edizioni Smasher

l’irragionevole prova del nove (gc) – continua

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cari sventurati lettori,

dispiacemi per quanti di voi erano in attesa del gran finale, la nona di nove puntate di questo dialogone, e non lo dico gran dialogo ché potrebbe apparire autotributarmene una grandeur che non ha, che non ho,  ma non ci sarà qui di seguito nessun’altra puntata, e la davvero irragionevole ragione di ciò ella è che la ‘provoletta’, – cosí amo definirla tra amici, – verrà incartata a breve in un poco voluminoso volume dalla Smasher Edizioni.

Sette anni sono passati dalla prima stesura, e, –  a parte i sentiti ringraziamenti ad Anna Maria Curci, che con infinite grazia e pazienza ha postate le precedenti puntate, qui su poetarum, e a Giulia Carmen Fasolo, che leggendole ha follemente deciso di editarle in un tutt’uno, e sperando che sia al meno questa volta una “ragionevole follia”,  –  ripeto oggi la dedica che mi si scrisse allora:

“a f.c. e a fiornando questo gran minuto foglio o feuilletton”,

loro, miei compagnisegreti per sempre, sanno perché.

teqnofobico chiocciola @lias gc @lias giovanni campi

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure

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Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure

Segmenti & Controfigure di Antonio Scavone, raccolti in volume con precisa simmetria – ai tre Segmenti rispondono le tre Controfigure –  confermano un’antica intuizione che è divenuta saldo convincimento: il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla non comune capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

© Anna Maria Curci

Segmenti Tre

Gli ho fatto due figli, la coppia, una femmina e un maschio, ormai grandicelli, poi lui s’è preso la scuffia per la segretaria dell’amministrazione, una sciacquetta senz’arte né parte, mi ha lasciata, se n’è andato, mi passa quattrocento euro al mese, è tornato dalla madre, vecchia signora delle camelie ricca sfondata, lo vedo solo alla fine del mese quando mi dà i soldi per le necessità dei ragazzi.
Sono cresciuta con le canzoni di Ramazzotti, Zucchero e Jovanotti, poi quando mi sono accorta che erano aria fritta, non ho più sentito né radio né tivvù, anche perché sono stanca, non ho tempo e devo contenere le spese. Ho studiato ma senza raggiungere un diploma, ricamavo ma nessuno mi chiamava, ho fatto la ragazza del call-center ma non ero adatta, alla fine faccio la cassiera in un mini-market qui a Procida, e quando serve faccio anche la magazziniera, aiuto a scaricare, porto i conti e mi dànno trecento euro al mese in nero perché non possono, come si dice, mettermi a posto con i contributi. Lo so: è il ritratto della miseria ma non me lo sono dipinto io, me lo sono ritrovato, questo quadro asfittico e insensato.
Una volta lessi un libro, anzi mi bastò il titolo: “Infelicità senza desideri” di uno scrittore austriaco mi pare. “Ecco – mi dissi – questa è la storia della mia vita concentrata in tre parole” e più non lessi oltre, come dice Dante. E dire che mi piaceva studiare, sarei andata all’università ma la morte di mio padre costrinse mia madre a fare delle economie, a chiederci dei sacrifici e allora decisi che avrei sacrificato la mia istruzione perché capii che sarebbe stato molto difficile per me trovare un lavoro o una sistemazione come sognavo di trovarla da ragazza. Cosa sognavo da ragazza?  Di avere una vita mia, poi ti accorgi che la vita te la fanno gli altri.
Vivo in due stanze con servizi al secondo piano di una casarella dove vivono pure i padroni del mini-market, zì Giovanni e zì Lucia, ma non sono i miei zii, li chiamano tutti così, com’è abitudine approcciare i vecchi nelle piccole comunità o nelle località marinare. I miei ragazzi – tredici e undici anni – non mi dànno pensieri: hanno già capito di doversela sbrigare da soli, vanno bene a scuola, fanno qualche lavoretto a zì Lucia, mi aiutano come possono, e ci riescono, quando si tratta di imbandire la tavola, mettere la pentola sul fuoco, preparare il sugo, lessare la pasta, grattugiare il formaggio. Di che mi lamento, io che me la passo meglio di tante altre? Non mi lamento di niente, sono diventata saggia e disincantata, faccio tutto quello che devo fare, mi occupo poco di me – e a quarantadue anni è avvilente – ma riesco a tirare avanti: non mi pongo obiettivi e traguardi, per i ragazzi sì “But not for me”, come dice una bella canzone americana che ascoltai una volta da certi soldati della Nato che passarono un’estate a Procida. Devo tirare avanti, questo è lo scopo della mia vita adesso: tirare avanti e tirare avanti, come la ruota del mulino che gira all’infinito. La ruota, almeno, macina la farina mentre io sto macinando soltanto il tempo che passa sempre uguale. Ma una ragione ci deve pur essere se il tempo passa sempre uguale: almeno per me è un piccolo sollievo se le cose si ripetono sempre allo stesso modo, vuol dire che non sono intervenuti fattori destabilizzanti, come si dice, che tutto ha una sua naturale giustificazione. Ecco, se parlo di giustificazione, inevitabilmente mi lascio suggestionare dall’acquiescenza e dal fatalismo, ma è solo un momento: ho scoperto infatti di poter contare su certe risorse inimmaginabili fino a qualche anno fa e mi sono ritrovata un po’ più sicura, un po’ più consapevole dei miei mezzi. “I miei mezzi” non è un modo di dire, è un dato di fatto e ne sono cautamente orgogliosa.
In pratica, ho cominciato a mettere da parte tutti i soldi che potevo risparmiare ed ho accumulato una cospicua somma. Ho azzerato tutte le spese che non potevo sopportare: se compro degli abiti li compro per i ragazzi, così le scarpe, i libri, i quaderni; per me solo sigarette, come a dire che la mia vita la faccio andare in fumo. Ho imparato però che la vita non t’insegna nulla se non quando cominci a vederla da lontano, staccata da te, come se fosse la vita di un’altra persona, come se tu stessa fossi un’altra persona, perché è sempre più facile giudicare i comportamenti degli altri e magari suggerire dei consigli: giudicare i tuoi comportamenti è una libertà o una virtù che puoi permetterti solo quando hai finito il conto dei tuoi errori.
Me ne vengo su in camera, nella chiusura del pranzo, prendo il carillon che sta in cima all’armadio e tiro fuori dal sottofondo la busta che contiene la mia ricchezza.
Sono buoni postali e due mazzette di banconote: rileggo le intestazioni e l’importo dei buoni postali e conto e riconto le banconote delle mazzette. Se fosse per me, li spenderei tutti quei soldi ma appartengono a un’altra donna, una donna assennata che ha fatto tesoro dei suoi sacrifici e quindi mi limito a conteggiarli, apprezzando il denaro accumulato e la solerzia di chi lo ha accumulato.
Chi non ha molti soldi, o chi deve faticare tanto per averne pochi, questo fa quando riesce a conservarli: li conta e li riconta, li guarda, li scopre, li studia. Sarà una magra soddisfazione, è sicuramente una magra soddisfazione perché basta una spesa extra o un accidente di salute a farli svanire, però è una consolazione che ti risolleva, ti fa credere di essere utile, di essere ancora in corsa. Dove finisca poi questa corsa non lo so, come non lo sa e non vuole saperlo nessuno: si resta docilmente prigionieri di se stessi mentre i pensieri si fermano quando si osservano le ricchezze che non hai speso, o che non hai ancora speso.
Difatti non penso, non faccio progetti, non mi lascio andare a facili illusioni, non mi lascio prendere da estrosi desideri. Niente mi influenza e mi condiziona: sto dove devo stare e faccio le cose che devo fare.
Bussano alla porta e, senza aspettare che glielo permetta, entrano: è zì Giovanni. Faccio in tempo a riporre la busta nel sottofondo del carillon ma temo che se ne sarà accorto.
– Be’? E te ne stai qui con tutto quello che c’è da lavorare?!
– Me ne sto qui perché c’è la pausa-pranzo.
– E io pure quella ti pago.
– Sì, come no.
– E i tuoi figli dove stanno?
– Stanno facendo i compiti.
– E tu che stavi facendo? Stavi contando i soldi, scommetto. Ma fammeli vedere: quanti ne hai?
Zì Giovanni non vuole vedere i soldi, vuole vedere come sono fatta tra le gambe, vuole prendere quella che considera una preda facile, anzi legittima perché mi paga anche l’intervallo del pranzo e quindi ritiene di aver diritto a un godimento supplementare, un ulteriore beneficio.
Come sempre, per quanto attenta e diffidente, mi lascio sviare da me stessa, da quella me stessa instabile e velleitaria che dovrei mettere da parte, ma non sempre è possibile affidarsi alla lucidità della coscienza e alla presenza di spirito delle tue emozioni. Non posso salvare il carillon e salvare anche la mia incolumità, devo scegliere: o l’uno o l’altra. Sono momenti nei quali devi riflettere velocemente, sono porzioni di pensiero che ti chiedono di agire e non di pensare. Infilo il carillon sotto il materasso e sono pronta ad affrontarlo ma zì Giovanni si è già buttato addosso, mi ha sollevato la gonna e sta per sopraffarmi.
Quando succede questo, quando cioè comincia uno stupro, tutto è molto calmo e silenzioso: quei rumori che potrebbero suscitare allarmi sono deboli, mancano e purtroppo si affievoliscono anche quegli strepiti o sospiri affannosi che fanno percepire la gravità del momento, che farebbero intendere come una pausa tranquilla sia stata trasformata in un malevolo intermezzo. Tutto è sospeso, chiaro e netto ma bloccato come un evento che deve necessariamente compiersi e necessariamente presentarsi inevitabile.
È una lotta impari, acerba, convulsa: io che tento di respingere, di difendermi, di combattere e lui che non si fa respingere, non si fa attaccare, non si fa sconfiggere. Altre volte avevo notato lo sguardo maligno di zì Giovanni ma l’avevo sempre evitato, sottovalutandolo: stavolta mi ha beccata mentre mi trastullavo con la cassetta magica del mio tesoro nascosto, stavolta i tesori nascosti sono due e alimentano entrambi avidità, arbitrio, violenza. La lotta non è solo tra me e lui, è anche tra me e me: potrei soccombere e lasciare che tutto sia un episodio prevedibile, una maglia qualsiasi di una catena insignificante e difendere così, con questa occasionale sconfitta, i miei risparmi, oppure reagire con forza, come un animale accerchiato che raccoglie tutte le sue energie per rispondere alla cieca, senza vie d’uscita, su quanto gli viene inflitto.
Ed è lui a vincere, a bloccarmi la gola con una mano, a tirarmi a sé mentre il carillon cade a terra suonando, a tenermi bocconi e spingere là dove deve spingere, a rendermi innocua. I miei pensieri, articolati e inutili, si sono subito fermati, le mie idee non fanno vibrare il cervello: con la coda dell’occhio guardo il carillon a terra, le mazzette delle banconote e i buoni postali sparsi sul pavimento come frutti caduti da un albero prima del tempo, maturati in anticipo, scoperti, abbandonati, alla mercé di tutti.
Zì Giovanni – è strano che continui a chiamarlo ancora così – si rialza, si ricompone, raccatta le banconote e mi dice che li conserverà lui quei soldi, mi ordina di prepararmi per la riapertura del mini-market e scompare, come se nulla fosse successo.
In fondo cosa è successo?… Resto ancora in ginocchio sul letto e respiro lentamente per recuperare una riserva d’aria che mi è mancata, guardo il disegno della coperta, ne seguo il ghirigoro e mi sperdo in questi cerchi e in queste linee che s’intersecano per alludere a un significato che non c’è, che non mi serve. Raccolgo i buoni postali, li ripongo nel carillon e, camminando a quattro zampe, guardo in giro per cercare altre parti del mio tesoro ma non c’è nulla: quelle banconote che contavo con tanto rispetto e orgoglio non ci sono più. Alla fine mi alzo, me ne vado nel bagno, mi lavo, mi cambio la biancheria, mi riavvìo i capelli e mi vedo nello specchio, chiedendomi con gli occhi cosa farò o cosa potrò fare. Mi affaccio al finestrino del bagno, accendo una sigaretta e guardo il panorama che conosco a memoria: le scale di pietra, gli anfratti, i muri bianchi e rosa, rami di limone, ciuffi di basilico. Tutto è inerte nella controra, non c’è vento, immobile come in una cartolina.
Apro la porta della camera dei miei figli: stanno dormendo, i quaderni e i libri sono sul tavolo, i loro respiri sono dolcissimi e quieti e vorrei provare anch’io la stessa tranquillità. Non riesco a sentire la mia voce ma forse non voglio sentirla, non ho gridato quando avrei dovuto e non so che dire ora che dovrei parlare ma non so neanche con chi potrei farlo. Richiudo la porta della camera e scendo al mini-market, per riprendere il mio posto di lavoro.
Devo passare per la cucina e zì Lucia mi chiama: il borbottìo della moka è alla fine, la cuccuma è pronta con lo zucchero e le tazzine sono già sul vassoio di terracotta. “Prima il caffè” dice zì Lucia e mi invita a prendere una sedia e avvicinarmi al tavolo: mi guarda con quei suoi occhi cisposi, neri, lucenti e con sorriso sincero, dai denti sghembi, mentre versa dalla moka un rivolo di caffè trasparente, di un marrone annacquato, ma caldo e fumante come si conviene per svegliarsi dal sonno pomeridiano.
Mi siedo, sorseggio dalla tazzina e aspetto che sia zì Lucia a dirmi qualcosa, qualsiasi cosa: lei si gusta il suo caffè leggero, fa schioccare la lingua e dice che la settimana prossima comincerà un po’ di caldo. Un po’ di caldo, perché no? Tutto qui quello che mi dice zì Lucia ma era un pretesto per cominciare un po’ di conversazione, tanto per parlare un po’. Il fatto è che non mi vengono i pensieri e le parole, resto bloccata da quello che è successo di sopra e da quello che dovrei fare ora. Potrei telefonare ma non so a chi, potrei gridare o piangere ma non me ne viene voglia, potrei stare zitta e guardare le tazzine, il vassoio di terracotta, il tavolo, le mani rugose di zì Lucia che mi scuotono come se mi fossi incantata.
– Non vai a lavorare?
– Sì, certo.
– Guarda che tra poco arriva il carretto della pasta.
– Lo so.
– Magari ti fai aiutare dai ragazzi se hanno finito i compiti.
– Non c’è bisogno, ce la faccio da sola.
Mi alzo, prendo le tazzine, le sciacquo nel lavello, le ripongo sullo scolapiatti e mi aggiusto una ciocca dei capelli che m’è caduta sugli occhi. Usciamo dalla cucina, apriamo la porta che dà sul market quando avvertiamo un rantolo, un respiro tetro e affannoso e una voce che chiama Lucia.
Viene dalla sala da pranzo, quella voce, e zì Lucia si affretta ad aprire quella porta socchiusa e a soccorrere il marito che sta riverso sul divano con le mani che stringono sul cuore le mie banconote. Zì Lucia si spaventa, mi dice di chiamare aiuto e si appresta a rendersi utile come può: zì Giovanni guarda su al soffitto e scuote debolmente la testa, poi si accorge della nostra presenza, mi osserva come se fossi la causa del suo malore e continua a stringere le mie banconote fra le mani.
– Corri, presto, chiama il figlio del tabaccaio!
Il figlio del tabaccaio è medico e sta a Procida per assistere il padre malato ma io non corro, non vado a chiamare nessuno: sto riassaporando il gusto di quel caffè annacquato che si spande umoroso ora in bocca, come se soltanto adesso dovesse davvero destarmi da un torpore.
La voce di zì Lucia è straziata, le mani rugose provano a far rinvenire zì Giovanni, a massaggiargli il torace e le braccia finché, spaventata dalla circostanza, si libera del mio corpo che fa da ostacolo gettandomi da una parte e scappa via per chiamare il figlio del tabaccaio.
Zì Giovanni respira a fatica e mi guarda a fatica: mi avvicino e lui sta per dire qualcosa ma non riesce a parlare, si porta un dito sulle labbra come per chiedermi di stare zitta e io resto zitta. Vedo la mia mano che afferra le mie banconote ma non riesco a prenderle, zì Giovanni si oppone al mio tentativo: le sue mani sono diventate una morsa e stanno riducendo i miei soldi ad una poltiglia. Mi faccio forza e gli allargo le mani lentamente, riacciuffo le mie banconote stropicciate e mi accorgo che lui è spirato.
Nascondo le mie banconote nel reggiseno e mi allontano di qualche passo, guardando la faccia di zì Giovanni immobile e abbandonata sul divano, le mani ciondoloni, il torace irrigidito, i pantaloni che hanno ancora la zip a metà, con un alone intorno che non si può confondere.
Neanche ora mi vengono in mente parole o pensieri per darmi coraggio: mi fanno sentire viva e presente le banconote che ho recuperato, che si strusciano sulla mia pelle come foglie d’erba e quel sapore di caffè che forse non era così acquoso.
Torna zì Lucia col figlio del tabaccaio: il medico non può fare altro che dichiarare la morte di zì Giovanni e zì Lucia non può fare altro che piangere lamentandosi, schiaffeggiandosi per la pena di aver perso il marito, ripetendo in cantilena che “Stava così bene, stava così bene”.
La stanza, la casa e il market si riempiono di uomini e donne, vecchi e bambini: sono i vicini attirati dalle grida di zì Lucia e tutti domandano, soprattutto a me, come sia successa “questa cosa così brutta”. Non rispondo, non parlo, non partecipo. Zì Lucia mi ordina di chiudere il market e di non fare entrare altra gente: obbedisco e resto a guardia sull’uscio di quella che sarà la camera della veglia funebre.
Si presentano i miei ragazzi, hanno sentito il trambusto e le voci, li rassicuro e gli dico di tornare in camera e di aspettarmi. I ragazzi provano a sbirciare, a saperne di più ma poi se ne vanno con la promessa che stasera li porterò fuori, magari a mangiare una pizza. Ma anche la pizza è un pretesto e non mi distrae, non m’infonde sollievo e spensieratezza. Cominciano a formarsi nella coscienza immagini slegate tra di loro, che mi rimandano a un breve lasso di tempo, a quella situazione di un’ora fa, quando soggiacevo sotto il corpo di questo vecchio che si è tolto di mezzo dopo aver fatto di me quello che voleva. Cerco di metterle insieme, queste immagini, di considerarle unite le une alle altre, come parti indivisibili di un unico racconto ma non ci riesco, qualcosa mi impedisce di vederle e percepirle nella loro complessità, mi sfuggono, mi respingono come se non fossi stata io a subire quella violenza, o come se in realtà non avessi fatto altro che aspettarmela.
I vicini si dànno da fare: c’è chi avverte i figli del vecchio che lavorano a Napoli nei telefoni, chi si premura di allestire la stanza per la veglia, chi dispone le sedie per i visitatori, chi presenta il suo omaggio funebre con il solito pacchetto di zucchero e caffè. Il figlio del tabaccaio chiama il medico di famiglia per il certificato di morte e poi se ne va perché il padre, dice, sta più di là che di qua. Solo io resto ferma al mio posto come una statua e zì Lucia, tra le lacrime, si chiede e mi domanda “Hai visto che è successo?”, come se fosse vedova da sempre e non avesse fatto altro, anche lei, che di aspettare questo fatale appuntamento. Non rispondo, potrei dire di saperlo bene quel che è successo ma mi affosserebbe in una spirale di rancore e di spregiudicatezza, di intimità offesa e di coscienza maltrattata. Chi potrebbe capire i sentimenti che provo in questo momento? Non sono né sentimentali né convincenti: si sono bloccati, sono stati spezzati, come un capo di spago che venga tagliato troppo corto e non ne hai abbastanza per stringere un nodo.
Quando la stanza comincia a riempirsi di persone, di fiori, di voci, di condoglianze e occhi rossi, decido di uscire, di andare a prendere i miei figli, di raggranellare le banconote, di organizzare già da stasera quella che dovrà essere la mia nuova vita.
Passo la mano sulle banconote raggrinzite per stirarle, per farle tornare quelle che erano, segni di risparmi e rinunce mentre ora sembrano solo carta straccia. Le ripiego, le stendo, le comprimo: hanno perso la lucentezza e la morbidità che avevano ma almeno esistono e ancora alludono ai progetti cui le avevo assegnate. Dagli occhi mi spunta una lacrima e si inaridisce subito sul viso, come una stilla di linfa un po’ troppo calda in un ambiente freddo e inospitale. Mi guardo intorno, guardo il mio ambiente, il carillon spaccato, la scena che mi ha vista sconfitta e già mi vedo lontana e perduta ma è solo un momento, un attimo di abbandono che se ne va da sé, lasciandomi domande difficili da sostenere. Non posso restare ancora muta e senza idee, non posso fingere con me stessa e neanche consolarmi per darmi coraggio.
Dovrò trovarmi un’altra casa, dovrò sperare di trovare lavoro da qualche altra parte, dovrò dare fondamento e speranze a un’idea di futuro che finora mi aveva soggiogata nella dolce lusinga di dover ancora aspettare gli avvenimenti. Gli avvenimenti si sono presentati e ora tocca a me rispondere e replicare, tocca a me far diventare quel che è successo un momento sempre più piccolo della mia vita, fino a farlo svanire nel tempo e nella coscienza.
Dovrò fare tante cose per me e per i miei figli, dovrò tagliare un filo più lungo da quel gomitolo di spago e non per farne nodi ma per tenerlo pronto alle evenienze, per essere tranquilla e sicura di poter legare i pezzi scomposti della mia voglia di essere, più che di vivere.
I ragazzi sono pronti per uscire, preparati e acconciati come quando si va a passeggio: mi guardano compunti senza farmi domande e non si aspettano risposte per il carillon rotto, per la promessa della pizza, per l’incertezza che leggono sul mio volto. Sembrano due vecchietti pazienti e fiduciosi, disincantati personaggi fiabeschi, Hänsel e Gretel scampati senza saperlo e casualmente alle crudeltà dei grandi. Li prendo per mano e scendiamo giù da basso, passiamo davanti alla stanza della veglia, ci facciamo largo tra la folla dei visitatori e usciamo sulla strada camminando senza una meta, inebriati da una folata di vento che non ci scompone, non ci divide.
Dovrò cominciare senza ricominciare e dovrò dare il giusto nome alle cose che ho e a quelle che dovrò avere.
Dimenticavo, mi chiamo Costanza.

