco. È una mania la peggiore delle sue manie, che sono tante. Ma lui la sviluppa e la spiega con una grazia a cui pochi possono resistere.

«Questo lo sto suonando domani»

L’io narrante de L’Inseguitore è Bruno, giornalista musicale, autore di un libro su Johnny Carter (alter ego di Charlie Parker), amico, angelo custode e altro di quello che è stato, con ogni probabilità, il più grande sassofonista Jazz di sempre. Bruno fa queste osservazioni circa Johnny e la sua ossessione per il tempo nella prima parte del racconto. Sono gli ultimi giorni di vita di Johnny/Charlie, ci troviamo in una camera d’albero che è poco più di una bettola, senza acqua corrente e male illuminata. Bruno arriva, come sempre, in soccorso, registra il pessimo stato di salute di Johnny che ragiona e delira contemporaneamente. Johnny che ha perso il sax in metropolitana, forse. Johnny che vorrebbe bere e fumare invece che prendere qualche medicinale che gli farebbe calare la febbre. Dédée, la sua compagna, è stanca, silenziosa, ma protettiva e propositiva, cerca conforto in Bruno mentre parte nel racconto di una delle sue ossessioni sul “tempo”. Il tempo di Johnny/Charlie è un’ossessione, ma non è anche una delle chiavi per capire il Jazz? Ammesso che lo si possa capire.

Che significa “Questo lo sto suonando domani”? Si chiede Bruno e si chiede il lettore. Significa tutto e niente. Vediamo. Significa che il Jazz, e quindi Charlie Parker, è qualcosa che va oltre il tempo conosciuto, è una musica che viene prima e dopo, è una musica che il tempo lo reinventa, lo altera, lo modifica, lo asseconda e lo distrugge di volta in volta. Johnny fa mille ragionamenti su come poter afferrare il tempo, tenerlo tra le mani, la possibilità di averne di più e subito dopo quella di non averne affatto, di non volerne, di non sapere che farsene. Johnny è quando suona, è un genio, ma anche di quello poco gli importa, o meglio gli importa per poco tempo in un tempo sconosciuto agli altri, dove la sua musica può, dove la sua musica sa.

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Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre

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Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Edizioni Sur, 2015 (trad. di Federica Niola), € 16,00, ebook € 9,99

di Martina Mantovan

 

Tra le strade di Lima viene messa in scena la caleidoscopica commedia umana di un corpo sociale in trasformazione, diviso e ferito dalle marcate iniquità di ceto e da un inurbamento massiccio e dissociato da un parallelo processo di industrializzazione. Nella Lima degli anni Sessanta non c’è spazio per gli ultimi: l’ingranaggio sociale si alimenta delle miserie quotidiane, del sangue e del sudore dei sommersi che cercano di farsi salvati, di tenere alta la testa per non affogare in un mare di ingiustizia e folla.

E il cielo color cenere brucia lentamente, e diventa arancione, sopra le case vecchie e grigie al centro di Lima. A occidente si annuncia l’ora delle streghe. I volti bruni diventano color mattone scuro e quelli pallidi acquisiscono una magica tonalità rosata. E nella via stretta, fra i muri delle case, la folla neroviola avanza come un’onda, ritmica, spingendo, pregando, ammassandosi.

Nel giorno della processione del Signore dei miracoli, patrono del Perù, l’autore ci invita ad immergerci nelle vite di una famiglia, nella sua tragedia casalinga; nei piccoli grandi drammi personali, nelle fatiche e preoccupazioni, negli orgogli e nelle modeste meschinità: Don Lucho, padre e impiegato di banca, si oppone alle conseguenze di uno sfratto che reputa declassante, terrorizzato all’idea di veder scivolare la propria dignità tra la melma delle barriadas di periferia. I capitoli scandiscono le dodici ore entro cui si svolgono gli avvenimenti: la frenetica corsa di Don Lucho; la preghiera della madre, angelo del focolare e di un’economia domestica divenuta sistematica lotta per la sopravvivenza; le miopi illusioni della figlia Bety circa la possibilità di una scalata sociale attraverso il proprio corpo; l’insofferenza e imminente deflagrazione di un figlio in cerca di riscatto attraverso un senso indefinito di rivolta. (altro…)

