Edizioni L’obliquo

Riflessioni sulla “marchigianità” di Danilo Mandolini in occasione dell’VIII edizione del festival “La punta della lingua” di Martina Daraio

Oggi e la prossima settimana ospiteremo due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova; il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post di oggi riporta la presentazione del poeta Danilo Mandolini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

mandolini

Questo incontro si intitola “Le Marche della poesia“, e dunque non possiamo non chiederci che cosa possa significare oggi, nell’era di internet, della mobilità e della perdita dei padri, essere un poeta marchigiano. È il dato biografico di essere nati in questa regione la condizione necessaria e sufficiente per fare di un poeta un poeta marchigiano?

In tal caso andremmo sul sicuro, perchè Danilo Mandolini è nato ad Osimo, dove tutt’ora vive, nel 1965. L’esordio come poeta avviene nel 1993 con la silloge Diario di bagagli e di parole a cui sono seguite altre sei raccolte, antologizzate quest’anno in un unico volume, edizioni L’Obliquo, intitolato A ritroso. scansione00030001A ritroso, come il titolo stesso ci spiega, raccoglie i testi andando all’indietro nel tempo dai più recenti ai più lontani, fino a coprire un arco di venticinque anni che va dal 2010 al 1985. L’operazione di antologizzazione non è stata però un gesto “innocente” di sola riorganizzazione, bensì ha comportato una rivisitazione, una riscrittura di alcuni testi o, come scrive lo stesso Mandolini nell’introduzione, ha comportato un’operazione di “aggiornamento al gusto e alla mano di oggi”. A me ha molto colpito questa esigenza di aggiornamento perchè mi è parso un qualcosa di estremamente coerente con i tempi frenetici e cangianti del mondo che viviamo, tanto che ho voluto fare un piccolo lavoro di critica della varianti, confrontando le prime stesure dei testi con quelle della raccolta A ritroso per individuare di che cosa, secondo Landini, l’oggi aveva bisogno rispetto allo ieri. Vi stupirà sapere, allora, che quello che ho trovato di nuovo è stato essenzialmente una cosa: una struttura. Le nuove poesie rispettano in maniera più puntuale la forma della quartina e, soprattutto, il verso endecasillabo.

Ora faccio una breve divagazione. Danilo Mandolini, all’attività poetica “cartacea” ne affianca un’altra “online”: da qualche anno, infatti, ha ideato ed iniziato a curare «Arcipelago Itaca», un progetto di diffusione, gratuita, in formato digitale e su base on-line, della poesia contemporanea. «Arcipelago Itaca», nel momento in cui è stato pensato, doveva essere un blog, poi però è diventato una rivista. Una rivista online, ma una rivista, cioè una raccolta di saggi critici e testi poetici indicizzati e impaginati in maniera statica: a ben pensarci quindi, anche in questo caso, tra il blog e la rivista online la differenza sta proprio in una questione di forma, di struttura. Il blog ha una modalità di fruizione più scorrevole e “temporanea”, la rivista invece si congela in una forma, si salva in pdf, e tale rimane nel desktop di chi la riceve… proprio come una raccolta cartacea che una volta stampata rimane in quella forma. Tutti i poeti oggi vivono questo dualismo tra il fare poesia su internet, discutendone in tempo reale con i lettori e concendendosi la libertà di riaggionarne continuamente i testi, e l’optare per la tradizionale, immutabile, e sempre meno letta, forma di libro stampato. Mediare tra la realtà materiale, fisica, solida del libro da un lato, e la realtà digitale, virtuale, evanescente dei blog o dei social media dall’altro è diventata una questione inevitabile sia per lo scrittore che per la comunità poetica. Ritornando all’antologia, allora, diventa ancora più significativo riflettere su questa scelta di riaggiornare i testi, e quindi modificarli, strutturandoli però in maniera più rigida: proprio come se in quelle “norme” da seguire risiedesse una forma di ancoraggio rispetto ad una realtà caotica che si smaterializza e muta continuamente.