(da: Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Presentazione di Raffaele La Capria, Edizioni Smasher 2012, pp. 37-50)

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(Mi piacerebbe che Costanza leggesse La donna mancina dello stesso Peter Handke del quale ha letto il titolo, le tre parole: Infelicità senza desideri. Per “cominciare senza ricominciare”. amc)

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Antonio Scavone (Napoli, ’47) ha esordito nel 1975 sulla rivista “Nuovi argomenti”. Ha scritto per la RAI sceneggiature ed elaborazioni originali e, per il teatro, ha delineato i temi essenziali di una drammaturgia politico-realistica. È stato direttore artistico del Teatro Politecnico di Roma. Alcuni dei suoi testi sono stati pubblicati dalle riviste Sipario, Hystrio, Ridotto e, sul web, dai blog letterari La Dimora del tempo sospeso, La Poesia e lo Spirito, Nazione Indiana con racconti e schede critiche. Nel 2012 è stata pubblicata dalle Edizioni Smasher con una presentazione di Raffaele La Capria la raccolta di racconti Segmenti & Controfigure.

 

Inediti – di Luca Pizzolitto


Cinquanta poesie.

Da qui dove non c’è vento.

Scriverò
come Greg cinquanta poesie
per ogni paio di mutande che possiedo
comprerò
una valigia al mercato usato dei ricordi
e in un giorno d’ottobre

partirò

non lascerò tracce tra le foglie
brucerò il mio cuore
e tutto ciò che è stato
tutto ciò che ho desiderato.

Senza titolo.

Nella fotosintesi di sogni incomunicabili
nell’ossigeno nero di una camicia di forza
di stanze blindate, di urla, di carni strappate.

C’è una bambina sull’altalena, appesa all’albero del mio cuore.

Nessuno può far nulla
contro le sue paure
nere come serpi
nascoste in mezzo ai rovi,
orfano in esilio.

Sospesi ,attesi, arresi.

Profeti nella terra di mezzo
del tempo perduto
tra gl’inferi e il cielo
sospesi
attesi
arresi (mai)
moriremo di morte precaria
smarrirsi ogni notte
per poi ritrovarsi
rinascere al sole delle sei e cinquanta
e ancora morire, sul far della sera.
fari spenti nella nebbia
contromano, le strade di sempre inenarrabili
avversi a molteplici mai
caduti indecisi violenti
su sentieri abituali
affollati di gente
soli, gatti randagi
fame (mai sazi)
sete (mai paga)
vino e case di cartone
in riva al fiume in piena
mine antiuomo
sfracellano l’anima, non solo i corpi.

Fuochi nella notte
FUOCO AI C.I.E. ALLE GALERE!
brucia la carne nell’attesa
bruciano i campi Rom
(ma questo va bene va bene:
va bene?)
sassi dai cavalcavia dei partiti
a furor di popolo senza il popolo
acqua scorre verso il mare
noi siamo mare,
nascoste sirene nell’intestino
piaghe, cani a tre teste
divorano
viscere corrotte dal freddo
di alcool e mille sigarette ultralight
giovani in guerre colpiti al cuore
(morti, ancora)
il mio stato di grazia
è che provo dolore.
Mettimi dentro il cielo:
in qualche modo
lo racconterò.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980.
“Fra me e te c’è sempre un inverno” pubblicato con le Edizioni Smasher, Ed.2011.
Curatore della regione Piemonte per la ThaumaEdizioni.

Il suo blog personale:

http://www.laterradeicani.tumblr.com

Un sorriso per Natale

[Questo evento fa parte della “Smasher Fest” (Eventi sociali e culturali nel periodo natalizio, promossi dall’Associazione Smasher)!]