#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero

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Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero, Sur, 2016, trad. Teresa Ciuffoletti, € 16,50; ebook € 9,99

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Ripiegai il mio letto improvvisato, riposi asciugamano e maglietta nello zaino e mi trascinai fuori dal capanno e scoprii che il rumore sconosciuto altro non era che il fruscio delle pecore nell’erba, ma quelle scapparono via, perché le pecore sono abbastanza furbe da non fidarsi di nessuno, tantomeno di chi dorme nei capanni e ne rispunta fuori carponi, e io non potevo certo biasimarle perché anch’io sarei fuggita se fossi stata una pecora invece che me stessa, e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre.

Durante la lettura di Nessuno scompare davvero mi tornava spesso in mente, anzi si ripeteva e rimbalzava come una mantra, una frase di David Foster Wallace, da Infinity Jest (Einaudi, trad. Nesi, Giua, Villoresi) non perché Lacey mi ricordi il compianto Foster Wallace, ma perché quella frase è perfetta per descrivere Elyria, la protagonista del romanzo; la frase è questa: “Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.”

Elyria ha 28 anni, è sposata e vive a New York, un giorno senza dire niente a nessuno prende un volo per la Nuova Zelanda. Elyria ha un nucleo incrinato, ha dentro qualcosa che non va, uno squilibrio, una microfrattura, un solco interno che si allarga e poi si chiude, e poi si riallarga, o un bufalo, come lo chiama lei stessa, che spinge e la trascina via, e le fa respingere se stessa ancor prima del mondo. La protagonista di Lacey è perfetta per spiegare quel malessere che è quasi mai chiaro, nemmeno a chi di quel malessere è vittima. La cosa che non si spiega, la cosa che farebbe dire anche a chi ti conosce benissimo: “Se ne è andata, non lo avrei mai detto”. L’istante prima di andarsene via Elyria è sposata con un professore di matematica, lavora per la tv, non ha problemi economici, è figlia di una madre alcolizzata che ha l’aria di essere stata poco presente, una sorella adottiva che si è suicidata. La morte della sorella ha fatto sì che Elyria e suo marito si conoscessero e poi si amassero, anche lui ha una frattura interna, ma ci sono fratture e fratture.

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Una frase lunga un libro #32: Merrit Tierce, Carne viva

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Una frase lunga un libro #32: Merrit Tierce, Carne viva, Sur, 2015. Trad. di Martina Testa. € 16,50 ebook € 9,99

Nel cuore della notte vieni a infilarti nel mio letto. Mi metti un braccino sul petto e dici che hai paura che io muoia mentre dormo. Dico Non hai paura che muoia mentre sono sveglia? Quando sei sveglia ti posso tenere d’occhio, rispondi. No, non ha senso, dico io. Vuol dire che quando tu sei sveglia puoi tenermi d’occhio. No, mi spieghi, quando io dormo e tu sei sveglia sogno quello che stai facendo. Ma quando dormi non lo so mai.”

Il brano scelto per la rubrica sta nella seconda parte di Carne viva, il fortunato romanzo d’esordio di Merrit Tierce, premiata dalla National Book Foundation come uno dei cinque migliori scrittori americani sotto i trentacinque anni. Scelto perché Mary, protagonista e voce narrante, parla a sua figlia, ma le parla come se le stesse scrivendo e come scrive a lei così scrive a noi. È un brano molto tenero, uno dei pochi in un libro doloroso e duro. Scelto perché è uno di quei brani di scarto con la narrazione principale del romanzo che avviene quasi totalmente nella parte di vita di Mary in cui sua figlia (che vive col padre) non c’è. Scelto perché questo brano giustifica e, in un certo modo, salva il resto della storia e della vita di Mary, vediamo perché.