In questa stessa direzione si può inoltre osservare come dalle varianti emerga anche un progressivo abbandono dell’oscurità e della metafisicità a favore di un linguaggio più aperto, più chiaro, meno mediato. Questa scelta non riguarda solo il caso di Mandolini ma negli ultimi anni interessa la gran parte dei giovani poeti che, senza necessariamente rinunciare a picchi di lirismo, optano però per una scrittura piana, quasi prosaica, ricca di termini della quotidianità. Si tratta di un linguaggio, insomma, che come ha già spiegato Gianluigi Simonetti parla “di tutto a tutti”, mosso dall’esigenza di rivolgersi non ad un élite di esperti ma alla globalità dei lettori potenzialmente interessati alla poesia. Si tratta, inoltre, di un linguaggio che permette di penetrare più a fondo nell’intimità dell’esistenza, nelle piccole cose e nei dettagli che la abitano e che fungono da punti di riferimento.

Iniziando così a spostarci dalle questioni formali verso quelle tematiche vale la pena spendere due parole sulla struttura di A ritroso, divisa in sezioni numerate, corrispondenti alle vecchie raccolte, e in sottosezioni con titoli estremamente significativi poiché connotati “spazialmente”, come Prima scansione del qui, Seconda scansione del qui, Via privata Gradisca, Milano, Sullo sfondo l’orizzonte: ri-definire poeticamente i luoghi permette infatti di orientarsi in essi e di trovare una forma di ancoraggio alla propria identità (tanto che quando invece il poeta racconta il momento della perdita del padre, per esprimere lo spaesamento è proprio ad una metafora spaziale che ricorre scrivendo: “Poco di certezze conoscevo, poco di città e distanze ricordavo”).

Guardando però a come queste città e questi spazi vengano rappresentati non si trovano mai, o quasi, dei riferimenti espliciti a luoghi geografici riconoscibili, ma si tratta piuttosto di spazi della memoria, cari al poeta, che cerca di salvarli dall’oblio del tempo fissandoli nella pagina: “quel dire soffuso che vive morendo che non ha radici se non nei ricordi“, recita infatti un suo testo.

Da una parte, allora, i luoghi sono ancoraggio dell’io, senso di appartenenza e tranquillità, tanto che in uno stralcio di lettera scritta dal padre del poeta alla madre e contenuta nella raccolta si dice: “Mi ha fatto un bell’effetto, sai, vedere il mio paese in televisione. Vedere gente che conosco”; dall’altra però i luoghi rimangono solo nella forma del ricordo, e sarebbe davvero difficile individuare delle componenti di marchigianità in questo fare poetico. Anche perchè, come saprete, le Marche hanno alle spalle una tradizione di poeti estremamente “residenziali” e radicati, come ad esempio Paolo Volponi, che proprio attraverso la rappresentazione della sua Urbino restituì delle descrizioni puntualissime delle mutazioni di tutta l’Italia industriale e post-industriale, o come Scataglini, che scelse addirittura di esprimersi in una lingua ibrida tra l’italiano e il dialetto anconetano.

Questa apparente “non appartenenza” di Danilo Mandolini, e qui concludo, è però vera solo in parte, perchè va contestualizzata nella contemporaneità. Tornando allora a parlare della rivista «Arcipelago Itaca», io credo che sia proprio qui la chiave di lettura sull’unica appartenenza territoriale possibile per i poeti e gli uomini di oggi.

Il tema del ritorno ad Itaca di Ulisse è molto frequentato dalla poesia contemporanea nel suo instancabile bisogno di radicamento e orientamento (e ad esempio tra i marchigiani non può non venirmi in mente il qui presente Luigi Socci che in un suo testo lo fa tornare a casa in treno!). La poesia si configura allora come l’unica imbarcazione possibile per attivare queste dinamiche di ritrovamento dell’io e le sue regole, le sue strutture, le sue forme, sono ciò che le danno questa forza e questa fermezza. Non si tratta però solo di regole ma anche di tutta una tradizione alle spalle che, appunto, funge da referente dialogico. Quello che è fondamentale capire è allora che cosa sia Itaca, e cioè, come ha sapientemente espresso Mandolini, Itaca è un arcipelago: la casa è una pluralità di voci, di luoghi, e di gruppi di appartenenza. L’ennesima conferma di ciò ci viene proprio dalla densità di riferimenti e citazioni che attraversano la scrittura di Mandolini, che sembra proprio nascere da un intreccio di voci di padri coi quali la poesia dialoga apertamente: per dirne solo alcuni ci sono Leopardi, Scarabicchi, Sereni, Caproni, Collodi, Ungaretti, e di ciascuno di essi Mandolini ha assorbito il nutrimento, come fossero state davvero le radici della sua poesia.