L’Associazione Smasher (con la partecipazione del suo gruppo editoriale Edizioni Smasher) e il progetto “La Casa del Sorriso”, sono lieti di annunciare quanto segue:

Tutti hanno diritto ad un sorriso ed è per questo che vogliamo regalarne tanti, a TUTTI I BAMBINI – DA 0 A 157 ANNI! – con una bellissima e TOTALMENTE GRATUITA iniziativa!

Invitiamo i vostri bambini a scrivere la loro letterina per Babbo Natale, indirizzandola all’Associazione Smasher e specificando il vostro indirizzo. OGNI LETTERINA RICEVERA’ UNA RISPOSTA, contenente un breve racconto che, speriamo, possa portarvi un grande sorriso e tanta gioia! Ci teniamo a ribadire che il tutto sarà per voi ASSOLUTAMENTE GRATUITO! Le Edizioni Smasher gestiranno autonomamente le spese di stampa e spedizione dei racconti, senza richiedere nulla né a voi, né a nessun altro!
Questo perché le Edizioni Smasher si occupano di editoria no profit con lo scopo di utilizzare i ricavati per reinvestirli in azioni di utilità sociale, a favore della collettività.

Riceverete, dunque, un racconto tra due che verranno scritti da Mari Cutugno e Valeria Vaccaro.

Qui di seguito vi indichiamo istruzioni più dettagliate e il link di riferimento per questo evento.

SCRIVETE LA VOSTRA LETTERA esprimendo i vostri desideri… E poi speditela in busta chiusa a:

Babbo Natale
c/o Associazione Smasher
Via Isonzo, 37/1 D int. 3
98051 Barcellona P.G. (ME)

Non dimenticate di scrivere il vostro indirizzo e i vostri recapiti. Vi assicuriamo che Babbo Natale risponderà a tutti, la cosa importante è non avere più di 157 anni… Potete anche inviargli i vostri disegni o le vostre fotografie! E speriamo che possa accontentare anche i vostri sogni!

Buon Natale piccoli dolci Amici!

 

Premio Letterario “Ulteriora Mirari” – II edizione

PREMIO LETTERARIO

ULTERIORA MIRARI

II Edizione

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Le Edizioni Smasher, il Gruppo Editoriale dell’Associazione Smasher, sono liete di annunciare l’istituzione della Seconda Edizione del Premio Letterario “Ulteriora mirari”.

Il premio è diviso in 4 sezioni

a) Monografie

b) Tripodi

c) Mosaici

d) Letteratura in fasce

Alla sezione Monografie possono partecipare per la poesia: poemi, raccolte poetiche; per la prosa: racconti, raccolte di racconti.

 

Alla sezione Tripodi – che intende aggregare (per comunione d’intenti, tematiche, cifre stilistiche, etc.) tre autori all’interno della stessa pubblicazione – possono partecipare per la poesia: poemetti e raccolte poetiche brevi; per la prosa: un racconto breve, raccolte di micro-racconti.

 

Alla sezione Mosaici (Antologia di prosa e poesia) possono partecipare da 1 a 5 componimenti per la poesia; da 1 a 3 micro-racconti per la prosa.

 

Alla sezione Letteratura in fasce possono partecipare per la poesia: poemi, raccolte poetiche; per la prosa: racconti, raccolte di racconti. La sezione è riservata ad “opere prime” e ad Autori che hanno all’attivo, al massimo, una sola pubblicazione monografica cartacea.

 

MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE AL CONCORSO

Il concorso si intende aperto a partire dal 30 novembre 2011.

Per poter partecipare al Premio “Ulteriora Mirari” bisogna prendere visione della versione integrale del bando, sottoscriverlo e scaricare la scheda di partecipazione dal sito http://www.edizionismasher.it. La scheda di partecipazione deve essere restituita firmata, per via postale alla Sede legale della Smasher o telematica (con firma digitalizzata), unitamente alla copia della ricevuta del versamento.

Possono partecipare al concorso solo testi inediti (vengono considerati editi solo i testi inseriti in pubblicazioni cartacee dotate di codice ISBN).

Si accettano testi pubblicati in rete o parzialmente editi su riviste. L’Autore si impegna a non inviare lo stesso testo ad altri concorsi fino alla comunicazione degli esiti.

 

I testi dovranno pervenire entro e non oltre il 15 febbraio 2012.

I testi dovranno essere inviati per sola via telematica, in allegato formato .doc, al seguente indirizzo di posta elettronica: rasoi@edizionismasher.it.

Nel corpo della e-mail dovranno essere inseriti dati anagrafici completi (nome, cognome, data di nascita, codice fiscale), recapiti postali, telefonici e elettronici.

 

Per la sezione MONOGRAFIE si raccomanda un limite indicativo massimo di 80 cartelle. Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.

 

Per la sezione TRIPODI si raccomanda un limite indicativo minimo di 15 cartelle e massimo di 25 cartelle. Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.

Per la sezione MOSAICI possono essere inviate da 1 a 5 poesie o da 1 a 3 micro-racconti per ogni Autore. Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.

 

Per la sezione LETTERATURA IN FASCE si raccomanda un limite indicativo massimo di 60 cartelle (sia per la poesia che per la prosa). Per la partecipazione a questa sezione è richiesto un contributo di euro 10 quale parziale copertura delle spese di segreteria.

È possibile partecipare a più sezioni.

In questo caso il contributo sarà di 18 euro per la partecipazione a due sezioni, di 25 euro per la partecipazione a tre sezioni e di 30 euro per la partecipazione a tutte le sezioni.

I versamenti possono avvenire con una delle seguenti modalità:

– Versamento su C/C postale N° 60540465 intestato a Carmen Fasolo

– Versamento su postpay 4023600572923250 intestata a Carmen Fasolo (C.F. – FSLCMN78R44A638V)

Causale: Concorso “Ulteriora mirari”

 

PREMI

I premi consistono nella pubblicazione di

N° 2 Monografie (una di prosa e una di poesia)

N° 1 volume della sezione “Tripodi”

N° 1 antologia per la sezione “Mosaici”

N°2 monografie della sezione “Letteratura in fasce”

Tutti i volumi verranno pubblicati nella Collana sperimentale Ulteriora Mirari diretta da Enzo Campi. La giuria si riserva di invalidare una o più sezioni (previa restituzione della quota di partecipazione) qualora non si raggiunga un numero di opere che possa garantire un’adeguata selezione.

La giuria si riserva la facoltà di inserire nell’antologia della sezione “Mosaici” estratti da opere finaliste delle altre sezioni ritenute meritevoli di pubblicazione.

 

ESITI

Gli esiti del concorso verranno comunicati pubblicamente entro il 30 marzo 2012 sul sito delle Edizioni Smasher e su altri canali telematici.

 

COMPOSIZIONE DELLA GIURIA

Marzia Alunni, Luca Ariano, Marzia Carocci, Natàlia Castaldi, Alessia Mocci, Silvia Molesini, Alessandra Pigliaru, Giulia Carmen Fasolo (Editore), Enzo Campi (Direttore di collana).

 

RECAPITI

 

Edizioni Smasher per l’Associazione Smasher

Sede Legale Via Isonzo, 37/1 D int. 3 – Sede Sociale Via Umberto I n. 110

98051 Barcellona Pozzo di Gotto (ME) – Tel. 090 2402043

http://www.edizionismasher.itsegreteria@edizionismasher.it

Cod. fisc. 90011620839 – P. IVA 03126980832

 

Il Presidente

Carmen Fasolo

 

Il Direttore di Collana

Enzo Campi

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ESITI DELLA PRIMA EDIZIONE

 

MONOGRAFIE PROSA

Roberto Ranieri, Terapie a rischio

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MONOGRAFIE POESIA

Enrico De Lea, Dall’intramata tessitura

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TRIPODI POESIA

Sergio Pasquandrea, Parole agli assenti

Patrizia Dughero, Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi, Asfissia

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MOSAICI

Testi di Silvia Rosa, Ermanno Guantini, Tiziana Tius, Ada Gomez Serito, Martina Campi, Valentina Gaglione, Cristina Bove, Doris E. Bragagnini, Meth Sambiase, Sebastiano A. Patanè, Ivan Fassio, Roberto Ranieri, Fernando Della Posta, Gianluca Corbellini, Antonio Maggio.

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La versione integrale del bando e la scheda di partecipazione si possono scaricare qui

http://www.edizionismasher.it/eventi/premioulterioramirari2.html

[novità editoriali] Esilio di voce – di Francesco Marotta – con nota critica di Enzo Campi (post di natàlia castaldi)

cliccando sulla copertina si accede al sito delle ed. Smasher da cui è possibile ordinare il libro

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Enzo Campi

Indecidibili sequenze del sempre

(Appunti su Esilio di voce

di Francesco Marotta)

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1. La catena patemica. Il tempo.

 

I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni. Qui si tratta di comprendere l’essenza di un percorso, la natura dell’erranza in cui l’io-particolare cerca di instaurare un rapporto con l’io-universale, o meglio cerca di presentarsi – magari omettendo il suo nome proprio – all’universale per carpirne i segreti e ridefinirsi, ma anche per dileguarsi e sparire. La presentazione di sé è una venuta, è un impadronirsi del luogo. Aver-luogo nel luogo è «venire in presenza». Questo è quello che potrebbe risultare ovvio. Ma anche mettere l’assenza «in presenza» potrebbe entrare a far parte della categoria della «venuta». Cerchiamo di capirci: l’erranza è costituita in egual misura dal qui-agisce e dal qui-giace, non solo dal movimento ma anche dall’inerzia, non solo dal transito ma anche dall’attesa. Marotta, spesso, sembra chiedere tempo al tempo

visitazioni di parole nel tempo  

immaginando cosa nascondono  

di gesti incompiuti le mani  

pietrificate senza lume  

quanta l’incuria  

in calce ai suoni  

ripetuti in forme di abbandono  

fino a scoprire il labbro  

dove ripara un grido  

scampato alle carte della sera  

una dimora d’ombre e fortuna  

in cui si recitano pensieri  

a una corolla il sillabario delle api  

udito alla foce del respiro

Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro. In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo. Come già detto ci troviamo in presenza di affezioni e di passioni. La cosiddetta catena patemica non si esaurisce nel portarsi in fuori, ma si concede il lusso di programmare il percorso in vista di un ritorno non tanto al sé quanto a un qualcosa che ha preceduto l’esistenza di quel sé, un qualcosa che potrebbe essere definito in vari e svariati modi: nulla, origine, chaos (ma ognuna di queste definizioni apre un infinito ventaglio di accezioni), tanto per abbozzare solo tre terminologie.

2. L’avvento della sabbia. La cancellazione.


Alle sette ricorrenze che formano la nostra summa aggiungeremo adesso un ottavo termine, un elemento oserei dire essenziale per avvicinarsi a questa poetica: la sabbia.

impressioni di sabbia nell’annuncio  

labiale arrecato dal vento  

s’inclina disperso per legge d’isole  

e cielo un vapore dettato da tante storie  

sfigura a brani il percorso dell’occhio

più spesso il corpo di una parola  

porosa che esplode

sanguinante nella mano

Se scrivo sulla sabbia una frase e poi vi cammino sopra, le orme dei miei piedi cancelleranno quella frase. La cancellazione non sarà totale e le orme, mescolandosi a ciò che resta della scrittura, daranno vita a un qualcosa d’informe, privo cioè di una forma specifica e riconoscibile, ma allo stesso tempo depositaria di più forme. In quest’ottica l’informe diviene informale. Svela o comunque lascia ad intendere una molteplicità di fondo che è strettamente riconducibile a quelle tre definizioni che abbiamo abbozzato poco più indietro: nulla, chaos e origine. Ed è all’interno di questa morphé informale che le isotopie marottiane ci fanno comprendere che qualsiasi sentimento d’appartenenza non può prescindere da una sorta di disappropriazione. Così all’interno della catena patemica ogni oggetto diventa soggetto, viene cioè dotato di anima propria. E Marotta, scusate l’iperbole, si fa portavoce della loro voce. Non è raro che nei suoi dettati ci si ponga all’ascolto della voce di una pietra, di una duna, di un’acqua che fluisce, di un fuoco, ecc. Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia. In questa pluralità di voci, nonostante l’infinita propagazione di echi e di risonanze,  vive una sorta di esilio. Perché? Forse perché la ricerca marottiana verte non solo sulla disseminazione di tracce ma, anche e soprattutto, sulla loro cancellazione. Non a caso ho fatto l’esempio della scrittura sulla sabbia che è, a tutti gli effetti, prima una cancellazione meta-poetica e poi una cancellazione metafisica. Cosa si intende qui per cancellazione?