Siamo in Texas, Mary lavora come cameriera, prima in piccoli bistrot e successivamente nlla ristorazione di lusso, a Dallas. Il ristorante in cui lavora è un posto da cene carissime e da mance (sappiamo che per i camerieri negli Usa le mance sono tutto) con percentuali da brivido. Mary ha circa vent’anni ed è molto brava nel suo mestiere, brava soltanto in quello, lei crede, ed è quello che Tierce ci racconterà. Mary si butta via, fa sesso casuale, con chiunque, dovunque. Assume droghe prima e dopo i turni di lavoro. Non trova il piacere e nemmeno lo cerca, non si abbandona. Mary cerca – invece – il proprio dolore, lo genera, se lo autoinfligge. Lo trova, lo riconosce e in quel dolore si riconosce. Sa che la sua solitudine, il suo rimanere lontana dalla figlia, dal marito (un bravo ragazzo), sono scelte che rivendica – sbagliate o meno. Non è la vita che non fa sconti a Mary, è lei che non ne vuole. Tierce usa un linguaggio forte, diretto, impone anche al lettore una scelta, proponendogli una narrazione delle cose come stanno, raccontate per quello che sono, non c’è filtro. Il dolore è cupo e insopportabile, fisico. La dolcezza, quando arriva, proprio perché a quella sofferenza è connessa, commuove. Mary pare trovare la quiete, una sorta di pace nel dolore, il che è terribile, eppure è questo che accade.

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Alan Pauls – Storia dei capelli (recensione di Martino Baldi)

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Alan Pauls – Storia dei capelli , Sur, 2012, traduzione di Maria Nicola – €  15,00 – ebook € 9,99

Non c’è giorno che lui non pensi ai capelli. A tagliarli molto o poco, a tagliarli subito, a lasciarli crescere, a non tagliarli più, a farsi rapare a zero, a radersi la testa per sempre. La soluzione definitiva non esiste. È condannato a tornare incessantemente sulla questione. Sempre così, schiavo dei capelli, finché crepa, magari. E perfino dopo. Non ha forse letto che… che i capelli crescono anche… o erano le unghie?

Il magnifico Roberto Bolaño lo definì uno dei più grandi scrittori latinoamericani viventi e forse il motivo per cui Alan Pauls piaceva tanto a Bolaño è lo stesso Pauls a dircelo, parlando del grande scrittore cileno in una intervista rilasciata a Valerio Rosa, giornalista de l’Unità: “Credo che Bolaño sia riuscito a mettere insieme due tradizioni apparentemente incompatibili: quella selvaggia, spontanea, avventurosa, beatnik, alla Kerouac, con quella colta, letteraria e concettuale, alla Borges, recuperando una certa energia, propria degli anni 70, per renderla romantica. Ha trasformato la sconfitta del sogno rivoluzionario in un sogno poetico”. Sintesi poetica tra posizioni apparentemente inconciliabili, dunque: è questa la lezione di Bolaño, vero e proprio compimento della vocazione peculiare della letteratura sudamericana, con la sua capacità di tenere insieme fantasia e impegno, leggerezza e profondità, come forse nessun altra letteratura è mai riuscita a fare.
Proprio in questo solco si inserisce lo scrittore Pauls e, in particolare, la sua trilogia delle “storie” dedicata giustappunto agli anni 70: Storia del pianto, Storia dei capelli, Storia del denaro. Definita dallo stesso autore “trilogia della perdita” in un’intervista apparsa su “Il Manifesto” qualche anno fa (“direi che sono libri sulla perdita, su quanto c’è di irreversibile nella perdita”), la trilogia è stata composta tra il 2007 e il 2013. In Italia Fazi ha pubblicato il primo romanzo nel 2009, per poi lasciare il compito di concludere l’opera a Sur, casa editrice indipendente mai abbastanza celebrata per il magnifico lavoro che da anni ha intrapreso per la diffusione della letteratura ispanoamericana in Italia.

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