Tornare a Itaca, oggi, è sapersi orientare in questa pluralità di radici. Una pluralità che a ben pensarci per noi marchigiani suona quasi come un dato di fatto, un qualcosa a cui la storia ci ha abituati da secoli: non a caso siamo l’unica regione che già dal nome si presenta al plurale.

© Martina Daraio

[una vasta foce di suoni e colori si forma
appena oltrepassata la soglia del risveglio.

Le parole sussurrate nel mezzo della folla
che avanza col primo accenno del mattino
raccontano di spaesamenti e sogni andati,
gettano luce e cielo sui tetti delle case
e frammenti di paure dentro il tempo.

Il giorno poi viene a ricoprire la città,
a sottrarre pezzi di distanze tutt’intorno
e a lasciare avanzi sciolti di memorie
per non rivelare adesso cos’è il mondo]

*

Le merci si vendono sugli scaffali,
si offrono al soffitto che scolora
e alla pioggia che oggi, lì fuori,
come qui dentro, è più fitta che mai.

Dalle porte scorrevoli dei mercati,
guardando al cielo sghembo e radente,
si esce simulando una corsa,
si scappa a piccoli gruppi di tre
con una rete di ferro che racchiude,
oltre alla parvenza del bisogno,
alcuni pretesti per non pensare,
illusioni, promesse, istruzioni
e l’amara certezza che esiste,
in questa e in altre parti del mondo,
una compiuta e feroce armonia
tra le tante passioni degli uomini
e l’idea organizzata del possesso
e tra il corpo nudo della ragione
e l’impronta dolcemente violenta
del desiderio di sperimentare,
di conoscere meglio e dominare
ciò che appare differente e ciò
che forse è soltanto troppo uguale.

*

Sull’immensa terrazza rivolta ad occidente il vento d’autunno conduceva se stesso e le foglie. A volte si portava fin dentro la casa, fino a ridosso delle prime mattonelle dietro l’ampia porta- finestra.

Lì si fermava come di fronte ad un confine. Sulla sinistra, sulla sinistra di chi stava con lo sguardo diretto verso il sole, si disegnavano due linee irregolari. Erano due crepe, due fenditure che da estremi opposti quasi si sfioravano andando verso il centro della parete. Erano i polmoni della casa. In estate si aprivano, si dilatavano di alcuni millimetri, mentre in inverno si chiudevano come dopo un lungo respiro. Nel corridoio erano ancora appese le foto di luoghi lontani e i muri erano più vicini tra loro, più vicini alle porte che erano tutte aperte. Le sedie non si trovavano più in casa perché gli uomini se n’erano andati altrove e la luce quasi stentava ad entrare, tanto era il vuoto accumulatosi nelle stanze. Un orologio da tavolo, sul tavolo della cucina, non segnava più il tempo e la cucina era l’unico spazio dell’appartamento che conservava le tende addosso alle finestre. Nella camera grande c’erano ancora il letto matrimoniale, l’armadio e i comodini. Nell’altra camera, addossata sui due muri più lunghi, sostava la mobilia già pronta per il bimbo mai nato.
Non si percepivano odori, né vi erano resti o segni abbandonati al buio che stava per giungere.

*

Segnaliamo un recente intervento a proposito di A ritroso, apparso sul blog «La poesia e lo spirito».

*

Danilo Mandolini è nato nel 1965 a Osimo (AN), dove vive. Ha pubblicato, in versi: Diari di bagagli e di parole (Edizione privata, 1993), Una misura incolmabile (Collana di poesia “Alhabor” della rivista “Keraunia”, 1995), L’anima del ghiaccio (Edizioni del Leone, Venezia, 1997); per Edizioni l’Obliquo son usciti Sul viso umano (2001), La distanza da compiere (2004) e Radici e rami (2007) nonché A ritroso (2013).
Sue poesie e suoi racconti brevi sono stati pubblicati su varie riviste e in antologie.
Si sono occupati del suo lavoro Roberto Carifi, Francesco Scarabicchi, Giuliano Ladolfi, Maria Lenti, Fabio Ciofi, Norma Stramucci, Massimo Gezzi e molti altri.
Nel 2010 ha ideato e iniziato a curare Arcipelago Itaca: un nuovo progetto di diffusione gratuita in formato digitale e su base on-line della poesia contemporanea e non solo.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.