Bisognerebbe che fosse lo stesso Marotta a rispondere (o a riproporre, in termini altri, l’interrogazione). Noi possiamo abbozzare la possibilità che ci si rivolga al nulla da cui si proviene, a un inizio che prefiguri quei processi che andremo a definire come «spartizioni» e «spaziamenti».

all’inizio è una forma d’onda  

una cresta aerea che si offre  

alla spartizione del moto poi  

il caso che si libera tra ipotesi  

ed evento forse la lettera finale  

di un ricordo una vela che si oscura  

negli specchi franati di ieri  

in cambio di un accordo muto

di una lenta consunzione

senza cenere

Evidenziamo almeno due elementi: la “spartizione del moto” che genera tutti gli spaziamenti a venire, e la “lettera finale”, la parola ultima, quella parola che non sarà mai trovata, non alla fine almeno, ma solo nell’«ipotesi» di un nuovo e rinnovato inizio: l’arco arcuato (“forma d’onda”, “cresta aerea”) ove rendere precario il proprio equilibrio. Non la parola ultima quindi ma, forse, la traccia che dissolvendosi ne conserverà la memoria. Siffatta traccia,  sia incoativa che terminativa, è  effimera. Si consegna all’erranza non per sparire del tutto, ma per rinnovarsi, per risorgere dalla sua stessa cancellazione.

3. Fuoco. Cenere. Licura.


Una significativa ricorrenza che certifica il lavoro sulla cancellazione è riscontrabile in un termine che andiamo ad aggiungere al nostro palinsesto patemico: fuoco.

Il carattere fortemente isotopico della poetica marottiana implica la correlazione semantica dei vari elementi e offre la possibilità di una decodificazione lungo una linea (magari non retta, ma pedissequamente e lucidamente smussata) sulla quale l’erranza dell’autore non preclude l’erranza del lettore. Sia l’asse paradigmatico che quello sintagmatico condividono lo stesso spazio, anzi sembrano spaziarsi. Creano come dei buchi, aggiungono spazialità allo spazio, si declinano anche attraverso effrazioni il cui compito principale è quello di rischiare il continuo rinnovarsi di una delle aporie più ricorrenti e significative: luce / buio.

cammina pensando una deriva  

la corrente paziente delle ombre  

il suono che trascorre  

inascoltato  

alle tue spalle immagina  

con quale lingua il deserto  

racconta la piaga dove premeva  

la lama della luce il varco

dove precipita il respiro

di una terra libera dal dolore  

del nome

“La corrente paziente delle ombre” e “la lama della luce” sono qui proposizioni oppositive ma  semanticamente equivalenti perché concorrono alla spartizione e allo spaziamento di un concetto. Ho scelto questa occorrenza perché si confà anche a quanto appena accennato sui buchi e sulle effrazioni : “con quale lingua il deserto / racconta la piaga” ; “il varco / dove precipita il respiro” (ma, naturalmente, le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio in tutti i dettati che compongono questa raccolta).

La ricorrenza del fuoco è pressoché lampante: “in lente forme d’incendio” – “per essere ancora fuoco / sotto il foglio che regge il giorno” – “un fuoco che nell’inguine s’accende / come il faro di guardia / a un mare deserto”. E possiamo leggere ancora di un “ritmo del fuoco”, di una “cera bruciata”, della “superficie di una fiamma”, di “fuochi di caduta”.

Ma, al di là delle occorrenze, ciò che vorrei sottolineare è che se il fuoco è luce, la cenere che ad esso sopravvive potrebbe essere considerata come l’elemento che ne certifica la cancellazione. Una doppia cancellazione: il fuoco che distrugge e il fuoco che viene distrutto.

È forse questo il compito della luce?

C’è sempre un dare / ricevere, un agire / subire.

Per dirlo alla Nancy la cenere rappresenta il qui giace del fuoco. Ma è anche vero che in quel qui giace ristagna, solo apparentemente allettata, la possibilità di reiterare il misfatto.

La cenere, come residuo del fuoco originario (della scrittura originaria?), può essere usata come elemento per tracciare una nuova scrittura. Non si tratta di una fenice che rinasce dalle sue ceneri, ma di una fenice che usa le sue stesse ceneri per riscrivere e rinnovare il suo verbo. Un inusitato verbo di cenere destinato, per la sua stessa natura effimera, all’evanescenza, un verbo conscio del fatto che la sua traccia sarà comunque sottoposta a un’ulteriore cancellazione. Sembrerebbe un gioco senza fine, ma la chiave non è il gioco bensì il senza-fine in cui sfinirsi nella riproposizione  – ad aeternum –  dell’interrogazione.

A questo punto bisogna introdurre anche il procedimento della «licura». Cos’è la licura?

Nell’antica Roma si cancellava uno scritto coprendolo con uno strato di cera, per poi riscrivervi sopra (una sorta di gesto della cancellazione dei codici, dei segni, delle rivelazioni che metteva al bando lo scritto originario per favorire la diffusione del nuovo scritto).

In poche parole: cancellare per riplasmare.

E quella “cera bruciata” di cui si è appena accennato non è forse riconducibile anche a questo?

4. Il bianco. Buchi di luce. Sovrascritture.


Jabés: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.

Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi. Cos’è che accade?

Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.

È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura. La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.

È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. Questo è l’accadimento che si consegna, lucidamente, all’inevitabilità di un punto d’arrivo che non potrà mai essere identificato e quantificato.

5. L’erranza. Il dono.


Qui si tratta di certificare l’urgenza dell’erranza e di riproporre un’interrogazione sempre ultima ma mai definitiva. Una poetica fortemente escatologica, ma allo stesso tempo incoativa. L’ennesima aporia da disseminare. Un’aporia fortemente correlata al tempo e ai tempi in cui produrre transiti ed effrazioni.

Questa poetica difatti non può permettersi il lusso di adagiarsi sugli allori della consueta tripartizione del tempo (passato-presente-futuro).

Non c’è un inizio che non sia ri-cominciamento, non c’è una fine che non si ri-configuri nel senza-fine, non c’è un durante che non si presti ad essere ri-attraversato. L’erranza è pressoché continua ed è condizione necessaria anche per il fluire del tempo.

Sembra quasi che sia lo stesso tempo ad adattarsi al fluire di questa poetica, che tenda cioè a ri-modellarsi sulla base degli elementi che Marotta mette al lavoro.

Questo è forse il dono più importante e pregnante: donare tempo al tempo.

Il tempo nuovo di Marotta è un dono per il tempo precostituito, un presente nel presente, lo è “adesso”, in quell’immediato in cui la scrittura si manifesta, e lo sarà in futuro nella sovrascrittura conseguente alla licura dei testi dell’adesso, e tutto questo sempre all’insegna dell’effrazione, in nome di quell’urgenza che non può esimersi di produrre tagli, incisioni, squarci, di scavare e di aprirsi dei varchi.

solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

In questo dare/prendere c’è tutta l’apologia del poeta che si priva del suo tempo per donarlo al tempo, o meglio ancora per donarlo al tempo della scrittura e del libro.

6. Femminile-Maschile. Il deserto. Il libro.


“La” scrittura e “il“ libro, una disseminazione al femminile in un «corpo» al maschile. Sulla falsariga delle «ricorrenze» che caratterizzano la poetica marottiana penso, come già accennato, alla cenere («la» cenere) e al fuoco («il» fuoco). Entrambi gli elementi vivono in una sorta di corrispondenza biunivoca, in un regime di co-appartenenza; sembra quasi che ognuno dei due serva l’altro. Se il fuoco si fa tramite per la cancellazione, la cenere (le reste, il resto del tempo che fu, che è stato) non si limita solo a tramandarne il ricordo, ma si fa portavoce di una sorta di resurrezione.

Jabès: “Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione!”

Spetta alla cenere, in quanto residuo di ciò che fu, il compito di ri-pervertirsi in fuoco, di riscrivere cioè “il fuoco della creazione”, di ri-celebrare il chaos, lavico e sorgivo, da cui la poetica marottiana è destinata e a cui, nella sua erranza circolare, si destina.

Ma il libro è anche luogo del deserto e la cenere che si perverte in fuoco è la luce che lo investe.

Una luce al nero, una luce che accade, che dissemina simultaneamente fuoco e cenere, che non può concedersi il lusso della sola armonia, che è originariamente portata a disseminare e a far parlare l’esilio dei buchi che la contraddistinguono.

Difatti, in questo Esilio di voce, c’è una certa tendenza a evidenziare gli strappi e le strozzature. Gli enjambements si moltiplicano corposi, non tanto per vanificare un’armonia e una musicalità (che comunque persistono e resistono) ma, forse, per far scendere in campo l’impossibilità di un percorso che sia lineare. Si potrebbe parlare di un’erranza claudicante, fortemente aporetica, caratterizzata da un’indecidibilità di fondo che consente ad ogni singolo passo di interrogarsi in sé prima di esportare verso il fuori il contagio dell’interrogazione.

7. Spartizioni. Spaziamenti


Abbiamo parlato più volte di «spartizione» e di «spaziamento». Questi due termini rappresentano due accezioni del francese partage che viene generalmente tradotto con «condivisione».

Jabès, in apertura de Il libro della condivisione (Le livre du partage), dichiara:

“Molto presto mi sono trovato di fronte all’incomprensibile, all’impensabile, alla morte. Da quell’istante ho capito che niente quaggiù si poteva condividere perché niente ci appartiene…

C’è una parola in noi più forte di tutte le altre – più personale anche. Parola di solitudine e di certezza, così nascosta nella notte che a malapena è udibile da se stessa. Parola di diniego ma, al contempo, del coinvolgimento assoluto. Parola che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame. Questa parola non si condivide. Si immola.”.

Ora, se è lo stesso Jabès a dirci che non tutto può essere condiviso, non ci resta che agire per propagazioni ed estendere le accezioni di quel partage alla «spartizione» e allo «spaziamento».

La poetica di Marotta non cerca solo la prossimità e il contatto tra l’uomo-soggetto e l’oggetto-soggetto, ma cerca anche di mettere a nudo uno scarto, ovvero il dispiegamento degli scarti che intercorrono tra due soggetti: quello che si presuppone pensante e agente e quello che si presuppone invece privo d’anima e inerte. In questa messa a nudo persiste comunque una volontà di condivisione che implica una «spartizione», ed è per questa ragione che il dispiegamento degli scarti produce uno «spaziamento». In questo spartirsi e spaziarsi Marotta crea i suoi buchi, apre i suoi squarci, mette al lavoro le sue lame e comincia a scavare nel cuore degli oggetti-soggetti con cui si rapporta. C’è quindi un doppio movimento di estroiezione verso l’altro e di inframissione nell’altro. Un movimento che si declina ulteriormente perché quell’inframissione nell’altro serve per ritornare al sé e per innestarvi i segni e le tracce accumulate nell’erranza.

8. La lettera finale

Vorrei chiudere riproponendo quella che Marotta definisce “la lettera finale” per metterla sullo stesso piano di quella  che Jabès definisce “parola in noi più forte di tutte le altre”. Entrambe, in un certo senso, non possono essere condivise. Possono solo spartirsi e spaziarsi. Possono solo immolarsi al loro destino di luce. Possono solo consegnarsi alla «venuta in presenza» della cancellazione.

(Enzo Campi – Reggio Emilia –

prima stesura Febbraio 2010 – ultima revisione Ottobre 2011)

AAVV – Fragmenta

cliccando sulla copertina si apre il collegamento al sito delle Ed. Smasher tramite cui potrete ordinare il libro

 

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Antologia di prosa e poesia

Testi di

Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Martina Campi, Gianluca Corbellini, Ivan Fassio, Valentina Gaglione, Ermanno Guantini, Antonio Maggio, Sebastiano A. Patanè, Fernando Della Posta, Roberto Ranieri, Silvia Rosa, Meth Sambiase, Ada Gomez Serito, Tiziana Tius

 

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Selezione testi

 

Ada Gomez Serito

 

era nero e mettevo garze sul viso,

erano lente processioni di addio,

la mia preghiera era barocca e la sabbia

era marmo rosso di Francia,

il mio ventre marciva,

il respiro martellava il muscolo del cuore

rimbalzando sugli organi con rumore acuto in contro fase,

il vuoto rantolava nel sottoscala,

la punta delle dita mi si apriva in ragadi

e la notte riceveva le grida di memorie impazzite

 

*

Cristina Bove

MI HANNO DETTO DI OFELIA

Voci di corridoio (locuzione scontata)
eppure dice
che l’oggetto ci sembra in dedicato
verbale
allora qui domando se qualcuno
l’ha vista nello scorrere del fiume
o dormire
o morire
o l’uncino di un albero di acacia
l’abbia trafitta in salvo

a me pareva
d’averla tra-lasciata
a tra-spirare in vasi di cantina

Nel dilemma
mi annebbio e mi dibatto
considerato che
se sono matto, se racimolo aut-aut
dalle rovine
di un castello di carte (Elsinore, sapete,
è un luogo scritto) niente di fatto
non sono più sicuro del mio nome
e dell’Ofelia
ho perso ogni contatto. Mi darete notizie?
Mi farete sapere se son morto?..

vostro
Amleto

*

Ermanno Guantini

[…]

sfioro il mondo con la forza di andare avanti. dovevo dirti che non avevo decenza per esplorare la luce della notte. ora siamo qui ora non siamo altrove. non puoi dire di no. non possiamo avere il coraggio di tornare indietro su queste forze sfrenate. farci ritornare al punto da cui avevamo avuto l’idea lasciarci partire. e penetrare ancora la freddezza. provo a trascrivere le cifre incerte. ci dilunghiamo sulla necessità della notte. ci sforziamo di mantenere il sorriso nella coscienza della corrente. non conosciamo altra strada che la confessione. per onde e stringhe. non abbiamo niente da dirci poi che le nostre facce. non posso dirti niente. non possiamo lasciarci altro che una mutua offerta di pudore. non importa la presunzione della morte. abbiamo perso la parte più mesta di noi. forse abbiamo sentito che non potevamo avere altro. e questo ci poteva anche bastare. non avevamo velocità per raggiungere l’odio migliore dei mercenari. avevamo lacrime per la pelle. e ci bastava il silenzio. il freddo ci punge fino a fare scomparire il rimorso. non avevamo voglia di risalire piano la corrente. non avevamo voglia di  dare credito alle parabole. abbiamo scelto di andare avanti. e indietro. e far finta di andare avanti. di procrastinare ancora la concessione del fondale. forza sorridi al viatico. forza sorridi ai rimasugli del pane. forza sorridi. abbiamo deciso di modulare la sconfitta nei toni più freddi della decenza. nel pulviscolo appaiono anfratti sull’asfalto bagnato. odori, cretti in una spirale di perseveranza. dà un’ odore ipnotico questa pioggia. odore ipnotico il baratro. e batte il fiume grigio senza fermare il corso delle attese. non possiamo dirci niente ora.

[…]

*

Ivan Fassio

Presente già passato

Se fosse destinato

Lo sarebbe al distaccato dalla sorte,

All’esiliato in ogni luogo

Della terra e della mente.

Libro canto spettacolo,

Questo gesto spezzato

Appena comprendiamo:

Che davvero non sia mai finita

Per chi è ferito a morte

Per chi è segnato a vita!

La tragedia a ripetizione

Di vivere in contraddizione

È categoria ampia, tetra,

Forse infinita, ognuno può rientrare.

Eppure fai un passo indietro

Mentre mi ascolti: di certo

Non risulti nell’elenco, non sei invitato,

A te, proprio a te,

Questo verso non è dedicato!

 

*

Roberto Ranieri

Coda (A capo)

 

La coda non rende giustizia

al tuo ricettario infinito

di regole, pia liquirizia

di forme che non ho capito

ma sciolgo fra labbra e palato

sfidando l’astuzia del nero

a estinguere il moto e lo stato

dal tu reo confesso del vero.

Amore, che a nullo tuo amato

rifiuti mai la prefazione

in calce, carteggio avariato

di bocche riaperte a tuo nome

e subito chiuse, nadir

e zenit d’ogni convenzione

di pappe, già dolce dormire

di maggio, bidet al cortisone…

*

Tiziana Tius


Se fosse che un cappello in testa

portasse fortuna ai pensieri

ne spargerei vagoni

sopra le teste che nuotano

in un mare di niente

 

*

 

Il volto mira al cuore

un solo palpito

a percorrere

l’arsura del labbro

che cede al tormento

delle parole

(A Paul Celan)

 

 

*

 

Silvia Rosa


Imperfetto modo indicativo d(ell)’essere [parola]

 

era il nostro segreto
linguaggio -non era niente-
era quella parola che mi hai insegnato
e non pronunciavo -disubbidiente-
poi una volta, che non ti ricordi, certo,
ho detto, tenendola in bocca
come una caramella un boccone che scotta,
in fretta (ma sembrava l e n t a m e n t e)

era quella parola che ti ho insegnato
non ti ricordi ora, ma un tempo
la ripetevi sempre –un codice– (di voglie)
era la tua parola (come) –un ordine
il filo di lettere intorno a un baco
che moriva (un istante) indossando
ali di virgole, cambiando rauco il verso
dell’orizzonte e ancora e stanco

era il nostro segreto
linguaggio che hai (ab)usato
in una piazza nel vuoto di voci -altre-
dove chiunque che parla, parla il nostro linguaggio
che non era segreto, era qualunque
una lingua che reciti quando ti serve,
quando non sapevi che fartene
del silenzio perfetto della mia pelle

era la tua parola una puttana
di quelle così tristi e vecchie e sfatte
che t’innamorano di compassione
era la mia parola un’occasione
di trasformarla in madre in casa
in un Amore che non snudi di racconto,
non era che d’inchiostro lieve un apostrofo -per te-
la pausa -per me- che accoglieva il mio vo(l)to

era il tuo nome teso increspato in un soffio
che ricadeva a metà, al vertice
di quel nostro discorso (se mi arrendevo
al sapore più dolce della tua grammatica)
era il mio nome per intero che non dicevi
che qualche volta e pareva la prima
che fosse detto, come l’avessi inventato tu
per il gusto di possederlo -uno fra tanti, troppi-

era il nostro segreto linguaggio, era quella parola,
era il tuo nome era il mio, era la nostra storia
una trama qualsiasi, che non era neppure
qualsiasi una bugia -non era niente-
era la tua solitudine al culmine in un grumo d’assenze
era il mio pianto sottile di primavera una pioggia
vergine che si espone alla faccia del sole e
attraversa muta l’eclisse di ogni abbandono

è l’alfabeto con cui dirmi daccapo -sola-,

(ma) l i b e r a finalmente
[e se anche ti penso e ti voglio e ti cerco

e non ti penso e non ti voglio e non –è NO-]

*

Valentina Gaglione


Storia di versi 2 (Noi che ce la raccontiamo)
Raccontarsi una marcia in più
con un accendisigari tra le dita
darsi un tono da eremita
sfoltire gli anni alla richiesta,
tecnica fine di difesa

mista a speranza

puro inganno
Che possa ancora accadere?
Cosa?
Qualunque
Raccontarsi una marcia in più
diventa nascondiglio
di periodi infecondi e muti
istigazione a delinquere
per la forza del sorriso

Unghie di donne lungo le piante dei piedi
e tu non senti niente
Unghie di donna sull’anima di un principe
e tu piangi
Eri più forte da bambino
quando sparavi alle ombre
e i panni stesi erano giganti forti

Eppure ti muovi come caricatura
trovi il punto
in cui perdere o rubare soluzioni
per evadere nell’abbraccio di nuvole feconde.

 

*

Gianluca Corbellini

I tetti di Teheran

meglio tagliare i dubbi di traverso
e nel mezzo, il richiamo delle promesse
che si sciolgono fin da subito
come a perseverare la pioggia tra le mani
di chi afferra nodi sulla seta.

dopo tutto non solo per morire, scrivere
nelle striature della salsedine
senza lasciare tracce sulla pelle
mentre le vene scoppiano, di libertà
pagate al prezzo della luna

la mano tesa nel buco a cercare
un letto di chiodi, come verticale sui rimpianti
che a caderci sopra ti fottono le membra
ma è la testa a rimanere sverginata

troppe volte in quel corridoio buio
a cercare un appiglio, il ritratto di un muro
e il vinile che ricorda gli anni settanta
nei tetti di Teheran, dove si cadeva presto
e bisognava pagarsi pure le pallottole

non mi fido di te
di chi mi racconta solo del passato
perché il domani sembra muto
come un figlio bastardo, rinchiuso
senza neanche un letamaio per dormire
costretto a vederti nascere ogni anno
ed ogni anno a lasciarti andare.

*

Sebastiano A. Patanè


e queste mani che si estendono fino agli occhi      

e queste mani che si estendono fino agli occhi

questo delirio di carne che insinui umido ai lati della lingua

non risolve l’alba e non decide l’ora delle fate

se solo un fenicottero nella pozzanghera

può fermare il tempo

comprendere le coincidenze

soffocherebbe certe mutevolezze

ma si appiattirebbero le dune lungo i vecchi confini

ah! si vedono ancora in basso, allegrezze senza curve

spie avariate di metafore secche nelle controparole

sopravvivere poesia per poi morire appena sillaba

nell’incompiuta mai cominciata mentre una sfacciata clivia

non nasconde la sua bellezza…

*

Fernando Della Posta


La carne

Ho sempre domandato al sensale

o al maestro di cerimonie,

una storia che arda come

due fiammelle in un solo fuoco

sotto i colpi del vento

e le folate calde di passione.

Nelle stanze chiuse, riempire il tempo

con gli aliti delle lingue rosse

e saturarla, l’aria,

dei suoni e dei pensieri

di chi dimentica il mondo

e lo ricrea

nelle efelidi innocenti

di chi è amato e ricambiato

seppur fugacemente.

Sugli spuntoni di un letto soffice,

sorridere e divertirsi

è il minimo concesso;

dimenticare gli affanni

desiderando l’attimo infinito

è l’egoismo dei sensi

sacrificato al patto

suggellato dall’affetto:

è condividere il bisogno

di annientarsi e di fuggire:

è il confessarsi schiavi

dell’inganno del piacere

che è del mondo

la linfa imperitura.

 

*

 

Antonio Maggio


[…]

Lunedì  mattina. Lei è lì, col suo bagaglio di gioie e stanchezze, con quella giovane freschezza così fragile, così disarmante. Le otto. Come sempre, l’ora dell’incontro, ma chi la ha mai veramente incontrata? Lei giunge quando io arrivo, due treni diversi, due destinazioni opposte; una barriera di sogni ed emozioni che si interrompe per pochi minuti, il tempo di uno sguardo, di un impercettibile saluto, di un addio…

La stessa stazione, come ogni giorno, sporca e logora, stantia, stufa di accogliere sempre le solite persone, immagini di un passato e di un futuro già dimenticati. Le stesse movenze, gli stessi  gesti, emblema di un’abitudine stanca e invincibile.

Poi c’è lei. Come tutti, stanca, pallida ma con dolcezza, triste eppure volitiva, diversa, nuova anche nel ripetersi, nell’occupare la sua sedia, nell’aprire il suo libro.

Le otto e due. Un fischio dalla stazione annuncia l’imminente partenza del “suo” treno. Ed ecco che mi guarda. Mi osserva per pochi ma intensi istanti, ed il mondo mi appare un po’ migliore. Poi il treno parte ed io rimango solo, in questa moltitudine indifferente, ma non mi lamento. Un nuovo fischio ha appena annunciato la partenza del “mio” treno verso una direzione opposta a quella dei sogni, verso la mia giornata.

[…]

Quello che un grande poeta francese mi ha trasmesso dal profondo del suo cuore, si è ora perso nei meandri della mia memoria. Lei non c’è. Per la prima volta da quando la conosco o meglio, da quando credo di conoscerla, non occupa il solito posto vicino al finestrino ad un passo da un altro treno, da un altro mondo, ad un passo da me. Cosa sarà successo? Avrà dei problemi a casa? Non posso credere che abbia marinato la scuola, non è il tipo! Credo di conoscerla bene. Lei è la prima della classe, la classica studentessa brava ma non arrogante che irradia bontà, la mattina si mette lì per offrirmi quel breve momento di beatitudine, non può averlo saltato apposta, non può farmi questo. Deve esserle accaduto qualcosa. Che sia ammalata? Chissà dove sarà ora: in un letto? In un ospedale? Speriamo solo che la giornata passi velocemente, domani il mio sole tornerà a splendere.

Venerdì mattina. Il sole non è ancora tornato. Per due interi giorni l’ho attesa: niente. “Lei” non c’è. Le mie giornate non sono più le stesse da quando è sparita, a scuola seguo le lezioni come un automa svolge il suo bravo compitino e la notte ho smesso di leggere; sul mio diario non ci sono più poesie ma due pagine vuote. Quante cose avrei voluto dirle, anche per una sola volta avrei voluto correrle incontro per toccarla, sfiorarla e proprio ora che sento di avere il coraggio, di infischiarmene della scuola, dei treni, delle direzioni opposte corro il rischio di non rivederla, se non nei miei sogni.

[…]

*

 

Martina Campi


Un albero strangolatore impiega più di vent’anni

a prendere il posto dell’albero originario.

Nella foresta sacra si possono sentire le voci dei morti

e si può sentire il respiro degli alberi.

Era verde anche il cielo, e ogni lato da cui si proveniva.

Nelle stazioni di sosta si offrivano benvenuti

per pochi spiccioli. Altrimenti servono le ali,

per andarsene da qui servono le ali.

Non prendere niente. Non lasciare niente.

Abbiamo sentito l’abbraccio dei secoli sussurrarci all’orecchio

tutti i suoni del silenzio. Si camminava tra le radici

respirando corteccia, vestendo corteccia.

Poi il giorno scompariva dietro l’oceano

e veniva a prenderci la notte, e la notte

portava fuochi e portava carezze.

Veniva la notte a prenderci e la notte

portava la pace e portava altre luci.