Andrea Longega – Caterina

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Andrea Longega  – Caterina (come le cóe dei cardellini) – Edizioni L’obliquo 2013 – € 11,00

 

Caterina è l’inserviente di un albergo di Venezia. Una signora, come tante, che tutti i giorni esce di casa e va a rassettare le stanze dove passano i turisti. Per lei, per le vite come la sua, Andrea Longega scrive un canto in versi, nella lingua della terra veneziana; lo fa col tratto leggero tipico della propria poesia, con la quale il piccolo gesto, la parola suonata dolce dal dialetto della Laguna, racconta. “Ma par chi xe / che i me ga ciapà? / no so minga la so serva  / che i me fa star qua / tuta quanta la giornada / che i me ciama a che ora che i vol / mi go le mie robe da far / na casa na vita fora da qua / go bisogno de aria, par le gambe / go bisogno de caminar – // Tuti sti ani ghe go dà / tanti schèi par niente / ai sindacati.” (Ma per chi è / che mi hanno presa? / non sono mica la loro serva / che mi costringono a restare qui / tutto il giorno / che mi chiamano all’ora che vogliono / ho le mie cose da fare / una casa una vita fuori di qua / ho bisogno d’aria per le gambe / ho bisogno di camminare – / Tutti questi anni ho dato / tanti soldi per niente / ai sindacati.)Il racconto di Caterina e un continuo fare dentro e fuori tra i gesti del rassetto e il commento in sottofondo ai clienti. Tra il modo superficiale di comportarsi degli ospiti e la vita propria fatta di stanchezza, di un lento trascinarsi, desideri e rinunce. Come tutte le vite. Il personaggio scelto dal poeta ha, nella sua semplicità, una grande capacità di osservazione, uno sguardo che sa cogliere e guardare lontano. Allora i clienti che non lasciano mance, che portano via le saponette e i profumi, che viaggiano da soli e si lavano poco, attraversano col loro fugace passaggio il lento declino che segna Venezia. La fine di un mondo dove tutto è cambiato, nonostante nulla sembri mutare da secoli. Chi può cogliere i mutamenti se non chi dentro questo mondo è nato e cresciuto. Che dello sfarzo vede solo la periferia, lo sporco di una camera di lusso, il rifiuto lasciato nel cestino. Che il declino lo sente sulla pelle, lento come il tramontare della vita o del sole a Marghera, come il brontolìo tipico dei veneziani in coda al vaporetto, a passo rapido dentro la nebbia. Le camere d’albergo sono lo specchio a cui sottrarsi e dal quale guardare gli altri e sono la finestra provvisoria dalla quale l’occhio inocula il mondo che si muove sull’acqua. “A marzo co riva quele matine / de sol ciarissimo me incanto / davanti a quel balcon che buta / in Canal Grando / sora l’acqua tuto quel sbrisegàr de luce / tagià dal nero lento de le gondole / dal zalo delicato dei vaporéti… // Co xe marzo meto zo / el sécio e la strassa / e davanti a quel balcon / me incanto.” (A marzo quando arrivano quelle mattine / di sole chiarissimo resto incantata / davanti a quella finestra che guarda / sul Canal Grande / sopra l’acqua tutto quel luccichìo / tagliato dal nero lento delle gondole / dal giallo delicato dei vaporetti… // A marzo metto giù / il secchio e lo straccio / e davanti a quella finestra / resto incantata.) Come nota Edoardo Zuccato in postfazione la levità della scrittura è la chiave d’ingresso che Longega ci consegna. Chiave che in questo caso consente a Caterina di cogliere quasi con noncuranza ogni sfumatura, riconoscere da un letto disfatto se si è fatto l’amore oppure no. La saggezza di Caterina è tutta racchiusa in una poesia che proprio la conoscenza e la saggezza pare negare. “Na serva non pol esser / più de tanto svégia / la vede quelo che la vede / più de là no la riva. / A netar  tuto el giorno le robe / la capisse solo quelo che la fórbe / e a la fin ghe vien / quasi da dir / che la vita xe quela / che tuto ‘l ben / e ‘l mal no va più in là / de do intimèle da cambiàr.” (Una serva non può essere / più di tanto sveglia / vede quello che vede / oltre non arriva. / A pulire tutto il giorno le cose / capisce solo ciò che spolvera / e alla fine le viene quasi da dire / che quella è la vita / che tutto il bene / e il male non vanno più in là / di due federe da cambiare.) Che bellezza.

Gianni Montieri

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