 

*

 

Doris Emilia Bragagnini

ring

 

ho provato a mantenerti sogno, annientarti

dentro al ring di un modo d’essere, ammansendo il gesto

trattenerlo dentro, pensando cosìpiano da stordire l’intrusione

 

avrei chiuso il giunco dentro l’onda di salsedine

e tracciato nel profilo un trampolo di morte

– incubo incapace a sospendere giudizio

 

se ciò che chiamo è furore cieco

che si addormenta attento, forse sciame, di brividi retrattili

sotto il bordo di un così vasto soliloquio, come una lisca

a consegnarmi ferma, stivo il dolore a rostro

così scoscesa da salirti

 

e se spingo sull’orecchio, dove si annida il fiato

una colata a bassa distorsione non risparmia – accordi osceni –

corde d’ultimo piacere i nostri vincoli, il mio succhiare spago

che sfilaccia di sapore lungo l’argine che ci siamo dati

 

tu vieni e sverni, dentro le fessure della mia levigata inapparenza 

un lampo d’improvviso, fame, a incupirti gli occhi

diagonali di controllo in briglie un po’ allentate, scioglimenti al ruolo

sotto ciglia di ragazzo, pronto a mietere respiri

 

*

 

Meth sambiase


Bell’imbriana

Avresti dovuto

mettermi nuda fra le tue gambe

e darmi di nuovo la vita.

Chiamare tutte le cose

con un nome nuovo

perché fossero le mie cose

le tue cose

le nostre cose.

Avresti dovuto chiederti

perché mi chiudevo negli armadi al buio

e azzittivo i rumori

e diventavo feto intrizzito

maledicendomi con un cerchio sulla testa.

Avresti dovuto

confortarmi, nutrirmi, cullarmi,

mettermi una coperta rosa fatta all’uncinetto

lasciarmi peccare nell’egoismo

attaccata all’oro bianco delle tue mammelle.

Avresti dovuto somigliarmi

farmi credere alla verità lucente del vetro

degli anni che mutano la forma della sembianza,

una nuova architettura

spirali di vertebre e capelli

pilastri gemelli, e gemelle viventi.

Io c’ero.

C’ero sempre stata.

Sciupata dalle ditate sulle spalle,

-povero piccolo insetto –

pestata, ammaccata, inquieta,

pluviometro di lacrime,

azzoppate e sommerse dalle adolescenze,

dalle poesie veloci come spine,

e alla fine del fondale,

uno zodiaco d’acqua

con dodici segni disuguali a chiamarmi orfana,

accatastata

da un sonno leggero e storpio

che m’induceva a svegliarmi

nelle notti che disavanzavano dal sogno

e tenerti vicino,

a guardarmi,

ombra proiettata di corpo madre,

madre mia.

 

 

AAVV – Contatti – Enea Roversi (post di natàlia castaldi)

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Enea Roversi

Asfissia

in

AAVV Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

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Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Adicere animos: l’incivile compito della poetica roversiana.

[…]
Ma cosa è mai l’Asfissia di cui parla Roversi?

Stando alla definizione letterale del termine, siamo in presenza di una condizione che nega la libertà di respiro ed ossigenazione, una condizione che provoca soffocamento e, figuratamente, noia, oppressione, appropriazione e disappropriazione, schiavitù, distacco e impotenza, reazione o abbandono.

Asfissia, dunque, è mal du vivre, è noia nell’accezione esistenziale del termine, ma non solo. Asfissia è presa di coscienza di una condizione limite da combattere, è necessità di respiro e riscatto, condizione precaria che denuncia e non si arrende, ma si dimena, si rifiuta, si contorce in una lotta estrema contro il tempo, contro la realtà sociale, contro gli ingranaggi che stritolano senza perdono.

imperativo non nascondere /la testa mai (attenzione) / dalla realtà marcita / vuota e disillusa / irreale e irrisolta / ci siamo dentro tutti / magra consolazione

Asfittico dunque è il presente che si dispiega come un cumulo di rovine, un ammasso di cemento che ha divorato gli spazi del vivibile, ornandoli di eccesso “inutile”, di superfluo destinato a travolgerci tutti. L’uomo appare spettatore malinconico e inerme – “un tempo l’immaginario viveva / in trame intricate di fili d’erba / ora abbiamo l’inutile tutto” –  soggiogato da se stesso, dai finti bisogni che si è imposto – “incombe sovrana /la pubblicità” – dagl’ingranaggi dell’economia e del mercato, “eretica parodia della modernità”.

Verrebbe da chiedersi a questo punto, come l’uomo si sia potuto rendere schiavo di se stesso, e la risposta arriva, arriva come una sentenza: “ci manca l’anima purtroppo”. Ecco, su questo verso mi sono a lungo interrogata:

di quale “anima” parla il poeta Roversi?

Dalla lettura dell’intera silloge, bene emerge quanto ciò che si dimena in questo stato di asfissia sia la lotta, la necessità di denuncia di una realtà che mortifica l’uomo e che viene additata, spogliata, scarnificata e mostrata, perché non soddisfi, perché – appunto – provochi “asfissia”.

vi maledico senza rimorso alcuno / … // penso con lo stomaco e la mente / non c’è più tempo per osservare / forse c’è  tempo per rimediare / lo sfacelo fu di certo annunciato / programmato con cura e accudito / i servi hanno ottemperato / al loro compito con precisione

Il poeta sembra volerci dire che proprio nell’asfissia, in quello stato di sofferenza estrema, si debba seminare il seme della ribellione, quale ultimo atto per la sopravvivenza; una lotta terrena dunque, che ravvisa nel presente la necessità di ricostruire un mondo a noi più “somigliante”, più vero.

tacciano per favore i falsi filantropi / non vogliamo più ascoltare / le loro attorcigliate litanie / che tornino alle loro caverne / … / c’è bisogno di umana intelligenza / e di sottoscritte regole certe / per poter alimentare il nuovo sogno.

Da qui, l’associazione del termine “anima” mi scivola via dalle dita nella sua più comune accezione “spirituale”, per materializzarsi in tutta la sua forza, come veemente volontà di “adicere animos”, infondere coraggio, smuovere coscienze. […]

(dalla prefazione di Natàlia Castaldi)

Selezione testi

il conto

domino senza effetto
le carte giocate
con rovello
la scelta prima o poi
si dice che è dovuta
ed ecco qualcuno arriva
prima o poi si sa
maitre dai modi freddi
a presentarti il conto
a dirti mi dispiace
soltanto un poco invero
e tocca a te pagare
per le lacrime versate
le discese schivate
gli specchi concavi
dove muore lo sguardo
tacere di quell’obolo
così mal sopportato
infine accorgerti
che quel conto è sbagliato
il dessert tu non l’avevi
neppure ordinato.

*

Asfissia

con l’ansia di spargere sale
sulle ferite di questa strada bagnata
mi fermo riluttante all’incrocio
ignorando le voci dietro i muri
sono in balìa di ricordi furiosi
questo senso di torpore
mi prende le mani e le stringe
questa vita oziosa e pagana
mi soffoca con guanti di velluto
questa asfissia rarefatta e molle
mi fa perdere i sensi per sempre.

*

altri versi ancora

tenebre di carta sottile
una scritta inutile
con inchiostro giallo
pagina scavata
lettera nuda
impiastricciata
per altri versi ancora
scritti male
pensati forse
con scaltra ispirazione
riversati motu proprio
senza sbavatura alcuna
ma quella carta sottile
non può certo mentire.

*

reality

imperativo non nascondere
la testa mai (attenzione)
dalla realtà marcita
vuota e disillusa
irreale e irrisolta
ci siamo dentro tutti
magra consolazione
osservati giorno e notte
dall’occhio miserevole
il taglio de L’àge d’or
produsse mille rivoli
oggi si cerca il sangue
dietro la porta di casa
mani compassionevoli
pregano a comando
share senza rossore
la vergogna è obsoleta
non c’è tempo alcuno
per ragionarci sopra
incombe sovrana
la pubblicità.

AAVV – Contatti – Sergio Pasquandrea

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Sergio Pasquandrea

Parole agli assenti

in

AAVV Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

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Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Siamo così abituati a pensare alle parole come portatrici di senso, e al senso stesso, a sua volta, come portatore di altro senso (e così via), che fatichiamo ad accettare l’idea che ci possa essere altro, e non solo nel suono, ma nel senso stesso. Peirce, nella sua teoria semiotica, individua la conclusione della fuga degli interpretanti nel momento in cui, nella prassi interpretativa, essi producono nell’interprete un’azione, o una disposizione all’azione. E quando ascoltiamo un brano musicale, a fianco di aspetti gravidi di senso, che chiedono di essere interpretati, ci sono aspetti che producono direttamente la nostra azione, e dei quali la nostra azione diretta è l’unico interpretante possibile – come sa bene ogni ballerino, o chiunque non riesca a tener fermo il piede che segue il ritmo. Ci sono aspetti ritmici, aspetti timbrici (ma anche melodici e armonici) che ci travolgono assai prima di qualunque comprensione ne possiamo avere. L’accordo del Tristano ci aggroviglia le budella ancora prima di essere in grado di dargli un senso, e il senso che siamo poi in grado di dargli dipende anche dal sobbalzo che ha prodotto in noi.
Se parlo di andamento musicale delle poesie di Pasquandrea non mi riferisco solo (e nemmeno principalmente) al suono delle sue parole, né tanto meno al fatto che qua e là si accenni al jazz. Quest’ultimo non è in sé che un indizio, la spia di un interesse e magari di un’abitudine di ascolto – la quale potrebbe (ma non è detto) trovarsi alla base di una competenza. La musica non è fatta solo di suoni, ma anche e soprattutto di andamenti ritmici e andamenti tensivi; e sono questi andamenti che io continuo a ritrovare nelle risoluzioni e negli enjambement di questi versi, nello sviluppo del senso e del discorso e nella sua interazione con la prosodia.
È come quando nel jazz (ma anche in Bach) la frase musicale accenna la presenza di un inquadramento ritmico, e poi ne oltrepassa il quadro, per spegnersi più in là, e magari riaccendersi per finalmente quadrare, magari ritornare in sintonia, e poi deviare di nuovo, mentre talvolta nel frattempo si è proposto un inquadramento differente, e via così. Il discorso si dipana a cavallo dei versi di queste poesie nel medesimo modo, senza che i versi cessino di essere versi, pur nella loro irregolarità.
Ed ecco che, impostate le cose in questo modo, le allitterazioni, le rime, i ritmi prosodici, l’incertezza del senso, l’allusione, l’inconclusività, si rivelano tutti altrettanti modi per trascinare il lettore, agendo o direttamente a monte del senso oppure quando se ne sia colta anche solo una parte, o nuovamente e ripetutamente a ciascun livello della comprensione e dell’interpretazione.

(dalla prefazione di Daniele Barbieri)

Selezione testi

Moi est un autre

No non ricordo mai i sogni
che faccio e non so se sia
un bene o un male se si tratti di igiene
o di vergogna disertare di giorno
le stanze che abito di notte non so
nemmeno che cosa pensi di me
quell’altro – se questa musica perfetta e ineseguibile
me l’abbia spedita lui in amicizia
oppure per sfottermi.

*

Prima del volo

È il suo ultimo minuto di gioia
il suo ultimo verde
l’ultimo gesto aperto nella luce.
È il suo ultimo dolore la sua ultima vocale
l’ultimo freddo sotto i canini.
Tra poco sarà amico il giorno – l’aria
farà strada al sangue

ma adesso è il suo respiro migliore
vuole trattenerlo ancora – prima
di abbandonare il peso.

*

Camminando

ti raggiunge come un urto la misura
degli spazi. Solo dopo che hai emesso il tuo ultimo
verso lo sai. Remissione è la distanza
la retta tesa dagli occhi al vuoto
finalmente
l’aria sul rovescio dei pensieri.
Possiamo cancellare – per il momento –
i margini lasciare che tutto accada
nel ritmo dei passi nella flessione
di tarso e metatarso. Tutto
verrà scritto – ma non ora.
Ora fa freddo il respiro si condensa
ed è quella l’unica traccia che voglio lasciare.

*

Su ciò che non è mai stato

Io lo so qual è l’inizio l’argomento
dove si inerpicavano le voci – tutte
tranne una che piegò la traiettoria
rasente al tuo profilo. La prossima
dovrò attenderla a lungo perché sveli
l’onda più scura sulla guancia il gioco
preciso delle clavicole e ancora
perché si incontrino a mezza strada il mio sangue
e l’odore del tuo seno. Ma lo so
lo so a bruciapelo – quanto è stato strano
fin dall’inizio saperti dire
le ultime parole.

AAVV – Contatti – Patrizia Dughero

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Patrizia Dughero

Canto di sonno in tre tempi

in

AAVV  Contatti

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Sergio Pasquandrea Parole agli assenti

Patrizia Dughero Canto di sonno in tre tempi

Enea Roversi Asfissia

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi


Gli studi più recenti sulla cultura delle donne ci dicono che le rane, animali anfibi, che vivono vicino all’acqua, sono il simbolo di un femminile primordiale che si rinnova, legato alla terra. Sono forme che assume la Dea Madre, primigenia e potente, quella dea che nei luoghi natii di Patrizia Dughero, di origine friulana, tra le alte valli dell’Isonzo prende l’aspetto di creature favolose, come le Krivapete o appunto le rane. Anche la dedica “A Lia de’ Savorgnan, mia nonna”, ci mette sulla buona strada: si tratta di un cantare, quello di “Canto di sonno”, che mescola piano autobiografico e familiare al piano simbolico e storico-geografico, affidando alla parola poetica il compito di indagare, nella storia familiare e dei luoghi, il proprio presente. Così, nella prima parte del poemetto, “Le rane gracidano il canto”, la figura della donna che non ha parole per dirsi, poiché “nessuno ha guardato nella sua parte” e che “si priva del senso, ascolta / si muove in tracce lievi di memoria”, prova a decifrare il lento ed uguale canto delle rane, colme di un sapere che va compreso e sviluppato.
Nella seconda parte, “L’inganno dei colori”, sono i luoghi e i loro riflessi che l’autrice insegue, in un percorso della memoria che diviene presa di coscienza della realtà, attraverso monti, valli, profumi, colori: il ronco, la casa divisa, il paese, l’arancio delle rose, la carrozza della madre che non torna, i merli, il graticcio delle rose, i nonni dalle mani nodose come rosmarini, abbarbicati ai nipoti, tutte voci di una lingua di poesia che costruisce se stessa nel confronto con la propria storia.
“Bianca inerzia. Egotica”, terza parte del Canto, si apre “con un botto e un frastuono”. Qualcosa dirompe dalla memoria, per forza d’inerzia, e nella lunga poesia che dà il titolo alla sezione, la bianca figura di donna che disprezza il letto coniugale e che è condannata a vagare “sciolta come un animale” prende contorno “dentro la casa / che s’inazzurra”, prende parola, impasta finalmente senso (in “Canto d’impasto”, una delle poesie più evocative), in cui il canto possa sciogliere la voce, ammorbidirla, “in un amalgama dove il sugo/ del mondo attacchi il suo sapore”

(Loredana Magazzeni)

Selezione testi

applicata alla nuda realtà

Applicata alla nuda realtà
– nessuno può esigerne uno sguardo –
non propone situazioni, mancando attenzione
resta sospesa scrutando chiunque entri
chi chiude la porta
di continuo spaziando
all’interno del luogo ch’è preposto.
Per inciso, non c’è nessuno che chieda
nessuno che guardi dalla sua parte.

*

guadagna il davanzale

Guadagna il davanzale, soltanto.
Schiaccia il suo occhio quasi tempo occupato
giocato da altri, saccheggiato in se stesso.

Nessuno poteva esigere il suo sguardo.

Nel passo, nel salto scopre l’uscita.
Il punto d’uscita, orme lievi
siccome raganella di memoria
guadagna quel punto.

Nessuno ha guardato dalla sua parte.

*

i rosmarini controllano il campo

I rosmarini controllano il campo
controllano il mondo
avvinghiati a muretti screpolati
– antiche fessure –
tenaci odorosi pungenti, nonni
cullano i nipoti con nastri sicuri
come rami secchi che sibilano
tra le falde dei figli.

*

Stasimo

A frastuono diradato le donne
si sono riconosciute
una porta uno sguardo
ambiguo e lontano, onnipresente.
S’accende lentamente
e l’altra rivede
le dice di salire.
Due stanze soltanto, divise
una sottile parete.
Una grande finestra nella stanza che
mostra i white chestnut fiammeggianti
macchine intermittenti che sfilano
stagliate su schermo da videogioco.
Il bianco domina sull’autunno
bianche le pareti, bianco l’abito
della donna, bianco il tavolo
tondo e adornato.

*

Canto d’impasto

Manteca arancione
di zucche grandi appoggiate
ai bordi delle strade greche.
Ho visto le tartarughe tornare
alla sabbia, torno felice.
Manteca arancione
di zucche appoggiate su banchi colmi
pesante autunno ci raggiunge
sulle strade greche ho gli occhi
pieni di volti mai più visti
di miti incrociati con i suoni rozzi
della lingua che ho cercato.
Manteca arancione
di zucca cotta coi pinoli
ammorbidisci questo sogno ruvido
impastalo coi miei vent’anni
in un amalgama dove il sugo
del mondo attacchi il suo sapore.

Letteratura Necessaria – Terapie a rischio – Roberto Ranieri

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Roberto Ranieri 

Terapie a rischio

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari

Sezione Monografie

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Il banalista

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«Allora: cosa ha detto oggi di nuovo il tuo banalista?»

«Che un cappuccino per due euro è un furto. E che fa un po’ più freddo di ieri.»

«Bene. E ti ha ridotto i farmaci?»

«Sì papà, il Normalex l’ha portato a mezza compressa.»

«Bene figlia mia, mi pare tu stia facendo grossi progressi. È un po’ costoso, ma il migliore sulla piazza. Vieni qui.» La baciò sulla guancia con amorevolezza. Lei gli sorrideva commossa. «Che dici, papà, ora potrò fare le cose che mi piacciono?»

«Credo molto presto, mia cara, stai migliorando a vista d’occhio.»

«Ma potrò fare tutte le cose che fa la mia amica Carlina?»

«La tua amica Carlina non è un buon esempio, te l’ho già detto. Fai sempre quello che ti dirà il tuo banalista, devi avere fiducia.»

«Grazie, papà. Sì, è tanto bravo.»

«Lo so, è il migliore.» Si lisciò i radi capelli bianchi, sbirciando la cartellina a fiori posata sul tavolo.

«Che esercizi ti ha dato per oggi?»

«Oh, una cosa nuova. Devo ripetere “io sono” per 40 volte, davanti allo specchio, prima di colazione, pranzo e cena. Poi anche nella forma invertita, “sono io”, prima di addormentarmi»

«Ah, bene,» proseguì. «A che ora vai a scuola oggi, cara?»

«Ho il turno pomeridiano, papà. Devo sbrigarmi a finire di correggere i compiti di greco delle seconde classi, e trascrivere i voti di storia.»

«Fai cara, fai.» Poi andò nell’altra stanza, si chiuse a chiave e sollevò il telefono. «Buongiorno, mi passa il banalista per cortesia?»

«Sì Cavaliere, attenda in linea.»

I violini sintetici di un rondò cigolarono nella cornetta. «Sì pronto? Ah è lei Cavaliere…»

«Come le è venuto in mente di cambiare la terapia?»

«Guardi, la paziente…»

«Paziente un corno!» Il pugno sul tavolo riesplose nel timpano dell’interlocutore, all’altro capo del cavo. «Lei sa bene quant’è delicato, il caso di mia figlia. Da “tu sei” a “io sono” in ventiquattrore? Ma è impazzito?»

«Ma Cavaliere, lei sa che ora tocca ai pronomi facenti funzione di soggetto…»

«E perché proprio “io”? Ce ne sono sei, non si può fare prima con qualcun altro?»

«Mi perdoni Cavaliere, ma il protocollo della banalisi classica è chiaro, su questo punto. Abbiamo cominciato col soggetto semplice, “L’acqua bagna”, tre volte al giorno per sei mesi, con la testa a intermittenza sotto la doccia gelata. Ricorda? Poi abbiamo introdotto il primo pronome facente funzione di oggetto, “L’acqua li bagna” con i capelli su un catino tiepido, ed è passato un anno. Poi…»

«La conosco benissimo, la sequenza» tagliò corto il Cavaliere. «E dovrebbe ricordarsi bene cosa avvenne al passaggio successivo…»

«Vuole dire, Cavaliere, quando passò a ripetere 40 volte in serie di 3 il primo pronome facente soggetto, “tu sei”? Lì ci fu un certo periodo di adattamento…»

«E lo chiama “adattamento”?» Si accese nervosamente una sigaretta. «Dovetti appiccicare da subito sulla specchiera le foto dell’album d’infanzia, quelle con lei in braccio in tutte le posizioni, se no non mangiava più!»

«Sì Cavaliere, ma io le dissi che era meglio…»

«Ora basta!» tuonò il Cavaliere. «Lei adesso mi cambia l’esercizio, senza fare storie. Lei si ricorda chi l’ha raccomandata per il suo concorso di dirigente sanitario all’Unità Centrale di Banalisi, non è così?»

«Sì… fu lei, Cavaliere…»

«Appunto. E allora faccia come le dico. Io a mia figlia voglio troppo bene, perché lei possa permettersi di sbagliare terapia.»

«Va bene, Cavaliere. Si può passare a “egli è” in 3 serie da 40, mattina pomeriggio e sera, e per l’io si vedrà l’anno prossimo…»

«Ecco, bravo. A proposito», soggiunse il Cavaliere soddisfatto, «ultimamente mia figlia nomina spesso un’ex allieva della sua classe di greco, quella rimasta incinta, la Carlina… Lei sa già cosa deve rispondere vero?»

«Che è un cattivo esempio, perché ripetere “io sono” in due davanti allo specchio può rompere il vetro, e ci si taglia dappertutto.»

«Bravo. Mi raccomando, noi vogliamo entrambi il bene di mia figlia, dobbiamo solo comportarci di conseguenza.»

«Sarà fatto, Cavaliere. Si è fatto tardi. Ah, che giornata fresca, oggi. Non ci sono più le stagioni di una volta.»

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Congiunture infrabosco

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Ho problemi con i prefissi. Predire e condire nella mia testa si confondono: così non so mai con precisione come sarà il sugo degli spaghetti, né gli ingredienti buoni per prevedere il futuro. A capirci qualcosa, anche i luminari  e gli addetti ai lavori le sparano grosse, e poi non si mettono mai d’accordo. Così, devo fare attenzione a ciò che dico, prevenendo le mescolanze che renderebbero difficile il mio discorso all’orecchio altrui, e viceversa. Dico la verità: ho sempre pensato, dentro di me, che i prefissi fossero un di più, rispetto alle radici vere del lessico; per pre– o con– dire, uno sempre dovrebbe aprire la bocca, se no pretace o condorme o fa qualcos’altro; solo che se confà, anziché brigare con qualcuno si blocca e deve adattarsi a girargli in tondo, cessando ogni azione sua propria: ma, dico, si può parlare così?

Macché, dimenticavo, tutti si parlano addosso a meraviglia, il malato sono io: ne sono conscio, o forse subconscio, inconscio non credo ma dillo un po’ ai freudiani, e occhio al prescìo che se bluffa prefissa con troppe piste libere e poca autocoscienza. Troppo poca: e si sa quanto siano importanti i mezzi di locomozione, nell’auto-prefissarsi, oggi.

Dove non si prefissa e si tira un po’ il fiato è nelle zone franche; qui il mondo, anziché entrare a scossoni nelle sequenze del lessico e dei verbi che ne parlano, indugia sulla soglia, e con buone ragioni. Qui i prefissi si moltiplicano e si annullano a vicenda: parlo delle nubi e dei funghi. L’Hypoloma sublateritium non può escludere che, in qualche piega della propria tunica molecolare, un micolinguista non scovi una variante superlateritium; che qualche altro si proverà a mettere in dubbio sulla base di nuove osservazioni dal sottobosco o rivelazioni di laboratorio. Intanto, il funghetto sta lì, allunga il suo micelio oltre il tappeto d’aghi di pino e i prefissi spesi a catalogarlo; sul giallo vivo del suo epitelio si posano bruchi e moscerini sparsi, che l’osservatore scientifico dei boschi non tarderà a rivestire dei fonemi appropriati; salvo poi arrendersi allo statuto incerto di spore e lamellule sottostanti. E se leva lo sguardo oltre i ricami spericolati delle aghifoglie, su in alto, potrà facilmente imbattersi in qualche petalo di vapore sospeso nell’azzurro; che una generosa nomenclatura di forme tenderà invano a incasellare in una stringa apposita. Chiudi gli occhi e il cumulus è già stratocumulus, se è un po’ sviluppato sfrangia e  sconfina nel cirrus, ne assume le piene sembianze: e più insegui la parola giusta, più quello cambia e ti ricaccia in gola la sua celeste refrattarietà ad ogni sillaba spesa per afferrarlo. Che intanto si moltiplica in meteoriche spericolatezze, fronti prefronti affronti all’indicibile silenzio che alita su cieli e isobare rovelli modelli e nuovi sistemi complessi…

Io le so bene, queste cose, perché questo mio disagio coi prefissi ha una sua diagnosi coperta, che rifugge alla terminologia certa delle cose di medicina, ma si insinua nelle pieghe ancora vive di un ricordo preciso; fu una Clavaria pallida, che affiorava nel suo velluto lillà dal muschio, mentre un Cumulus congestus spingeva un proprio ricciolo bianchissimo sopra quel tratto di bosco, piegando il sole a uno strano riverbero di madreperla. La clavaria cruda è una delizia per il palato, anche se ogni micologo mette in guardia dalle sue varianti tossiche; il colore un po’ più marcato dei tubuli ma non è detto, la forma delle spore al microscopio ma non è certo, qualcosa insomma dovrebbe sempre mettere in guardia, ma non è mai sicuro. Si dovrebbe pre-cuocerle, mai con-cuocerle con il misto trifolato, per prudenza, ma è certo che crude sono una meraviglia; e infatti era deliziosa, mentre più in alto il cumulus ghiacciava nella sua sommità a forma di incudine, sospingendo uno smeriglio di cirrostrati sopra un tetto di larici. Una tossina, chessò io una clavarina, come l’amanitina la boletina e quant’altri nomi s’inventano per i veleni dei funghi, e in un attimo nella mia testa i prefissi presero strane turbolenze, mentre il cumulus in alto svaporava fra bande biancastre di cirrocumuli, che non si poteva più dire l’uno o l’altro, fino a dissolversi in un azzurro appena più carico.

Non ci sono purtroppo antidoti o lavande possibili della morfologia, per la mia lingua che straparla, stradice varianti e invarianti, all’improvviso, imponendo componendo segni opposti e frapposti più e meno su ogni comparto, su ogni reparto, così io nel prefisso mobile mi apparto, consuono dissuono, sostrato astrato di un piroettare fonetico senza bussola certa; e un altro codice intanto, oh se me ne accorgo!, impone sul tutto, per sfortuna iperfortuna o coincidenza, una sua muta numerazione di fabbrica, fungocumuli lisciati all’ultimo giro di elettrone, che mi fa infravivere e sopravvivere di temporali perfetti, delizie di lamellule da incasellare in questo spazio vuoto, un poco vero forse, per condividerli e, sulla pagina, appena un poco, scompaginarli…

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Il velopendulo

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Il professor Federici era famoso per i suoi aforismi. Filosofo di una scuola tutta sua, lo invitavano spesso a incontri e convegni; nell’ultimo, esordì con una delle sue massime così cariche di significato: «Il centro del mondo è inequivocabilmente faringeo, ogni cosa pensa se stessa nel tintinnio iugulare di vocali e consonanti.» Dopo l’ultima sillaba deglutì, allentando i muscoli del collo sulla contrazione dell’esofago; provò poi a riespandere il diaframma per riprendere il delicato ragionamento, quando l’attacco della frase successiva, sul tema della res cogitans, gli rimase impigliata in gola; gli occhi gli strabuzzarono all’indietro, e dopo qualche attimo di esitazione, nello sconcerto dei presenti, cadde dalla sedia con un tonfo. «Un dottore!» gridò qualcuno dal palco. «Presto, un bicchier d’acqua!» fece un altro, però l’acqua non faceva effetto, gli gorgogliava in gola per poi uscire schiumando bava ai lati della bocca.

La situazione stava precipitando. Uno studente di medicina gli tastò il polso: «Per me è un infarto», disse. «Non respira. Magari è un ictus», gli fece eco un altro. Uno studente del corso di Fonologia, che aveva seguito tranquillo la scena, arrischiò una sua idea: «E se fosse il velopendulo?» Estrasse dal taschino il suo registratore portatile, pigiò lo stop e poi il rew per cinque secondi, quindi al clic d’arresto riavviò il play dall’inizio. Al cigolio del nastro seguì un lungo ronzio di fondo, interrotto solo dal sonoro starnuto del prelato in seconda fila.

Il prof. Federici ebbe un sussulto, poi aprì lentamente gli occhi. «Cosa è successo?» «Un mancamento, professore, vedrà che ora si riprende » fece il primo studente. «Sì sì, una vertigine passeggera», gli fece il secondo. «A esser precisi, è una cosa da Nulla», aggiunse il fonologo in erba, mentre riavvolgeva il nastro. «La prossima volta professore, quando esprime un concetto o un aforisma sull’essere, le consiglierei almeno di fare uscire qualcosa.»

Letteratura Necessaria – Parola, nome relazione: Alessandra Pigliaru legge “Dall’intramata tessitura” di Enrico De Lea

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Enrico De Lea

Dall’intramata tessitura

 

Edizioni Smasher – Collana Ulteriora Mirari – Sezione Monografie

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Prefazione Alessandra Pigliaru

Postfazione Enzo Campi

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Alessandra Pigliaru

Parola, nome, relazione

Della parola


La poesia è figlia della notte, ricordava Jabès. Dovrà usare la voce per uscire dall’oscurità. Si farà trasparente la parola poetica, e non invisibile; raccoglierà i brandelli di ciò che in altro modo non può essere detto. C’è una necessità nel dire poetico che sovverte l’alba e si fa saldo coro degli opposti. Per poter vedere quell’indistinto che preme alla soglia del giorno si dovrà muovere con cautela verso un lume, oppure lasciarsi vincere dalla caduta in un altrove. C’è un doppio monito nelle parole di Jabès: da una parte si deve stare in guardia da chi canta immobilizzato dalla sorpresa e dall’altra ci si deve far piegare dalla notte come da una confidente a cui tendere le mani. La notte conosce l’intramata tessitura della memoria, del sofferto e cogente desiderio che dalla terra passa al verso. La nuova silloge di Enrico De Lea si fa largo nell’indistinto e caotico fragore dell’oscurità per dire, una volta per tutte, che non si arriva al mondo da soli. Neri e gaudiosi lumi in valle è la sezione di apertura dell’intero volume e la dichiarazione di un impossibile spaesamento. De Lea sa bene infatti che non ci si espone se non in quel noi che presagisce il passo a venire. Il coro è questo dirsi voce solo in quel noi. Da un plurale che dissolve l’aderenza dell’Io dunque, De Lea intona il proprio avvertimento. In quella terra raccontata dal poeta tuttavia le mani tese alla confidente sono come visitate da un linguaggio che ci parla; il dasein infatti sta nei versi come abitacolo di una perpetua veggenza. Quel ci che contraddistingue la tonalità emotiva è fonte sorgiva dell’essere-parola. Qui e ora o al di là?

Del nome


La nominazione è una faccenda assai complicata. Determina un soggetto che abbia coscienza di essere tale e una lingua da considerarsi familiare. Nominare le cose conforta sulla possibilità di mantenere in vita l’ossessione del passaggio. Eppure alla nominazione è sottesa un’ambivalenza linguistica di fondo. Insieme al nome, come suggeriva Blanchot, si decreta una sentenza di morte. Un trapasso necessario potremmo dire, proprio perché nominare riferisce di una scomparsa e insieme di una resurrezione nella parola. La poesia, che non soccombe all’ombra dell’algido concetto, mostra questo turbamento abbacinante del linguaggio in tutto il suo tremore. Nei pressi di una nominazione tradita e riconsegnata alla visione poetica, incontriamo l’opera di Enrico De Lea. L’iride si stempera e racconta di un occhio che sonda al di là. Il poeta diventa aruspice delle sue stesse viscere esposte in terra. Affidare al mare, senza un nome, / le ombre temibili del sonno, / invocando protezione, madre nera, / all’abbraccio dell’alba. Il nome diventa un’abrasione sulla lapide, un simbolo nella canicola del giorno a venire. Ma qual è il nome che va cercando De Lea? Quello del riconoscimento di sé oppure un nome alt(r)o, originario, che convochi il soggetto della parola? Certamente siamo in presenza di una salda andatura terrestre, di un solido colloquio con il proprio corredo familiare; ed è proprio a quest’ultimo che De Lea dà voce, in un coro inesausto di accadimenti che radunano a sé quarantena delle madri e accuse dei padri. Il nome è un sottofondo muto, qualcosa da rendere – indicibile – al rumore della propria trama d’infanzia. Il nome è anche quello agognato, quello a cui si stenta a credere se significa abbandono. Tentare l’ascensione / tra i sentieri invasi dalla storia, / dalle siepi di spine trionfanti. / Attrezzare non le mani, / ma il soffio con cui resisti / al sangue, ai graffi, / alle benvenute ferite. Il soffio come parola che travalica la storia,  sa congedare la morte e mettere a frutto la semenza della generazione. Quell’ascensione è un’eventualità abissale di redimere le trappole del falso sé, di impastarsi alla brocca sorgiva che tuttavia si sottrae. Continuamente.

Nomi da proferire come scale in pietra / che il piede nudo ascolta, divenuto / la leggerezza dell’infamia, / il segno del tradire degli eredi. Al corredo familiare che il poeta riunisce non si può sfuggire. La tradizione, come il tradimento, è un fardello da portare come un sintomo di mancata rispondenza alla propria tessitura. Ci si svesta dunque dal maldestro sonno della stirpe, ci si avventuri nella speculare dimora del linguaggio che, se non riferito all’altro, rischia di stare come peso morto del ricordo. Quel lume che doveva assistere al cedimento della notte diventa consapevolezza del sé.

Della relazione


Solo davanti al volto dell’altro il poeta arriva al due. In un respiro pieno e incessante. Perché il volto è segno di un’attualità interrogante; è fondo che perde la neutralità del noi per diventare tu. Il volto nelle Arie, seconda e poderosa sezione della silloge, non si attarda ad emergere e viene reclamato per dare statuto all’io. Traccio dei volti sopra certe rocce, / per primo il tuo e non lo disconosco, / anzi lo guardo, gli parlo a volte, lo nascondo. Il volto è dunque traccia dell’infinito di levinasiana memoria ma non c’è alcun appello alla responsabilità; dal volto non arriva alcuna preoccupazione che ripeta l’asfissia degli avi. Integrati i moniti genitoriali, compreso il rischio della dimenticanza, il poeta diventa artefice della propria esistenza. Quel volto disegnato, diventa il gioco dell’incontro con l’altro. Una possibilità di entrare in relazione che il coro non consentiva pienamente. L’altro è attore dell’incontro a venire che non può essere più rimandato. È qui che l’incubo dell’accusa e della quarantena si risolve per diventare flusso desiderante dell’altro. Un flusso nomade in cui i soggetti, almeno due, abitano il crinale dell’al di là. La relazione consente, poco più avanti, di mostrare che Siamo, nei padri, dentro le visioni / e, nelle madri, dentro carni e voci. Lo scacco della nominazione lascia qui spazio al dialogo, all’individuazione di sé traversando la prossimità. T’informo che alle volte il mondo è nuovo. / T’informo che ho saperi inusitati, su alberi / e su foglie, e sui cartoni lasciati dai dormienti, / e sugli spazi là intravisti all’alba. / T’informo pure che dimentico e ricordo, / che ho mani nascoste nelle tasche. / T’informo, inoltre, che – appena ieri – / indifferente andavo per burrasche. Il tu è mediazione tra sé e il circostante perché la percezione è doppia. C’è una parola poetica che costruisce il senso, manque à être che governa la distanza dal noi e non ci sa rassicurare – fortunatamente. Patirne lo slittamento significa toccare l’altro sparpagliandone le impronte. Perché d’acqua e farina sono quelle impronte che la scrittura tramanda.

E, pure, dico “grazie” a quel poco / di luce originaria, a quel che vedo / e che ieri vedevo. Calmo, rientro / nei possessi che l’occhio raduna. La parola poetica produce consonanze temporali, attutisce i riverberi dell’ombra e sa riferire di quella gratitudine originaria, rischiarata la radura umbratile dell’essere. Quel luogo notturno che Jabès esortava a percorrere e che De Lea si appresta a riunire. Dalla mano all’occhio. Dal nome al passo al di là.

(AP)

Selezione dai testi


Quarantena delle madri,

l’impastata notte di carbone e latte,

dietro il Coro, intorno alla fontana

delle mormoranti nostre brocche,

si tace del ritorno dell’acqua

a Selino, dopo anni di secca,

per la prossima festa, per la

devozione dell’urna al plenilunio.

Indugiare, sorelle, ave, nella conta dei morti,

pienamente parlare ed affidare

alla pazienza solare dei terrazzi,

è argento che il vivente strania, una fuga

ed un fiato montano improvviso.

*

L’ascensione dei morti lo affatica,

pavidi santi esausti scosta

dalla vista, allontana – questo drappello

fedele che è la vigna, dopo gli anni

tra i carrugi, le nebbie, i laghi crespi:

elevarsi e a sostegno il mandorlo

il ciliegio il noce a fuoco, col vicino

che devasta anni e zolle, con un volto

d’adulterio che lo fonda.

*

Mater dolorosa e fiacca,

deipara la mole della madre,

la fata la velata la reina

del ciottolo valgo e d’un sabato tardivo.

Con la scienza capitaria del maggio

all’infanzia del vespero floreale

accadono la costanza dei gelsi

e una seta del ritorno in vita.

*

Ancora un’ascesi del paterno

raccolto, in quell’arabia di ruderi

solenni, manca l’abbraccio

che impasta ulivi ed uomini.

Senza che sia risorto il costruttore

del secco casamento, un nulla di pietre

nel greto delle piene, una consolazione

da olivastri, giganti pronti

a nessuna salvazione del morente.

*

Fontana ultima alla brocca e sorgente,

dove riappare il chiarore iniziale, da

insaccare per risarcire la fine del viaggio.

Aggiungono le madri altre parole,

note, nomi come cose, che premono

tra l’odore prossimo del forno, ostie

somministrate dalle donne,

da deglutire senza masticare

nel paese-altare antemarino.

Nomi da proferire come scale in pietra

che il piede nudo ascolta, divenuto

la leggerezza dell’infamia,

il segno del tradire degli eredi.

*

Siamo, nei padri, dentro le visioni

e, nelle madri, dentro carni e voci.

Come uno scavo d’aria dalle Rocche

precipita e ramifica al Bastione;

dopo che un vino d’alto ha consumato

la parola, ad un tacito decreto

della verzura consentiamo, restiamo

ben impiantati nella terra smossa

dai passi, dal passaggio degli umani

dopo il rasserenato dopopioggia.

Siamo, stiamo, con un corpo

di fatica estesa, da millenni.

*